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A. VALORI DELLA NOSTRA TRADIZIONE
Nel proporci la via della Missione ad gentes, il Beato Giuseppe Allamano ha indicato forme e modi di vita e di apostolato che gli stavano particolarmente a cuore. Anche se tutta la vita spirituale, la formazione e l’apostolato prendono ispirazione dalla Missione e a essa sono orientati, alcuni atteggiamenti meritano speciale attenzione, perché proposte dal Fondatore come parte del suo “spirito” e del modo di essere Missionari della Consolata.. Con essi, egli e i primi Missionari hanno posto le fondamenta di uno stile di vita e di un metodo missionario ancora valido e caratterizzante, anche se si è evoluto e diversificato nel tempo e nell’espansione nei vari continenti. Conservare e sviluppare queste intuizioni originarie accresce l’identificazione con l’Istituto, dà efficacia e originalità al nostro servizio missionario, ci rende propositivi nelle Chiese.
1. COMUNITÀ APOSTOLICA
L’ispirazione
Per il Fondatore, la Missione è affidata a una “comunità apostolica”, che include tutti gli agenti della pastorale. Il suo “progetto missionario” procede sulla strada maestra della comunione tra coloro che sono impegnati nelle varie attività. Di qui la necessità di discernere insieme la realtà, programmare il da farsi e verificarne l’attuazione. La Missione dell’Istituto si qualifica, agli occhi del Fondatore, per “l’unità d’intenti”: espressione operativa dello spirito di famiglia. È il fondamento del metodo missionario da lui voluto. Questa direttiva si è calata nelle Costituzioni che dicono: «Vogliamo distinguerci per la capacità di lavorare nell’apostolato in spirito di comunione e corresponsabilità tra noi e con le altre forze pastorali, avendo come punto di riferimento il piano e i criteri operativi della Chiesa locale. L’impegno pastorale deve essere oggetto di discernimento, programmazione e verifica comunitaria» (74). Questa comunione si estende alle Missionarie della Consolata, ai laici IMC, agli aggregati, ai collaboratori, catechisti, membri più sensibili e attivi delle comunità cristiane. Anzi, appena queste sorgono, si devono coinvolgere nell’annuncio, nella testimonianza e nelle varie attività pastorali. Così, comunione e Missione «sono profondamente congiunte tra loro, si compenetrano e si implicano a vicenda, al punto che la comunione rappresenta la sorgente e insieme il frutto della Missione: la comunione è missionaria e la Missione è per la comunione» (Christifideles laici, 32).
La realtà
L’influsso di tendenze individualistiche fortemente presenti nel nostro tempo, ha toccato anche noi. A ciò si aggiungono altri fattori che rendono difficile la realizzazione di una vera comunione. L’Istituto ha cercato di reagire e porvi rimedio in vari modi, in particolare con la proposta di formulare il Progetto Comunitario di Vita (cf. CM 727?741). Con onestà riconosciamo che il suo impatto sulla vita dell’Istituto e sulla nostra attività apostolica non è stato rilevante. Troppi Missionari seguono il proprio progetto senza alcun riferimento a quello comunitario. Tuttavia, persone ed elementi di comunione esistono. In alcune comunità ci si incontra per pianificare e valutare assieme, elaborare il PCV, stabilire forme di collaborazione. A volte, troviamo difficoltà a collaborare con le Chiese che abbiamo contribuito a fondare e con altre dove esercitiamo un ministero specifico, con le Missionarie della Consolata e gli altri agenti pastorali. Se viene a mancare l’intesa e il coordinamento, ci si allontana dallo stile degli inizi della nostra storia, quando il confronto serale era metodo ordinario di Missione.
Proposte operative
Il Missionario § Il Capitolo sente la necessità di un rinnovamento in profondità del nostro stile di vita e della metodologia missionaria. Invita ogni Missionario a rivedere il suo modo di “stare in comunità” e di “fare Missione”, aprendosi con generosità e senza timore alle novità e sfide di oggi, come frutto dell’azione dello Spirito.
La comunità § Ogni comunità apostolica, con il coinvolgimento delle forze che lavorano nella pastorale, all’inizio delle attività annuali si riservi un conveniente spazio di tempo per la elaborazione del progetto missionario di evangelizzazione e pastorale, tenendo conto del nostro stile di fare Missione e delle direttive della Chiesa locale. § A motivo della mobilità che ci caratterizza, per assicurare la continuità e coerenza nel lavoro e nelle presenze, il Superiore locale, oltre al diario della casa, tenga aggiornati archivi e schedari con appunti e studi sull’ambiente e sul lavoro, considerazioni e valutazioni sulle varie attività e iniziative, la distribuzione delle responsabilità, la collaborazione con persone e organismi locali e ogni altra documentazione utile.
