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Padre Giuseppe Bottacin (1914 - 2006) PDF Stampa E-mail
Scritto da Vari   

Figlio di Biagio Antonio e Vanzetto Regina, nasce a Trebaseleghe (TV) il 9.12.1914, entra nell’Istituto nel 1927; si consacra a Dio con la professione religiosa nel 1934 e viene ordinato sacerdote nel 1938. Lavora per qualche anno in Italia come assistente a Montevecchia, pro-direttore a Rovereto e nell’Ufficio della Consolata a Torino.
Nel 1946 parte per il Mozambico assieme ai confratelli Paleari, Maggiore, Peressini e fr. Rota. Giunti a Lourenço Marques, la capitale, ricevono dal cardinale, Dom Teodósio de Gouveia, il mandato di svolgere apostolato missionario nella zona centrale del Mozambico, l’attuale diocesi di Inhambane, allora parte della diocesi di Lourenço Marques. Un territorio di 53.910 km2, con 125.297 abitanti, divisi in tre località dove essi avrebbero dovuto impiantare delle missioni: Massinga, Vilanculos e Goruro (Mambone).
Padre Bottacin viene destinato a Mambone dove, con p. Peressini e sotto la guida del superiore, p. Tolosano, fondano la missione di “Nova Mambone”. Vi arrivano la vigilia di Pentecoste, dopo un lunghissimo viaggio di 900 km in camion, durato vari giorni. «Il giorno seguente, solennità della Pentecoste, celebriamo per la prima volta la nostra S. Messa nella scuola-cappella più vicina a Mambone. Non poteva essere più adatto questo giorno della Pentecoste per noi iniziare la nostra missione apostolica fra queste genti quasi tutte pagane... celebrai col cuore commosso pensando alla prima Pentecoste quando gli apostoli ricevettero lo Spirito Santo che li trasformò completamente, li rese idonei, forti ed intrepidi per marciare alla conquista delle anime. Anche noi sentimmo questa scossa, ricevemmo l’abbondanza dei doni dello Spirito Santo che ci inviò alla conquista di questo popolo pagano».
Poi, p. Giuseppe parla dei suoi primi fedeli che «recitavano pure il rosario così bene che io ne rimasi edificatissimo. Constatai la bontà d’animo e di cuore di questi poveri neri desiderosi di conoscere e amare Iddio... Il giorno 14 ebbi la fortuna di amministrare il mio primo battesimo in terra di missione ad un vecchio più che ottantenne in pericolo di morte. Due giorni dopo morì. Che gioia e che consolazione in questi miei primi giorni di Africa! Feci pure la sepoltura cristiana accompagnando il cadavere nel cimitero loro designato» (Lettera a p. Sandrone, vice-superiore generale – 19.06.1946).
Qualche mese dopo, il 9.11.1946, scrive ancora a p. Sandrone della loro provvisoria sistemazione in baracche, in attesa di iniziare la costruzione della nuova missione. Il lavoro apostolico intanto, procede a pieno ritmo: «Sono contento perché del lavoro ce n’è e mi occupa tutta la giornata. Il molto Rev. Padre Tolosano sa guidare molto bene le cose e da lui apprendiamo giorno per giorno la vita missionaria con tutti gli annessi e connessi. Da qualche settimana abbiamo incominciato a fare le visite ai villaggi indigeni, radunare la gente, e fare catechismo sul posto perché non tutti possono venire alla scuola della missione, e poi in principio sono molto timorosi ad avvicinarsi alla missione. Si incontrano molte difficoltà, ma non sono certo queste che ci arrestano dal continuare il nostro lavoro apostolico. La grazia del Signore è con noi e senza dubbio trionferemo... Tutti i giorni prego il Signore perché queste nostre incipienti missioni abbiano da prendere un grande sviluppo e tutte le anime affidateci dalla Divina Provvidenza abbiano da trovare la vera fede entrando nell’ovile di Cristo».
L’anno seguente p. Giuseppe è superiore della missione. Nel mese di dicembre del 1947 scrive a p. Sandrone le attività che svolge, la catechesi nei villaggi, le prime comunioni, le solenni celebrazioni, i grandi lavori in preparazione alla costruzione della missione, esprimendo ottimismo, entusiasmo missionario e gran voglia di fare.
