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| Sudan: "Venite e vedete" |
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| Scritto da USG/UISG | |
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Come è nata la visita nel Sud Sudan
Nel mese di marzo 2006, una delegazione di sei membri di congregazioni internazionali si è recata in visita di solidarietà alle sei diocesi del Sud Sudan e sui Monti Nuba a nome dell’Unione dei Superiori Generali e dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (USG /UISG). Questa visita di solidarietà era stata la risposta a due eventi. “Venite e vedete” era stato il semplice invito del Vescovo Joseph Gasi della diocesi di Tombura-Yambio del Sud Sudan, quando nel novembre del 2004, in una sua visita a Roma, aveva parlato ad un piccolo gruppo di promotori e membri della Commissione Giustizia, pace ed Integrità della Creazione (GPIC) dell’USG/UISG. Ritornato in Sudan, il Vescovo Gasi aveva formalizzato l’invito con una lettera ufficiale alla Commissione GPIC. (Allegato I). L’invito era stato poi esteso con un’altra lettera della Conferenza Regionale dei Vescovi Cattolici del Sudan chiedendo di includere nell’eventuale visita le diocesi di Yei, Tombura-Yambio, Rumbek, Juba, Torit ed El Obeid (Allegato II). L’invito dei vescovi giungeva poche settimane dopo la chiusura del Congresso sulla Vita Consacrata che aveva avuto come tema: “Passione per Cristo, Passione per l’Umanità”. Il Congresso aveva studiato lo stato della vita religiosa nel nostro mondo globalizzato. Il documento di lavoro preparato per il Congresso suggeriva, come un segno dei tempi, nuovi modelli, nuovi paradigmi di collaborazione tra congregazioni religiose, e tra congregazioni religiose e laici: “Sta emergendo un nuovo paradigma della vita consacrata, nato dalla compassione per gli oppressi e dimenticati della terra, attorno a nuove priorità, nuovi modelli di organizzazione e di collaborazione aperta e flessibile tra uomini e donne di buona volontà.” La Commissione GPIC e la Rete Fede-Giustizia Africa ed Europa (AEFJN) presero in considerazione l’invito dei vescovi come una risposta al Congresso sulla Vita Consacrata. Si costituì allora un comitato ad hoc per considerare ulteriormente l’invito. Il Venerdì Santo del 2005 venne preparata la bozza di una proposta da presentare agli Esecutivi dell’ USG/UISG. La proposta raccomandava l’invio, da parte dell’USG-UISG, di una piccola delegazione intercongregazionale nel Sud Sudan quale segno di solidarietà con la Chiesa locale. La proposta ed il preventivo di € 11,000 furono approvati in una riunione congiunta degli esecutivi dell’USG/UISG nel maggio del 2005 ma non fu facile poi formare la delegazione. Molti desideravano andare, ma i loro impegni e la lunghezza della visita che si prevedeva della durata di un mese agivano da impedimento. Finalmente si riuscì a formare una piccola delegazione di cui hanno fatto parte: Anton de Roeper, FSC, Segretario della Commissione GPIC, Pat Murray, IBVM, Consigliera Generale, Catherine Arata, SSND, promotrici di GPIC, Eliseo Mercado, OMI, promotore di GPIC, Marina Cassarino CMS, Coordinatrice del Segretariato Missione ad Gentes e promotrice di GPIC, Michel Joseph Côté, un laico missionario trinitario. La data della visita dovette essere cambiata per ben tre volte a causa dell’incompatibilità con altri impegni, sia dei vescovi sia dei membri della delegazione. Finalmente si convenne di stabilire i giorni della visita dal 3 al 29 marzo. Provvidenziale e simbolico è stato il fatto che tale visita cadesse nel periodo pre-pasquale, divenendo così un vero cammino quaresimale. I delegati si sono preparati per la partenza con incontri regolari, scambiandosi informazioni sul Sud Sudan e trascorrendo del tempo insieme per riflettere e pregare. Le suore Comboniane, sia a Roma che a Nairobi, hanno coordinato tutta la programmazione della visita con la Conferenza Episcopale Sudanese. Tale visita non sarebbe stata possibile senza il loro appoggio morale e logistico. Perché proprio il Sud Sudan? Ci si può chiedere: “Perché scegliere il Sud Sudan e i Monti Nuba e non altri luoghi altrettanto bisognosi di gesti concreti di solidarietà?”
