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FRATEL POGGIO VITTORIO 1942 - 1999 PDF Stampa E-mail
Scritto da p. Giano Benedetti   
Nacque il 26 luglio 1942 a Genova, da Giuseppe e Valle Annunziata. Il padre e la madre, ben presto muoiono a causa di un incidente bellico e rimane solo con un fratello più grande. Frequenta le elementari presso il Collegio S. Pio X di Genova e poi la scuola di Avviamento Professionale conseguendo il diploma. Nel 1959 entra nell'Istituto, come aspirante coadiutore, nella Casa di Alpignano, nel '60 inizia il noviziato alla Certosa di Pesio. Nel 1963 ottiene la licenza della scuola di Avviamento Professionale e nel '64 il diploma di Aggiustatore Meccanico.

 

 

Le relazioni dei formatori, in questi anni, in genere sono favorevoli, mettendo in evidenza la fedeltà, la docilità e la sua laboriosità, tutte qualità che fanno ben sperare per il futuro. Non si nasconde tuttavia anche una certa "esuberanza" e originalità, a volte, nel suo comportamento.

 

 

Nel 1964 fr. Vittorio si consacra al Signore con la professione perpetua e parte per l'Inghilterra per prepararsi, con lo studio della lingua, al suo futuro lavoro in Kenya. L'anno successivo raggiunge l'Africa e viene destinato al lavoro in fattoria nella diocesi di Marsabit. L'esperienza termina due anni dopo, all'inizio del 1967, a causa dei problemi di salute mentale che da questo momento affliggeranno fr. Vittorio per tutta la sua vita.

 

 

Lui stesso, scrivendo a p. Chiomio, nel 1969, parla con semplicità e senza nascondere nulla della sua esperienza: «… penso nelle fattorie che pur erano un bell'ambiente e dove conobbi, nei molti viaggi che feci, tanta bravissima gente. Dopo un anno, il nuovo superiore regionale di allora, p. Motter, che non mi conosceva molto bene, si fidò a mandarmi nella diocesi di Marsabit, a Maralal con p. Rosano, poi a Wamba con il p. Ronchi e poi ebbi la mansione di accompagnare l'autista kenyota che portava rifornimenti, viveri e materiali per le varie missioni della nuova diocesi di Marsabit.

 

 

In poche parole, anche perché non ero abituato a soffrire un poco o, come si dice, "a stringere i denti", feci un mezzo fallimento e anche con la complicità di una grave forma malarica o di un colpo di sole, fui rimpatriato».

 

 

Fr. Vittorio, in Italia, trascorre un periodo in casa di cura, poi in Casa Madre, quindi a Bedizzole e a Bevera. Nel '69 è a Rosignano «dove mi trovo molto bene, prego, lavoro, mangio, gioco e sto allegro. Mi pare che tutti, dai più piccoli ai più grandi mi vedano con simpatia e comprensione e di cuore ringrazio la SS.ma Consolata… Non faccio nessun programma per l'avvenire, ma certo che sarei molto contento se il Padre Fondatore mi ottenesse la grazia di poter, con il tempo, ripartire più maturo e posato per le missioni» (Lettera a p. Chimio 14.12.'69).

 

 

Da Rosignano a Varallo Sesia dove si ferma fino al '71. Scrivendo a p. Francesco Pavese, superiore regionale, dice: «… grazie a Dio godo indegnamente la benevolenza dei confratelli di qui. Fra tutti per il fr. Sammarini: mi è molto vicino specie sul lavoro e mi è pure prodigo di sincero aiuto fraterno e consiglio. Mi tengo occupato in svariati servizi e lavoretti così il tempo mi passa meglio».

 

 

Dal 1971 al 1978 fr. Vittorio è nella Casa Madre di Torino dove gli alti e bassi si alternano tra periodi di relativa stabilità in cui si dedica ai vari servizi della casa e periodi di crisi in cui deve essere ricoverato in casa di cura.

