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Santità di vita e orientamenti per la missione Stampa E-mail
Scritto da P. Michelangelo Piovano, imc   
SANTITA' DI VITA E ORIENTAMENTI PER LA MISSIONE
(XI CAPITOLO GENERALE)


1.Lo stile di santità che abbiamo ereditato
2.Da una santità individuale ad una santità comunitaria, di corpo, di famiglia
3.L'invio, la partenza e la missione come espressioni del nostro carisma e mezzi di santità
4.La “bussola” di un cammino di santità
5.Dove si alimenta e sostiene una vita santa ?
6.Un santo di famiglia: Padre Giovanni Battista Bisio
Conclusione

Introduzione

Papa Benedetto XVI nella Catechesi tenuta mercoledì 31 gennaio 2007, all'Udienza Generale, mentre parlava dei collaboratori di San Paolo ad un certo punto così si è espresso sulla santità: “I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all'inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono "caduti dal cielo". Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come "il mio collaboratore". Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità”.(Benedetto XVI Udienza del 31 gennaio 2007)

Viene da chiedersi se il XI Capitolo Generale abbia insistito tanto sulla santità di vita del missionario per il fatto che noi suoi membri siamo lontani da questa meta o anche perché la Chiesa stessa a più riprese ha richiamato a questa realtà nel momento in cui ha varcato il terzo millennio. Quante volte ne abbiamo sentito parlare dal Papa Giovanni Paolo II nei suoi interventi, lettere ed encicliche e quante volte continua a parlarne Benedetto XVI come abbiamo appena sentito. Oltre a questo però sta anche il fatto che il discorso sulla santità ci è sempre stato familiare e ci è stato presentato come uno dei famosi “voglio” del nostro Padre Fondatore. Per cui ci risulta difficile pensare la missione staccata dalla santità perché questo binomio è quasi come il latte materno che abbiamo ricevuto nella famiglia che un giorno ci ha accolti.

Un capitolo celebrato “in missione” e che voleva completare la riflessione sulla missione iniziata in quello precedente non ha potuto fare a meno di pensarla partendo proprio dalla figura del missionario che è tale nella misura in cui tende alla santità. (cf. XI CG, 2).

Il Capitolo usa giustamente la parola “tensione” proprio perché la santità è una realtà in divenire che sta sempre tra desiderio e speranza, realizzazioni e conquiste. “Santità quindi come processo, una via su cui camminare, una esperienza nella quale addentrarsi per dare alla vita il suo significato più profondo e più vero” (Gianni Colzani). Non a caso quando guardiamo alla figura di tanti nostri missionari anziani, che hanno vissuto con intensità e profondità la loro vita, piena anche di tante belle realizzazioni ci viene da dire: è stato un santo. Quante volte lo abbiamo sentito dire dalla gente in missione al funerale di un fratello, di un padre o di una suora.

Cerchiamo allora di riflettere semplicemente su alcuni aspetti che tutti noi conosciamo e che ora ci diciamo ad alta voce per spronarci e non venire meno alla nostra vocazione e missione.

1.Lo stile di santità che abbiamo ereditato.

Vi sono molti modi di vivere la santità, ma certamente ve ne è uno che fa parte del nostro modo di vivere come Missionari della Consolata e che possiamo dire di aver ereditato dal Beato Allamano. Possiamo applicare qui le parole del Fondatore: “La forma che dovete prendere nell'Istituto è quella che il Signore mi ispirò e mi ispira” (VS 86). Forma di vita, forma di missione, forma di santità: è ciò che da lui i primi missionari hanno appreso o hanno scoperto nei contatti con lui, dalle sue parole, dalle sue lettere e dal lavoro missionario quotidiano nel contatto con la gente. Lo stile dell'Allamano era quello del suo tempo, improntato soprattutto su di una intensa vita spirituale, ma anche sulla valorizzazione della realtà di ogni giorno, delle piccole cose, quelle concrete, semplici, ordinarie e delle persone nelle loro necessità, nella loro povertà e abbandono. Era una eredità quasi comune: quella di San Giuseppe Cafasso e di altre belle figure di santi e sante che popolavano la Chiesa del Piemonte di quel tempo. Una santità pratica e non difficile da raggiungere, una santità soprattutto che cresceva e si manifestava nella misura in cui proprio da queste persone semplici e limitate venivano date risposte concrete ed evangeliche ai vari problemi che affliggevano la città di Torino e i suoi dintorni. Una santità possibile, ma soprattutto necessaria e raggiungibile anche da missionari che si sarebbero trovati in situazioni in cui la stanchezza, il peso della giornata e lo scoraggiamento potevano prendere il sopravvento. Per cui guardando alle decisioni del nostro ultimo Capitolo Generale e ai suoi orientamenti potremmo dire che tutto diventa cammino e mezzo di santità. Ogni missionario, in quella parte di mondo e di Istituto in cui si trova a vivere e lavorare, può santificarsi e diventare strumento di santificazione per gli altri. In fondo, come abbiamo imparato da “piccoli”, si tratta di vivere e fare in modo “superlativo” le cose di ogni giorno. L'ordinario diventa straordinario proprio per il modo con cui lo si fa e per lo “spirito” che ci mettiamo nel farlo. Quando il Capitolo invita “ogni missionario, nelle proprie scelte di vita e attività, ad aver cura di confrontarsi sempre con il Fondatore perenne e vivo”(XI CG 7.2) ha anche presente questa eredità che non può essere dimenticata o messa in secondo piano.

