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V domenica di quaresima - B Stampa E-mail
Scritto da ismico (pt)   
“È giunta l’ora” (Gv 12, 23)

I greci che vogliono “vedere Gesù”, cioè conoscerlo da vicino e in profondità, sono immagine quanto mai viva delle “genti” che saranno attratte dal “Verbo incarnato” quando egli sarà innalzato da terra. Alla loro ricerca sincera, Gesù risponde parlando di sé e togliendo il velo che nasconde la sua “ora”. L’ora di cui Gesù parla è quella della croce. È l’ora da lui tanto desiderata, non perché egli desideri il soffrire, ma perché passando per quella strada egli realizzerà in pieno la volontà del Padre. È inoltre l’ora della sua “esaltazione”, che viene illuminata dalla gloria del Dio amore.

Siamo alla soglia della “Grande Settimana”, la Settimana Santa. Attraverso le letture bibliche di questa domenica, la Liturgia ci prepara a comprendere quello che S. Paolo usava chiamare “lo scandalo della croce” e che, per ogni credente, costituisce il “cuore” della propria fede.

Se il chicco di frumento non muore…

È questa un’immagine quanto mai efficace che Gesù usa per spiegare il mistero più profondo e forse più impenetrabile della nostra fede. Essa è tratta dalla creazione per illuminare il mistero della nuova creazione. Gesù, pane e parola, si paragona al chicco di frumento che cadendo in terra e morendo esplica tutta la sua forza vitale. Il destino di Gesù è simile a quello del seme: solo morendo potrà produrre molto frutto e potrà attirare tutti i popoli a sé.

Se invece il Figlio dell’uomo non muore, allora rimane “solo”, come il seme che non produce frutto. Ma in tal caso, egli non sarebbe Figlio del Padre, perché non vivrebbe della sua vita che è invece donazione perfetta agli altri. L’amore e la donazione sono vita; l’egoismo è sterilità. Chi vuole “conservarsi”, muore. Chi invece muore donandosi, ritrova la pienezza della vita.

È questo il grande principio pasquale, segreto della vita nuova che il mistero della Redenzione ha donato all’umanità. “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserva quale vita eterna” (Gv 12, 25).

Quanto utile soffermarsi, oggi, su questi preziosi verbi giovannei: amare-odiare, perdere-conservare, morire-vivere, dare-conservare!

“Dove sono io, là sarà anche il mio servo”

“Dove dimori?” sono le prime parole che i discepoli del Battista rivolgono a Gesù prima di mettersi alla sua sequela. La dimora di Gesù è nell’amore del Padre. Anche il discepolo è chiamato a dimorare nel Padre mediante l’amore, perché è l’amore che fa casa.

Il vangelo invita noi oggi a mettere la nostra dimora in Gesù “crocifisso”, mentre egli realizza in pienezza la “sua ora” e raggiunge il culmine della sua missione. Con lui nel dolore e nella croce, anche noi possiamo realizzare in pienezza sia la nostra vocazione di discepoli che quella di missionari, “attirando tutti a Lui”.

Se guardiamo al dipanarsi quotidiano della nostra vita, non possiamo fare a meno di constatare quanto ogni momento sia caratterizzato da qualcosa di gravoso, da aspetti pesanti, da molteplici quozienti di fatica, di disagio, di sforzo, di travaglio. Mentre il “mondo” rifugge da tutto ciò, il cristiano lo accoglie, lo valorizza, fino a giungere ad amarlo. Il dolore e la croce contengono in sé qualcosa di paradossale: sono il canale della felicità vera e duratura, quella che sazia il cuore, la stessa che Dio gode e alla quale ogni credente può attingere. Come Gesù che, proprio attraverso il dolore, ha donato all’uomo la gioia, così ogni persona può procurare felicità per sé e per gli altri, passando attraverso lo stesso suo cammino di croce e di dolore.

Ma occorre prendere la croce…

Questo insegnano i nostri santi:
“Svegliarsi al mattino in attesa di essa (croce), sapendo che solo per suo mezzo arrivano a noi quei doni che il mondo non conosce, quella pace, quel gaudio, quella conoscenza di cose celesti, ignote ai più. La croce… cosa tanto comune. Così fedele, che non manca all’appuntamento di nessun giorno. Basterebbe raccoglierla per farsi santi. La croce, emblema del cristiano, che il mondo non vuole perché crede, fuggendola, di fuggire al dolore, e non sa che essa spalanca l’anima di chi l’ha capita sul regno della Luce e dell’Amore: quell’Amore che il mondo tanto cerca, ma non ha”.

“S. Paolo esclamava: Sono stato crocifisso con Cristo! Non accontentarsi di portare il simbolo, ma praticare quello ch’esso insegna. Volere o no, la nostra vita è seminata di patimenti, da cui nessuno va esente. Tutto sta nel sopportarli con pazienza, anzi amarli e anche desiderarli”.
Ger 31, 31-34
Ebr 5, 7-9
Gv 12, 20-33

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Missione Oggi

Il dialogo nel contesto della vita consacrata: lavorare con altri per la giustizia e la pace
1. Cosa significa per noi il termine dialogo?

Qualche anno fa, mi fu chiesto di dare una conferenza nella città di Yogyakarta, Indonesia, sul nostro impegno cristiano a favore del dialogo interreligioso. La maggior parte dei presenti erano laici di varie parrocchie della città. Nel corso della conferenza citai l'insegnamento di Giovanni Paolo II: Tutti i fedeli e le comunità cristiane sono chiamati a praticare il dialogo, anche se non nello stesso grado e forma. Nel tempo dedicato al dibattito, una donna disse: Padre, sono d'accordo sull'importanza del dialogo interreligioso, ma non posso discutere sulla Trinità con i miei vicini Musulmani. Sono una donna di casa, madre di quattro figli e non ho avuto la possibilità di studiare molto.
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