 

 

Nel 1979 viene trasferito nella Casa di Alpignano. La malattia segue il suo corso tra momenti di lucidità e momenti di grave depressione. Nel 1981, scrivendo a p. Mario Bianchi, Superiore Generale, dice: «La Provvidenza mi ha portato ad Alpignano, nella casa di riposo dell'Istituto… Pur essendo malato, in questa casa ho occasione di realizzarmi in pieno e sento che vivrò a lungo e avrò occasione di fare molto bene ai carissimi confratelli anziani e ammalati».

 

 

Poco a poco la sua vita diviene un vero calvario e ha bisogno di continua assistenza. Nell'ultimo anno di lui si cura in particolare p. Silva Mario, che ci lascia, all'improvviso l'8 aprile. Fr. Vittorio, che a lui si era affezionato, partecipa alle esequie ed esprime a voce alta il suo dolore.

 

 

Martedì, 20 aprile, nella notte viene urgentemente ricoverato a Rivoli in stato comatoso e trasferito in camera di rianimazione, ad Asti, tre giorni dopo. Qui viene visitato quasi giornalmente dai confratelli. Il 10 maggio rientra all'ospedale di Rivoli e, senza riprendere mai conoscenza, il 23 maggio, giorno di Pentecoste, raggiunge la Casa del Padre. Aveva 57 anni di cui 38 di professione religiosa e missionaria.

 

 

Il 25 la salma viene trasferita nella Casa beato Giuseppe Allamano dove si svolgono le esequie, presiedute da p. Antonello Rossi, in rappresentanza del superiore regionale. Partecipano una trentina di confratelli e consorelle delle case di Torino, Bevera, Venaria e Alpignano oltre a numerosi parenti, amici e al personale della casa.

 

 

La redazione del Da Casa Madre

 

 

 

 

TESTIMONIANZE

 

 

Omelia funebre di p. Giovanni Genta

 

 

Sarebbe bello poter dare una sbirciatina al di là del confine terreno che dà sul Paradiso e scoprire cosa sta facendo fr. Vittorio ora che ha preso il posto preparatogli da Gesù come promessa registrata dal vangelo. Forse passeggia meravigliato con p. Silva nei giardini del Paradiso, oppure dà spettacolo con canti, poesie e capriole come faceva quaggiù in terra.

 

 

Il desiderio di soddisfare questa curiosità resta deluso, ma dentro sentiamo e sento che vi è già arrivato. Gesù per salvarci ha sofferto la passione e la morte e se niente entra in Paradiso che non sia stato purificato, fr. Vittorio si è purificato con tanta sofferenza, sia da quella proveniente dalla vita, che fu tutta martirio per la sua malattia, sia da quella che lui si imponeva, e noi ne siamo testimoni, per concludere con le tre settimane di coma con tutte le intubazioni che lo torturavano.

 

 

La Provvidenza, attraverso l'ubbidienza, mi ha dato la possibilità di accompagnare parecchi confratelli nell'ultimo tratto di strada che porta al traguardo finale. Tutti mi hanno lasciato ricordi belli spiritualmente e di alta ispirazione. Dio solo è perfetto. Le sue creature umane sono tutte fatte a chiazze, a strisce bianche e nere; i colori sono solo simbolici per indicare le inclinazioni buone, le virtù, oppure le inclinazioni cattive, frutto della natura decaduta: un cocktail di vizi capitali e doni dello Spirito Santo.

 

 

Tutti, anche i santi erano a strisce: riconoscevano quelle nere e chiedevano al Signore di tenerle sotto controllo e usavano quelle bianche a servizio di Dio e per il bene del prossimo.

 

 

Dio è meraviglioso nelle sue creature e sa deporre i suoi tesori anche in vasi di creta: alcuni sono a vista, altri foderati di carta stagnola, ma con la stessa fragilità. Vittorio era uno di questi vasi, senza carta stagnola. In lui Dio depositò tanti tesori: io ne ho scelti tre che mi sembra dipingano a sufficienza la sua persona da tanti anni colpito da malattia mentale.