2.Da una santità individuale ad una santità comunitaria, di corpo, di famiglia...

Una delle esperienze che hanno caratterizzato il nostro stare assieme durante il Capitolo è stata proprio quella del “fare e sentirci famiglia”. Può sembrare secondario questo fatto, ma invece sta alla base di tante riflessioni, indicazioni e decisioni. Non solo perché l'essere famiglia è un'altra delle caratteristiche portanti del nostro carisma, ma anche perché più che mai oggi abbiamo bisogno di imparare a stare assieme, a vivere e a lavorare animati da questo spirito. Per questo il Capitolo riprende il numero 15 delle Costituzioni e ricorda che è nostra caratteristica peculiare “l'accoglierci come fratelli, vivendo la missione “in unità d'intenti”(XI CG 6.6). Fa quindi parte dell'identificazione con l'Istituto il riconoscerlo come famiglia.

“Pur avendo conosciuto un grande sviluppo geografico, internazionale e culturale, l'Istituto non ha mai smesso di sentirsi “famiglia” e di riconoscere come parte fondamentale della sua identità lo “spirito di famiglia”, continuamente proposto dal Beato Allamano come caratteristica dell’Istituto. Uno spirito che ci fa sentire tutti fratelli, che s’interessano gli uni degli altri, vivendo la missione in unità d’intenti, condividendo gioie, sofferenze e speranze (cf. Cost 15) nella comunione dei beni” (XI CG 9).

Anche qui la Chiesa, sia nel suo insegnamento che in tutto ciò che lo Spirito suscita e fa nascere in seno ad essa, ci ha insegnato che vi è una santità cosiddetta “comunitaria” e non soltanto individuale. Da una spiritualità individuale si è passati a pensare e parlare di una “spiritualità di comunione” (NMI 43). Per cui lo “spirito di famiglia” riproposto con forza dal Capitolo in questa nuova dimensione della spiritualità diventa anche cammino privilegiato di santità.

“La vita comune è per noi un valore primario” (Cost 22) e i “vincoli propri della nostra comunione sono la partecipazione all'unico pane e allo stesso calice, la presenza materna di Maria Consolata, l'identica vocazione, la paternità del Fondatore, che mette in evidenza la nostra condizione di fratelli” (Cost 21)(XI CG 10).

“Mezzi privilegiati per la buona armonia del vivere insieme sono la vita di preghiera, l'amicizia, la sincerità, la stima, la comprensione vicendevole, l'ospitalità e le buone maniere (cf. Cost 31; XCG 32), la promozione e correzione fraterna, il perdono e la riconciliazione” (XI CG 11.2).

“L'Istituto, formato da membri di diversi Paesi, è internazionale. Il missionario deve educarsi a vivere e lavorare con confratelli di altre culture” (Cost 23).La composizione delle comunità è sempre più internazionale e multiculturale, con membri diversi per “età, origine, preparazione e competenze” (Cost 24). Uniti diventano icona del Regno di Dio, che riunisce insieme persone di ogni razza, lingua, popolo e nazione” (XI CG 17).

“Il missionario è chiamato a vivere e testimoniare una comunione che valorizza la diversità con un atteggiamento di kènosi di se stesso, per fare spazio all’altro. Per il missionario il dialogo è un atteggiamento fondamentale, mentre il rispetto delle persone e delle culture diventa per lui un orizzonte operativo” (XI CG 17.2).

Bastano queste citazioni per aiutarci a comprendere che la sfida di una santità di vita vissuta a partire dalla comunione è grande e impegnativa. Forse per questo nella vita di ogni giorno delle nostre comunità sentiamo quanto sia faticoso alle volte avvicinarci a questo ideale. Ma questo non significa che dobbiamo arrenderci o pensare che sia sufficiente “vivere in comunità” come tante belle statue (Fondatore).

La comunità è chiamata a diventare quel “luogo santo” nel quale ci santifichiamo e dalla quale parte anche quella santità di vita che diventa testimonianza.

Ci sono due espressioni belle, ma soprattutto profonde nei testi capitolari citati sopra.

“Uniti diventiamo icona del Regno di Dio”. Il nostro Istituto, internazionale e multiculturale, che riunisce fratelli di ogni razza, lingua, popolo e nazione, può essere icona del Regno. Il Regno di Dio può essere abitato solo da un popolo di santi. Per cui il nostro essere famiglia è arricchito dal fatto che siamo diversi e ognuno porta dei doni, dei modi di fare, di essere e di comportarsi. Nel momento in cui riusciamo ad armonizzare tutta questa ricchezza, anticipiamo il Regno.