2. LAICI MISSIONARI
L’ispirazione
Fin dalle prime spedizioni nel Kikuyu, Giuseppe Allamano inviò sacerdoti, fratelli e suore. Assunse laici stipendiati e usò mediazioni politiche ed economiche a servizio della Missione. Nel nostro tempo, è maturata una visione teologica che ha fatto comprendere l’appartenenza della chiamata-invio alla Missione a ogni battezzato e comunità cristiana. «I fedeli laici, proprio perché membri della Chiesa, hanno la vocazione e la Missione di essere annunciatori del Vangelo: per quest’opera sono abilitati e impegnati dai sacramenti dell’iniziazione cristiana e dai doni dello Spirito Santo» (Christifideles laici, 33). La dignità battesimale dà il “diritto-dovere” di «impegnarsi, sia come singoli, sia riuniti in associazioni, perché l’annunzio della salvezza sia conosciuto e accolto da ogni uomo, in ogni luogo; tale obbligo li vincola ancora di più in quelle situazioni in cui gli uomini non possono ascoltare il Vangelo e conoscere Gesù se non per mezzo loro» (RM 71). La vocazione laicale non risponde a una moda del momento, ma a una visione più completa della teologia e dell’ecclesiologia. I laici sono veri agenti di pastorale e di Missione, per vocazione, e non soltanto “tecnici” a suo servizio. Questa rinata coscienza della responsabilità dei laici ha fatto sorgere molte forme di impegno laicale per la Missione. Esistono associazioni di laici orientati a un servizio temporaneo o permanente nei Paesi di Missione; altri sono inviati direttamente dalle diocesi mediante accordi con i vescovi di destinazione; altri si aggregano agli Istituti missionari o aventi missioni. Tra questi, sono da segnalare coloro che, avendo frequentato la formazione in un Istituto, desiderano partecipare più direttamente al suo carisma e spirito, con qualche forma di inserimento e di responsabilità riconosciuta. Ciò vale anche per la partecipazione all’animazione missionaria e vocazionale in patria, specialmente da parte di chi ha fatto qualche esperienza di Missione all’estero. Questi sviluppi e le sollecitazioni esistenti evidenziano un segno dei tempi, a cui l’Istituto deve farsi attento. Altrimenti, trascurerebbe un vero servizio missionario e si priverebbe di preziose potenzialità da mettere a disposizione della Missione. La presenza di laici esalta il valore della testimonianza, rafforza la capacità di collaborazione e di vivere la Missione nella comunione e nella complementarità, è un aiuto contro la solitudine e l’individualismo pastorale. Per laico missionario IMC il Capitolo intende una persona che, motivata dal desiderio di rispondere alla chiamata di Cristo, fa della Missione una scelta di vita, partecipa per alcuni anni al progetto di Missione dell’Istituto, in patria o all’estero, ispirandosi alla sua spiritualità.
La realtà
Nell’Istituto vi sono state aperture alla collaborazione dei laici, provenienti dal nord del mondo come dai Paesi di Missione. Essi sono ancora presenti in varie Regioni. Dopo il Capitolo Generale del 1987, la Direzione Generale pubblicò uno statuto apposito sui Laici Missionari IMC. Della sua attuazione furono incaricate le circoscrizioni. In genere, la collaborazione tra i laici e l’Istituto è stata buona, tanto in campo professionale come pastorale e di vita comunitaria in ciò che è possibile. Si sono anche rivelati degli inconvenienti: scelta dei candidati non sufficientemente oculata, difficoltà a trovare comunità disposte ad accoglierli, mancanza di formazione sufficiente per un servizio idoneo, insufficiente definizione del progetto e del programma di lavoro. Vi sono state varie iniziative nelle circoscrizioni, alcune ancora esistenti, altre finite. Nella maggioranza dei casi si è cercato di integrare i laici nelle nostre strutture e attività, cosa che presenta delle perplessità. Manca ancora una scelta operativa precisa, un programma chiaro, un vero statuto, per rispondere alle richieste che provengono soprattutto da coloro che hanno fatto un cammino spirituale e missionario nei nostri centri e desiderano condividere con noi la Missione secondo il nostro spirito. In alcune circoscrizioni sono stati elaborati programmi di formazione che mirano alla maturazione umana, a formare personalità forti, capaci di sostenersi nel lavoro missionario e di integrarsi nelle realtà della Missione. In altre vi sono situazioni e tentativi diversi. Passi significativi non sono ancora stati fatti in Africa, mentre l’esortazione post-sinodale, Ecclesia in Africa, li auspica.
