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Alla Regione Kenya PDF Stampa E-mail
Scritto da Direzione Generale   

VISITA CANONICA
ALLA REGIONE KENYA
(5 gennaio – 27 febbraio 2004)

Roma, 25 marzo 2004



Carissimi Missionari,

La visita alla Regione Kenya, svoltasi nei mesi di gennaio e febbraio 2004, ha avuto una modalità inedita. Data l’ampiezza della Regione e la molteplicità delle sue opere, per la prima volta il Superiore Generale e il Vice Superiore Generale hanno visitato allo stesso tempo comunità diverse, mentre P. Norberto Louro, Consigliere Generale, ha accompagnato ora l’uno ora l’altro nelle varie zone. Questo metodo, permesso dall’ultimo Capitolo Generale (XCG), ci ha messi in grado di sveltire la visita e di poter osservare la realtà regionale partendo da punti di vista e da sensibilità diversi.
Con il Consiglio Regionale abbiamo avuto un incontro preliminare che ci ha facilitato ad entrare subito e in profondità nella realtà della Regione. Assieme abbiamo concordato un piano di lavoro che permettesse di avere una visione dell’intera Regione attraverso i dialoghi personali e la visita ad ogni comunità ed opera dell’Istituto, ma che acconsentisse pure di ascoltare l’opinione dei membri della Regione sul cammino presente e futuro della nostra missione in Kenya. Questo si ottenne nel corso dei cinque incontri zonali.
P. Luigi Brambilla, Superiore Regionale, ci ha accompagnati nella visita alle comunità più lontane, mentre il Vice Superiore Regionale, P. Matthew Ouma, ci ha facilitato gli incontri nelle comunità più prossime a Nairobi. Ad entrambi diciamo il nostro sincero grazie, poiché ci siamo resi conto che la visita non è stata soltanto nostra, ma in buona parte è stata anche loro, per il tempo concessoci, per la loro partecipazione attiva agli incontri di comunità e zonali, e per le tante delucidazioni che ci hanno offerto.
Un sincero ringraziamento vogliamo rivolgere a voi tutti, confratelli della Regione: agli anziani che nella loro saggezza ci hanno sovente ricordato le cose fondamentali che non devono mai essere dimenticate e che con la loro perseveranza sono testimoni di questa realtà perenni del nostro essere ed operare, e ai missionari più giovani che con il loro entusiasmo e i loro sogni ci hanno permesso di guardare in avanti, al futuro della Regione, con fiducia e speranza.
Raccogliamo le nostre osservazioni attorno a dieci temi che maggiormente sono stati messi in rilievo nel corso di un dialogo durato due mesi e portato avanti a più voci. Siamo coscienti di non poter dire in questo momento tutto quello che abbiamo nella mente e nel cuore. Anzi, in alcuni casi, sfioreremo appena realtà importanti e complesse che meriterebbero un approfondimento maggiore. Al Consiglio Regionale lasceremo altro materiale che si riferisce alle comunità locali e agli incontri zonali e che potrà utilizzare nel suo servizio di animazione regionale.
Mentre la nostra attenzione si è focalizzata principalmente sul Kenya, non abbiamo trascurato di volgere sovente lo sguardo all’Uganda, dove svolgono la loro missione tre nostre comunità e dove abbiamo potuto trascorrere una settimana. Purtroppo, per esigenze di spazio, non potremo dare il dovuto risalto alla realtà di questo Paese che da decenni è travagliato da guerre e lotte interne e che ha bisogno ancora della solidarietà di tanti. I nostri confratelli, attraverso il lavoro di evangelizzazione in due parrocchie e le attività del centro di animazione missionaria e vocazionale vi danno il loro contributo con impegno ed entusiasmo.

1. Kenya, “nostro terra”

Questo Paese e questa terra che i missionari del Kenya, indistintamente dalla loro origine, sentono più che mai come loro, sta vivendo un momento delicato e cruciale. Due anni or sono esso ha attraversato con grande maturità e in maniera pacifica la congiuntura delle elezioni politiche che mettevano fine a un ventennio segnato da tante realizzazioni ma anche, purtroppo, da molteplici problemi: dalla dilagante corruzione politica e amministrativa e ad una stasi economica e sociale generalizzata. Per questo motivo, la campagna quaresimale del 2003 parla di “New beginning for Kenya” e invita tutti i cattolici a lavorare uniti con tutte le forze vive della nazione per sconfiggere la povertà persistente e la mancanza di un buon governo, e poter finalmente giungere a redigere una Costituzione che assicuri al Paese il senso della legge e una pace duratura nella giustizia e nel rispetto vicendevole. Lo stesso documento e quello della Quaresima 2004, preparati dalla Commissione di Giustizia e Pace, ricordano gli obiettivi principali verso cui tutti dovrebbero muoversi in un comune sforzo per assicurare un futuro migliore al popolo keniano:
 Lotta contro la povertà assoluta. È una delle cause principali del diffondersi della criminalità e dell’insicurezza e impedisce il progresso della nazione con i suoi 30 milioni di abitanti, di cui il 44% sotto i 15 anni. Tale povertà raggiunge il 56% dell’intera popolazione, secondo quanto afferma “The Institute of Economic Affairs”, e crea situazioni subumane soprattutto negli slums delle grandi città.
 Lotta contro l’ineguaglianza sociale in costante crescita e che tocca tutti gli aspetti della vita, in particolare la salute e l’educazione. Il Kenya viene enumerato tra le dieci nazioni povere del mondo che hanno il più alto tasso di disuguaglianza sociale, per cui la crescita economica continua a lasciare i poveri in una costante e forse maggiore povertà.
 Lotta contro le divisioni e le fazioni, suscitate o favorite negli anni passati da interessi politici. In questo campo la Chiesa può svolgere un ruolo privilegiato per favorire la riconciliazione tra tutti gli abitanti del Paese.
 Moralizzazione dell’economia che deve essere sempre retta da principi onesti e solidi. Tutti i cittadini infatti devono poter crescere economicamente, avere un lavoro garantito e un salario che assicuri una vita dignitosa e condizioni di lavoro decenti.
 Impegno per formare una classe politica che cerchi il vero bene della nazione, difenda la causa dei più poveri, delle famiglie e dell’infanzia, promuova l’unità e l’armonia in tutto il Paese senza cercare il bene di alcuni a scapito di altri.
 Lotta contro la piaga dell’AIDS e contro tutte le altre malattie che mietono innumerevoli vittime, come la malaria. Il cristiano è una persona che vigila costantemente affinché la vita umana sia favorita e difesa ad ogni costo.
 Impegno di tutti affinché la nuova Costituzione, che il Paese sta riscrivendo, porti un nuovo ordine sociale, rispettoso dei diritti di tutti e capace di instillare in ogni cittadino il senso del dovere per il bene comune. In questo impegno la Chiesa Cattolica ha svolto e continua a svolgere un ruolo di primaria importanza nel creare sensibilità e attenzione.
Oggigiorno, parole come bene comune, solidarietà, sussidiarietà, trasparenza, onestà, stanno facendosi strada in tutti i livelli della società keniana che, con la sua ricca eredità culturale, la molteplicità etnica e un’educazione diffusa, offre buone garanzie per costruire un futuro migliore. La speranza sta rinascendo e suscita ovunque energie nuove. Le malefatte e le soverchierie vengono ora punite, la corruzione è apertamente combattuta e un grande sforzo viene fatto nel campo dell’educazione. Anche gli investitori stranieri dimostrano di avere nuovamente fiducia nelle potenzialità del Paese.
La Chiesa cattolica del Kenya, con la sua grande ricchezza di personale e istituzioni educative, caritative e assistenziali, sta dando un forte contributo profetico nel denunciare i mali e nel formare il popolo a lavorare per il bene comune. La Commissione Nazionale di Giustizia e Pace da anni sta conducendo un lavoro capillare per coscientizzare le comunità cristiane ai valori della giustizia, della pace, della riconciliazione. Questo servizio ha trovato una delle sue espressioni più efficaci nella celebrazione della quaresima di fraternità in cui questi valori vengono particolarmente accentuati. Anche la Commissione Regionale IMC/MC di Giustizia e Pace si sforza di dare il suo contributo verso la creazione di una coscienza ecclesiale sempre più attenta alle problematiche che maggiormente travagliano il Paese. Come Missionari della Consolata non possiamo esimerci dal dare la nostra risposta all’invito sempre più pressante dei Vescovi, perché le comunità ecclesiali diventino vero fermento di una società più unita, fraterna e solidale verso ogni sofferenza. Per questo motivo e su invito del XCG, non dovremmo lasciare passare un anno senza rileggere con attenzione e partecipazione la situazione del Paese e della Chiesa, facendoci aiutare qualora fosse necessario da esperti, per evitare di rimanere disattenti al cammino della nazione e ai drammi che la nostra gente sta vivendo.