Può sembrare un sogno, illusione, qualche cosa di irraggiungibile, ma non lo è. Quante volte giovani studenti di teologia di altri istituti vedendo i nostri o frequentando la stessa facoltà hanno affermato: “è bello questo vostro stare assieme così diversi, questo vostro essere famiglia”. Più di uno, attratto da questo modo di essere e vivere, ha chiesto di unirsi a noi. “Voi della Consolata siete diversi dagli altri”. Penso che molti di noi lo hanno sentito affermare in una occasione o in un'altra. E' perché siamo migliori? Certamente no, ma non c'è dubbio che questa “santità” semplice e spicciola piace e attira.

E' naturale che se un cammino di santità è un processo in divenire abbiamo allora molti passi da fare. Ma alle volte non ci apprezziamo abbastanza e siamo più portati al negativismo che a valorizzare gli sforzi che ognuno fa.

La seconda espressione interessante del Capitolo dice: “Il missionario è chiamato a vivere e testimoniare una comunione che valorizza la diversità con un atteggiamento di kènosi di se stesso, per fare spazio all’altro”.

La kènosi, l'annientamento, il farsi niente avendo come modello Cristo che ha vissuto questa realtà fino a dare la vita. Gli antichi cammini di spiritualità e santità presentavano questa kènosi nella sua dimensione di sacrificio e di rinuncia. E' un cammino che continua ad avere tutta la sua validità, ma nella prospettiva della vita comunitaria e della comunione, assume forse il suo significato più genuino ed originale: quello di farsi niente, nulla, vuoto d'amore di fronte al fratello e per amore dell'altro. Realtà questa che si apre a tutta la vita missionaria e ad ogni persona con la quale veniamo a contatto.

E' ancora il Capitolo a dirlo in altre parole quando tratta della comunità multiculturale:

“Oggi si avverte la necessità di andare oltre l’internazionalità, per affrontare le sfide dell’interculturalità. Questo richiede innanzitutto il riconoscimento e l’accoglienza del pluralismo culturale e lo sforzo continuo di capire l’altro. Si entra così in una dinamica di ricevere e dare, una condivisione che fa crescere nel dialogo, nella fiducia vicendevole e nel riconoscimento delle nostre differenze” (XI CG 56).

Nella maggior parte delle nostre comunità vivono giovani, missionari di mezza età, anziani, a volte ammalati, missionari con problemi o pienamente realizzati nel loro lavoro: questo è il terreno quotidiano nel quale porre ogni giorno semi di santità e dal quale, nello stesso tempo, già coglierne i frutti.

Sempre in questo spirito di corpo e di famiglia possiamo ricordare le parole del Fondatore: “Vedete la consolazione che si prova a partecipare a questa famiglia...Ed anche per chi deve andare in un l'atro luogo...il luogo è una materialità, è niente l'esser piuttosto in un posto che in un altro...siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all'Iringa...bisogna ben che coltiviamo tutti i luoghi che il Signore ci ha affidato!...”(Conf. III p. 499).

Saper gioire per ciò che l'altro sta facendo, lasciarsi edificare dalla sua vita o avere il coraggio di correggerlo quando è necessario, sostenere con la preghiera o con altri servizi chi lavora direttamente in missione è partecipare alla crescita nella santità di un Istituto che vuole essere “corpo” e famiglia.

3.L'invio, la partenza e la missione come espressioni del nostro carisma e mezzi di santità.

Nel mese scorso ho accompagnato all'aeroporto un nostro giovane missionario che per la prima volta partiva per la missione. Con me c'erano anche i suoi genitori. E' stato un momento molto bello, ho pensato alla mia prima partenza, alla partenza di tanti missionari e dei primi missionari, alcuni dei quali salutati dal Fondatore alla stazione ferroviaria di Torino. E' stato bello vedere l'entusiasmo di questo giovane, la sua gioia nel poter dare inizio al “sogno”della missione, ora diventato realtà. E' stato bello vedere la serenità e quasi lo stesso spirito missionario nei suoi genitori. Anche l'invio nella sua parrocchia, celebrato alcuni giorni prima, aveva visto la partecipazione di molta gente e soprattutto di molti sacerdoti della diocesi. Partiva anche a nome di tutti loro e questo rendeva ancor più significativa la sua partenza e la realizzazione della sua vocazione.

Ho ricordato questo semplice fatto per dire che per noi missionari la realtà della partenza, dell'invio e della missione è parte costitutiva e essenziale del nostro carisma. Il Padre Fondatore ha sempre voluto dare uno “spirito” a tutto questo indicando la santità come qualità e atteggiamento di vita per ogni partenza e susseguente lavoro missionario. Lui diceva che per partire bisognava essere santi o almeno metterci tutto lo sforzo per diventarlo.

Il Capitolo viene a ricordarci che “la disponibilità ad extra è un elemento fondamentale della nostra vocazione e tutti i missionari sono disponibili ad esprimerla fuori del proprio ambiente culturale ed ecclesiale” (XI CG 19.2).

“Con l'adesione alla Chiesa che manda, e l'obbedienza all'autorità dell'Istituto che rende specifico il mandato della Chiesa, il missionario diviene partecipe della missione di Gesù, inviato dal Padre e obbediente fino alla morte” (CG del 1969 n.58).