 

 

1° tesoro: un grande cuore, un cuore aperto al prossimo. Era tanto buono. Questo è l'epitaffio che qualificherebbe fr. Vittorio per sempre. Non si può dire di meglio di una persona e di un religioso: è la qualifica dei Figli dei Dio e dei discepoli di Gesù. Bontà di cuore che gli dava la facilità a creare amicizie e amici ne aveva tanti. Tutta Alpignano lo conosceva e lui conosceva tutta Alpignano. Non so se ci siano porte che non abbia varcato per un saluto, un aiuto, senza nessuna differenza: credenti, atei, cattolici, protestanti, ed era da tutti accolto con rispetto. Conosceva e chiamava tutti per nome; aveva una memoria che era un vero computer anagrafico e chiamare una persona per nome, "fa la differenza" negli incontri umani.

 

 

La sua bontà lo portava a spogliarsi di tutto. Regalava tutto: un libro, una rivista, uno scritto di suo pugno, un dolce, una radiolina. Amava i più poveri: se avesse avuto soldi avrebbe comprato tutto dai "vu cumprà", ed era felice di poter deporre nella mano del povero la sua offerta.

 

 

Amava tutti e tutto con spirito francescano, anche le mosche e le formiche.

 

 

2° tesoro: zelo apostolico. Lo invidiavo per il suo coraggio ad intrufolarsi nei gruppi di giovani che incontrava quando usciva per una passeggiata al Parco della Pace. Chiamava per nome, salutava e poi spargeva i semi di grazia: vangelo, bibbia, sacramenti, preghiera. Purtroppo, quasi sempre i semi cadevano tra le spine: la gioventù lo ascoltava con rispetto e deferenza, ma il seme veniva soffocato dal mondo senza religione, senza fede.

 

 

Il suo zelo, talora, diventava come quello di Elia nei riguardi dei falsi profeti, i sacerdoti di Baal, che fece massacrare sul Monte Carmelo. Fr. Vittorio massacrava gli apparecchi televisivi perché li vedeva come strumenti di Satana. Era stato colpito nel profondo da alcuni spettacoli televisivi che lo avevano disturbato, tanto che aveva deciso di romperne il più possibile e ne fece fuori tanti sia in casa nostra che in case private per cui fu giocoforza non lasciarlo più libero ed egli accettò la solitudine della sua camera. Gli perdoniamo i danni arrecati perché le motivazioni che lo sostenevano erano vere.

 

 

Amava molto anche i bambini. Per loro dava spettacolo declamando poesie, cantando canzonette allegre e facendo capriole sul prato o anche sul pavimento della chiesa, lui, un pezzo da 125 chili!

 

 

3° tesoro: la sua famigliarità con Dio. Quando veniva sopraffatto dalla paura dell'Inferno (era per lui un vero incubo perché si credeva condannato al fuoco eterno), allora a piena voce gridava: «Aiuto Papà, Papà aiuto». Era straziante quell'invocazione, ma piena di fiducia verso "Papà-Dio". In quei momenti mi sembrava di sentire i lamenti dei profeti: «Svegliati Dio, perché dormi? Non vedi?». Oppure gli apostoli in pericolo che dicono a Gesù: «Non t'importa che stiamo per affogare?».

 

 

Sì, quel vaso di creta era depositario di tanti tesori di Dio. Sapeva riconoscere le sue fragilità e le confessava con tanta umiltà e sincerità e sapeva anche usare le buone qualità per la gloria di Dio e il bene del prossimo. Aveva un cuore d'oro, era tanto buono.

 

 

 

 

Memoria buona e sofferente

 

 

Consonanze solenni! Alle ore 10 del 23 maggio 1999 - festa di Pentecoste - moriva fr. Vittorio Poggio all'ospedale di Rivoli. A pochi giorni dall'infarto che aveva spezzato la vita di p. Mario Silva, era caduto in un coma irreversibile che si protrasse a lungo, senza che i più sofisticati mezzi clinici e cure terapeutiche giovassero ad alcunché! Si suppose che il fatto della morte del suo fedele custode, lo abbia ferito dentro tanto "da non farlo più rinvenire". Ipotesi, questa, che non si può affermare dai tecnici, ma da noi povera gente, sì.