2. L’Istituto: casa e famiglia

Ci stupisce non poco e ci riempie il cuore di gioia l’enfasi che alcuni confratelli, anziani e giovani, mettono sul valore dell’identità e dell’appartenenza. La lunga esperienza di comunità dei primi conferma che è possibile sentirsi identificati con l’Istituto fino a considerarlo vera famiglia, mentre la breve esperienza degli altri sta già suggerendo loro che senza un intimo legame con tutti i fratelli non si può crescere in maniera sana come Missionari della Consolata e nemmeno esprimere in pieno il carisma della missione e dare un contributo valido alla Chiesa del Kenya.
L’albero dell’Istituto in Kenya, voluto dal Beato Allamano e piantato con tanto impegno dai nostri primi Missionari cent’anni or sono, è ora cresciuto come pianta solida e con tanti rami che stanno dando frutti copiosi. Le celebrazioni del Centenario dell’arrivo dei primi Missionari, vissute dall’Istituto e dalla Chiesa locale con profonda gioia e con sentimenti di ringraziamento al Signore per quanto si è potuto operare a favore di questo Paese e per la nascita di otto nuove diocesi, ce l’hanno ricordato.
Un secolo di vita è senza dubbio una tappa importante per un Istituto Religioso, ma è pur sempre e solo una tappa. Un nuovo cammino si apre, forse tra sentieri inediti e in mezzo a tante sfide. Non dobbiamo e non possiamo deludere le aspettative della gente e delle Chiese locali che si attendono ancora molto da noi, specialmente sul fronte dell’evangelizzazione ad gentes ancora presente in Kenya, ma anche in molteplici altri campi di lavoro che sono in sintonia con il nostro specifico carisma.
Un pensiero tutto particolare va in questo momento ai confratelli keniani che operano in Regione. Sono numerosi, giovani, lavorano in vari campi pastorali e hanno un ruolo insostituibile nell’animazione missionaria-vocazionale e nella formazione. Vorremmo dire quello che senza dubbio il Beato Allamano ribadirebbe loro in questo momento con molta enfasi, con convinzione e forza: ¬¬
 Siate orgogliosi di appartenere all’Istituto che è la vostra famiglia, che è la vostra casa. Avete ricevuto il carisma dell’Istituto da confratelli che per cultura, lingua e formazione differivano da voi. L’avete accolto ugualmente, perché avete intuito che esso proveniva dallo Spirito. Ora tocca a voi viverlo con impegno e nella fedeltà, tanto da poter poi passarlo ai giovani studenti rivestito della vostra cultura, mediato da un linguaggio accessibile e reso credibile dalla vostra testimonianza di vita. Tale inculturazione del carisma deve essere assunta con molta serietà, evitando sempre il pericolo di tradire l’integrità e l’intensità dello spirito del Beato Allamano, ma sentendola come passaggio obbligato nella trasmissione dello stesso. Leggete con interesse quanto l’Istituto pubblica sul carisma, sulla sua storia, sul Fondatore e sul suo spirito, sulla vita della nostra Famiglia. Sappiamo che alcuni non hanno sufficiente conoscenza della lingua per accedere ad ogni documento che viene pubblicato. Mentre la Direzione Generale continua a tradurre il più possibile in varie lingue il materiale che concerne il carisma, vogliamo invitare all’impegno nello studio della lingua italiana chi ne è del tutto digiuno.
Allo stesso tempo chiediamo ai missionari più anziani apertura verso i più giovani, disponibilità al lavoro di équipe e nel dare loro fiducia, pensando che per correggersi essi hanno ancora a disposizione lunghi anni di vita. Questo impegno di integrazione tra giovani e anziani assicurerà senza dubbio un futuro sicuro e sereno alla Regione.
L’ultimo Capitolo Generale ha chiesto di avere uno speciale legame di collaborazione con le Missionarie della Consolata, in forza del comune carisma, origine e Fondatore. Abbiamo notato un leggero miglioramento non solo nelle vicendevoli relazioni, ma anche nel portare avanti, nelle poche missioni in cui collaboriamo insieme, il lavoro missionario di comune accordo, rispettosi della dignità della vocazione femminile, della partecipazione a due entità giuridiche distinte e della pianificazione dei rispettivi Capitoli Generali. È vivo desiderio nostro che questo legame e questa collaborazione crescano maggiormente e diventino testimonianza della nostra unica Famiglia missionaria.