Nel Sud Sudan la povertà è atroce, dura e disumanizzante. La ricerca condotta da agenzie internazionali che lavorano sul posto indica che:
Le seguenti pagine offrono:
IL SUD SUDAN OGGI
Situazione politica e geografica: Il Sudan è uno dei paesi più grandi e meno conosciuti del continente africano. Occupa un’area pari al 25% degli Stati Uniti con una popolazione di circa 40 milioni di abitanti. Il Sud Sudan è una regione autonoma dalla dimensione del Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda e Burundi messi insieme con una popolazione che va tra gli 8 e i 12 milioni di abitanti, concentrata soprattutto nelle città. La regione si trova al confine con l’Etiopia ad est, Kenya, Uganda e la Repubblica Democratica del Congo ad ovest. La regione del nord ha una popolazione a predominanza araba e musulmana, direttamente sotto il controllo del governo centrale di Khartoum. La capitale del Sud Sudan è Juba. Un recente articolo sull’International Herald Tribune cita il Sud Sudan come una delle zone più dimenticate dalla comunità internazionale e dai media mondiali negli anni ’80 e ’90. A partire dalla firma del Trattato di Pace (CPA) il 9 gennaio 2005, il Sud Sudan si è di nuovo aperto al mondo. Ora è composto da 10 stati che comprendono le ex province di Equatoria (Equatoria centrale, Equatoria orientale ed Equatoria occidentale) Bahr-el-Ghazal (Bahr al Ghazal Settentrionale, Bahr el Ghazal Occidentale, Lakes e Warab) e Upper Nile (Junqali, Wahdah e Upper Nile). Il rapporto tra il Sud Sudan e le zone vicine del Blue Nile State, Nuba Mountains/ Southern Kurdufan è ancora da determinarsi, per il momento fanno parte del nord, ma in un referendum programmato per il 2009 dovranno scegliere tra l’appartenenza al Sud o l’autonomia. Dalla firma del Trattato CPA, centinaia di migliaia di Sudanesi del Sud sono ritornati nelle loro case da Khartoum ed altre zone dove si erano rifugiati, ad una regione i cui servizi di base quali strade, telecomunicazioni, scuole, ospedali ed infrastrutture generali, sono stati completamente devastati. Anche le istituzioni governative di Juba, rimaste quasi sempre sotto il controllo del Governo centrale, sono estremamente deboli e praticamente inesistenti, sia nelle campagne che nella città. Realtà sociale e culturale: Le popolazioni del Sud Sudan parlano molte lingue e dialetti, alcuni limitati ad un piccolo gruppo. La gente della regione è classificata come segue: (a) Tribù del Sudan: composte da vari gruppi tribali della parte occidentale del Nilo, con gli Azande, Moru-Madi. Jur; (b) le Tribù del Nilo: che abitano lungo il fiume omonimo ed in zone paludose, come i Dinka, Nuer, Shilluk ed Asholi; (c) le tribù Nilo-Hamitiche: fondate nella valle meridionale del Nilo, con Bari e Lotuka. L’inglese, come pure una lingua araba rudimentale, servono da lingue ufficiali. Molte tribù hanno più affinità con tribù fondate in Abissinia, Kenya, Uganda e Congo che tra di loro. Le tribù hanno una struttura interna ben organizzata. Le tribù Dinka e Nuer sono le più numerose del Sud Sudan e sono strettamente relazionate tra di loro. Si pensa che i Nuer siano originariamente i discendenti dei Dinka organizzati in 20 o più gruppi tribali, inoltre suddivisi in sotto tribù, ciascuna occupante un pezzo di terra sufficientemente grande da offrire acqua e pastura al loro bestiame. Ci sono stati conflitti costanti per generazioni tra i pastori e gli agricoltori, conflitti che si sono esacerbati quando periodicamente il governo di Khartoum ha assegnato terre tradizionali ad un gruppo esterno. Perfino tra le tribù ci sono stati conflitti a causa del diritto all’acqua ed ai pascoli. Realtà economica: Lo stile di vita nel Sud Sudan è fondamentalmente basato sull’agricoltura. Il paese è potenzialmente ricco di tre tipi di “oro” - oro nero (petrolio), verde (terra fertile) e l’oro (il metallo stesso). Recentemente varie compagnie con sede all’estero hanno cominciato a cercare petrolio nel Sud Sudan. Il maggiore consorzio straniero è controllato dalla Cina, con il 40% di azioni, la Malesia con il 30% e l’India con il 25%. La compagnia canadese Tailsman si è ritirata nel 2003 a causa di pressioni esterne su questioni politiche e relative ai diritti umani. La Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale sostengono che tra il 1997 ed il 2004 il Sud Sudan ha avuto una crescita annuale economica del 6%, malgrado la guerra civile persistente. Le strade sono impraticabili, le città sono in rovina e la via aerea è la forma di trasporto più usata, per esempio, la regione Greater