“Le Costituzioni precisano che lo scopo per cui siamo nell'Istituto e al quale dobbiamo tendere è la missione “ad gentes”. A questo è orientata tutta la nostra vita, la formazione, le scelte: 'Il vostro cuore dev'essere in missione, ve lo dico sempre' (VS, p. 105). Nello stesso tempo non poteva sfuggire l'insistenza del Fondatore: 'non cesserò mai di eccitarvi alla santità, fine per cui siete entrati nell'Istituto, e vi siete' (Conf. II, p.375). Quanto più vogliamo essere missionari, tanto più dobbiamo essere convinti che per esserlo veramente, è necessaria una 'santità speciale, anche eroica ed all'occasione straordinaria da operare miracoli' (Conf. I, p.617)” (Lettera di P. Giuseppe Inverardi, 1982 sulle Costituzioni rinnovate).

Consacrati a Dio per la missione, ogni attività che svolgiamo, sia essa di evangelizzazione, di animazione, di formazione, di promozione umana, di giustizia, pace e integrità del creato o nei nuovi areopaghi (cfr.XI CG Cap. 4), diviene “azione santa” quando è fatta con la coscienza di essere continuatori dell'opera evangelizzatrice del Signore, di realizzarla in suo nome e mettendovi in essa tutte le proprie forze ed energie. Ed è in questa “azione santa” che cresciamo giorno per giorno in santità di vita.

“Il missionario della Consolata testimonia la tenerezza di Dio, si fa vicino alla gente “con contatti personali e attenzione ai loro problemi e necessità concrete” (Cost 73), vive in modo semplice e fraterno, parlando bene la lingua del popolo (cf. Cost 73.1), trattando tutti con “grande carità, mansuetudine e magnanimità” (Cost 72), valorizzando in ogni cultura quanto di buono e valido esiste (cf. Cost 77)” (XI CG n.20.4).

“Giustizia, pace e integrità del creato (GPIC) sono dimensioni evangeliche del nostro carisma di consolazione e promuovono il rispetto e la difesa dei diritti umani e civili, la riconciliazione e la salvaguardia del creato. Con l’impegno in campo sociale esercitiamo una dimensione importante della profezia della Chiesa, che comprende denuncia, promozione della giustizia e della pace” (XI CG n.74-75).

Queste azioni ordinarie e semplici assieme ai piccoli o grandi progetti che realizziamo in missione in favore dei poveri, delle minoranze, dei giovani o a servizio delle Chiese locali diventano quei “miracoli ordinari” che anche noi possiamo fare e che Gesù ha promesso ai suoi che avrebbero realizzato se avessero avuto un po' di fede.

Questo vale anche per il dialogo interreligioso che “ci porta a riconoscere, alla luce della rivelazione, l’azione universale e costante dello Spirito Santo, che suscita nella storia, attraverso religioni ed esperienze di vita diverse, la ricerca di Dio, della verità e della salvezza. Per noi Cristo rimane il riferimento eminente e irrinunciabile di questo cammino” (XI CG 28). Ne derivano quindi atteggiamenti di apertura, stima e accoglienza, ma soprattutto la testimonianza della nostra fede, più con la vita che con le parole, attraverso i dialoghi che abbiamo chiamato “della vita e delle opere”.

Forse è proprio in questo ambito della missione, intesa come “dialogo” e “testimonianza della carità”, che il missionario è chiamato ad essere quel santo silenzioso che non fa rumore, ma che edifica con la sua sola presenza e i suoi gesti.

E' questa la santità che prende il nome di “consolazione”, che si fa aperta e attenta anche a tante altre forme di sofferenza ed esclusione presenti oggi nel mondo quali il “dramma dell'HIV-AIDS” al quale siamo chiamati a rivolgerci con “cuore compassionevole” (XI CG 87.1).

4. Dove si alimenta e sostiene una vita santa?

Il primo orientamento per la Missione del XI CG è indirizzato alla santità di vita, quando si “rinnova con convinzione l'opzione per la santità di vita dei singoli missionari e delle comunità”, partendo dall'intuizione del Fondatore “prima santi e poi missionari”. Abbiamo approfondito in modo particolare quanto sia importante questa santità comunitaria, di corpo e come la comunità, ambiente nel quale viviamo, preghiamo e lavoriamo, può diventare “sacramento” e “luogo” della presenza del Signore che ha promesso di essere presente tra coloro che sono uniti nel suo nome (Mt 18,20). Il Capitolo, in questo orientamento, ci indica gli strumenti, ormai collaudati, che stanno alla base del nostro cammino di santità.

Si parte proprio dall'esperienza di Dio e dal porre Cristo al centro della vita, ricuperando i valori della gratuità, dell'umiltà e del martirio e facendo del nostro vivere insieme, in comunità interculturali, la profezia di una vita nuova (XI CG 54).

Ci alimentiamo e ci sosteniamo in questo cammino:
Con la fedeltà all'eucaristia quotidiana e nell'adorazione perché è questo il nostro primo luogo di formazione alla santità, qui si è formato il nostro Fondatore e qui voleva che ogni missionario portasse la sua vita, le sue gioie, sofferenze e difficoltà.

“Quando sconsolato non hai con chi dir parola, corri in chiesa ove è il Santissimo Sacramento e parla con Gesù come lo vedessi coll'occhio del corpo lì a te presente: esponi i tuoi disagi, e uscirai consolato; prova e vedrai; così faccio anch'io e prendo nuova energia per proseguire nel mio dovere” (al fratello Ottavio).