3. Abbozzando il futuro

La passata visita canonica aveva intravisto, anche se in maniera ancora incerta, la possibilità di riscrivere la nostra presenza IMC in Kenya, in maniera più consona alle nuove situazioni della Chiesa e della Regione e in sintonia con gli orientamenti degli ultimi Capitoli Generali (cf. BU 79, 42-44). L’anno seguente, il XCG, approfondendo gli ambiti della nostra missione, offrì chiare indicazioni che permettessero alle circoscrizioni di tracciare i nuovi cammini della missione. La Conferenza Regionale del 2000, che si contraddistinse per la concretezza degli orientamenti, decise la costituzione di centri zonali, marcati da animazione missionaria e da presenze missionarie significative. Questa opzione venne poi ulteriormente confermata nel 2002 con la specifica richiesta dell’Archidiocesi di Nyeri di costituire un centro di irradiazione missionaria nel territorio del Mathari.
Ci compiacciamo con la Regione che, con coraggio e lungimiranza, ha intrapreso un cammino di ristrutturazione che, con il passare degli anni, non mancherà di portare notevoli benefici sia alla Chiesa locale che all’Istituto. Esso prevede infatti la costituzione di cinque poli o zone, caratterizzati da una nostra presenza di animazione missionaria della Chiesa locale e da alcune presenze di servizio pastorale che, sebbene ridotte in numero, dovranno essere significative per qualità. A queste cinque zone si aggiungono poi due altre che si distinguono per il loro tradizionale e marcato carattere ad gentes (Diocesi di Maralal e periferia delle grandi città).
In Regione, mentre il personale straniero sta riducendosi sempre più, vanno aumentando le comunità con personale esclusivamente keniano o africano. Questo scenario, anche se non volutamente pianificato, sta tuttavia realizzandosi come un dato di fatto. Crediamo però che un tale cambiamento debba essere accompagnato da appositi accorgimenti che ne facilitino la realizzazione, senza salti traumatici che sarebbero dannosi sia alla comunità IMC come a quelle affidate alle nostre cure pastorali. Ricordiamo ad esempio l’autosufficienza economica delle nostre opere che dovrà sempre più basarsi su aiuti locali piuttosto che affidarsi quasi esclusivamente su quelli provenienti dall’estero.
Il numero del personale invece è rimasto pressoché invariato negli ultimi sei anni. La passata visita canonica enumerava un Vescovo, 109 sacerdoti, 14 Fratelli e 28 studenti professi presenti in Regione. Oggi la stessa Regione conta 4 Vescovi, 104 Sacerdoti, 12 Fratelli e 23 studenti, di cui 3 Fratelli. L’età media è scesa da 59 a 53 anni.
È opportuno però non dimenticare, a questo proposito, quanto il XCG scriveva: «Ogni circoscrizione prenda coscienza che è ormai impossibile alla Direzione Generale attuare una distribuzione del personale secondo il criterio della “sostituzione”, per quanto concerne il numero e la qualità del personale. La Direzione Generale provveda ad assegnare il personale disponibile, in ordine di priorità: alle nuove aperture ad gentes programmate dal Capitolo; alla formazione di base; all’animazione missionaria e vocazionale; a qualificarlo in vista delle esigenze di questi settori» (pp. 85-86). Sulla base di tali indicazioni, la “Programmazione della Direzione Generale 1999-2005” chiedeva specificamente alla Regione Kenya, come ad altre Regioni maggiori, una seria diminuzione delle nostre presenze. Non è pensabile infatti che si riesca a raggiungere l’obiettivo capitolare di avere tre missionari per comunità ed eliminare alcune situazioni di missionari soli, senza procedere a tale riduzione di opere. Il ridimensionamento non è per la morte ma per una migliore qualità di vita delle nostre comunità e per un’accresciuta incisività del nostro lavoro missionario.
Una pianificazione regionale realista e avveduta deve essere accompagnata da un’altra di ordine qualitativo. Dovunque sarà chiamato a svolgere il suo ministero, il missionario dovrà equipaggiarsi di un’attenzione non comune alle realtà di una società che appare a volte ancorata a valori ancestrali e altre volte aperta a una costante e rapida evoluzione, al passo con la cultura moderna planetaria. La ripetitività o l’appiattimento che sovente mortificano ancora molte nostre prestazioni dovrà essere sostituita dalla creatività che ci aiuta a leggere la realtà del Paese, grazie ad un programma appropriato di formazione permanente, al continuo aggiornamento e anche alla collaborazione con persone qualificate, soprattutto nell’ambito del laicato. Il nostro servizio missionario in Kenya richiede risposte pastorali sempre più differenziate, che la sola buona volontà o l’intraprendenza del singolo non riusciranno mai a dare in maniera adeguata.
Il missionario che desidera operare con efficacia nell’evangelizzazione del Kenya di oggi e di domani dovrà inoltre essere aperto a lavorare in team e a collaborare con le altre forze locali e con altri gruppi missionari. Basti anche solo pensare alle grandi sfide che pone l’epidemia dell’AIDS/HIV che, come un autentico flagello, sta dimezzando nuclei familiari e lasciando un’infinità di orfani. Una risposta cristiana e pastorale a questa calamità non sarà resa possibile tanto da iniziative individuali quanto da progetti pastorali che vedono, in comune accordo, operatori laici e religiosi.

4. Nella Chiesa locale come Missionari della Consolata

L’insistenza del Fondatore sull’amore alla Chiesa deve esprimersi, oggi, in un’attenzione concreta a quella locale e nella costante collaborazione con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, e con tutte le sue forze vive. La Chiesa del Kenya ha fatto e sta facendo un grosso cammino di maturazione a tanti livelli. In alcuni aspetti possiamo dire che essa è già autosufficiente e pronta a offrire a piene mani il suo contributo missionario ad altre Chiese più povere. Alcuni dati sono significativi: la Chiesa keniana conta oggigiorno oltre sette milioni di Cattolici, trenta Vescovi, settecento sacerdoti, sei Seminari Maggiori. Le comunità religiose femminili sono oltre centotrenta, mentre quelle maschili sessanta. Essa gode inoltre della presenza attiva dei maggiori movimenti laicali. La stampa cattolica viene curata e divulgata in inglese e kiswahili. Esistono un settimanale cattolico nazionale e due riviste mensili, tra cui la nostra “The Seed”. È sorta pure recentemente una radio cattolica a diffusione nazionale. Innumerevoli sono i centri pastorali e quelli di spiritualità per la formazione permanente delle varie categorie di persone.
Durante la visita alla Regione, il contatto e il dialogo con i Vescovi delle tredici diocesi in cui operiamo ci hanno permesso di rilevare, oltre al comune e sincero ringraziamento per quanto l’Istituto ha fatto in cent’anni di lavoro missionario nel Paese, alcuni loro auspici che anche noi vorremmo diventassero poco a poco linee operative per la Regione. Li elenchiamo brevemente:
 Il clero secolare è benedetto da Dio con tante vocazioni. I sacerdoti trovino in noi dei veri fratelli maggiori, sempre pronti alla collaborazione a livello diocesano e vicariale, e disponibili, quando ne siamo richiesti, ad accogliere i neo Ordinati nelle nostre comunità e così permettere loro di fare esperienze pastorali e di vita che siano significative e formative per la loro vita.
 Nelle nostre Diocesi abbondano le comunità religiose. Alcune sono nate dallo zelo apostolico dei nostri confratelli e stanno già operando ad ampio raggio. Eredi del carisma del Beato Allamano, formatore di sacerdoti e direttore spirituale di tanti religiosi, siamo loro vicini, offrendo volentieri consulenza e appoggio materiale e spirituale. Condividiamo di buon grado con loro il nostro carisma missionario: esso può essere di grande aiuto nella loro vita di consacrazione e di apostolato.
 I giovani che si avvicinano a noi per avere consiglio o appoggio nel loro discernimento vocazionale non ci trovino disattenti. Favoriamo in tutte le nostre parrocchie la nascita dei gruppi vocazionali e la diffusione di iniziative che offrano formazione e risposte ai giovani che si interrogano sulla volontà di Dio nella loro vita.
 Molte Diocesi sono impegnate nell’elaborazione di piani diocesani di pastorale e chiedono la nostra piena collaborazione. Alcune stanno celebrando il loro Sinodo: è questo un momento particolarmente significativo in cui la nostra partecipazione non può restare marginale, anche quando essa esige tempo e sforzo non trascurabili. La stessa partecipazione sia presente a livello di collaborazione vicariale (deanaries) e nelle commissioni diocesane.
 Le comunità cristiane auspicano il nostro appoggio e la nostra animazione per poter arrivare in tempi non lontani all’autosufficienza economica. Ce lo chiedono inoltre con insistenza i Vescovi, se lo aspettano i sacerdoti diocesani che subentreranno a noi in tante parrocchie. Da parte nostra non dobbiamo cedere mai alla tentazione del paternalismo o al facile espediente di lanciare progetti confidando solo sull’aiuto straniero.
 L’evangelizzazione, di cui parecchie Diocesi hanno ultimamente celebrato il primo centenario, continua il suo cammino raggiungendo anche i gruppi umani più remoti. Le comunità cristiane stanno ovunque crescendo, sia quantitativamente che qualitativamente. Come Missionari dobbiamo essere solleciti nell’appoggiare le nuove forme di collaborazione tra le varie Chiese, come ad esempio i Sacerdoti Fidei donum.
 Il Kenya è sempre stato aperto ad accogliere il contributo dei laici stranieri e ad inserirli nel servizio missionario. Pensiamo che il tempo sia maturo per avviare in Regione iniziative specifiche di formazione missionaria a favore dei laici locali e suscitare così in loro una migliore coscienza missionaria. Tutti i laici inoltre devono trovare in noi Missionari un’accoglienza fraterna e un punto di riferimento sicuro nella loro ricerca di una più profonda formazione cristiana e di un impegno maggiore nella Chiesa. Sfrondiamo la nostra azione apostolica da quell’innato clericalismo che tende a mortificare i vari ministeri laicali e non permette ai laici di svolgere un loro ruolo specifico in molti ambiti della vita della Chiesa (es. la famiglia, l’azione sociale, la scuola, la sanità).