Yirol con 400.000 abitanti ha a disposizione 9 aeroporti. Il Nilo ed i suoi affluenti sono molto adatti all’agricoltura - cotone, grano, gomma arabica, arachidi, saggina, canna da zucchero, manioca, mango, papaia, riso, tabacco, tè e caffè. La pesca è abbondante nei 129.810 km2 di superficie marina e ci sono 135 milioni di capi di bestiame. Realtà ecclesiale Gli anni che hanno fatto seguito all’Indipendenza del Sudan dal governo anglo-egiziano nel 1956, sono stati anni di incertezza e di sistematica discriminazione che ha condotto alla guerra civile tra il Nord (Arabi ed Islamici) ed il Sud (Africani e Cristiani appartenenti ad una delle molte tradizioni indigene). Ciò che ebbe inizio come uno stato “secolare” verso la metà degli anni ’50 divenne sistematicamente uno stato arabo con l’imposizione della Shari’a (Legge Islamica). La popolazione non araba, non musulmana parla di questo periodo come l’inizio dell’imposizione dell’ “Arabizzazione” e “Islamizzazione” sulla popolazione del Sud Sudan, senza riguardo alla diversità di fedi e tribù. Nel 1964, tutti i missionari stranieri cristiani sono stati espulsi. Questo “esodo” ha ovviamente avuto un effetto sulla chiesa poiché a quel tempo il clero ed i religiosi locali non erano numerosi. D’altro canto diede al clero locale, ai catechisti ed agli istituti religiosi locali femminili e maschili la possibilità di assumere la leadership di quella che è diventata una chiesa sempre più evangelizzatrice. Attraverso il sistema educativo ed in tutti gli aspetti dell’ amministrazione governativa è stata promossa con vigore e tenacia la politica ufficiale di “Arabizzazione” ed “Islamizzazione”. Queste imposizioni condussero alla “seconda rivolta Anyanya” che dette l’avvio all’evacuazione in massa delle popolazioni del Sud Sudan verso una relativa “sicurezza” nella savana e nei paesi vicini della Repubblica Centro Africana, la Repubblica Democratica del Congo, il Kenya, l’Etiopia, l’Uganda e perfino verso il Nord del Sudan, a Khartoum. In questi momenti di prova, le chiese cristiane (cattolica ed anglicana) rimasero sempre con la loro gente. Gli anni che trascorsero dal 1982 fino alla firma del Trattato di Pace (CPA) sono conosciuti come il periodo della “persecuzione”. Molti catechisti furono uccisi ed il loro sangue divenne un’oasi di forza per mantenere salda la fede dei cristiani. La vita e la loro testimonianza costituiscono dei capisaldi per la catechesi nel “Nuovo Sudan”. Molti membri del clero locale, missionari e catechisti hanno accompagnato la comunità cristiana nel suo pellegrinaggio. Un sacerdote della diocesi di Yei descriveva così l’accompagnamento: “Quando vedi bombardare ed uccidere la tua gente, rimani traumatizzato. Tutti portiamo in noi i segni della guerra fisicamente e psicologicamente. E’ come la malaria, ce l’abbiamo già nel sangue.” Le donne sono quelle che hanno maggiormente sofferto. Spesso lasciate sole dai loro mariti che si univano all’esercito dei ribelli (SPLA), sono diventate facile preda da parte dei soldati del Governo di Sudan (GOS). Sono state violentate, usate come schiave, e le famiglie sono state divise. Durante la guerra civile tra il Sud ed il Nord del Sudan, nei luoghi liberati dal SPLA, la Chiesa è diventata l’unica istituzione dei servizi caritatevoli nella comunità, aprendo scuole, dispensari e centri per orfani e vedove. Anche se i Cristiani si sono sentiti spesso dimenticati dal mondo, hanno riconosciuto l’impatto delle dichiarazioni fatte dal papa e dall’Arcivescovo di Canterbury nei loro incessanti appelli a favore della pace, della giustizia e del dialogo in Sudan. In particolare, la storica visita di Papa Giovanni Paolo II a Khartoum il 10 febbraio del 1993, spinse il governo islamico a moderare la forza dell’ “Islamizzazione” sulle popolazioni del Sud Sudan. L’impegno del Papa sembrava essere in evidente contrasto con l’apparente “silenzio” del mondo dinanzi alla persecuzione di cristiani ed africani durante più di due decenni di guerra civile. Dopo la firma del CPA a gennaio del 2005, l’ SPLM/A divenne il Governo del Sud Sudan. La Costituzione del nuovo Governo del Sud Sudan è secolare ed aperta a tutte le fedi. I permessi di entrata o visti sono regolati dal Governo del Sud Sudan e le restrizioni imposte dal governo islamico non sono più valide nel Sud. Le popolazioni del Sud Sudan, incluso gli ufficiali del SPLM/A, riconoscono il ruolo svolto sia dalla Chiesa cattolica sia dalla Chiesa anglicana nel corso della guerra civile. L’attuale leadership del Governo del Sud Sudan afferma