 Per noi oggi é facile dire che la missione di Gesù è stata quella di salvare il mondo e accettare “teoricamente”la sua Passione e Morte per realizzarla. Non è stato per nulla facile convincere gli Apostoli, che sebbene aspettassero con ansia la venuta del Messia, erano influenzati da sentimenti più politici che religiosi. L’idea del Messia era collegata alla liberazione dalla schiavitù romana. Gesù vuole purificare quest’idea e orientare i suoi Apostoli verso una concezione giusta della sua missione universale di salvezza.
1) “TU SEI IL CRISTO…” (Mc. 8, 29). E’ in questa linea che dobbiamo vedere la domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me”? La gente ha ancora di Gesù una percezione molto vaga, lo considera come uno che continua la predicazione, a volte focosa, del Profeta Elia o di Giovanni Battista.
A Gesù però non interessa tanto il parere della gente, anche se distorto, Lui vuole che i “suoi”, quelli che poi avrebbero dovuto continuare la sua missione, abbiano le idee chiare. “Ma voi, chi dite che io sia”? La risposta di Pietro non si fa attendere. “Tu sei il Messia”, dice. Si tratta però di una risposta ancora ben lontana da una vera professione di fede. Egli è il Messia, un Messia che avrebbe dovuto prendere in mano le sorti del paese, mettersi a capo di un grande esercito e cacciare finalmente i Romani.
2) “IL FIGLIO DELL’UOMO DEVE MOLTO SOFFRIRE” (Mc. 8, 31). Gesù in fondo accetta anche questa risposta di Pietro. Ancora non avrebbe potuto andare più in là. Con pazienza inizia a catechizzare i suoi Apostoli. Egli è il Messia, però non come la pensavano loro. Egli è venuto a liberare il popolo di Israele e tutti i popoli della terra, però non con le armi, come pensavano loro e la gente in generale, bensì con la sofferenza e la croce, che gli avrebbero inflitto le autorità giudaiche. Questo è troppo. Pietro non ci sta. Si scandalizza. Questo non è possibile. Il rimprovero di Gesù è severissimo. Pietro è come Stana, perché “non pensa come Dio, ma come gli uomini”. Sì! Anche per noi la sofferenza è scandalosa: non vogliamo sentire pronunciare questa parola. In una società godereccia come la nostra non si vuol sentire parlare di sofferenza , e addirittura si cerca di eliminare qualsiasi segno che ci possa ricordare che la sofferenza e la croce sono parte essenziale della nostra esistenza. Per quanto noi facciamo, avremo sempre a che fare con il dolore, la sofferenza, la croce, per cui Gesù ci invita ad accoglierla e caricarla serenamente dietro di Lui affinché sia benefica per chi la porta e per gli altri: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
3) ”HO PRESENTATO IL DORSO AI FLAGELLATORI” (Is.50, 6). Certamente se Pietro si fosse ricordato del passo del Profeta Isaia, se lo avesse letto nella prima lettura, non si sarebbe scandalizzato e si sarebbe risparmiato quel rimprovero di Gesù. Isaia infatti ci presenta il Servo che soffre, disprezzato e oltraggiato, trattato come un buffone. Disprezzo che assume toni drammatici e diventa aggressivo negli sputi e nello strappo della barba. E’ l’immagine di Gesù che affronta il giudizio degli uomini mettendo tutta la sua fiducia in Dio. E’ una fedeltà totale a Dio quella del Servo che soffre, come quella di Gesù, come quella dei Profeti, dei martiri e di tanti cristiani che anche oggi muoiono per Gesù. E’ molto facile dirsi discepoli di Gesù quando tutto va bene, nei momenti di gloria, quando tutto va secondo quello che ci piace o che vogliamo noi. E’ tutt’altra cosa restare fedeli negli impegni, nei principi e nelle convinzioni quando c’è da lottare , c’è da remare contro corrente e invece di ricevere applausi, riceviamo fischi di burla e derisione per le nostre scelte e per difendere i valori e il nostro impegno di fede, oggi sempre più ridicolizzati e banalizzati dalle nuove mode culturali e politiche.
O Signore, fa’ che non ci lasciamo condizionare da questo mondo, ma costi quel che costi, restiamo fedeli alla missione che ci hai affidato.
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