Proposte operative
Missionari e comunità § L’Istituto sceglie di condividere con i laici la sua Missione come forma di evangelizzazione. È necessario un cambiamento di mentalità per comprendere e valorizzare il loro ruolo, saper dialogare, accettare di lavorare con loro, rispettandone l’apporto specifico. § Le comunità di Missione, nella programmazione delle loro attività, diano spazio ai missionari laici, senza che questo diminuisca, anzi accresca, l’attenzione alla promozione e valorizzazione del laicato locale, particolarmente in Africa e America Latina.
Le circoscrizioni § Per la collaborazione o inserimento di laici nell’attività missionaria dell’Istituto si seguano per ora le indicazioni date nel documento Laici Missionari IMC e la forma sperimentata dell’aggregazione. § Le conferenze di circoscrizione prevedano in quali impegni concreti possono essere inseriti laici missionari. § Le Direzioni di circoscrizione che inviano e quelle che ricevono i laici provvedano a una loro adeguata preparazione. Nel periodo previo all’invio, essa riguardi la lingua, la cultura, la situazione sociale e politica del Paese di destinazione, ma anche la teologia della Missione, la spiritualità, la conoscenza dell’Istituto, del suo spirito e del suo stile di vita e apostolato. La circoscrizione che accoglie, provveda a introdurre il laico nella situazione culturale, sociale, politica, ecclesiale del Paese, e nei programmi e criteri di lavoro dell’Istituto § L’esperienza di chi ritorna da un servizio missionario sia valorizzata, come pure la cooperazione di chi non può lasciare il suo Paese, con il coinvolgimento nelle attività dell’Istituto, specialmente l’animazione missionaria.
La Direzione Generale § A livello generale, un incaricato segua direttamente e coordini il settore dei laici. Sensibilizzi i Missionari sulla necessità di allargare la nostra capacità di collaborazione con loro, contatti le circoscrizioni per conoscere le loro necessità e le possibilità concrete di inserimento dei laici, assicurandosi che sul campo di lavoro vi sia un Missionario che si curi delle loro necessità spirituali e materiali. § Prima della Consulta, la Direzione Generale organizzi un convegno dei laici che hanno avuto o stanno facendo esperienze di Missione con noi, e di quanti vi si preparano, per valutare il cammino compiuto e avere osservazioni e proposte per la preparazione dello statuto sui laici. I risultati del convegno verranno presentati alla Consulta. § La Direzione Generale, dopo le indicazioni della Consulta, in collaborazione con rappresentanti dei laici, elabori un apposito Statuto. In esso si delinei il progetto dell’Istituto sui laici, il modo di attuare il coordinamento e la collaborazione tra le circoscrizioni, le forme di organizzazione. Si stabiliscano, inoltre, criteri di discernimento e formazione, caratteristiche di idoneità al lavoro e alle necessità di Missione: disponibilità, equilibrio, motivazioni, professionalità specifica. Il servizio del laico può essere anche di carattere pastorale. Infatti, il valore del laicato cristiano in Missione è dato dalla testimonianza, che li distingue da altre forme laicali di cooperazione o promozione umana.
3. MEZZI DELLA COMUNICAZIONE SOCIALE
L’ispirazione
Il Beato Giuseppe Allamano è considerato, per il suo tempo, un precursore dei mezzi di comunicazione sociale a servizio della pastorale e dell’evangelizzazione. La sua sensibilità a questo proposito è anticipatrice. Quando ancora non era ipotizzabile lo sviluppo dell’era mediatica, aveva avvertito l’urgenza di ricorrere agli strumenti di allora per formare l’opinione pubblica, informare, assicurare la presenza del pensiero cattolico nella società. In Torino ebbe una funzione provvidenziale e decisiva per la fondazione e la permanenza in vita del giornale cattolico. Incoraggiò con la sua autorità morale chi si impegnava in questo campo, ancora nuovo. Con il can. Giacomo Camisassa, intelligente e dinamico realizzatore delle sue iniziative, avviò la pubblicazione della rivista La Consolata, con la duplice funzione di diffondere la devozione mariana e coinvolgere i devoti della Consolata e una cerchia sempre più vasta di persone nell’impresa dei suoi Missionari in Africa. Fece pubblicare sussidi e cartoline a soggetto missionario, incoraggiò l’impiego dei mezzi visivi nelle conferenze, insistette perché dalle missioni all’Italia vi fosse sempre un canale aperto di informazioni. Ai Missionari non cessò di raccomandare a più riprese di usare carta, penna, macchina fotografica per inviare notizie, documentare eventi e luoghi, dando indicazioni che lo rivelano sensibile all’argomento: «vi basti ricordare ciò che ordinariamente fanno le cronache dei giornali e le minute descrizioni che sogliono dare dei fatti che succedono; quindi, saper scegliere le notizie, soffermandosi sulle cose che sono più originali e un po’ interessanti», sulle «abitudini e le idee degli indigeni…, le