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Kenya: "Forum Mondiale di Teologia e Liberazione-conclusione" Stampa E-mail
ImageL’arcivescovo sudafricano e premio Nobel per la pace Desmond Tutu ha concluso il II Forum Mondiale di Teologia e Liberazione, che si è tenuto a Nairobi dal 16 al 19 gennaio.

Con il suo stile oratorio trascinante, Tutu ha catturato emotivamente un’assemblea che attendeva con gioia le sue parole e che lo ha accolto con calore e simpatia. Ma al di là della tecnica istrionica da “preacher” collaudato, l’intervento di Tutu è servito, a detta di chi scrive, a riportare il discorso del forum su un piano decisamente teologico, recuperando il senso profondo della teologia della liberazione intesa come riflessione analitica e scientifica della realtà letta alla luce della Parola di Dio, un Dio “partigiano” che sceglie i poveri come interlocutori privilegiati della sua azione nella storia. Dio che, in effetti, è stato un po’ ai margini dell’happening keniano che ha avuto un taglio molto sociale, in sintonia con i temi che sono trattati in questi giorni nel Forum Sociale Mondiale.

workshop Rispetto alla prima edizione, questo Forum teologico ha segnato alcune differenze metodologiche significative. La precedente edizione, tenutasi a Puerto Alegre (Brasile) nel 2005, aveva visto la partecipazione di molti teologi della liberazione provenienti da tutto il mondo che avevano dato il loro contributo attraverso una lunga serie di conferenze. Al termine di detto incontro l’assemblea dei partecipanti aveva però suggerito un cambio di metodologia, suggerendo una dinamica più partecipativa, che fosse in grado di coinvolgere maggiormente la base. L’idea di fondo era quella di recuperare l’elemento della prassi, dell’esperienza, punto di partenza e arrivo di una sana teologia dal basso.

La presente edizione ha quindi visto la partecipazione di meno teologi (molto limitata la presenza asiatica e latinoamericana), meno speculazione e più condivisione su esperienze pastorali o di intervento sociale concreto. Cosa è mancato, forse, è stato un collante che tenesse insieme questi due elementi, creando un vuoto nel circolo ermeneutico: prassi – analisi teologica – prassi – su cui tradizionalmente si fonda la teologia della liberazione. I workshop sono sembrati a volte slegati dal tema delle conferenze offerte e, soprattutto, dal tema generale del Forum: “Quale spiritualità per un altro mondo possibile?”

Preponderante è stata la presenza di teologi africani che hanno cercato soprattutto la via per una spiritualità dell’oggi nel dialogo fra cristianesimo e religioni tradizionali, alla luce dei drammi che sconvolgono la vita del continente. In questo senso è stata illuminante la visita fatta a gruppi a vari centri di grandissimo interesse umano, sociale e religioso come le due baraccopoli di Kibera (lo slum più grande dell’Africa) e Korogocho, asili per l’infanzia abbandonata e al progetto di sviluppo in atto nella parrocchia di St. Joseph the worker. Alcuni “luoghi teologici”, da cui far partire una rinnovata teologia della liberazione. I missionari della Consolata hanno partecipato numerosi, in rappresentanza di varie regioni di provenienza: Padre Lucas Ogola Juma, ha anche offerto un workshop sul tema: “Sfide per il prete di oggi”, che è stato molto partecipato.

Positivo il fatto di ritrovarsi insieme nel condividere la necessità di offrire una risposta significativa ai drammi dell’uomo di oggi. Si è parlato di Hiv-Aids, slums, guerra, violenza, disastro ambientale. Si è ricordato che, oggi, milioni di persone vivono nel mondo in condizioni inumane, di schiavitù. La ricerca di come Dio sia presente in mezzo a noi come fonte di consolazione in mezzo alla tragedia di molti e di come noi, partendo dalla nostra fede in comunione e dialogo con credi differenti, deve essere la molla di una teologia veramente liberatrice. Quale spiritualità per un mondo veramente altro? La risposta è stata forse lasciata a metà, pane per un prossimo Forum e, soprattutto, per tanto lavoro teologico e pastorale da portare avanti insieme alle varie comunità.
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