Abbiamo constatato con gioia e commozione che molte opere missionarie portano ora il nome del nostro Beato Fondatore. La sua immagine è presente in molte nostre chiese e locali di culto, anche se non in tutti ancora. Questo però non è sufficiente. Offriamo alla nostra gente soprattutto lo spirito del Beato Allamano, facciamo conoscere la sua santità di vita, esortiamo a pregarlo e a chiedere la sua intercessione. Vari sussidi sono a disposizione e bisogna diffonderli anche attraverso traduzioni nelle principali lingue del Paese. Ai giovani delle scuole, in modo particolare, offriamo libri e biografie del nostro Beato, poiché la loro vicinanza ad un santo missionario possa risvegliare l’interrogativo vocazionale o il desiderio di un impegno maggiore nella vita cristiana.

5. La qualità della nostra vita.

I giorni conclusivi della visita canonica hanno coinciso con la festa liturgica del Beato Allamano. L’abbiamo celebrata in vari momenti, approfittando particolarmente degli incontri zonali. La vicinanza filiale al Fondatore ha permesso a tutti di sentire ancora una volta il paterno ma impellente richiamo: “Vi voglio santi! Siete qui per diventare santi!”.
Accanto all’impegno perseverante e tenace di tanti missionari, la visita ha potuto pure constatare quanto sia sempre in agguato il pericolo di cadere nella mediocrità della vita spirituale, nella mentalità consumistica ormai dilagante, o in un borghesismo che mortifica i valori più belli della nostra consacrazione. Tutti possono sperimentare come, sotto la parvenza dello zelo, possa nascondersi invece l’attrazione verso l’attivismo e l’efficientismo. Anche la sottile attrazione verso il protagonismo può spingere sovente a dare la precedenza ai progetti personali, mortificando la natura vera di una fraternità e il nostro tradizionale spirito di famiglia.
Viviamo in una società dove i valori evangelici della fraternità, della giustizia, della solidarietà, della vita umana sembrano essere sfidati da molte altre realtà di segno opposto: la violenza, l’emarginazione dei più deboli, la corsa all’arricchimento facile, il disprezzo del valore della vita, la corruzione. Accanto a questi scenari negativi e sfidanti che il mondo odierno ci presenta, troviamo invece l’insegnamento del Beato Allamano il quale, profondamente convinto che solo l’uomo di Dio che possiede un alto grado di perfezione può essere un vero missionario, non lasciava mai di rimarcare un duplice forte richiamo.

1. Alta considerazione per la vita consacrata
Questo dono carismatico che l’Allamano ha voluto innestare sull’albero della nostra vocazione missionaria affinché potesse dare frutti più abbondanti, deve essere da noi tutti altamente considerato. A partire dal Capitolo Generale del ’93, l’Istituto ha portato avanti una approfondita riflessione sul significato della nostra consacrazione religiosa all’interno della nostra specifica vocazione missionaria. Tuttavia dobbiamo avere il coraggio di chiederci, di tanto in tanto e senza mezzi termini, che cosa significano i voti religiosi nella nostra vita e come li viviamo, che cosa comporta essere alla sequela di Cristo e quali mezzi utilizziamo per esservi fedeli, quale spinta ci dà il costante insegnamento del Fondatore che ci voleva niente meno che “santi” e come cerchiamo di metterli in pratica.
Per il Fondatore la vita consacrata deve essere la spinta interiore che porta il missionario a spendere tutta la sua vita per Dio e i fratelli, gli dà forza e zelo nell’annuncio del Vangelo prediligendo i più lontani e coloro che non conoscono Cristo, lo aiuta a coltivare una relazione intima e amorosa con Dio, creandosi ampi spazi per la preghiera, la Parola, l’Eucaristia. È proprio la consacrazione religiosa che fissa in noi, in maniera permanente, la convinzione che “Dio solo” è il valore di tutta la nostra vita. Come religiosi dobbiamo mirare a niente di meno che alla santità, e che “fare la volontà di Dio” è il nostro assillo quotidiano.
Non vogliamo dilungarci a sottolineare i valori della consacrazione religiosa che il XCG ha richiamato con tanta insistenza e che i documenti della Chiesa continuano a riproporci con forza. Desideriamo invece ricordare alcuni mezzi per mantenere a fuoco gli ideali della nostra vita consacrata, fondamento per vivere efficacemente la nostra vocazione missionaria.
 I superiori locali e regionali hanno un ruolo insostituibile, nella vita delle comunità, per ricordare le esigenze fondamentali della nostra consacrazione e per animare ciascun missionario ad una vita coerente con gli impegni assunti. Una comunità missionaria trova infatti la sua unità attorno ai valori veri, da tutti condivisi e da tutti accolti.
 Il valore dei voti religiosi sia richiamato periodicamente nei nostri ritiri e negli incontri comunitari. Bisogna avere il coraggio di parlarne assieme in comunità. Un confratello che, forse in modo un po’ provocativo, mi chiedeva ‘che senso hanno ancora i nostri voti?’, voleva ricordarmi quanto sia importante riparlarne più sovente e farne periodiche revisioni di vita.
 A tutti, ma in modo speciale ai missionari più giovani, chiediamo che si faccia ogni anno, soprattutto in occasione degli Esercizi Spirituali, il progetto personale di vita (cf. XCG, 33). Chiediamo inoltre l’uso regolare della Direzione Spirituale, tanto inculcata dal nostro Padre Fondatore.