vostre relazioni con essi…, in quale modo accolgono le vostre parole, quale impressione fanno su di essi; le loro conversazioni, i loro detti» (Lettera ai Missionari del Kenya, 6 gennaio 1905). Nei primi anni del lavoro missionario, la comunicazione ha avuto una priorità nell’evangelizzazione, attraverso l’incontro con la gente nella visita sistematica ai villaggi. Poi, il Beato Allamano e il Camisassa impiantarono tipografie in Italia e in Kenya, da cui sono uscite molte pubblicazioni, in particolare il giornale Wathiomo Mukinyu, per lunghi anni edito dai Missionari della Consolata di Nyeri. L’utilizzazione dei media è essenziale all’evangelizzazione: «per un più efficace annuncio del Vangelo e approfondimento della fede» (cf. Dir. Gen. 75.2); per la formazione cristiana, la promozione umana nei suoi vari aspetti, l’animazione missionaria e vocazionale, nella quale «l’Istituto valorizza i mezzi di comunicazione sociale in modo adeguato, dignitoso e aderente alla realtà» (Cost. 85). All’approssimarsi della nuova era, la comunicazione sociale prende un’importanza decisiva in ogni parte del mondo: «Per molti, i mezzi di comunicazione sono il principale strumento formativo e informativo e servono da guida e da ispirazione per i loro comportamenti individuali, familiari e sociali», dice la Redemptoris Missio, che presenta il mondo della comunicazione come «il primo areopago del tempo moderno» (n. 37). Ciò che gli uomini e le donne del nostro tempo sanno e pensano è in gran parte condizionato dai media; per molte persone la realtà corrisponde a ciò che essi presentano (cf. Istr. Aetatis novae, nn. 2 e 4).
La realtà
Nelle circoscrizioni dell’Istituto vengono pubblicate complessivamente undici riviste, che sono i nostri mezzi più significativi di informazione e formazione missionaria e di evangelizzazione. Sono generalmente apprezzate e ben accolte nelle Chiese locali. Quelle dell’Europa e Nord America hanno una buona diffusione, mentre altrove il numero ridotto di abbonati richiede un consistente sostegno finanziario della Direzione Generale. Nelle circoscrizioni dell’Africa, solamente il Kenya ha una rivista. Poche circoscrizioni pubblicano e diffondono libri di un certo rilievo. Invece, in varie parti sono state avviate e sono gestite dai nostri Missionari radio locali, mentre è limitato l’impegno nelle televisioni e nella divulgazione di informazione e notizie attraverso le maggiori reti radiotelevisive e giornalistiche. Il settore degli audiovisivi ha pure avuto un certo sviluppo, ma ha poi incontrato grandi difficoltà a continuare nella produzione, perché richiede pesanti investimenti, attrezzature sofisticate e in continua evoluzione, specializzazione tecnica, mentre la diffusione è piuttosto limitata. Anche per le riviste e le pubblicazioni, scarsa è la nostra capacità di inserimento nei circuiti della pubblicità e nell’utilizzo delle tecniche e dei mezzi di diffusione. La Direzione Generale e quelle di circoscrizione hanno trovato difficoltà a fornire il personale preparato per la direzione e redazione delle riviste e la stampa in genere. Ancora scarsamente utilizzato è l’apporto di professionisti laici, anche per l’aggravio finanziario che comporta. Un certo avvio ha preso, dove è possibile, l’uso dell’informatica, di siti Internet e home-pages.
Proposte operative
Le circoscrizioni § Le Direzioni di circoscrizione: - cerchino di individuare le persone che, dopo aver avuto una congrua esperienza missionaria, possono essere immesse in questo particolare servizio. In accordo, e con l’aiuto della Direzione Generale, siano preparate adeguatamente; - specialmente in occasione delle Conferenze, facciano uno studio e un piano concreto per la valorizzazione più ampia dei mezzi di comunicazione sociale nell’evangelizzazione e nell’animazione missionaria. Investano personale e mezzi finanziari in questo settore, si avvalgano il più possibile della collaborazione dei laici e di altre forze missionarie. § In sintonia con l’evoluzione della tecnica, in questo campo altamente innovativa, si usufruisca delle opportunità che essa offre, per via telematica e siti Internet, per allargare la conoscenza dell’Istituto e della sua Missione, informare sugli eventi che toccano i Missionari e sulla situazione religiosa, sociale, economica, politica dei Paesi e delle Chiese. Tali interventi avvengano all’interno della circoscrizione e anche in ambito internazionale, tramite agenzie o canali appositi. § Rientra nei compiti dei redattori delle riviste comunicare notizie e informazioni a giornali e agenzie, emittenti radiotelevisive. Dove non ci sono nostre redazioni, lo facciano i Superiori di circoscrizione o una persona da loro incaricata. § I Missionari si sentano impegnati a diffondere le riviste e pubblicazioni della circoscrizione e anche a scrivere essi stessi su eventi, situazioni, esperienze significative del luogo dove svolgono la loro attività missionaria.