“Gesù sacramentato è il maggior conforto e sostegno del missionario, il quale come Francesco Saverio deve trovare ai suoi piedi il primo conforto”.

Con l'umile e attento ascolto di Dio tramite la sua Parola, che personalmente e comunitariamente ci impegniamo a meditare, approfondire e testimoniare nel quotidiano della nostra vita. Ancora una volta il Capitolo propone la lectio divina come una delle forme di riflessione personale e comunitaria sulla Parola (cfr.XI CG 2.2).

Imparando da Maria “nostro modello e guida, nostra ispiratrice, Madre e Fondatrice che orienta in maniera significativa il vissuto quotidiano del nostro carisma ad gentes, pervade e plasma il nostro essere e fare missione (XI CG 8).

Accettando il sacrificio come parte integrante della nostra vita e del nostro impegno di evangelizzazione. I missionari ammalati offrono il contributo delle loro sofferenze, e questo li aiuta a essere discepoli di Cristo sulla via della croce. (XI CG 4.2).

Nella conoscenza della propria realtà personale. L'accettazione delle potenzialità e debolezze, e la loro integrazione con i vari cambiamenti della vita costituiscono il segreto e la forza che aprono con serenità alla maturazione personale, comunitaria e apostolica. Facendo del sacramento della riconciliazione la forza per ricominciare sempre “in una attitudine di conversione permanente” e lasciandosi orientare della direzione spirituale e da un progetto personale di vita (XI CG 2.3 – 2.7 – 2.8).

5. La “bussola” nel cammino di santità.

Ci sarà qualche cosa o qualcuno che può dirci che siamo sulla strada giusta o, come abbiamo detto fino ad ora, “incamminati verso una santità di vita”? Penso che la risposta possiamo trovarla guardando ancora una volta alla vita del Beato Allamano quando parla della “volontà di Dio” e quando lui stesso racconta come cercava di viverla per sè e nelle decisioni che doveva prendere. La volontà di Dio, accettata con disponibilità, scelta con gioia, ricercata con umiltà e nel discernimento può diventare la vera “bussola” dell'orientamento della nostra vita. Il confronto con la Parola di Dio, con la Chiesa, con il Fondatore “perenne e vivo”, con l'obbedienza, con la realtà e le sue sfide diventa per noi la luce e la garanzia che la strada che percorriamo è quella voluta da Dio.

“Nel fare la volontà di Dio si trova la santità più perfetta. Tutti i Santi divennero tali uniformandosi alla volontà di Dio” (VS p. 259)

“ Se faremo sempre la volontà di Dio con purità d'intenzione, i nostri giorni saranno veramente pieni, perché dal mattino alla sera è un continuo accumulare tesori pel Cielo. Procuriamo che sia così; allora, alla fine della vita troveremo di aver fatto molto, anche se al presente ci sembra di far poco” (VS p. 264).

6.Un santo di famiglia: Padre Giovanni Battista Bisio

“Il capitolo incoraggia la raccolta di documentazione relativa a figure rilevanti di missionari che mettono in risalto il carisma del Fondatore e possono essere presentati come testimoni della Missione” (XI CG 106).

Quasi alla fine di questa riflessione sulla santità di vita vorrei proporre brevemente alcuni tratti della vita di Padre Giovanni Battista Bisio, testimone della Missione prima in Somalia e poi in Brasile. Così scriveva di lui Padre Domenico Fiorina:”Ho avuto la fortuna di vivergli accanto per dieci anni; posso testimoniare che il suo dinamismo, le sue grandi e immortali realizzazioni scompaiono dinnanzi alla ricchezza della carità, dedicazione del suo cuore sacerdotale, delle sue virtù morali, che fanno di lui non solo un eroe e un gigante, ma anche un santo”.

Nasce a Garessio- Ponte il 12 febbraio 1903, entra nel Seminario diocesano di Mondovì nel 1914 e nell'agosto del 1920 nell'Istituto Missioni Consolata a Torino. Si unisce subito ai suoi nuovi compagni che sono in vacanza a sant'Ignazio e di quel primo inizio scrive di lui Padre Borello: “ Si è subito visto che si trattava di un giovane generoso, con volontà ferrea, deciso a percorrere il cammino della santità, come voleva il Fondatore”.

All'inizio degli Esercizi Spirituali prima della professione visita il Fondatore. Lui stesso parla di questo incontro: “Entro da lui con il cuore pieno di trepidazione, chiedendo a Gesù e allo Spirito Santo che lo illuminino a mio riguardo. Mi prostro ai suoi piedi, stringo tra le mie mani la sua destra. Lui mi chiede se sono contento di fare i voti.Una voce che non è la mia dice: “sì”, e mi viene un nodo alla gola. “Oh, molto bene, bravo. Hai anche fatto il tirocinio?” Sì, gli rispondo e sono contento di averlo fatto. Nello stesso tempo continuavo a stringere e a baciare quella mano. “Molto bene, sta tranquillo, sta tranquillo! Io ti benedico”. Mi benedice e nuovamente: “Sta tranquillo!”. Sono uscito con il cuore inondato di pace e di gratitudine, sono andato al coretto, vicino alla Consolata, per cantare il Magnificat”.

