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Assemblea Continentale Africa: Aperti al cambiamento in atto Stampa E-mail
Inviato da P. Stefano Camerlengo, imc   


L'XI Capitolo Generale ha proposto la celebrazione delle “Assemblee Continentali” come un momento di riflessione, scambio e programmazione per “calare-incarnare” il progetto capitolare nei diversi continenti. Per noi, Missionari della Consolata, si tratta di una novità perché è da poco tempo che siamo chiamati a pensare in dimensione continentale. “Il Capitolo riconosce la continentalità come una realtà importante della nostra organizzazione” (XI CG n. 100) e del nostro servizio missionario.

Questa scelta ha una portata enorme per la nostra famiglia missionaria perché tocca tutti gli aspetti fondamentali del nostro vivere la missione. Essa, infatti, significa che stiamo andando verso il superamento del centralismo e che ci stiamo aprendo con fiducia ai profondi cambiamenti nel modo di pensare e di vivere la missione. Le Assemblee Continentali di Europa, Africa e America ci hanno indicato cammini nuovi, sentieri inesplorati, temi timidamente balbettati, incertezze ed interrogativi propri del nostro tempo.

Eccone alcuni:

1. Guardare verso Sud.
2. Il dialogo interreligioso come via della missione.
3. Uno stile nuovo di servizio missionario.
4. La convivialità delle differenze.

1. Guardare verso Sud

La realtà della missione sta attraversando un momento di grande trasformazione in tutto il mondo. Negli ultimi cinque secoli la storia del cristianesimo si è intrecciata in modo inestricabile con quella dell'Europa e dei popoli d'oltreoceano di derivazione europea, sopratutto con quelli del Nord America. Fino a tempi recenti la stragrande maggioranza dei cristiani si trovava in nazioni di popolazione bianca e questo consentiva ai teorici di turno di parlare con compiacimento e sufficienza di una civilizzazione “cristiano-europea”.

In questa prospettiva, vari scrittori di estrazione radicale consideravano il cristianesimo come il braccio secolare dell'imperialismo occidentale. Molti, ancora oggi, condividono lo stereotipo del cristianesimo quale religione “dell'Occidente” o del “Nord del mondo”. Si tratta di definizioni che tendono ad identificare, più o meno apertamente, il cristianesimo col mondo dei ricchi e dei potenti che opprimono e affamano il resto del pianeta.

Nel secolo passato, tuttavia, il centro di gravità del mondo cristiano si è gradualmente spostato verso sud: in Africa, Asia e America Latina. Già oggi, le più grandi comunità cristiane del pianeta si trovano in Africa e in America Latina. A detta degli esperti, ( Es. cfr. “ La terza Chiesa” Philip Jenkins, “ Una terra molte religioni” Paul F. Knittter) questa tendenza continuerà e diventerà sempre più evidente negli anni a venire. Molti dei Paesi a più rapida crescita demografica del mondo sono in prevalenza cristiani, oppure hanno minoranze cristiane molto consistenti. Per cui il cristianesimo, in questo secolo, dovrebbe godere di un boom mondiale. La grande maggioranza dei credenti, tuttavia, non sarà né bianca, né europea, né euro-americana.

Secondo l'accreditata World Christian Encyclopedie, i cristiani nel mondo, oggi, sono circa due miliardi e rappresentano un terzo della popolazione del pianeta. Il gruppo maggiore, che conta circa 560 milioni di persone, si trova ancora in Europa. L'America Latina, però, viene subito dopo con 480 milioni; l'Africa ha 360 milioni di cristiani e l'Asia 313 milioni. Se estrapoliamo queste cifre e compiliamo una proiezione per l'anno 2050, allora avremo 2,6 miliardi di cristiani dei quali 633 milioni vivrebbero in Africa, 640 milioni in America Latina e 460 milioni in Asia. L'Europa con i suoi 555 milioni, finirebbe al terzo posto. Sarebbero Africa e America Latina a contendersi il titolo di continente più cristiano.