La Direzione Generale § L’Ufficio Generale di animazione missionaria organizzi periodicamente un incontro dei responsabili delle riviste e di coloro che sono coinvolti nei mezzi della comunicazione, in collaborazione, possibilmente, con le Missionarie della Consolata. § In collegamento con le circoscrizioni o a livello continentale si studi la possibilità di coinvolgere le reti d’informazione per programmi su situazioni, eventi o progetti che interessano l’Istituto, la sua presenza e attività nelle varie parti del mondo.
B. ASPETTI DI ATTUALITÀ
La novità della Missione porta alla ribalta temi e metodi che, pur presenti in qualche modo nella tradizione missionaria anche del nostro Istituto, per la diversità di situazioni non hanno avuto grande sviluppo né ideologico né pratico. Essa fa crescere il bagaglio di concetti, metodi, comportamenti, a cui occorre educarsi.
1. INCULTURAZIONE
L’ispirazione
1. L’inculturazione è una delle maggiori esigenze della Missione, oggi. Nessuno dubita che il messaggio cristiano è aperto a tutte le culture, senza essere legato ad alcuna in particolare, e che lo si debba rendere accessibile a ogni essere umano mediante il cammino dell’inculturazione (cf. RM 52). Si deve entrare in dialogo con le culture per una comprensione più profonda, che apra la strada all’incontro connaturale con il Vangelo (cf. EN 20). È una sfida tanto complessa, nella teoria e nella pratica, da richiedere l’impegno di tutti i Missionari per trovare modi concreti di affrontarla. 2. La Evangelii Nuntiandi presenta l’incontro del Vangelo con le culture come parte costitutiva del dialogo della salvezza. Dio parla tutte le lingue e il suo Spirito soffia in tutti i gruppi umani. C’è del bello, del vero e del giusto in tutte le persone ed in tutte le culture. Il Capitolo del 1993 così si esprime: «Consideriamo la realtà esterna (persone, culture, eventi) come un luogo dove lo Spirito ci fa scoprire il nuovo della Missione, informando la nostra vita e attività» (44). Questa visione del dialogo interculturale come attività missionaria specifica, autonoma e completa è nuova nella Chiesa. Esso presuppone pure una comunione interiore con le proprie radici culturali e spirituali e un loro approfondimento. 3. Su questo tema non possiamo trovare riferimenti nell’insegnamento del Fondatore. Ma ci si può ben ispirare ai suoi criteri, che trovano sviluppo nel concetto odierno di inculturazione. Egli, nell’inviare in Kenya i Missionari e nel dare loro indicazioni di metodo, raccomanda di puntare soprattutto alla trasformazione dell’ambiente, condizione necessaria per una evangelizzazione efficace. Di qui viene anche la sua insistenza a guardare la realtà, farsi osservatori attenti delle situazioni, delle necessità, degli aspetti vari della cultura, degli usi e costumi locali. Questa attenzione, raccomandata dal Fondatore, è premessa all’inculturazione vera e propria. Anche i suoi primi passi, come il semplice adattamento, non possono avvenire senza conoscenza profonda dell’ambiente, della cultura, delle persone, che consente di agire nella pastorale con scelte, linguaggio e sensibilità adeguate. Ciò vale per tutti i Paesi del mondo. La vera inculturazione non si fa solo intellettualmente, ma con il cuore, acquisendo una sensibilità che si raggiunge nell’umiltà e nel rispetto. 4. L’inculturazione è un processo che è frutto di uno sforzo congiunto, anche se con ritmi diversi, di coloro che ricevono il Vangelo e del Missionario che si immette in realtà culturali diverse dalla propria. Si distribuisce su vari momenti, in alcuni dei quali il Missionario, pur straniero nei confronti delle culture in cui è inserito, ha un ruolo specifico: - nel primo incontro con il Vangelo, quando esso viene seminato e accolto; - nell’assimilazione, quando il Vangelo vissuto comincia a esprimersi con i segni della cultura in cui è stato annunciato; - nella trasformazione, quando il Vangelo comincia a essere fattore di cultura, purificandola, rigenerandola e ricapitolandola in Gesù Cristo Signore; - nell’apertura all’universalità, che induce la nuova comunità di fede e la cultura a rinnovarsi e oltrepassare le proprie frontiere, a vivere la cattolicità. Il Missionario è immesso in un processo di interazione tra la sua e le culture a cui è inviato. Egli non evangelizza le culture, ma uomini e donne in seno alla loro cultura, in un movimento che non può che essere assai lento, come tutti i cambiamenti culturali. Realtà sempre mutevoli, le culture esigono che la stessa inculturazione sia un processo permanente.