2. Ritorniamo a pregare di più e meglio
La nostra vita consacrata ha bisogno di un ritmo sostenuto di preghiera, di stare alla scuola del Maestro, di sentire la sua Parola, di colloquiare con lui. Ripartire da Cristo deve essere l’impegno costante della nostra vita, proprio come hanno fatto gli Apostoli. Perché solo partendo da lui il nostro annuncio, le nostre iniziative caritative e di consolazione potranno avere efficacia e costruiranno il Regno di Dio nel cuore del mondo.
Ritorniamo innanzitutto alla Parola di Dio, prima sorgente di ogni spiritualità. Ritorniamo ad essa nella nostra meditazione quotidiana, nella lectio divina che parecchi missionari hanno imparato a praticare. Quanto sarebbe bello che, almeno una volta alla settimana, la comunità missionaria si radunasse, assieme ai propri più stretti collaboratori, per mettersi in ascolto meditato della Parola di Dio che poi dovrà essere annunciata alle comunità cristiane! È proprio attraverso l’incontro con la Parola che la nostra fede si nutre e il nostro sguardo impara a guardare e giudicare avvenimenti e persone con lo sguardo stesso di Dio. Non dimentichiamo mai le parole delle nostre Costituzioni che, riflettendo l’insegnamento del Fondatore, ci esortano all’uso della parola di Dio: «La Parola del Signore è al centro della nostra vita, perché a noi è stato fatto dono di diventarne servitori e ministri. Ci poniamo in ascolto personale e comunitario della Parola, per assumere gli stessi sentimenti del Figlio di Dio e a farne il fondamento della nostra preghiera. La Sacra Scrittura “è il nostro libro”, lo studio al quale dobbiamo dedicarci ogni giorno» (Cost 62).
Osiamo inoltre chiedere a tutti grande attenzione affinché la celebrazione dell’Eucaristia quotidiana sia sempre accompagnata da quello spirito di fede e di devozione che il Fondatore amava vedere in ogni Missionario della Consolata. Non dimentichiamo mai l’affermazione del Concilio Vaticano II secondo cui l’Eucaristia è sorgente e culmine di tutta l’evangelizzazione e vero centro della comunità cristiana. Inoltre il sacramento della penitenza sia debitamente e frequentemente utilizzato come mezzo irrinunciabile per un cammino spirituale serio e forte. All’approfondimento di questi valori si dia anche ampio spazio durante la formazione di base.
Oltre ai momenti indispensabili della preghiera personale, coltiviamo con cura gli atti di preghiera comunitaria. Accanto ai numerosi esempi di fedeltà alla preghiera comunitaria, espressa da numerose comunità locali almeno due volte al giorno, dobbiamo anche confessare la nostra dolorosa sorpresa nel constatare che altre comunità non hanno nessun momento comune di preghiera. In esse ogni forma di preghiera è lasciata all’iniziativa individuale o ai momenti del servizio pastorale. Vogliamo fare appello a queste comunità a voler riprendere con impegno la prassi dell’Istituto, sia per gli atti giornalieri di preghiera come per quelli periodici, quali il ritiro spirituale mensile, l’adorazione eucaristica, particolari pratiche di devozione mariana, gli Esercizi Spirituali annuali.

6. Comunione e fraternità

Leggiamo nella Novo Millennio ineunte: «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo» (43). E i primi a dover rispondere a questa sfida siamo noi. Infatti «alle persone consacrate si chiede di essere davvero esperte di comunione e di praticarne la spiritualità, come testimoni e artefici di quel progetto di comunione che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio» (VC 46).
Chiamati per vocazione ad accompagnare i primi passi delle Chiese nascenti, non possiamo offrire servizio migliore che dare ad esse una forte testimonianza di amore, comunione e fraternità, mostrando che è possibile anche oggi come al tempo della Chiesa nascente, che i credenti in Cristo siano «un cuore solo ed un’anima sola» (At 4, 32).
La spiritualità della comunione e la pratica della fraternità non si improvvisano e non si sostengono solo con la buona volontà. Esse si imparano innanzitutto all’interno delle nostre comunità, quando ognuno sa condividere gioie e dolori, prendersi cura dei bisogni altrui, offrirsi una sincera amicizia. Fa parte di questa spiritualità la capacità di vedere il positivo nell’altro, valorizzando ognuno come dono di Dio e facendogli spazio nella propria vita. Leggiamo a questo riguardo nell’Istruzione Ripartire da Cristo: «La spiritualità della comunione si prospetta come clima spirituale della Chiesa all’inizio del terzo millennio, compito attivo ed esemplare della vita consacrata a tutti i livelli. È la strada maestra di un futuro di vita e di testimonianza. La santità e la missione passano per la comunità, perché Cristo si fa presente in essa e attraverso di essa» (29).
La visita a tutte le comunità della Regione ci ha permesso di osservare che serenità e collaborazione reciproca esistono in tutte le comunità. Parlando poi con i singoli confratelli e facendo la verifica della qualità della vita, abbiano notato che la comunione e la fraternità hanno bisogno di essere studiate e vissute ad un livello più profondo e intenso. Ci permettiamo pertanto di toccare alcuni aspetti che hanno bisogno di attenzione e cura particolari.
 Da due decenni nell’Istituto si parla del Progetto Comunitario di Vita (PCV). Esso significa studio della nostra realtà e programmazione globale di tutti gli aspetti della vita comunitaria. In verità sono poche le comunità che lo redigono ogni anno e al cui studio dedicano tutta l’attenzione e il tempo necessari. Ci si accontenta per lo più di decidere l’orario dei momenti principali della vita comunitaria e del lavoro apostolico. È troppo poco e pertanto esso non potrà incidere profondamente nella qualità di vita della comunità. Esortiamo vivamente ogni comunità a redigere il proprio PCV, chiedendo, se necessario, l’aiuto dei Superiori Regionali.
 Si lamenta ancora in Regione il perdurare di alcune situazioni di missionari soli, nonostante lo sforzo non indifferente della Direzione Regionale nel cercare soluzioni e permettere a tutti di vivere in contesti comunitari. Il perdurare di queste situazioni hanno infatti conseguenze nocive sul singolo missionario e sulla comunità cristiana che egli serve.
 Gli incontri comunitari sono un mezzo indispensabile per crescere nella fraternità e nella comunione. Essi devono essere sufficientemente frequenti e condotti in maniera adeguata se vogliamo che portino frutto. Non si limitino solo alla programmazione del lavoro, ma tocchino argomenti della nostra vita consacrata e missionaria, siano momenti di verifica della comunità, senza trascurare una indispensabile e ampia comunicazione.
 Grave danno infliggono alla comunione della comunità regionale e locale la mancanza di fraterna sincerità nei rapporti vicendevoli e di maturazione umana e il vezzo del pettegolezzo. Esortiamo tutti a rifuggire in maniera decisa da questi comportamenti che ledono profondamente la fraternità e causano sovente un grave danno al nostro lavoro missionario.
 L’individualismo e il protagonismo sembrano trovare terreno fertile in alcune realtà missionarie, a causa dell’isolamento del missionario, della complessità del suo lavoro, oppure del bisogno che egli sente di agire indisturbato e giocare così il ruolo del primo attore. In questi casi, la comunità divide semplicemente il lavoro che poi ognuno condurrà in maniera isolata e indipendente. Quando il PCV è utilizzato nella maniera corretta, diventa un antidoto molto efficace contro tale individualismo o protagonismo, favorendo invece la corresponsabilità, la condivisione di vita e di lavoro, la correzione fraterna.