 

 

Fratel Poggio l'avevo conosciuto fin dai primi esordi di quel male che si porterà dietro per anni e anni. Parlavo volentieri con lui che, avendo una memoria ferace, tutto ricordava, senza che "la cosa si spostasse di un millimetro". Che fosse stato quel bel sole d'Africa, a dargli un colpo mancino, anche questa è un'ipotesi, ma a quanto pare, la cosa veniva da più lontano.

 

 

La sua lunga odissea nelle varie case di cura, passate nel giro degli anni, era poi stata sedimentata e in permanenza controllata in Casa Allamano. La venuta di p. Silva lo apriva ad un ultimo periodo di vita che fu sostanzialmente calmo e sereno.

 

 

Le "uscite" periodiche giornaliere per lunghe passeggiate lo distendevano, tanto che poi stava in camera controllata senza alcunché di impazienza. A volte, se ti vedeva passare, ti chiamava e sapeva dirti cose impensate e, spesso, molto sagge. La mente era confusa, ma non lo fu al punto di far danno a quanto di bello, di buono e di santo aveva imparato; sapeva declamare brani letterari lunghi e impegnativi, che rivelavano intelligenza e gioia per lo spirito.

 

 

Il suo animo buono per natura manteneva gli effetti buoni, con espressioni talvolta improvvise che non mancavano di colpire. Una volta mi avvicinò di scatto - faceva così quando la cosa urgeva - e mi disse: «La ringrazio per avermi costruito questa Casa in cui mi trovo bene». Poi mi baciò e se ne andò ciondoloni. Rimasi commosso.

 

 

La sua lunga degenza silente a Rivoli, ad Asti e poi ancora a Rivoli, divenne per noi un pensiero penoso. «Perché, Signore, così?». Il "così di Dio" si sciolse nel bel giorno di Pentecoste. Fratel Vittorio, che sempre si dichiarò felice di essere Fratello Coadiutore Missionario della Consolata, rimane una memoria buona e sofferente, che già gode il premio riservato agli apostoli.

 

 

P. Giuseppe Mina

 

 

 

 

Amico sincero e fedele

 

 

Ho conosciuto fr. Vittorio nel settembre del ’77, quando, terminato il noviziato a Valladolid, fui destinato al seminario di Torino in Casa Madre. Tra noi nacque subito della simpatia e i momenti che passavamo insieme si moltiplicarono ben presto. In lui coglievo un atteggiamento di grande rispetto, accoglienza e desiderio di condivisione, dalle cose più banali a quelle più intime.

 

 

Parlavamo spesso e con entusiasmo della vocazione missionaria e delle missioni, anche se questo, per Vittorio, diventava puntualmente occasione per ricordare ciò che per lui era limite o insuccesso quotidiano. I temi della missione, l’annuncio del vangelo, il lavoro di promozione umana accendevano di luce i suoi occhi e scaldavano il suo cuore tormentato e confuso da scrupoli, complessi di colpa e immaginazioni, dovute alla sua malattia.

 

 

Spesso, di pomeriggio, lavoravamo insieme facendo piccole riparazioni, pulizie, ordine negli scantinati, ecc. Vittorio si rendeva conto della frammentarietà delle sue giornate: gli pesava il fatto di non poter concludere molto, di essere soggiogato, all’epoca, da un appetito vorace e quasi ossessivo. Ma era anche per queste ragioni che si rendeva disponibile per qualsiasi lavoretto, con remissività, pur sapendo di non riuscire a guadagnarsi con questo l'approvazione di tutti.

 

 

Cercava di riempire i vuoti della quotidianità e del suo dramma interiore con preghiere, invocazioni, lettura e trascrizione di qualche pensiero spirituale o citazione biblica in quaderni e biglietti. Vivere alla presenza di Dio, in compagnia della Madonna, del Fondatore e dei Santi era l’intenzione e la tensione dei suoi giorni. Se da una parte ciò lo rasserenava, dall'altra acuiva dentro di lui il senso del peccato.