La realtà
Inculturazione del Vangelo Non sempre siamo mossi dal desiderio di metterlo in dialogo aperto con i valori delle culture. Parecchi assumono atteggiamenti critici verso la gente, gli usi e la cultura dove lavorano. Ancora oggi è facile incontrare chi se ne sente estraneo, anche dopo anni di permanenza nel posto. Ci vuole un atteggiamento di apertura e di avvicinamento alla gente, che a volte manca. Non sempre c’è lo sforzo di aprire le nostre case all’ospitalità; si preferisce la privacy o relazionarsi con i propri connazionali. Vi sono Missionari, anche zelanti, che senza opporsi all’idea dell’inculturazione, in pratica la considerano poco realista, un dispendio di tempo e di energie. Si fa strada la tendenza di rimettere questo compito alle Chiese o al ridotto numero di nostri Missionari locali. Oppure ci si mette in atteggiamento di aspettativa. Sembra si stia attenuando in noi, anche a causa dell’eccessiva mobilità, l’interesse profondo per la conoscenza della cultura di un popolo e le sue molteplici espressioni. A questo concorrono parecchi elementi: il processo di livellamento delle culture, una certa loro archeologizzazione, la rapidità dei cambiamenti culturali, la massificazione prodotta dai mezzi di comunicazione, l’ambiente delle grandi città che difficilmente rispetta le culture più tradizionali. Esistono pure un po’ ovunque tentativi di inculturazione degni di riguardo. Ciò che spaventa i Missionari è come attuarla. Ci si trova spesso in situazioni di insicurezza culturale: la globalizzazione investe anche le culture. Per questo, rientra nel processo di inculturazione il confronto con i contesti indicati all’inizio, specialmente quello culturale. Esso comporta che tutti, in qualunque parte si trovino, se ne rendano conto. Altro fenomeno aggravante è l’immigrazione nelle grandi periferie, che mette insieme gruppi di persone di culture diverse. Non si sa in quale direzione muoversi.
Inculturazione del carisma A questo riguardo, ci troviamo ad affrontare una serie di tensioni: tra la fedeltà creativa al Vangelo e al nostro carisma, e un autentico desiderio di vederli entrambi vissuti in maniera nuova e dinamica; tra il bisogno di unità per potersi ritrovare in una fede comune, la identificazione con l’unica nostra famiglia religiosa, e la molteplicità delle culture; fra l’esigenza di un sentimento profondo di accoglienza di ogni cultura, e l’altrettanto forte imperativo di non svendere i valori evangelici, da cui sgorgano in modo speciale quelli della vita consacrata.
Internazionalità A motivo della nostra internazionalità, la fatica dell’inculturazione non è limitata solamente alle culture tradizionali, indigene, o comunque lontane da quella originaria di ognuno. Ne è coinvolto anche il mondo occidentale e interroga chi vi è nato, come chi vi si inserisce per qualunque ragione, di studio, lavoro, apostolato. C’è pure una cultura moderna con la quale non siamo del tutto a nostro agio. Le incertezze davanti ai rapidi cambiamenti culturali, anche in Africa e in Asia, creano grandi perplessità. Specialmente quando comunichiamo coi giovani, i nostri concetti, le nostre parole, e perfino le nostre testimonianze percepiamo di non riuscire a comunicare, di parlare linguaggi diversi. Fatichiamo a ritrovare le vie della cultura moderna che consentano una efficace evangelizzazione dei neo-pagani, in essa sempre più numerosi.
Proposte operative
Coscienti che l’evangelizzazione non è possibile senza inculturazione, siamo impegnati a scoprire gli aspetti trascendenti delle culture, in cui si manifesta lo Spirito del Signore, presente ovunque. L’inculturazione non è a senso unico: interessa chi rimane nel proprio ambiente e chiunque va da un continente all’altro, e tutti in relazione al processo culturale che investe il mondo intero. Il Capitolo Generale ribadisce con forza che deve crescere l’interesse di ognuno per le molteplici sfaccettature che il tema della inculturazione comporta. Crede, pure, nella sua validità e necessità anche in relazione al carisma. Lo ritiene un argomento di fondamentale e vitale importanza, già previsto dalle stesse Costituzioni, secondo le quali: “situazioni ecclesiali, sociali e culturali diverse richiedono che l’Istituto sia aperto al rinnovamento, all’inculturazione, al pluralismo” (n. 6). Il processo di inculturazione parte dai valori carismatici che caratterizzano la nostra famiglia, trasmessi dal Fondatore e consacrati dalla nostra tradizione. Essi vanno espressi e vissuti in sintonia con le culture. Così, si arricchisce anche il carisma. Da queste convinzioni, scaturiscono proposte e impegni del Capitolo.