pubblicamente che le Chiese cristiane sono state “l’unica voce del Sud Sudan verso il mondo esterno.” Le Chiese cristiane hanno fatto giungere le grida delle popolazioni del Sud Sudan alla Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, al Parlamento Europeo ed al Congresso degli Stati Uniti. Il Governo del Sud Sudan riconosce alla leadership cristiana di aver attirato l’attenzione del mondo occidentale, ed anche il suo appoggio, specialmente da parte del Regno unito, degli Stati Uniti e della Norvegia, sul processo di pace che portò in seguito alla firma del Trattato di Pace (CPA). Ora che il Sud ha ottenuto l’autonomia e la facoltà di forgiare il suo futuro, i Vescovi e le altre Chiese si sentono esclusi dal processo politico, proprio in un momento così importante, malgrado il loro ruolo svolto durante la guerra civile. Il ministero della Chiesa dopo il CPA dovrebbe includere non solo la sua missione evangelizzatrice, ma anche competenze e capacità, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione, la guarigione delle ferite e la riconciliazione. Oggi il clima e la realtà del Sud Sudan sono diversi. La gente respira un’aria fresca, un vento nuovo soffia in tutta la parte meridionale del Sudan, e sui Monti Nuba. Si avverte un senso di libertà. Non ci sono “proibizioni” a missionari stranieri, o alla costruzione di chiese e scuole. I missionari che giungono dall’estero per collaborare alla costruzione del nuovo Sudan sono molto ben accetti. Per rendersi conto delle risorse diocesane del momento vedere l’Allegato IV L’ESPERIENZA DELLA DELEGAZIONE
La delegazione ha visitato le diocesi di Yei, Tombura-Yambio, Rumbek, Juba, Torit e i Monti Nuba. Abbiamo percorso il Sud Sudan in aereo ed in macchina. Abbiamo ascoltato le storie della gente, dei catechisti, dei religiosi/e, del clero e dei vescovi. Ciò che abbiamo visto, udito e toccato ci ha colpito emotivamente e spiritualmente. Non si trattava di una visita, bensì di un pellegrinaggio nei luoghi che hanno visto decenni di guerra, nella vita delle persone che sono state perseguitate ed oppresse per la loro fede cristiana e per la loro etnia africana. Spesso abbiamo pensato che dovevamo inchinarci e toglierci i sandali perché la terra su cui i nostri piedi poggiavano era terra santa (Esodo 3: 1-5). Le storie parlavano di anni di discriminazione, “Islamizzazone” ed “Arabizzazione” e di martirio con spargimento di sangue in cui si è ripetuto il mistero pasquale. Le nostre osservazioni:
Questi due eventi importanti richiedono programmi educativi e formativi in modo che la gente sia resa capace di operare delle scelte consapevoli, non solo per quanto riguarda la futura leadership, ma anche per quanto riguarda il futuro del Sud Sudan. In varie occasioni siamo stati informati sull’estesa campagna programmata dagli Islamisti nel mondo mussulmano per mantenere il Sud Sudan nell’ambito della “Casa dell’Islam”. La Missione Islamica chiede più missionari e donazioni per costruire scuole, moschee, ospedali ed altre istituzioni per intensificare l’Islamizzazione e l’Arabizzazione, non più attraverso la forza dello stato di diritto, ma attraverso interventi umanitari. BISOGNI GENERALI DEL SUD SUDAN
1. Advocacy per il Sud Sudan Quando il Vescovo Joseph Gasi Abangite ha parlato per la prima volta con la Commissione GPIC delle due Unioni USG/UISG si è soffermato a lungo e con emozione sul bisogno che il suo popolo ha di sapersi ricordato, riconosciuto e sostenuto dalla Chiesa Universale che dava l’impressione di averlo dimenticato. 2. Educazione alla Cittadinanza Le popolazioni del Sudan devono rispondere al Patto di Pace e prendere decisioni politiche importanti anche se manca loro l’esperienza politica. Ci sarà un censimento alla fine del 2006, che si spera prepari il cammino verso un governo rappresentativo nel 2009. Ed infine nel 2011 sarà necessario operare la scelta tra un Sudan unificato o la soluzione dei due stati. Anche se a livello internazionale c’è la tendenza a promuovere lo stato unificato, nel corso della visita alle diocesi della regione meridionali i delegati si sono resi conto che questo piano non riscuote molta simpatia. La scelta dei due stati suppone decisioni riguardo alle frontiere ed alla distribuzione delle risorse, in particolare del petrolio e dell’acqua. Il luogo dove si trovano i Nuba potrebbe essere oggetto di contesa. Occupano la parte collinosa in un enclave a metà cammino tra i blocchi del Sud e del Nord ed hanno la propria cultura. Per una divisione del paese che abbia buon esito e per evitare di produrre ulteriori tensioni c’è bisogno di un intenso programma educativo nel quale la Chiesa, essendo una delle forze di appoggio e di legame nella società, deve svolgere un ruolo preponderante e contribuire allo sviluppo di un elettorato formato. La popolazione ha un livello modesto di istruzione, sia funzionale che reale, per cui l’informazione deve essere canalizzata soprattutto con mezzi audiovisivi. La rete radio interdiocesana, FM, iniziata dalla famiglia comboniana darà un contributo cruciale all’educazione pubblica. 