Ma assieme alle gioie compaiono anche le spine. Qualche mese dopo, nella notte tra il 21 e 22 marzo del 1948, un terribile uragano, durato 10 ore, semina distruzione e morte in tutta la regione: «Se siamo ancora vivi dobbiamo ringraziare infinitamente il buon Dio. La nostra piccola e provvisoria dimora ha resistito fino all’ultimo in mezzo al furor del vento che sradicò le più grosse piante della foresta, scoperchiò tutti i tetti delle case di Mambone e distrusse tutte le capanne dei neri. Vi furono numerose vittime. Della nostra casetta è caduta soltanto una veranda; però si è riempita tutta di acqua rovinandoci tutta la roba e i libri. Poveri noi! Che disastro! Anche le altre capanne che avevamo appena finito di costruire sono cadute tutte per terra: la cappella, la scuola, l’officina, il magazzino, il garage, la cucina, la casa dei professori, degli operai ecc... tutto un mucchio di rovine e con tutta la roba rovinata. Non le dico quello che abbiamo passato in quei giorni dopo il disastro. Non ci siamo però persi di coraggio ed il Signore ci ha dato la forza di sopportare tutto con santa rassegnazione. Ci siamo messi subito all’opera senza perdere tempo ed abbiamo ricominciato a ricostruire. La Provvidenza non mancherà certo di mandarci i mezzi sufficienti per poter continuare la nostra missione apostolica in mezzo a questi poveri indigeni che hanno subito e stanno subendo tuttora una grande prova» (Lettera a p. Sandrone - 09.06.1948).
Nel 1951 rientra in Italia per motivi di salute e fino al 1966 svolge il servizio di confessore nelle case di Rosignano Monferrato e Alpignano. Viene quindi destinato al Portogallo dove lavora come padre spirituale e confessore a Vila Nova de Poiares e poi a Fátima.
Muore a Fátima, come era suo desiderio, il 15 gennaio 2006. La sua dipartita verso la Casa del Padre è stata serena. Dopo il pranzo, mentre si preparava per il riposo pomeridiano, ha avvertito un malore e difficoltà nella respirazione. Nonostante l’immediata assistenza del superiore, non ha potuto superare la crisi e, girando gli occhi verso il cielo, si è spento.
Figura simpatica, di capelli e barba bianchi, sorridente e accogliente, p. Bottacin irradiava bontà e pace. Le sue caratteristiche principali erano l’accoglienza, la preghiera e il dono della consolazione. Accoglieva e ascoltava quanti gli si avvicinavano e gli confidavano le proprie sofferenze, ricevendo la sua benedizione e il dono dei suoi preziosi consigli. Conosciuto affettuosamente come “santo”, p. “Giuseppino” aveva sempre una parola di consolazione e di incoraggiamento per tutti. Tutti uscivano dal colloquio con lui con il sorriso sulle labbra.
Aveva compiuto 91 anni il 9 dicembre scorso. Come racconta p. Manuel Carreira, «quel giorno era stata una festa grossa, con tanti messaggi e telefonate di augurio. E p. Giuseppe, nella sua sedia a rotelle, sorrideva, benediva, ringraziava. Ha recitato rosari tutto il giorno, consumando i grani di madreperla: Ave Maria! Santa Maria! Per questo e questa, per quello e quella. Noi, il sottoscritto ed altri, facevamo i postini: “senti, il tale e la tale hanno telefonato. Recita un’Ave Maria ancora”; “sì, sì, reciterò, reciterò”. Sembrava il Padre Fondatore quando prometteva: “dal cielo farò, farò...”».
Il corpo di p. Bottacin è stato vegliato nella cappella della nostra casa di Fátima. Numerosi amici e conoscenti hanno reso omaggio alla salma di questo missionario così conosciuto e ricercato.
Il funerale ha avuto luogo martedì, 17 gennaio, alle ore 11. Ha presieduto le esequie Dom Serafim Ferreira e Silva, vescovo di Leiria-Fátima, che ha ricordato il ministero della consolazione che p. Bottacin ha esercitato lungo tutta la sua vita. Concelebravano con lui Dom João Alves e Dom Augusto César, vescovi emeriti delle diocesi di Coimbra e Portalegre-Castelo Branco, rispettivamente e più di 70 sacerdoti. Ora, p. Bottacin riposa nel cimitero di Fátima.