Stiamo dunque assistendo alla fine di un’epoca: il tramonto del cristianesimo occidentale, mentre all'orizzonte sorge l’alba del cristianesimo del sud del mondo. La realtà del cambiamento è innegabile: si tratta di qualcosa che è già accaduto e che continuerà ad accadere. Ma ce ne accorgiamo solo ora e se ne parla ancora a stento. Credo che occorra prestare molta attenzione a questa tendenza: la formazione di un “nuovo cristianesimo” perché, nel bene come nel male, potrà esercitare un ruolo cruciale nelle questioni mondiali del futuro.

Le variazioni delle quantità numeriche nel mondo cristiano suscitano stupore, ma non basta: oltre alla semplice variazione demografica, constatiamo che sono innumerevoli anche i cambiamenti che riguardano la teologia e la pratica religiosa. Volendo fare un parallelo storico, registriamo come il cristianesimo - movimento fondato in un contesto ebraico ed ellenistico -, è cambiato profondamente quando si è diffuso nei territori germanici dell'Europa occidentale, all'inizio del Medioevo. Allora, i cristiani europei reinterpretarono la fede attraverso le proprie categorie relazionali e sociali, fino a convincersi che la loro specifica sintesi culturale fosse l'unica versione corretta della verità cristiana. Di fatto ne era solo un’interpretazione inculturata.

Così, mentre la cristianità si sposta verso sud, anche l’espressione religiosa, a seguito dell'immersione nelle culture che la accolgono, cambierà in modo corrispondente. Di qui la domanda: come si presenterà questa nuova sintesi cristiana? E, di conseguenza, come cambierà la missione?

Conoscere l’evoluzione in atto ci aiuta ad affrontare più preparati il futuro senza temere la novità. L'Africa, per esempio, esprime valori e mentalità “altri” che potrebbero rendere un servizio positivo ad un mondo sull'orlo del baratro. La battaglia per la diversità culturale rappresenta, infatti, una battaglia per la sopravvivenza dell'intera umanità. Il nostro rapporto con l’Africa mette in gioco la stessa visione del mondo: solo il rispetto e la promozione di un vero pluralismo del pianeta possono premunire l'uomo da se stesso e realizzare l'aspirazione universale alla giustizia e alla pace. La posta in gioco risiede allora nella necessità di universalizzare realmente il pianeta.

2. Il dialogo interreligioso

“Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa” (RM 55). La necessità del dialogo nell’evangelizzazione è un imperativo da cui non si può prescindere e che si sta portando avanti in diverse forme: dialogo di vita, di collaborazione tra i rappresentanti delle diverse religioni, di dottrina tra esperti, come condivisione di esperienze spirituali, ecc. A questo proposito non bisogna dimenticare che il dialogo interreligioso, per essere credibile, non può prescindere dal contesto umano, sociale e politico in cui si sviluppa. Esso dunque, per essere vero, non può rimane segregato ad un livello intellettuale o spirituale staccato dalla realtà di indigenza e di ingiustizia in cui versano i fratelli tra i quali si opera.

Il dialogo interreligioso va inteso come “dialogo d'azione” e “dialogo di vita” che si sviluppa in luoghi concreti, affrontando realtà concrete, per gente molto concreta. Si chiama “dialogo interreligioso”, ma è prima di tutto un cammino di “etica globale” e di “responsabilità globale”. Il mondo può conseguire più pace e giustizia solo se le diverse comunità religiose riusciranno ad accordarsi nel riconoscere una base minimale di valori, norme, principi fondamentali e ideali condivisi. In questa prospettiva, “dialogo” è anche lavorare affinché le religioni del mondo, invece di disegnare linee divisorie fra loro, affermino il proprio impegno nella linea di una giustizia più completa, una pace più profonda e una relazione più sostenibile dell'ecosistema.

3. Un nuovo stile di servizio missionario

Come cambia il mondo e la società così cambia anche la Chiesa. L'egemonia monolitica dell'Occidente comincia a sgretolarsi. Il cammino della Chiesa postconciliare ha favorito un certo pluralismo ecclesiale: le Chiese particolari di America, Africa, Asia e Oceania hanno acquistato progressivamente maggior peso nel determinare le linee della fede, del magistero e del governo nella Chiesa. Questa avverte la chiamata alla mondialità, al pluralismo culturale, alla diversificazione nelle sue espressioni teologiche, liturgiche e caritative.