3. Ministero dei Diritti Umani Anche se è stato firmato un accordo di pace sulla carta, i diritti umani dei cittadini nel Sud Sudan continuano ad essere violati ogni giorno. La Chiesa del Sudan riconosce il suo ruolo pastorale e profetico rispetto ai Diritti Umani: ‘La Chiesa rimane fermamente e liberamente impegnata ad essere la voce del popolo, a proclamare e difendere i loro doveri come pure i loro diritti e vedere se sono rispettati, salvaguardati e difesi’. I Vescovi, nelle loro Lettere Pastorali, hanno chiesto ripetutamente ai fedeli di informarsi meglio sui loro diritti umani e sui loro doveri ed a creare anche gruppi di studio nelle diverse comunità a questo scopo. Hanno anche fortemente raccomandato ai fedeli di assumersi con coraggio la responsabilità di proteggere i diritti umani di tutti gli individui, specialmente dei più deboli e vulnerabili. La Commissione Giustizia e Pace della SCBRC si è impegnata a proteggere e salvaguardare i diritti umani ma la sua opera è solo all’inizio ed ha bisogno di aiuto logistico ed organizzazione. 4. Chiesa Nucleo di Speranza nel Processo di Riconciliazione La Chiesa è considerata un punto focale che irradia speranza per l’autorevolezza acquisita nel corso delle guerre come presenza fedele tra le popolazioni e per il potenziale di accesso alle risorse per la ricostruzione e la riconciliazione nella vasta rete mondiale. I membri della delegazione di solidarietà UISG/USG hanno lasciato il Sud Sudan con un’impellente senso sull’importanza del coinvolgimento di congregazioni religiose internazionali nel processo di costruzione/ricostruzione del Sud Sudan, malgrado il fatto che si è ridotta negli Istituti la possibilità di rispondere. 5. Aiuto economico La Chiesa nel Sud Sudan ha bisogno di aiuto economico. Da quando sono cessate ufficialmente le ostilità, in alcuni luoghi c’è poca evidenza di ricostruzione. In alcune città la guerra civile ha ricoperto le strade di macerie e ridotto in rovina chiese e cattedrali. Molte diocesi pensano di ricostruire o riparare le loro cattedrali e i servizi essenziali per la formazione e l’educazione. Spesso mancano servizi basilari come acqua corrente, pozzi neri, elettricità. Per poterli ottenere si guarda verso enti ed organismi. I vescovi non possono permettersi il lusso di pagare uno stipendio, anche se modesto, al clero. Forse un sistema di offerte per messe da inviare al Sud Sudan potrebbe costituire un importante aiuto finanziario se messo in atto da istituti internazionali. I sacerdoti non dispongono di libri o di altre risorse culturali; in alcuni casi hanno altresì bisogno di abitazioni e veicoli. Alcuni catechisti ricevono $ 5 dollari al mese - certamente poco per persone che hanno alimentato la loro fede attraverso guerre ed indigenza - alcuni poi non ricevono nulla. I catechisti hanno chiesto biciclette per poter visitare le parrocchie lontane. La Chiesa continua a perdere catechisti e sacerdoti che diventano membri di ONG perché da queste ricevono un buon stipendio. I bisogni finanziari delle diocesi sono evidenti e reali, ma gli scenari preferiti di azione per alcune tra le più grandi ONG cattoliche non sempre corrispondono alle speranze ed alle aspettative della Chiesa nel Sud Sudan. I fondi per l’evangelizzazione sono estremamente necessari come pure denaro per lo sviluppo economico e la ricostruzione del tessuto sociale. 