7. Zelo apostolico

Durante la nostra visita alle parrocchie e alle comunità cristiane, avete più volte rimarcato l’esigenza che noi missionari siamo più creativi e attivi nell’organizzazione della nostra pastorale. Sovente avete affermato che la genericità, la mancanza di creatività e una certa stagnazione caratterizzano purtroppo la nostra pastorale. Sebbene il Consiglio Pastorale Parrocchiale sia presente ovunque, alcune parrocchie ne fanno scarso uso. Molte parrocchie non hanno un vero piano pastorale, e si accontentano invece di un semplice programma di servizi sacramentali. In altre i laici sono scarsamente presenti come forza evangelizzatrice, come insufficiente è la loro formazione.
In occasione del Centenario della nostra presenza in Kenya, tutto l’Istituto è tornato più volte ad analizzare la significativa esperienza delle Conferenze di Murang’a che segnò l’inizio di un nostro stile di fare missione e di lavoro pastorale. Vogliamo incoraggiarvi a non abbandonare quell’esempio, ritornando sovente a parlare di pastorale fra voi e a livello zonale e regionale, confrontando reciprocamente i programmi di lavoro, incoraggiandovi a vicenda nell’intraprendere vie nuove che possono dare frutti maggiori. Nella loro visita alle comunità parrocchiali, i Superiori invitino caldamente i confratelli a favorire e incoraggiare nella propria Diocesi una pastorale organica, attiva e partecipativa. È il dono più bello che possiamo lasciare al clero diocesano che a poco a poco prende il nostro posto in tante parrocchie.
Vogliamo ora ricordare alcuni elementi che possono essere di utilità nel mantenere sempre vivo ed efficace il lavoro apostolico e che abbiamo commentato assieme nel corso della visita alle comunità parrocchiali.
 Il piano pastorale è un mezzo di primaria importanza che, se ben studiato e realizzato, può dare un forte impulso alla riqualificazione delle nostre parrocchie. Si coinvolgano maggiormente i religiosi e i collaboratori laici nello studio e nella stesura di questo piano, attraverso il quale possiamo anche fare comprendere meglio il nostro metodo e stile di missione, quale ricchezza carismatica da diffondere ovunque.
 La Formazione dei leaders, dei catechisti e dei laici è senza dubbio una delle priorità in ogni progetto pastorale. Abbiamo notato con piacere che varie parrocchie si sono dotate di un centro pastorale e che esso viene usato soprattutto nella qualificazione e formazione dei leaders della parrocchia. Il Beato Allamano non ci rimprovererà mai se siamo stati prodighi di energie e mezzi nella formazione del popolo cristiano.
 La spinta ad gentes, che caratterizza il nostro ministero missionario, non deve venire mai meno. Tutte le zone visitate rivelano ancora la presenza di molte persone che non hanno ancora avuto un contatto vero con il Vangelo, oppure che hanno abbandonato ogni pratica religiosa. Ad esse deve andare un’attenzione privilegiata, evitando la tentazione di chiuderci all’interno delle mura dei nostri centri di culto.
 Ogni parrocchia va arricchendosi di movimenti e di gruppi ecclesiali. Essi devono essere visti da noi con interesse e accompagnati nella loro formazione e nelle attività apostoliche. La vicinanza del sacerdote o del religioso a questi gruppi e movimenti è il segreto per farli sentire Chiesa e per incanalare nel migliore dei modi le loro energie apostoliche.
 Si studi a livello diocesano e parrocchiale la possibilità di avviare la costituzione di nuovi ministeri ecclesiali che appoggino e integrino la tradizionale e valida opera dei catechisti. L’ampiezza e la complessità di tante nostre parrocchie lo richiedono, così come l’esigenza di un lavoro più capillare a tutti i livelli della pastorale.
 L’animazione missionaria delle comunità cristiane è stata vista dal XCG come una delle attività più importanti del nostro ad gentes, e pertanto da essere presa particolarmente a cuore da ogni missionario. Abbiamo notato con compiacimento che la Regione sta facendo delle scelte coraggiose in questo campo, prevedendo una catena di centri missionari che abbraccino tutto il Paese. Ogni missionario deve sapersi identificare con il ruolo di animatore missionario: se il fuoco della missione brucia in lui, non potrà fare a meno di contagiare le proprie comunità cristiane.
 Coscienti del nostro impegno di procedere sempre in sintonia con la Chiesa, non possiamo mai dimenticare l’importanza del dialogo ecumenico e di quello interreligioso quali elementi indispensabili di qualsiasi azione missionaria illuminata, anche quando la loro concretizzazione trovasse ostacoli e incomprensioni.
 I mezzi di comunicazione sociale possono avere un ruolo molto rilevante nell’evangelizzazione e per animare missionariamente il popolo di Dio. Ce lo ricordano le Costituzioni: «Nell’animazione missionaria e vocazionale l’Istituto valorizza i mezzi di comunicazione sociale in modo adeguato, dignitoso e aderente alla realtà» (Cost 85). Ogni missionario è esortato a fare uso di ogni mezzo a disposizione per svolgere il suo ministero. In maniera particolare si utilizzi e si propaghi la rivista “The Seed”, conosciuta e apprezzata in tutto il Paese.

8. Dalla parte dei giovani

Abbiamo finora evitato di proposito di parlare di “scelte prioritarie” per sfatare l’idea che ogniqualvolta si richiama con particolare attenzione un aspetto o realtà, si voglia ignorare o trascurare altri aspetti o realtà ugualmente significativi. Trattando però ora dei giovani, non possiamo fare a meno di sottolineare l’importanza dell’argomento, perché qui troviamo il fondamento del futuro dell’Istituto e della Chiesa. La complessità dell’argomento ci obbliga però a mettere alcuni limiti richiesti dal contesto di una visita canonica.

1. La pastorale giovanile
Anche un veloce e superficiale sguardo alla realtà del Kenya fa intravedere quanto importante sia la fascia giovanile nella vita sociale, ecclesiale e nazionale. Il censimento del ’99 enumerava ben 16.297.000 giovani tra 0-19 anni su una popolazione totale di 28.607.000 abitanti.
La visita ha rilevato nel nostro lavoro missionario ancora molte titubanze, incertezze e difficoltà nell’intraprendere una seria ed efficace pastorale giovanile. L’età adulta dei missionari sembra essere a volte il motivo che scoraggia ogni seria azione pastorale tra i giovani. La scuola secondaria e quella superiore allontanano sovente molti giovani dalla vita parrocchiale. Lo stesso mondo globalizzato sembra distanziare la gioventù dalle comunità cristiane e portarla verso interessi e valori a noi estranei.
La stessa visita ha però notato che esistono anche le premesse per un cambiamento di rotta. Sono relativamente numerosi i confratelli giovani che lavorano in ambito parrocchiale e che coltivano un interesse speciale per la gioventù. I gruppi e le associazioni giovanili stanno moltiplicandosi e costituiscono un mezzo provvidenziale per avvicinare e formare i giovani. Le scuole primarie e secondarie alle nostre dipendenze sono numerose e ci offrono un campo aperto per una efficace pastorale giovanile. Le cosiddette “Sunday schools”, nate ultimamente in molte nostre comunità parrocchiali, permettono di avvicinare i settori dei più giovani e offrire loro una formazione umana e religiosa.
Vorremmo richiamare l’attenzione proprio su queste ultime due realtà. La nostra cura delle scuole, soprattutto di quelle dipendenti direttamente dalla Chiesa cattolica, non si limiti agli aspetti strutturali e organizzativi. Diventi soprattutto presenza costante, sia nostra che dei nostri collaboratori, e occasione per la formazione cristiana. Un’attenzione particolare deve essere data agli insegnanti, radunandoli periodicamente per corsi formativi e prestando ascolto alle loro difficoltà.
La “Sunday school” sia possibilmente introdotta in tutte le nostre parrocchie. Essa può attirare le fasce più giovani e offrire una formazione adeguata ai vari gruppi di età con un’attenzione alla loro crescita globale e armonica. Allo stesso modo, plaudiamo ai tentativi fatti di avviare iniziative culturali, ricreative e formative che permettano di avvicinare gli adolescenti e i giovani e di farli sentire a casa nelle nostre parrocchie o in altri centri di culto.