A noi come missionari viene chiesto di annunciare il vangelo in linea con questa prospettiva. Il nostro stile di evangelizzazione deve assumere pertanto il volto del dialogo, dell'inserimento e dell’inculturazione della Buona Notizia. E il terreno su cui esprimiamo il nostro servizio deve comprendere la scelta dei poveri, la lotta per la giustizia e la pace, la difesa delle culture e il rispetto per l’integrità del creato. Vogliamo rinunciare alla cultura “dell'avversario” per fare spazio alla “cultura dell'altro”: il fratello da conoscere, rispettare, accogliere e amare.

Tutti noi, come membri vivi del Corpo di Cristo, che è la Chiesa, e in particolare come missionari, viviamo intensamente la realtà del cambiamento in atto. Missionari del nostro tempo, condividiamo le contraddizioni della transizione epocale. Quale spazio avrà la Chiesa in una società multiculturale e pluri religiosa, ora che, finita per sempre la stagione della “cristianità “, si ritrova povera e priva di appoggi, né può più contare su privilegi e “ partiti cattolici” che ne garantiscono i diritti?

Dalla lettura dei segni dei tempi dobbiamo concludere che la Chiesa oggi si trova in stato di purificazione. La Chiesa è chiamata ad essere “lievito”, la forza del lievito non sta nella quantità, nel denaro, nel favore dei potenti, nei privilegi, nei concordati. La forza del Vangelo sono i poveri e la povertà della Chiesa: la Croce, la Parola di Dio, la santità dei suoi figli.

In questi ultimi anni le espressioni religiose del cattolicesimo si sono moltiplicate al punto che una Chiesa di comunione può sembrare irrealizzabile. Il pluralismo incontrollato suscita reazioni di segno opposto, spesso esagerate, che invocano un nuovo centralismo romano. La sfida consiste allora nel trovare il giusto equilibrio tra le esigenze di comunione e di convivialitá da una parte e il pluralismo culturale dall’altra.

Anche la spiritualità si evolve al passo con i tempi: si rendono necessari nuovi paradigmi che portino la spiritualità a superare i forti tratti di intimismo e alienazione dalla storia che l’hanno caratterizzata per lungo tempo. La nuova spiritualità, radicata nella vita di Gesù di Nazareth e nella Parola di Dio, proclamata, narrata e celebrata nella Chiesa, spinge il credente a condividere la vita e la sorte dei poveri, degli emarginati e degli oppressi. Una spiritualità che non segua questo percorso non è evangelica (cfr. VC 82).

4. La convivialità delle differenze

Il nostro Istituto, sotto la spinta del suo carisma missionario, espande la sua opera in nuove regioni del mondo. Riceviamo il dono di nuovi membri appartenenti a culture, razze e popoli diversi. In ciascuno di essi germina il carisma per opera dello Spirito, un carisma che assume le caratteristiche delle nuove culture. Ci troviamo così in un processo di fondazione permanente o rifondazione ad opera dello Spirito. Il fenomeno a volte genera conflitti, tensioni e critiche causate, in alcuni, dalla paura di perdere la propria identità e, in altri, dalla paura di interventi centralizzatori, basati su impressioni superficiali o informazioni parziali, in nome della comunione. Solo il tempo, la gradualità e il rispetto di ciò che è frammentario e provvisorio permetteranno di discernere con equilibrio. Solo allora apparirà “la grazia del Signore” in tutta la sua bellezza. L'unica cosa importante è “perseverare con cuore risoluto nel Signore” (At 11,24).

Conclusione

Di fronte alla complessità delle situazioni e all'ambiguità dei cambiamenti sorgono molte domande, ma poche e fragili sono le nostre risposte. Si rende necessario passare attraverso la crisi dell'imperfezione, della provvisorietà, delle incertezze, delle soluzioni parziali. L'importante è focalizzare adeguatamente le questioni vitali: “Caminante, no hay camino: se hace camino al andar” (Viandante, la via non è tracciata, la strada si fa camminando”. Buon cammino a tutti!

 

P. Stefano Camerlengo
  Vice Superiore Generale

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Nell’attesa della sua venuta

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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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