Durante il terzo anno di teologia, ancora studente, gli viene chiesto di partire per l'Africa. Fa subito il passaporto e dopo 10 giorni, il 9 dicembre 1924, è già in partenza per la Somalia. Alla vigilia, nel Santuario della Consolata e dalle mani dello stesso Fondatore, assieme ad altri missionari, riceve il crocifisso. E' destinato alla nuova missione di Brava nella quale, pochi mesi dopo, arriverà come superiore Padre Giuseppe Prina. Ma dopo meno di un anno viene chiamato a Mogadiscio dove assume la direzione dei lavori per la costruzione della Cattedrale che sarà dedicata alla Consolata. Così scrive nel suo diario in viaggio verso il Brasile: “Quando penso alla vita che ho fatto in Somalia, dell'orario che si osservava, delle fatiche e delle preoccupazioni, soprattutto quando ero responsabile dei lavori della Cattedrale, con 32 muratori bianchi, 64 arabi, 200 prigionieri indigeni, pensare a tutto il materiale necessario, la direzione della scuola di arti e mestieri. Quando mi ricordo che dopo un giorno di intenso lavoro (dalle 6 alle 11.30 e dalle 13 alle 18.30), dopo aver detto il rosario e fatta una piccola cena dovevo ancora fare un'ora e mezza di scuola (dalle 20 alle 21.30) a 44 indigeni, dovendo parlare con voce rauca, mi chiedo: come avrei potuto caricare quel peso enorme senza il potente aiuto di Dio? Per questo mi rimane solo di ringraziarlo perché tutto ciò che ho potuto fare nella mia vita, è stato per grazia di Dio”.

E' ordinato sacerdote a Mogadiscio da Mons.Perrachon il 5 giugno 1926 alla presenza di alte autorità e con molti onori. Parlando di tutto questo scrive ai genitori: “Onori e più onori... Accetto tutto per voi... Tutto questo non mi tocca. Ma riflettendo sulla frase: 'Tutte le croci e le corone che adornano il petto e il capo dei figli dovrebbero adornare quello dei loro genitori', io ne sono contento, perchè penso: la magnifica croce d'oro che ho ricevuto (dalla Contessa De Vecchi) ha ornato anche il vostro petto, e tutti gli omaggi che ho ricevuto dall'alta società di Mogadiscio, sono stati fatti a voi”.

Rimarrà in Somalia fino al 1930, anno in cui i Missionari della Consolata devono ritirarsi dal paese. Al compiere 27 anni scrive a suo fratello Mario che era in Seminario: “Ventisette primavere. Ho già completato i miei 5 anni d'Africa. Cinque anni...Che belli, fruttuosi e pieni di sacrifici. L'apostolato in Somalia, non è un apostolato tra pagani, ma tra mussulmani, dunque difficile, aspro, senza la consolazione di grandi conversioni. Ma come è dolce il ritornello del salmista: Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”.

Nel 1930 è destinato alla casa di formazione dei Fratelli a Madonna di Campagna. Fratel Mussetto, suo alunno, così riassume il lavoro di Padre Bisio: “Ringrazio a mio nome e di tutti per il grande bene che ha sempre fatto con ardore, soprattutto in relazione a noi fratelli. Grazie per le magnifiche spiegazioni nelle meditazioni, per la carità con la quale correggeva i nostri difetti. Grazie anche per il suo carattere gioviale. Sapeva sorridere e ci trasmetteva gioia”. Nel 1934 accompagna i Fratelli alla Certosa di Pesio che là si erano recati per la ristrutturazione della casa. Vi rimarrà sino alla fine del 1935.

All'inizio del 1936 sostituisce P. Lorenzo Sales in una serie di predicazioni eucaristico-missionarie nelle Cattedrali di Jesi e Bologna. Fu una rivelazione e un successo. A metà di quell'anno si trasferisce con tutta la comunità dei Fratelli a Varallo Sesia dove nuovamente vi sono lavori da fare per poter aprire il nuovo Seminario Minore. Nello stesso anno viene presa la decisione di iniziare la presenza dell'Istituto in Brasile e a Padre Bisio viene affidata questa nuova impresa.

Scrivendo ai genitori dice: “Parto contento.. Non mi illudo, troverò rose e spine, forse più spine che rose, ma la vita è fatta così...E' per questa strada che si arriva alla patria. Uniamoci ogni giorno al buon Gesù nella santa comunione”.

Alla vigilia della partenza confida a Padre Carlo Gallo che è contento di essere il primo a realizzare ciò che aveva predetto il Fondatore: “Andrete non solo in Africa, ma anche in America...”.

Parte da Torino il 3 febbraio 1937. Di questo viaggio si conserva un lungo diario.
“Da Torino a Genova ho pregato per me e per voi, perché tutti e sempre possiamo compiere la volontà di Dio”.
“Coraggio, la meta è una sola: guardiamo tutti ad essa. Dobbiamo essere bussole e non pendoli; missionari senza riserve, senza eccezioni”.
Sabato 13 febbraio 1937: Data del primo contatto di un Missionario della Consolata con la terra americana.. A Recife una breve sosta. Ha solo un'ora. Fa un giro veloce e va fino al Collegio dei Salesiani del Sacro Cuore di Gesù.