6. Guarigione e Riconciliazione Cinquanta anni di guerre civili quasi continue hanno causato tante ferite. Più di due milioni di persone sono morte. Molti si sono rifugiati altrove. Un gran numero di persone sono fuggite verso il Nord. Nel Sudan ci sono attualmente circa quattro milioni di ‘profughi’ e di loro 1.800.000 si trovano a Khartoum e quando questi ritornano nel Sud Sudan si crea una tensione tra loro e coloro che sono rimasti perché non si è quasi ricostruito nulla nelle città lacerate dalla guerra. Non ci sono né alloggi né cibo per loro. Nei prossimi anni la pace interna continuerà ad essere fragile. C’è bisogno di leadership esperta nei processi di riconciliazione e ricostruzione sociale del dopoguerra. “In questo momento vediamo che c’è molto da fare per costruire la pace e la Chiesa, sia come comunità sia come singoli fedeli, può offrire un contributo importante, soprattutto nell’ambito della riconciliazione e della promozione del bene comune.” Si avvertono profonde animosità e molte sono le “vecchie ferite” da risanare. La guerra era diretta non solo verso il governo di Khartoum, le atrocità sono perpetrate anche tra clan e gruppi tribali. Ci sono state uccisioni nel seno delle famiglie stesse. I bambini sono stati strappati con forza ai loro familiari. I raccolti sono stati distrutti, in alcuni luoghi l’agricoltura è stata abbandonata e in altri c’è stata carenza di cibo e molta fame. Le donne hanno confessato di essersi date alla prostituzione per comprare cibo per i loro figli. La violenza carnale era diventata una routine sia nelle campagne di terrore per eliminare i civili da zone considerate di interesse strategico e quale mezzo per obbligare la gioventù ad unirsi alle milizie. La presenza del monitoraggio di pace delle Nazioni Unite non è ben capito. Gli eserciti non sono stati ancora disarmati. Quando ci sono trasgressioni, per esempio incursioni di gruppi armati come il LRA, o saccheggi, il monitoraggio di pace dell’ONU del Bangladesh e Pakistan, registra semplicemente l’accaduto e poi informa Ginevra. E’ necessario formare persone che aiutino i giovani e gli anziani ad affrontare il trauma lasciato da queste esperienze. E’ necessario aiutare le persone a perdonare se stesse e perdonarsi a vicenda. 7. Educazione e Formazione Il bisogno di educazione e di formazione specializzata è molto sentito dalla Conferenza Episcopale del Sud Sudan. I giovani hanno bisogno di orientamento nella loro vita. Molti sono delusi degli anziani. La trasmissione culturale di valori tra genitori e figli è stata ostacolata, la scolarità interrotta. Nella diocesi di Yambio, per esempio, sono rimaste solo 26 scuole delle 101 frequentate da 17.000 alunni prima dei recenti scontri. Il concetto di ‘scuola’ abbraccia una serie di istituzioni, che vanno da scuole superiori e primarie abbastanza fornite del necessario materiale a capanne di fortuna nella savana o semplicemente lavagne appoggiate agli alberi. Si calcola che il paese abbia un indice di alfabetismo che si aggira attorno al 15% . A marzo del 2006 l’UNICEF ha annunziato un progetto che prevede la costruzione di 1,500 scuole. Un requisito essenziale per questo sviluppo sarebbe poter assicurare un supplemento di maestri professionalmente competenti. Tutti i vescovi hanno parlato ripetutamente della necessità di creare un Istituto di formazione per insegnanti che potrebbe essere interdiocesano con personale accademico ed amministrativo appartenente a diversi istituti religiosi come pure colleghi laici. L’istituzione scolastica dovrebbe offrire una varietà di programmi per i diversi livelli di educazione degli studenti e per i diversi tipi di scuola per cui sarebbero preparati. Qualsiasi miglioramento del livello secondario condurrà ad una richiesta di formazione professionale, cioè corsi di management imprenditoriale, formazione per paramedici ed infermieri, formazione tecnica che includa ingegneria e comunicazione. 8. Educazione delle ragazze E’ necessario prestare una particolare ed urgente attenzione all’educazione delle donne. Le guerre hanno lasciato uno squilibrio nella popolazione - 60 donne per ogni 40 uomini - che non si rispecchia nelle statistiche scolastiche. Un rapporto dell’Africa Educational Trust per il 2004 mostrava che sui 360,000 bambini che frequentavano la scuola dai sei ai 13 anni, solamente 83.400, ossia il 27% erano bambine. Il divario è specialmente ampio tra i più grandi. L’abbandono scolastico è più frequente dopo i primi anni (due terzi delle scuole offrono corsi per bambini dai 10 ai 13 anni), e lo è ancor di più tra le bambine. Su 2,109 alunni che frequentano scuole, solamente 433, ossia il 20,5%, erano bambine. Ciò rappresenta una preparazione assolutamente inadeguata per la leadership che la realtà demografica del paese richiede. E’ stato spesso osservato che c’è una correlazione positiva tra il livello dell’educazione femminile e lo sviluppo socioeconomico di paesi emergenti. E’ stato emozionante per i membri della delegazione vedere l’orgoglio delle donne per ciò che hanno imparato tra di loro nei gruppi organizzati dalle suore. La ricostruzione delle istituzioni educative deve essere accompagnata da un cambiamento nelle aspettative delle donne - e questo in una società che ha lo spirito conservatore generalmente associato a pastori ed agricoltori. Lì dove sono presenti, le suore godono già della fiducia delle donne del posto perché ricevono dalle prime sia ispirazione che proposte di comportamento. 