2. Pastorale vocazionale
Essa nasce e trova il suo ambiente naturale all’interno della pastorale giovanile parrocchiale e nell’ambito delle scuole secondarie. In forza della nostra vocazione di consacrati e missionari, tale pastorale deve essere da tutti presa a cuore e coltivata con particolare amore e attenzione. Essa non può tuttavia essere delegata ai soli missionari giovani: sappiamo infatti che una sintonia di età con il mondo giovanile può aiutare ma non è indispensabile. Inoltre non tutte le nostre presenze pastorali godono della presenza di confratelli giovani.
Un primo impegno della pastorale vocazionale resta sempre la preghiera: preghiamo e facciamo pregare le nostre comunità cristiane. Ricordiamo sempre le parole di Gesù: «La mese è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,37-38). La comunità cristiana elevi sovente la propria preghiera per chiedere soprattutto vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie.
Altra via maestra resta sempre quella che Gesù stesso ha iniziato, quando ha detto a Giovanni e Andrea: «Venite e vedrete» (Gv 1,39). Questo episodio evangelico ci suggerisce che le vocazioni nascono dal contatto personale, richiedono la nostra testimonianza di una gioiosa e autentica vita consacrata, ed esigono da noi accoglienza cordiale dei giovani e disponibilità all’ascolto.
I gruppi vocazionali, che devono essere presenti in tutte le nostre parrocchie, sono lo sbocco naturale di ogni pastorale giovanile. Essi siano accompagnati con cura da persone appositamente preparare e incaricate, sia studiato per essi un programma formativo dove tutte le vocazioni vengono illustrate, si usufruisca dei tempi liberi dalla scuola per attività formative più prolungate e di discernimento vocazionale. L’Ufficio Regionale di animazione vocazionale, attraverso i centri zonali che la Regione sta ora avviando, può fornire sussidi utili e collaborazione per iniziative particolari. Esso aiuti inoltre a discernere le cause perché così poche vocazioni all’Istituto nascono nel contesto delle nostre parrocchie.

3. Formazione di base
L’attenta e prolungata visita del Vice Superiore Generale alle comunità formative della Regione ha rivelato un’atmosfera formativa serena in tutti i seminari, uno spirito di impegno e di collaborazione all’interno di tutte le équipes dei formatori, l’efficace opera di coordinamento e di stimolo del Vice Superiore Regionale. Senza entrare nei numerosi dettagli presi in considerazioni durante la visita, ci limitiamo a enumerare i suggerimenti principali che sono stati offerti e le esigenze maggiori emerse.
 La Regione è più vicina alle comunità formative. I confratelli in attività pastorale sono ora più aperti a ricevere gli studenti durante le loro esperienze pastorali, visitano i seminari più frequentemente e seguono più da vicino i propri seminaristi. C’è però ancora molta strada che la Regione deve fare per identificarsi pienamente con la realtà dei nostri seminari, e tanto cammino da parte dei seminari per immedesimarsi pienamente con le realtà regionali. Momento significativo di comunione è il periodo di permanenza che i giovani trascorrono nelle nostre parrocchie durante le vacanze o nel corso di stages formativi. La fraterna accoglienza da parte dei Missionari e la loro testimonianza di vita devono essere il dono più gradito che possiamo fare ai giovani.
 Tutte le comunità formative incrementino e migliorino i mezzi che aiutano ad alzare la qualità della spiritualità. Si sa che qui siamo nel cuore di ogni formazione alla vita consacrata e alla missione. Durante tutto l’iter della loro formazione, i nostri giovani devono essere spinti verso gli ideali della sequela di Cristo e la santità di vita, a identificarsi sempre più con il nostro carisma missionario e dando consistenza alle loro motivazioni. Tutti i nostri seminari siano veramente una scuola di santità e zelo, come voleva il Beato Allamano, e curino in maniera particolare la preghiera.
 La formazione di base dei candidati Fratelli ha avuto dall’ultimo Capitolo Generale delle direttive chiare (cf. p. 85). Per poterle concretizzare efficacemente nel contesto della Regione e al fine di assicurare ai giovani la necessaria formazione prima del Noviziato, la visita suggerisce che, dopo l’anno propedeutico e la preparazione tecnica, i giovani possano avere un anno di postulato liberi da impegni scolastici, da organizzarsi secondo le esigenze della nostra formazione.
 Esortiamo i formatori ad essere sempre presenti in mezzo ai giovani, condividendo la vita, le preoccupazioni e i problemi legati al loro cammino formativo. Curino in particolare il dialogo formativo affinché sia realizzato frequentemente e giunga a fare la verità sulla vita dei giovani e a discernerne sempre meglio le loro motivazioni vocazionali. Tutte le dimensioni della formazione siano ugualmente tenuti presenti durante ogni fase formativa, evitando il pericolo che alcuni aspetti fondamentali siano lasciati in ombra. Gli studenti siano coinvolti attivamente nella conduzione della casa e responsabilizzati nel suo sostegno economico.
 I giovani valorizzino al massimo l’ambiente di interculturalità che distingue soprattutto la tappa della teologia. Si abituino al dialogo reciproco, ad accogliere i valori e le ricchezze altrui. Evitino che la stagnazione o la stanchezza abbiano il sopravvento durante gli ultimi anni della loro formazione. La loro preoccupazione per le attività accademiche non mortifichi mai le altre dimensioni formative.
 Gli insegnanti siano sempre coscienti che il loro contributo ha un grande peso sulla formazione dei giovani candidati al sacerdozio e alla missione. Oltre a qualificare sempre meglio il loro insegnamento, abbiano anche a cuore la formazione globale dei giovani, offrendo un esempio di vita consono alla nostra vocazione.

Nel campo accademico, un posto di particolare rilievo viene occupato dal Consolata Philosophicum per la responsabilità che l’Istituto ha nella sua conduzione. La visita plaude all’intenso lavoro finora fatto ed esorta a qualificare sempre meglio questo centro di studi, puntando più sulla qualità educativa che sull’aumento delle strutture.
Vorremmo concludere, ricordando quanto l’Istruzione “Ripartire da Cristo” scrive a proposito delle persone a cui si deve affidare la formazione dei nostri giovani candidati: «Si auspica che vengano destinate alla formazione le migliori forze, anche se questo comporta notevoli sacrifici. L’impiego di personale qualificato e la sua adeguata preparazione è un impegno prioritario. Dobbiamo essere altamente generosi per dedicare il tempo e le migliori energie alla formazione» (18).

4. I Missionari giovani
In Regione i confratelli con meno di dieci anni di ordinazione sacerdotale o professione perpetua nel caso dei Fratelli sono venti. Il numero è considerevolmente alto e di questo dobbiamo ringraziare il Signore. Essi sono una speranza e una potenzialità per la Regione. Per questi confratelli che sono generalmente alla loro prima esperienza missionaria, il Capitolo Generale chiede un’attenzione speciale e momenti specifici di formazione permanente. Il Superiore Regionale o il suo Vice seguano questi momenti formativi, che già sono stati sperimentati in passato con risultati positivi.