“Ai piedi del tabernacolo, nella chiesa dei reverendi padri salesiani di Recife, con una preghiera ardente e piena di fiducia, ho offerto al Signore della messe tutto quanto i suoi operai, i figli della Consolata, avrebbero realizzato a partire da oggi e lungo i secoli, in questo nuovo mondo. A nome dei confratelli e consorelle che seguiranno questi miei primi e modesti passi, ho accettato tutto quanto Lui avrebbe voluto inviarci: gioie e sofferenze, successi e sconfitte, tutto quanto fin dall'eternità è stabilito per noi, convinto che per cogliere rose, bisogna prepararsi ad affrontare spine pungenti.Quei pochi istanti mi sono parsi una vera consacrazione”.

Arrivo a Rio de Janeiro. “Arrivando alle acque di Guanabara il mattino del 16 febbraio 1937, con gli occhi ansiosi di chi arriva per la prima volta a nuove spiagge ed ha il cuore ripieno di cose inesprimibili, guardavo in direzione al Corcovado, desideroso di vedere quel Cristo Redentore del quale tante volte avevo sentito parlare. Un velo di nuvole ne impediva la visione. Ma, improvvisamente, ecco che le nuvole si aprono, e nel cielo chiaro, circondato da una aureola maestosa, appare la più bella meraviglia della città meravigliosa! Decine e decine di passeggeri esclamano a una sola voce:: 'Ecco il Cristo Redentore! Ecco il Cristo del Corcovado! Che Bellezza! Che grandiosità!' L'immagine gigantesca del Cristo Redentore, con le braccia aperte, che sembravano prolungarsi dal nord al sud, fino ai punti più lontani dell'immenso Brasile, parlava al mio cuore...rassicurava la mia anima. Sentivo risuonare in me un canto di benvenuto! Sentivo tutta l'anima del Brasile accogliente e ospitale. Contemplavo quella scena, la mia fiducia aumentava sempre di più, perchè, per una felice coincidenza, quello era un giorno importante per tutti i missionari e missionarie della Consolata, il dies natalis del Fondatore, il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano, che esattamente undici anni prima (16 febbraio 1926) consegnava la sua anima a Dio. Non avevamo soldi, non conoscevamo nessuno, con contavamo con un appoggio umano, ma portavamo un cuore pieno di illimitata confidenza in Dio e camminavamo in cerca di un ideale che brillava lontano, davanti a noi. Avremmo costruito seminari e case per formare missionari e missionarie della Consolata brasiliani”.

Padre Bisio vivrà in Brasile per soli dieci anni perché morirà dopo una semplice operazione di appendicite (o forse per altri motivi) il 17 maggio 1947.

Nel maggio del 1937 si uniranno a lui Padre Calandri e Padre Durigon che arrivano il giorno della Festa del Corpus Domini. “E' un bel giorno per iniziare la nostra vita di famiglia religiosa a San Manuel”, commenta Padre Bisio. Alla fine del 1938 vi arriverà anche P. Domenico Fiorina, “un bel regalo della divina Provvidenza”, dirà Padre Bisio.

In quei brevi 10 anni che Dio gli ha concesso, Padre Bisio ha realizzato un lavoro gigantesco. Parte del suo sogno-profezia lo vedrà realizzato nella costruzione di seminari e case di formazione per le suore, nel primo gruppo di novizi brasiliani, nel completamento della costruzione del Santuario dedicato a Santa Teresina e la prospettiva di un campo più missionario tra le popolazioni indigene.

Il 10 maggio de 1947, la notte prima di partire per l'ospedale, parla per più di due ore con padre Costanzo Dalbesio riguardo ai seminaristi: voleva che prima di tutto fossero santi e imbevuti del genuino spirito del Fondatore. Dà orientamenti chiari e precisi circa la formazione “non sapendo che questo sarebbe stato il suo testamento d'amore”. Il pomeriggio del giorno dopo, fa la sua ultima conferenza sulla povertà e raccomanda la devozione allo Spirito Santo. Tra le altre cose dice: “Quante volte, nell'imminenza di dover parlare, di prendere una decisione, o di dare una risposta, ho ottenuto risultati felici, dopo un istante di preghiera. Si risolveva tutto...Dobbiamo essere molto devoti dello Spirito Santo”.

Padre Ottavio Occelli, scrivendo al Superiore Generale, subito dopo la sua morte, testimoniava: “Questa preziosa vita non si è chiusa con un'agonia penosa e incosciente, ma si è prolungata fino all'ultimo sospiro, con piena lucidità di mente e coscienza del suo stato. E' stato un inno alla gioia e di entusiasmo spirituale, continuazione di quell'entusiasmo costante che lui dimostrava per la sua santificazione e per quella degli altri e che è stata una caratteristica della sua vita”.