9. Evangelizzazione e Formazione Nel campo dell’evangelizzazione i bisogni sono pressanti. C’è scarsità di sacerdoti. In alcune diocesi i pochi sacerdoti presenti, si occupano dell’amministrazione diocesana e la pastorale ne soffre. Il lavoro amministrativo è stato svolto nei paesi vicini dove il personale diocesano ha trovato rifugio quando era in esilio. L’attuale affidamento nei catechisti per insegnare il Vangelo ed alimentare la fede, rispecchia le agitazioni sociali degli anni recenti. Nella diocesi di Yei ci sono 13 sacerdoti e più di 400 catechisti laici. In tutte le altre diocesi la situazione è, più o meno, la stessa. I delegati hanno potuto farsi un’idea della qualità di questi maestri nelle riunioni parrocchiali di Mapourdit, Torit e Gidel (Monti Nuba). È chiaro che i catechisti hanno mantenuto la fede viva nei villaggi che sono rimasti senza sacerdoti durante molti anni. Poiché è assai possibile che si mantenga questa situazione, c’è bisogno di sostenere strutture di formazione permanente per i catechisti. Una Chiesa che è stata caratterizzata dalla presenza di catechisti e dall’assenza di clero ha sviluppato una dinamica propria, che costituisce una risorsa importante, ora che la comunità cristiana si sta ricostituendo sulla scia del PCA. Il risultato sarà che nel modello emergente della Chiesa ci sarà una leadership laica e l’appoggio di piccole comunità che si dono sviluppate negli anni della guerra. 10. Partenariato tra Chiesa e Società La Chiesa deve conservare la sua indipendenza e comunque avere un rapporto di attento partenariato con l’amministrazione civile. Qualunque sia la decisione adottata, i cristiani devono diventare fiduciari del nuovo Stato, dove forse prima potevano considerarsi vittime di questa organizzazione dello Stato. Ciò viene affermato con chiarezza nelle ‘Lettera Pastorale dei Vescovi del Sudan’ in occasione del Patto di Pace (Gennaio 2004): “La Chiesa intende partecipare con lo Stato alla formulazione dello spirito e della lettera della nuova Costituzione ed al rinnovamento del sistema legale per salvaguardare il rispetto dovuto alla dignità ed ai diritti umani di tutto il popolo sudanese.” C’è bisogno di energia creativa per trovare nuove vie che permettano al clero di far fronte alle esigenze di questo particolare tipo di leadership. La Conferenza Episcopale ha prodotto opuscoli eccellenti in proposito, ma questi sforzi sono in parte annullati dal basso livello di alfabetismo tra la gente comune. 11. Assistenza Sanitaria In tutte le diocesi c’è una quasi completa assenza di strutture sanitarie e dove esistono ospedali c’è mancanza di personale e le strutture sono minime. Nella diocesi di Yambio i parti cesarei vengono fatti da personale paramedico. Le malattie più comuni sono: malaria, tubercolosi, lebbra, colera, malattia del sonno e ogni tanto epidemie di Ebola. L’AIDS costituisce una preoccupazione grande a causa del ritorno dei rifugiati. 12. Miglioramento delle Infrastrutture Qualsiasi progresso nei servizi aiuterà lo sviluppo del Sud Sudan: riparazione di strade, elettricità, distribuzione di acqua potabile e rete fognaria funzionante. BISOGNI SPECIFICI DELLE SINGOLE DIOCESI Alcune diocesi hanno esplicitato i loro bisogni particolari oralmente o per iscritto, altre invece hanno fatto segnalazioni solo di tipo generale. Ecco la sintesi. Diocesi di Yei In una riunione con il clero, religiosi/e e laici impegnati nella diocesi è stato detto che i bisogni della gente e della diocesi sono enormi. Certamente c’è un grande bisogno di aiuto economico, ma ciò che è stato richiesto con forza è la solidarietà ed una mano amica. La gente spera di poter costruire una nuova Chiesa ed un nuovo popolo che viva in pace e con dignità.
Diocesi di Yambio - Tombora Tra le priorità elencate emergono le seguenti:
Diocesi di Rumbek I benefici che le persone credevano di poter ottenere quale risultato della pace non si sono ancora visti ed il governo ha fornito alla popolazione un esiguo numero di servizi di base (educazione, sanità, etc.). La Chiesa, quindi, continuerà ad essere attivamente coinvolta per provvederli.
Diocesi di Juba
Diocesi di Torit La prima richiesta presentata è stata quella di sentire l’appoggio e la solidarietà della comunità internazionale e della Chiesa universale.