 

 

Il tutto era condito da una grande mitezza. Non ho mai riscontrato in lui sentimenti di rabbia o di rancore. Le sue spalle larghe hanno sopportato grandi pesi e amarezze: si sono sempre più piegate, ma mai ribellate.

 

 

Il grande volto di Vittorio era spesso pensoso e accigliato, ma bastava poco per dare ali al suo desiderio di sorridere, di ridere con gli altri, di scherzare e giocare. Con piacere, dopo cena, giocavamo allegramente - da buoni brocchi - a bigliardo con i padri Vincenzi e Gallardo. Spesso, concludevamo le partite con un improbabile coro alpino (La Dosolina!) o appassionati bracci di ferro, quasi sempre sospesi fra irresistibili risate che ci toglievano le forze. Nonostante la corporatura erculea, Vittorio era un uomo di una disarmante semplicità, con l’animo del giocherellone e un grande desiderio di spontaneità che a volte lo tradiva. Finché ha potuto, qualche capriola l’ha fatta, felice e contento.

 

 

Il sabato pomeriggio e la domenica eravamo di nuovo insieme nell’infermeria, dove prestavamo piccoli servizi e facevamo un po’ di compagnia ai missionari ammalati e convalescenti. Anche quella era un’occasione per ricordare la missione rievocando, con gli anziani ricoverati, il bene fatto e le avventure vissute lontano. E la conclusione era, spesso, la stessa: «…loro sì, sono stati grandi missionari, io invece…».

 

 

Oltre all’amicizia sincera e fedele, in quell’anno scolastico 1977-78, ricevetti da fr. Vittorio molti insegnamenti per la mia vita e tanta forza per la mia fede.

 

 

Poi, per Vittorio cominciarono le degenze, sempre più frequenti, all’ospedale Fate Bene Fratelli di San Maurizio Canavese. Andai qualche volta a trovarlo e toccai con mano la sua tristezza. Soffriva nel sentirsi lontano da “casa” e, soprattutto, perché attorno a sé vedeva la sofferenza, spesso incosciente, degli altri ammalati. Ne sentiva compassione e lo faceva piangere il fatto di non riuscire a fare molto per loro, come Missionario della Consolata! Mi indicava i casi più gravi o raccapriccianti e diceva: «Io dovrei aiutarli, consolarli, ma non riesco neppure a pregare come si deve per loro».

 

 

Vittorio era un omone che si commuoveva davanti ai piccoli, ai deboli, agli ammalati; con me, ha pianto tante volte tentando di descrivere il tormento che sentiva dentro, il possente, ma frustrato anelito di perfezione. Un anelito che, nonostante il suo senso di fallimento, non si è mai spento.

 

 

Fummo trasferiti: Vittorio ad Alpignano ed il sottoscritto a Rivoli. Ciononostante ci si vedeva di frequente. A volte, capitava, senza preavviso, nella nostra casa di Rivoli. Si spostava a piedi da Alpignano. Le sue condizioni psichiche peggioravano, ma si poteva ancora camminare, in mezzo alla natura e fare lunghe chiacchierate, anche se era impossibile mantenere il discorso su un argomento.

 

 

In quelle lunghe passeggiate tentavo di ricostruire qualche informazione sulla sua infanzia, sui suoi anni di formazione nell’Istituto, la sua esperienza missionaria… Rari e confusi erano i ricordi che riusciva a cavare dalla sua memoria. Erano come foto della sua fanciullezza e adolescenza, della mamma…, troppo sbiadite per effettuare analisi approfondite. Quello che intuivo dalle sue reminiscenze era, da una parte, una nostalgia struggente, un desiderio immenso di tenerezza e, dall’altra, il senso di peccato che lo opprimeva, lo faceva sentire indegno, incapace.