Il Missionario § Favorisca in ogni modo che la gente, specialmente nelle piccole comunità di base, si impossessi della Parola di Dio, la viva e la comunichi a altri: questa resta la via maestra alla inculturazione della fede. § Coltivi un atteggiamento di apertura e amicizia fra coloro a cui siamo inviati. Senza amici veri, non possiamo considerarci parte della gente e della cultura. Si metta in sincero ascolto della cultura in cui vive, con lo sforzo serio di capirla e amarla. § Partecipi con atteggiamento di rispetto e apertura agli incontri di teologia indigena organizzati periodicamente in vari contesti; accolga le proposte di formazione e condivisione di esperienze, promosse dalle équipe di pastorale indigena a carattere diocesano, regionale, nazionale. § I giovani in formazione siano aiutati a capire, rispettare e amare le culture per meglio rispondere, poi, ai bisogni della Missione. A questo scopo possono essere utili esperienze pastorali in ambienti culturali diversi da quello di origine e la conoscenza delle culture dei loro compagni di seminario.
Le circoscrizioni § Le circoscrizioni ritornino alla prassi, seguita fin dagli inizi delle nostre missioni, di dedicare tempo e impegno per apprendere lingua e cultura del paese. Ogni circoscrizione ne studi le modalità più opportune, con corsi, pubblicazioni, iniziative di formazione. Usufruiscano o creino strutture con altre istituzioni dove i nuovi arrivati siano aiutati a inculturarsi e a familiarizzarsi con i metodi pastorali del Paese. § Per favorire il processo di inculturazione, le Direzioni di circoscrizione cerchino di dare una certa stabilità di presenza alle persone della stessa area culturale; incoraggino alcune esperienze significative attuate dai nostri Missionari e da altri e le facciano conoscere mediante l’interscambio di notizie. Aiutino la Chiesa locale a farsi carico della inculturazione, preparando persone, motivando il clero locale, promuovendo studi e corsi di sensibilizzazione.
La Direzione Generale § Preveda il proseguimento della riflessione sull’inculturazione del carisma, già iniziato in Africa e America Latina e faccia conoscere i risultati e le proposte che ne scaturiscono. § Il Consigliere continentale, assieme ai Superiori di circoscrizione, formi una Commissione con rappresentanti di diverse culture per promuovere lo studio dell’inculturazione del carisma. § Si costituisca una Commissione centrale, formata dai presidenti delle Commissioni continentali e da rappresentanti della Direzione Generale, dei continenti e di diverse culture, allo scopo di preparare dei punti di riflessioni sull’argomento, da approfondire e discutere in un raduno intercontinentale. § Particolarmente in occasione degli incontri continentali e della Consulta, venga data relazione di quanto è stato fatto a questo riguardo.
2. DIALOGO INTERRELIGIOSO
L’ispirazione
“La Chiesa è dialogo”, insegnò Paulo VI nell’enciclica Ecclesiam Suam del 1964. «Il dialogo può essere compreso in vari modi. In primo luogo, a livello puramente umano, significa comunicazione reciproca per raggiungere un fine comune o, a un livello più profondo, una comunione interpersonale. In secondo luogo, il dialogo può essere considerato come un atteggiamento di rispetto e di amicizia, che penetra o dovrebbe penetrare in tutte le attività che costituiscono la Missione evangelizzatrice della Chiesa. Questo può essere – a ragione – lo spirito del dialogo» (Istr. Dialogo e Annuncio 9). Secondo la Redemptoris Missio: «Il dialogo interreligioso fa parte della Missione evangelizzatrice della Chiesa» (n. 55). Il Papa lo elenca tra le vie della Missione, che prevedono inoltre: la testimonianza, il primo annuncio, la conversione e il battesimo, la formazione di Chiese locali, le comunità ecclesiali di base, l’inculturazione, lo sviluppo e la liberazione, e finalmente l’esercizio della carità. «Inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la Missione ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è una espressione» (RM 55). Il dialogo interreligioso è entrato così, a pieno titolo, nell’ambito della Missione ad gentes, e non possiamo più esimerci dall’affrontare questo tema. Tanto più che siamo sempre in costante contatto, tormentato e difficile, con l’Islam in Africa; un po’ ovunque incontriamo le religioni tradizionali dei popoli e i nuovi movimenti religiosi. Abbiamo iniziato ad aprirci all’Asia, dove il dialogo interreligioso assume una particolare importanza. Le stesse considerazioni valgono nei riguardi delle religioni indigene dell’America che stanno percorrendo un cammino di elaborazione teologica, attenta alla vita quotidiana e al progetto storico dei rispettivi popoli. Nella Missione evangelizzatrice anche il dialogo ecumenico ha una importanza fondamentale, soprattutto per le persone che sperimentano lo scandalo di predicazioni concorrenti (cattoliche, protestanti, sette, ecc.) nella stessa regione. L’ecumenismo non è opzionale, fa parte dell’essere cristiano e della Missione (cf. AG 4).È necessario alla credibilità della Missione: «tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato!» (Gv. 17, 20-21). Le attività ecumeniche fanno dunque essenzialmente parte della Missione ecclesiale (cf. AG 4). Noi non consideriamo espressamente questo tema, perché ci rivolgiamo a ciò che sta diventando nuovo e specifico nella Missione oggi. Il dialogo autentico di idee, di vita e di cuore esige alcuni atteggiamenti fondamentali: - Una chiara identificazione con la propria fede, fondata su una esperienza vissuta di Dio. - Riconoscere e accogliere la verità presente nell’altro, come tutto ciò che di buono e santo c’è nelle religioni non cristiane, e impegnarsi, assieme, al servizio della verità e del bene. - Accettare un cambio sostanziale nel proprio modo di percepire l’esperienza religiosa. Non si può annunciare il Vangelo come se fuori di esso non vi fosse alcuna possibilità di verità e salvezza. Riconoscere, quindi, nell’altro una autentica ricerca di Dio e nella sua esperienza religiosa, la presenza dello Spirito di Dio e dei “semina Verbi”. Non ci può essere dialogo interreligioso se non tra due esperienze autentiche di Dio.