P. Elísio Assunção
e Redazione del Da Casa Madre


TESTIMONIANZE

Conclusione di una lunga giornata.
Padre Giuseppe Bottacin se n'è andato verso la metà del mese, il 15 gennaio. A guardare l'età possiamo dire che egli era già maturo per il suo incontro definitivo con il Padre. Effettivamente aveva 91 anni. Ma se guardiamo le cose dal lato umano, o meglio dal lato sentimentale, allora piangiamo la perdita di questo grande missionario che eravamo abituati di vedere sempre accanto a noi.
Giunse in Portogallo nel 1966. Per i vari decenni che ha vissuto qui, per l'affetto che sempre ha dimostrato verso la gente del Portogallo, si può dire che questo Paese fu la sua seconda patria. Ha lavorato per vari anni nel seminario della Consolata a Vila Nova de Poiares come professore e direttore spirituale degli alunni; ha fatto grandi amicizie con i parroci di quella zona della diocesi di Coimbra, allargando anche la sua azione pastorale fino ad alcune parrocchie della diocesi di Guarda, al nord della Serra da Estrela. Andava in motocicletta e divenne una figura caratteristica ben identificata per i suoi capelli bianchi e la rada barba missionaria.

A Fátima
Poi è stato trasferito a Fátima con gli stessi compiti che aveva in Poiares: professore e direttore spirituale dei seminaristi. Anche qui la sua attività non si fermava al seminario. Usciva per le parrocchie e le cappelle dei dintorni, facendo ogni tipo di animazione missionaria e di servizio pastorale di appoggio ai parroci in beneficio dei fedeli: Fátima, Santa Catarina da Serra, Atouguia, Ourém e altre. Durante vari anni assunse le cappellanie di Chainça, Boleiros e infine il Santuario di Ortiga dove prestò servizio per 15 anni.
Ortiga, con il suo antico santuario, fu per così dire la pupilla dei suoi occhi. Solo quando non ha più potuto attenderlo ha chiesto a un collega che lo sostituisse. Padre Bottacin ancora oggi è ricordato e venerato da tutti coloro che frequentano quel santuario e hanno beneficiato della sua efficace azione pastorale. Padre Giuseppe per vari anni ha dato anche un contributo molto valido come confessore nel santuario di Fátima.

Carisma della consolazione
Durante tutta la sue esistenza ha vissuto intensamente il carisma della consolazione, che era parte dell'insegnamento del beato Giuseppe Allamano. Attorno a lui si è formata una vastissima rete di persone bisognose di appoggio spirituale, umano e psicologico. Ed è qui che egli ha rivelato il suo dono speciale della consolazione. Forse sono migliaia le persone che, direttamente o indirettamente, sono state toccate dall'azione pastorale di p. Giuseppe. E questo lo ha reso uno dei Missionari della Consolata più conosciuti nel Paese. E non era invano che ricorrevano alle sue benedizioni, alle sue preghiere e addirittura ai suoi esorcismi: le persone uscivano da lui con un'altra faccia, con un altro sorriso, con una nuova speranza e forza per ricominciare la vita.
Ora tutto è finito. Padre Giuseppe Bottacin è morto. Il suo aiuto ora si stabilisce a un altro livello. Abbiamo fiducia che egli interceda per noi presso Dio.