 

 

Abbiamo sempre pregato con affetto l’uno per l’altro, soprattutto lui per me. E la nostra amicizia si è mantenuta anche quando venne il momento di partire per lo Zaire. Vittorio, già da allora, attraversava periodi in cui nemmeno riusciva a scrivere con le sue grosse mani, tuttavia mantenevamo viva la corrispondenza.

 

 

Da Alpignano, di suo pugno - cioè con una calligrafia tremolante e altalenante - o per mano di qualche confratello, arrivavano lettere piene di zelo missionario e, nei giorni di stanchezza o di aridità apostolica, l’eco delle sue frasi - strampalate e fantasiose, ma piene di spirito - mi ridavano entusiasmo e voglia di sorridere. Vittorio, a modo suo, di cuore e con non poca sofferenza, ha sempre sostenuto la Chiesa missionaria e l’Istituto, i “suoi” missionari…

 

 

Rientrato dallo Zaire, ho lavorato in posti diversi, tuttavia ho sempre cercato di fargli visita ad Alpignano. Per me era un piacere, una grazia poterlo riabbracciare, poter scambiare con lui poche frasi, l’essenziale. Non mi ha mai dimenticato, mi ha sempre voluto bene, ha pregato con perseveranza per me.

 

 

Ad ogni visita rinasceva la gioia dell’incontro, che diventava, poi, strazio nel vederlo ridotto sempre peggio, estremamente provato. Alla fine, l'unica consolazione era la certezza che il Fratello, il quale diceva di non essere capace di soffrire, era sempre più vicino, immerso, nel sacrificio perfetto, nella Tenerezza infinita. Mi consolava constatare che Vittorio aveva suscitato nella casa di Alpignano una evangelica gara di generosità, di attenzioni e di latente gioia nell’offrirsi per l’altro. Per certi aspetti, proprio lui, che faceva diventare "tutti matti", era diventato un po’ il cuore della casa.

 

 

Prima di prendere parte al Capitolo Generale, fui invitato (grazie!) ad andare a “trovarlo” nella sala di rianimazione dell’ospedale di Asti. Il personale fu comprensivo. Gli parlai per tre quarti d’ora: gli ricordavo alcune “parole d’ordine” delle nostre, alzai anche il tono della voce, ma non ci fu, da parte sua, nessuna reazione. Il suo corpo atletico non rispondeva più. Solo gli occhi, al chiamarlo si aprivano un po’, ma per richiudersi subito dopo. Gli asciugai due lacrimoni e, come altre volte, gli dissi: «ci vediamo, Vittorio». Partii per il Sagana con la sua immagine stampata nel cuore. «Si lascia morire», mi dicevano. Ha capito che era il momento di andare incontro al Signore. Libero, finalmente!

 

 

Qualche settimana dopo, durante il Capitolo, arrivò la notizia della sua morte. Vittorio è morto il giorno di Pentecoste. La discesa dello Spirito Santo, il dono delle lingue, gli Apostoli che, con franchezza, evangelizzano…, è facile trovarvi delle coincidenze significative. Preferisco, tuttavia, concludere dicendo che, tra gli scarabocchi e le frasi sconclusionate di Vittorio, il Signore mi ha donato chiari e indelebili messaggi: il Fratello che diceva di non saper sopportare il peso del lavoro e del sacrificio è diventato mite agnello di un Calvario - anche il suo - misterioso.

 

 

Mentre si voltava l’ultima pagina della vita terrena di Vittorio, io terminavo di leggere quelle del diario lasciato da una delle tante vittime dell’Olocausto. I suoi appunti, nella drammatica assurdità di quei giorni, si interrompono sulle parole: «nonostante tutto, si vorrebbe essere balsamo per tante ferite…». Ed ho sentito il respiro - pieno di vita e sereno - di fratel Poggio Vittorio, Missionario della Consolata. Deo gratias!

 

 

P. Giano Benedetti

 

 

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Domenica Missionaria

XXII Domenica TO
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“Perdere la vita per trovarla
nella via della croce”

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Missione Oggi

"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
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