Diocesi di El Obeid – Zona dei Monti Nuba I Monti Nuba fanno parte della Diocesi di El Obeid (Sudan del Nord). Mentre geograficamente sono parte del Nord, culturalmente ed etnicamente appartengono al Sud. La gente di questo luogo e le loro terre continuano a fare da ‘cuscinetto’ tra il Sud ed il Nord. Per anni questa parte del Sudan è stata dimenticata da tutti, tranne che dalla Chiesa che si è assunta il rischio di rimanere tra questa popolazione ed in questi luoghi. I Cristiani dei Monti Nuba hanno sparso il sangue in difesa della loro fede ed etnia. La Chiesa è viva, ma ha bisogno urgente di appoggio da parte di congregazioni religiose per affrontare le sfide lanciate dall’intensa “Arabizzazione ed Islamizzazione”. Per esempio a Kaudel solo due sacerdoti sono al servizio di 37.000 persone disperse in una vasta zona geografica. Altri bisogni pastorali urgenti:
RACCOMANDAZIONI
I vescovi della SCBRC con un’iniziativa coraggiosa hanno invitato a “venire e vedere”. L’USG/UISG ha risposto con altrettanto coraggio inviando nella regione una delegazione inter-congregazionale di solidarietà. Adesso è il tempo di rispondere. Possiamo rispondere in modo profetico? Il documento di lavoro per il Congresso sulla Vita Consacrata ci sfida a creare nuove risposte, in collaborazione, alla chiamata dello Spirito. La vita consacrata ha strutture, organizzazione e funzioni di governo che corrispondono alla sua storia, ma il futuro è ciò che dovremmo costruire. Ciò richiede un cambiamento profondo della mentalità istituzionale che renderebbe possibile l’emergere di nuove istituzioni e forme di governo in cui questa nuova vita non rimanga soffocata. In tutte le sue forme la vita consacrata appare nella Chiesa come una serie di energie da cui non sempre si trae vantaggio, che a volte sono usate male, e a volte sono ripetitive. La riorganizzazione interna non solo dei singoli istituti, ma di tutti gli istituti, il dialogo intercongregazionale, e gettare ponti di collaborazione e di integrazione sono chiare iniziative verso cui lo Spirito ci sta conducendo. (#112)
Non potrebbe forse essere “lo Spirito a guidare” le congregazioni religiose ed i collaboratori laici ad ascoltare i bisogni del Sud Sudan e studiare come collaborare insieme e rispondere in modo creativo, quale segno e simbolo di un nuovo momento della vita religiosa consacrata? Il modo in cui lavoriamo insieme per rispondere a questa chiamata dei Vescovi del Sud Sudan potrebbe creare un nuovo paradigma per lavorare insieme in altre parti del mondo. La solidarietà con la Chiesa e con le persone del Sud Sudan significa accompagnare e camminare umilmente con la gente sostenendola nello sforzo di ricostruirsi una vita. Presentiamo adesso quattro raccomandazioni su cui riflettere ed intervenire. In questi giorni di Pasqua e Pentecoste invitiamo i Consigli Generali delle Congregazioni Religiose a discernere in clima di preghiera la loro risposta ai bisogni espressi da vescovi, sacerdoti, religiosi/e e dal popolo del Sud Sudan. 1. Un Istituzione per la Formazione di Maestri per il Sud Sudan Essendo l’educazione una priorità in tutte le diocesi e data l’assenza di docenti preparati proponiamo che:
2. Personale per le Diocesi Poichè tutte le diocesi hanno un immenso bisogno di personale per i programmi pastorali e per le attività proponiamo che:
3. Aiuto finanziario E’ stato richiesto aiuto finanziario urgente per quanto segue:
4. “Advocacy” e “Lobbying” A causa della fragilità del CPA che necessita appoggio internazionale e monitoraggio proponiamo che
CONCLUSIONE
Siamo andati in Sud Sudan, dove abbiamo visto ed udito il dolore e la speranza della gente che aspetta il compimento della promessa indicata nella Scrittura, “coloro che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte... e così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6:3-4). La storia del Cristianesimo nel Sudan è stata segnata sempre dalla sofferenza e dalla fedeltà. Anche se gli impegni attuali di riconciliazione e ricostruzione sembrano enormi, la gente sembra essere ottimista nei riguardi del futuro. Anche le aspettative sono cresciute perché, come ha detto un profugo rientrato in paese: Quando ho lasciato il Sudan per andare in Uganda 14 anni or sono, c’erano solo tre scuole secondarie nel Sud. Un’intera generazione si è vista obbligata a fuggire ed ora stiamo ritornando con una maggiore conoscenza del mondo esterno di quanta ne avremmo avuta se fossimo rimasti qui.
Si sottolinea il fatto che molti profughi formati forse si vedranno obbligati ad andarsene di nuovo e forse altri di cui si aspetta il ritorno non ritornerà mai se le cose non migliorano. I Vescovi e il popolo Sud Sudanese sono ben consapevoli dell’enormità e dell’urgenza del compito che li aspetta e dei loro limiti. Credono che sostenuti dalla solidarietà e con l’aiuto concreto della Chiesa universale - ed in particolare con l’aiuto delle congregazioni religiose internazionali - un nuovo Sud Sudan può emergere. I seguenti allegati si trovano nella relazione completa che può essere richiesta a sr. Pat Murray IBVM: Allegato I: Testo della lettera di Mons Joseph Gasi Abangte, Vescovo di Tombura – Yambio Allegato II: Lettera dei Vescovi del Sud Sudan Allegato IV: Statistiche delle diocesi visitate Allegato VII: Note sulla Storia della Chiesa Cattolica in Sud Sudan Allegato VIII: Glossario di termini |
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