Confessore e direttore spirituale
Sino quando ha potuto, p. Giuseppe non mancava mai ai ritiri del clero che la diocesi di Leiria-Fátima realizzava il primo lunedì di ogni mese. Era un punto di riferimento per molti sacerdoti che ancor oggi lo ricordano con amore e gratitudine. Ma non andava solo ai ritiri del clero. Per molti anni ha fatto parte del gruppo dei confessori abituali delle Santuario di Fátima. È stato confessore ufficiale di varie comunità religiose di Fátima e dintorni. Seguendo gli insegnamenti del beato Allamano, che raccomandava ai suoi missionari di essere santi, ma di una santità che non "pesasse e non posasse", questa era realmente la santità di padre Giuseppe: non pesava, ossia non si imponeva, non aveva aspetti rigidi, non era disumana; inoltre non assumeva atteggiamenti da "posa", come se attendesse di mostrarsi per la fotografia. Niente di tutto ciò: era tutto naturale. Un dono che aveva ricevuto da Dio e che lui approfittava per fare bene il bene.

Uomo del suo tempo
Era sempre aggiornato sulle cose che si dicevano rispetto alla Chiesa, al suo Istituto, alla vita religiosa, alla liturgia, ma anche sulla vita sociale, quella politica, e sullo sport. Aveva un debole per lo Sporting, una specie di vizio che aveva ricevuto da un grande amico residente a Seia. Questo amico gli aveva promesso una pezza di formaggio della Serra tutte le volte che la sua squadra vincesse. Era tutto per scherzo, ma dietro si vedeva una grande amicizia.

Gli ultimi mesi
Padre Giuseppe aveva perso la capacità motoria delle gambe da vari mesi ed è con grande sacrificio che ha dovuto sedersi su una sedia a rotelle e dipendere da qualcuno che lo aiutasse a spostarsi per andare in cappella, in refettorio, per andare a ricevere le persone, ecc. Egli tuttavia non faceva mai notare il suo sconforto. Era sempre sorridente e accettava tutto come se fosse un dono della Provvidenza. Ma il suo stato di salute si è andato deteriorando poco a poco ed era con apprensione che lo vedevamo declinare. Le persone che venivano da fuori e lo incontravano solo di tanto in tanto notavano più ancora di noi gli effetti della malattia. Il giorno in cui ha compiuto 91 anni gli sono state accanto le persone più care con regali e messaggi... ma non aveva più quell'allegria degli altri anni. Dopo quel giorno se n'è andato in caduta libera finché è arrivata la fine.

P. Manuel Carreira


Aveva un grande sorriso
Negli ultimi mesi di vita di p. Giuseppe mi fu chiesto di aiutarlo nelle sue necessità, cosa che feci con piacere. Mi è molto servito per la mia crescita spirituale. Non parlavamo molto anche perché lui era sempre occupato. Conclusa la recita di un rosario, cominciava con un altro. Tutti i pomeriggi, dopo essermi alzato, approfittavo per fare il mio pellegrinaggio alla Madonna presso la Cappellina delle apparizioni. Prima di uscire gli domandavo:«padre Giuseppe avete qualche domanda per la Signora della cappellina?». Anche quando non stava bene il suo volto si apriva a un grande sorriso e fissandomi, diceva: «dille che sto cercando di fare al meglio la volontà di Dio... dalle i miei saluti». Io dicevo semplicemente un'Ave Maria per lui. Quando ritornavo dalla Cappellina gli dicevo che avevo fatto quanto mi aveva chiesto e allora il suo volto si illuminava nuovamente con un grande sorriso e ringraziava.