Nell’attuale contesto socio?religioso, specialmente dove si avverte un processo più vasto di secolarismo e di nuovi paganesimi, la comunione con quanti cercano Dio costituisce l’umile contributo che possiamo offrire all’umanità del nostro tempo: un forte valore contro ogni forma di impoverimento, degradazione, fanatismo e intolleranza.
La realtà
Nella storia dell’Istituto non vi è una vera tradizione di dialogo interreligioso, neppure con le religioni tradizionali che abbiamo incontrato in Africa o America Latina. Nei confronti degli “altri”, le valutazioni e opinioni negative e pessimistiche spesso prevalgono. Abbiamo a lungo vissuto il conflitto con le altre confessioni cristiane e una sensibilità ecumenica non è ancora a tutti familiare. È anche vero che il dialogo appare particolarmente difficile con sette e movimenti religiosi, ma non ci si può limitare a combatterli o ignorarli. Il dialogo interreligioso suppone anche una nuova teologia alla quale molti di noi non sono preparati. D’altra parte, una certa sensibilità per il tema del dialogo interreligioso si sta facendo strada nell’Istituto. Dopo varie esperienze, la giovane Delegazione della Corea si sta introducendo sulla via del dialogo con le grandi religioni asiatiche. L’intuizione di allargare gli orizzonti della nostra Missione all’Asia apre a noi una nuova strada per la Missione del futuro. Soltanto di recente qualche Regione dell’Africa ha pensato di avviare Missionari a specializzarsi sull’Islam. Oggi si sente il bisogno di approfondire il significato teologico e pastorale del dialogo, non come alternativa o mortificazione all’annuncio del Vangelo, ma per vedere in esso un altro volto dell’ad gentes. Riteniamo urgente impegnarci su questa strada, anche se ci sentiamo non sufficientemente preparati.
Proposte operative
Il Missionario § Ogni Missionario assuma il dialogo interreligioso come volto, attività e metodo nuovo della Missione oggi. § Si formi al dialogo e agli atteggiamenti necessari per praticarlo. Bandisca ogni atteggiamento di autosufficienza, chiusura, intolleranza ideologica, fondamentalismo, ponendosi, invece, in stato di conversione per vivere la propria fede in profondità e con convinzione. Educhi la gente a rispettare le religioni. § Con i laici delle comunità, adotti le forme possibili di incontro e collaborazione nella vita quotidiana, condividendo con le altre religioni l’impegno per la realizzazione di progetti di promozione e sviluppo, alla luce dei valori comuni di solidarietà, giustizia e pace.
Le circoscrizioni § Le Direzioni e le Conferenze di circoscrizioni promuovano la sensibilizzazione sul valore del dialogo interreligioso ed ecumenico e favoriscano la partecipazione e il sostegno a iniziative di carattere teologico e pratico. Consentano che sorgano forme di attività missionaria dedite più specificamente al dialogo § In accordo con la Direzione Generale, specializzino qualche Missionario sul tema del dialogo con le religioni e i movimenti spirituali per le aree in cui operiamo. § In America Latina: ci sia un coordinamento a carattere continentale tra chi lavora più direttamente con le minoranze etniche e un approfondimento nello studio delle religioni indigene e afro. § In Africa: si studi la possibilità di aprire una presenza specifica di dialogo fra i musulmani in una delle nostre circoscrizioni. § In Asia: la nuova apertura programmata dia priorità al dialogo interreligioso. § In Nord America e Europa: nelle presenze e nel lavoro di animazione venga prestata particolare attenzione ai nuovi fermenti religiosi.
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