Avvisati dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute in breve accorrono quasi tutti i missionari. Appena giunge Padre Celio Regoli lo accoglie con un sorriso felice:”Padre, io muoio contento, offro la mia vita per il noviziato, per la congregazione. In fretta , dammi l'assoluzione”. Rivolge parole di incoraggiamento ai presenti: “Non piangete, tra pochi momenti sarò in cielo, con Gesù, gli parlerò di voi, delle vostre necessità”. Ringrazia i medici, le suore, gli infermieri e quanti lo servivano. Invita padre Regoli a gridare “Viva la Consolata!”Dà la sua benedizione ad ogni padre che arriva mettendo la sua mano sulla testa di ognuno di loro. Ripete senza cessare: “Vogliatevi bene”. Poi sorridendo dice: “Datemi una candela benedetta, in fretta, in fretta”. La stringe con gioia, la bacia e dice ad alta voce: “Questa è la candela del mio battesimo, della cresima, della prima comunione, della professione religiosa, della mia ordinazione e della mia morte! Viva la Consolata! viva il Papa! Viva l'Istituto! Muoio contento perché, in questo momento supremo, mi dà forza e gioia il pensiero di aver compiuto sulla terra il dovere di sacerdote, di religioso e di buon cristiano. Ancora alcuni istanti e sarò in cielo con il mio carissimo Padre Fondatore, con il Beato Giuseppe Cafasso. Viva la Consolata! Viva il Papa! Viva i Superiori! Viva l'Istituto! Viva il Brasile! Alleluia, alleluia, alleluia!... Sono stato il primo a venire in Brasile, devo morire per primo”. Bacia più volte il suo crocifisso e quello del Rosario. Fa uno sforzo e li unisce dicendo: “Vedete, sono due crocifissi, ma sono una cosa sola; così le due congregazioni: quella dei padri e quella delle suore”. Con il nome di Maria sulle labbra che ripete più volte, la morte lo coglie. E' il 17 maggio 1947.

Sono in molti a riconoscere la sua santità al momento della sua morte e nei discorsi fatti durantei funerali. Una preziosa semente è stata piantata...Come il chicco di grano muore nella terra per dare vita a molti altri grani, così, siamo certi che, dal sacrificio di questo coraggioso e santo missionario cresceranno nuove forze e nuovo entusiasmo per la chiesa missionaria.

Conclusione (dal XI CG n. 52)

Come conclusione a questa riflessione sulla santità di vita ritorniamo al Capitolo e meditiamo ancora una volta ciò che è stato scritto al termine della prima parte dei testi capitolari.

“La parola del Fondatore riassume il nostro stile missionario, che plasma i vari settori della nostra vita.
Esso parte dalla santità, unica realtà capace di dare profondità, unità ed efficacia al nostro lavoro. L’opera della missione esige grande santità: “Come missionari poi, dovete essere non solo santi, ma santi in modo superlativo” (VS 111).
Il luogo privilegiato per formare il missionario alla santità è la vita quotidiana della nostra missione, fatta di gioie e speranze, di limiti e debolezze, nelle sue varie forme ed espressioni. Si tratta di viverla a imitazione del Signore Gesù, che “fece bene ogni cosa” (Mc 7,37), con la convinzione che “il bene bisogna farlo bene e senza rumore” (VS 128-129).

L’efficacia della missione non sta nella straordinarietà o nella grandezza delle opere, ma nell’intensità dell’amore, dell’unità d’intenti e dello zelo apostolico che mettiamo per l’avvento del Regno di Cristo nel mondo.

In questo stile di missione la comunità assume un ruolo protagonista; insieme possiamo realizzare le varie attività, programmandole, attuandole con professionalità e valutandole.

Con gioia e sacrificio il missionario potrà dire veramente: “tutto faccio per il Vangelo! Tutto, tutto! Mi spenderò e mi sacrificherò” (VS 460).

L’invito di Paolo ad offrire noi stessi “in sacrificio vivente, a Lui dedicato e a Lui gradito” (Rom 12,1), unito alla certezza che “annunziando la parola di Dio, io agisco come un sacerdote, perché faccio in modo che i pagani diventino un’offerta a Dio gradita, santificata dallo Spirito Santo” (Rom 15,16), resta il principio saldo della nostra spiritualità missionaria.

Tale principio rivela il vero senso dell’esortazione del Fondatore di “essere missionari eucaristici” (Cost 123 e cf. VS 677): fare cioè dell’eucaristia la fonte e il vertice dell’evangelizzazione e della nostra vita. Così la missione diventa liturgia vivente (cf. Cost 12)”.

Termino con le parole del Superiore Generale, P. Aquiléo Fiorentini, nell'omelia tenuta il 29 gennaio 2007 durante la celebrazione dell'anniversario della fondazione dell'Istituto: “Questa Famiglia, il nostro Istituto, che compie gli anni oggi, è la nostra casa, luogo dove siamo chiamati a perfezionarci, cioè, a diventare santi.

Per il Fondatore, solo chi tende alla santità è veramente missionario della Consolata. E lo dimostra con un intenso amore verso Dio e verso i fratelli e le sorelle. Santità e missione sono due aspetti che si esigono, si richiamano e si condizionano a vicenda. L’uno cresce a misura e in funzione dell’altro”.

P. Michelangelo Piovano, IMC

Febbraio 2007
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Domenica Missionaria

II domenica Avvento - B
san giovanni battista

Ecco, io mando il mio messaggero
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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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