P. António Gaspar


Missionario autentico
Padre Giuseppe fu un vero uomo di Dio o un autentico Missionario della Consolata. Ha fatto della consolazione l'anima del suo apostolato, accogliendo tutti coloro che lo cercavano con un sorriso dolce e delicato, con parole piene di speranza, di fede e di abbandono alla volontà di Dio. Di p. Giuseppe si può dire ciò che negli Atti degli Apostoli si riferisce a Barnaba: «uomo buono, pieno di spirito santo e di fede». La sua presenza infondeva serenità, fiducia e pace, il suo sorriso confortava. Fu un autentico “Cireneo” che aiutò tutti coloro che lo cercavano a portare la loro croce con fede e speranza, confidando nell'amore del Signore e nella protezione della Madonna. Sacerdote e missionario, ha vissuto la sua vocazione con generosità e allegria e ha fatto dell'eucaristia il centro della sua vita sacerdotale. Celebrava con grande devozione e amore, trascorreva ore e ore in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. La Parola di Dio, l'eucaristia, e la devozione alla Madonna sono stati i pilastri della sua vita spirituale.
A quanti si interessavano della sua salute rispondeva: «la volontà di Dio! Sia fatta la volontà del Signore! Ciò che Dio vuole è meglio per me». La conformità con la volontà di Dio lo ha caratterizzato non solo negli ultimi anni della sua vita, ma in tutta la sua esistenza, che fin dall'infanzia ha offerto al Signore. La sua vita fu un dono per la Chiesa, per l'Istituto, per tutti coloro che sono vissuti con lui e per quanti lo hanno cercato. Perdiamo un grande amico sulla terra, ma ho la certezza che in cielo abbiamo acquistato un grande intercessore. Personalmente gli sono molto grato per tutto il bene che ho ricevuto, sia per la sua testimonianza, sia per la sua amicizia. Grazie, Gesù, per il dono di padre Giuseppe.

P. Severo Rossi


Punto di riferimento
Con la sua semplicità, grande bontà, profonda fede e forte amore alla Chiesa, p. Giuseppe era una testimonianza vivente di come essere discepolo di Gesù Cristo. Era un punto di riferimento per molti cristiani che in lui trovavano forza e stimolo per non scoraggiarsi nei loro problemi. Lo ricordo con molta nostalgia.

Mons. João Alves,
vescovo emerito di Coimbra


Anziano di simpatica mitezza
Chi come me ha vissuto con p. Giuseppe si è abituato a considerarlo come un anziano venerando di una simpatica mitezza. Non dubitava mai delle persone, addirittura sembrava ingenuo. Gli piaceva fotografare i seminaristi. O meglio: il fatto è che regalava le foto e per questo non gli mancavano i clienti. Si poteva scherzare con lui e non si mostrava mai annoiato. Ricordo che quando ero formatore nel seminario di Abrantes, neppure i seminaristi più ribelli hanno avuto difficoltà nell'accettarlo come confessore e direttore spirituale. Per lui tutto andava bene. E se non andava bene pregava affinché le cose si raddrizzassero. In seguito ho sentito dire che a Fátima imponeva le mani. Si guadagnò la fama di santo.
Quando sono tornato dal Brasile e sono venuto a Fátima aveva già problemi di salute. Sono stato vicino a lui fino alla fine ed egli ha dato prova che ciò che si diceva di lui non era solo fama. È stato paziente sino alla fine nelle sofferenze. Era sempre pieno di speranza, appassionato della Madonna. Aveva una memoria invidiabile, era molto organizzato, molto informato sugli avvenimenti ecclesiali e anche sul calcio nazionale, soprattutto quando giocava lo Sporting. Aveva molti amici.
Nei doveri religiosi era un modello di molta orazione, e anche negli ultimi giorni, recitava tanti rosari al punto che ho dovuto dirgli che “pregare troppo stanca”. Non disse di no, ma nemmeno lasciò di farlo fino all'ultimo giorno della sua vita. So che apprezzava il mio lavoro vicino a lui, ma non mi ha mai comprato con gli elogi e neppure mostrava fastidio quando facevo degli errori. Se mi correggeva, era per collaborare. Era molto riservato, con un atteggiamento pieno di dignità.

P. Mário Silva


Mostrava al mondo il volto di Dio
Probabilmente ciò che faceva soffrire di più p. Giuseppe, negli ultimi tempi della sua vita, era l'impossibilità di amministrare attivamente al popolo di Dio ciò per cui era stato ordinato sacerdote e consacrato missionario: la rinnovazione del sacrificio della salvezza nella santa messa, i sacramenti, la parola del Vangelo e le benedizioni del Signore. Non poteva più imitare fisicamente ciò che Cristo ha fatto durante la sua vita pubblica. Ora gli toccava vivere inchiodato sulla croce del Calvario dove i movimenti umani sono così limitati e quelli divini così salvifici.
Nel 1946 p. Giuseppe si fermò a Fátima per alcuni mesi per imparare il portoghese e poi partire per il Mozambico. Più tardi l'abbiamo visto molte volte darsi da fare con gente che aveva tanto bisogno di incontrare la presenza e la pace di Dio in se stessa. Egli adorava questo aspetto della sua vita: dare la parola che anima, far sbocciare il sorriso. Ma negli ultimi tempi della sua vita terrena la solitudine aveva preso il posto dell'attività sacerdotale e missionaria e questo lo faceva soffrire. Inoltre, il vivere di memorie non è il pane quotidiano del missionario e del sacerdote. Schiavo di una grande limitazione nei movimenti, negli ultimi tempi, l'apostolato di p. Giuseppe si riduceva all'intercessione per tutti, fatta dal suo grande cuore, a Dio buono e compassionevole. Anche la sua allegria ha sofferto una grande diminuzione. «Quando sarai vecchio - diceva Cristo a Pietro -, altri ti porteranno dove tu non vorrai!». Nella sua sedia a rotelle, mezzo piegato su se stesso, spinto da mani affettuose, egli era portato in cappella, in refettorio, in camera: erano sempre gli altri a fargli con affetto quello che il suo orgoglio personale avrebbe desiderato fare da se stesso. Padre Giuseppe aveva visto e aiutato moltissime persone schiacciate dal dolore. Nella sua vita aveva condiviso con molti figli e i figlie di Dio la sua fede e il suo amore attraverso il ministero della consolazione. Per lui ora, il dolore e la solitudine, alleate alla sua preghiera e adorazione silenziosa, diventavano condivisione della passione di Cristo. Quante persone hanno ricevuto da p. Giuseppe la benedizione di Dio! Era il comando dato da Dio a Mosè e ad Aronne. Per p. Giuseppe dare la gioia di Dio agli altri senza dare loro il Dio della gioia, non aveva senso. I tempi della sua vita sono stati sacerdotali e religiosi, corona che ha ricevuto dal Signore, dalla Vergine Consolata e dal Fondatore, il beato Giuseppe Allamano che egli ha amato dappertutto e soprattutto a Fátima. Ed è così che se n'è andato tranquillamente, senza discorsi e fuochi d'artificio: servo buono e fedele, è entrato per sempre nell'abbraccio del suo Signore.

P. Aventino Oliveira
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Missione Oggi

POBRES Y POBREZA EN LA FORMACIÓN MISIONERA
Introducción

Se ha pedido una reflexión sobre cómo usar los bienes materiales durante el currículo formativo del Misionero de la Consolata. Tema actual en este momento histórico que estamos viviendo a nivel de sociedad y a nivel de Instituto. A nivel socio-económico nos encontramos en una sociedad post-moderna donde el consumismo arrasa no sólo las personas sino también las estructuras e vida de la Iglesia. A nivel de Instituto porque hoy nuestras comunidades son internacionales e interculturales con diferencias culturales en la apreciación de pobres y pobreza, de economía y hasta de estratos sociales bien diferenciados.
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