9. L’uso dei beni

La lettera circolare Povertà, Economia e Missione, che la Direzione Generale ha inviato all’Istituto lo scorso anno e che in Regione è stata ampiamente approfondita e commentata, ha messo sufficientemente a fuoco l’importanza che un corretto uso dei beni deve avere nella nostra missione. Non ci dilunghiamo sui principi, ma desideriamo invece sostare su alcuni aspetti problematici o sugli interrogativi che nel corso della visita abbiamo potuto rilevare.
 Non tutti i Missionari presentano il resoconto finanziario della propria parrocchia al Vescovo, con copia alla Direzione Regionale. Pare che alcuni Ordinari non esigano tale resoconto. Il nostro voto di povertà impone che ogni nostro atto amministrativo sia trasparente e in comunione con l’autorità. Se le Diocesi non sono tassative nel richiedere i resoconti, il Missionario sarà ugualmente attento a rispondere in maniera puntuale a questo impegno, inviando copia alla Direzione Regionale.
 I progetti di sviluppo sono numerosi e danno un incremento non indifferente all’impegno di dotare le missioni delle strutture necessarie e nel venire incontro alle necessità più urgenti della gente. Dobbiamo ricordare però che tali progetti, prima di essere messi in atto, devono essere attentamente vagliati dalla comunità locale e dal consiglio pastorale parrocchiale, avere la previa approvazione dell’autorità diocesana e del consiglio regionale, assieme alla necessaria copertura finanziaria. Si preveda sempre l’attiva partecipazione della gente nella loro realizzazione.
 Il principio della cassa comune a livello di comunità locale si concretizza prelevando il denaro occorrente per le proprie necessità e consegnando quello ricevuto da benefattori o per prestazioni fatte. Il responsabile dell’amministrazione locale sia sempre disponibile a mettere la comunità a conoscenza dell’andamento economico della stessa e rendendola corresponsabile della sua programmazione.
 L’incontro degli amministratori di circoscrizione del novembre 2003 a Roma ha sottolineato l’importanza che tutti i missionari siano aiutati ad essere buoni amministratori e si sentano interessati a procurare quanto la comunità ha bisogno per le sue necessità. Ognuno inoltre sia istruito a tenere una corretta contabilità, in accordo con la prassi dell’Istituto e le leggi del Paese. A questo fine suggeriamo che la Direzione Regionale, con l’aiuto dell’Amministratore, organizzi corsi appropriati a favore dei missionari giovani e di tutti coloro che vogliono conoscere meglio gli impegni amministrativi e una corretta contabilità. A questi corsi siano previsti anche per i nostri studenti professi.
 Le Conferenze Regionali passate hanno deciso che ogni missionario consegni il 10% delle offerte che riceve dai benefattori a favore della cassa comune regionale. In forza del voto di povertà e del principio che richiede a ognuno di giungere «ad una effettiva comunione di beni, di lavoro e iniziative, tendendo all’ideale di ‘avere tutto in comune’» (Cost 45), nessun missionario può prendere questo dovere alla leggera o eluderlo. Ricordiamo sempre che è il corretto esercizio del voto di povertà a mostrare se veramente ci sentiamo e siamo membri autentici della nostra Famiglia, nello spirito del Beato Allamano.
 Pensiamo che sia utile ricordare alcuni orientamenti del Direttorio Generale, su cui siamo stati interpellati nel corso della visita:
“Ai singoli missionari non è concesso possedere autovetture a uso personale. Il loro uso è comune ed è regolato secondo le esigenze degli uffici e servizi della comunità” (45.1).
“I beni dati al missionario per un’opera determinata di apostolato siano impiegati secondo le intenzioni dei donatori, sempre in accordo con l’autorità della Chiesa locale e dell’Istituto” (45,2).
“Il missionario eviti con ogni diligenza di cadere nell’affarismo e di usare mezzi e sistemi in contrasto con le leggi locali. È vietato l’acquisto di beni immobili e qualunque investimento di denaro proprio o di terze persone nei luoghi di missione e, in genere, fuori della propria patria” (46.1).
“Ognuno si impegni al risparmio e a fare buon uso dei beni della comunità, con senso di sobrietà nel vitto, vestiario, viaggi e in tutte le circostanze ed espressioni della vita” (44.1).
 Leggiamo nelle Costituzioni: «Il missionario conserva la proprietà soltanto dei beni patrimoniali che possiede al momento della Professione […]. Prima della Professione deve cederne l’amministrazione e decidere del loro uso e usufrutto. Dopo la professione, per compiere atti di proprietà o cambiare le disposizioni riguardo ai beni patrimoniali, è necessario il permesso del Superiore Generale o di Circoscrizione» (Cost 48).

In obbedienza a queste citate norme, il Missionario non può pertanto acquisire e gestire beni immobili, come abitazioni e terreni, dopo la Professione Religiosa. I missionari che fanno visita alle proprie famiglie per trascorrervi periodi di vacanza potranno trovare accoglienza presso le comunità IMC e soprattutto nei centri di animazione missionaria che la Regione sta allestendo in varie zone del Paese. Se queste nostre residenze non si prestassero allo scopo, il Superiore Regionale provvederà in altra maniera, sempre in ottemperanza con le norme costituzionali.

10. “Lo Spirito Santo e noi” (At 15, 28)

Le parole dell’Apostolo Pietro alla comunità cristiana, al termine del Concilio di Gerusalemme, rivelano il modo di essere e di operare dei primi cristiani: tutto facevano nella comunione reciproca e con lo Spirito di Cristo. Fa pensare la congiunzione ‘e’ che lega tra loro lo Spirito e noi, e sembra elevare la persona, pur nella sua stessa fragilità, alla dignità di corresponsabile e di solidale nell’operazione salvifica di Dio. È un richiamo questo che viene quanto mai a proposito nel momento in cui vi presentiamo le conclusioni della visita canonica. I nostri limiti e le nostre debolezze non ci devono disanimare, la missione che ci sta davanti è senza dubbio impegnativa, problemi e sfide non mancano mai. Ma con noi c’è lo Spirito del Risorto che ci apre il cammino, illumina le situazioni difficili, ci solleva dalle nostre cadute, diventa ispirazione e intuizione davanti all’ignoto. Questo nostro coinvolgimento con lo Spirito Santo richiede, d’altra parte, il pieno apporto di ciascuno con l’operosità della sua intelligenza, l’intuito dell’amore, la condivisione dell’esperienza, la ricerca e le stesse domande che rivelano la fatica dei cammini di fede e di carità.
Affidiamo ora alla celeste intercessione del Beato Allamano ciascuno di voi, ma in modo particolare i giovani e gli ammalati. Dal cielo egli continui a seguire il “suo” Kenya, la popolazione a lui tanto cara, le comunità cristiane numerose e ferventi e impetri per l’Istituto numerose vocazioni, ricche del suo spirito.
Pensando che questa è l’ultima lettera che vi scriviamo, vogliamo riproporvi, facendoli nostri, alcuni passi della prima lettera circolare del Padre Fondatore ai Missionari del Kenya, scritta il 27 novembre 1903 (cf. Quasi una vita…, III, pp. 685-690). Dopo avere ringraziato il Signore per tutto il bene che in pochi mesi i missionari poterono realizzare, G. Allamano aggiunge:
“Ringrazio la cara Consolata per le consolazioni con cui mi confortava quando ogni sera versando il mio cuore trepidante per voi e per l’istituto, pareva farmi sentire che voi e l’istituto erano sotto la sua special protezione, e nulla sarebbe accaduto di male sotto il manto di sì buona Madre”.
Prosegue poi esortando i missionari a coltivare:
 “Spirito di fede: Non per motivi umani siete venuti in Africa, ma solo per farvi santi e salvare molte anime, e così meritarvi il paradiso riservato agli Apostoli”.
 “Spirito di carità: L’ultimo ricordo che diedi a voi primi che partiste, e che rinnovai ai secondi e ai terzi era questo: che vi amaste come veri fratelli in N. S. G. C.”
 “Spirito di sacrificio, che forma la sostanza della vita del missionario. Chi dice missionario dice un uomo totalmente sacrificato; e tale lo concepiste voi nelle vostre aspirazioni alle missioni”.
 “Spirito di umiltà: Questa virtù a tutti necessaria, è tanto più necessaria a voi per essere strumenti idonei nelle mani di Dio alla conversione degl’infedeli”.
E conclude: “La nostra dolcissima Patrona la Consolata vi benedica come io di tutto cuore imploro mattino e sera, affinché in voi ed in me si compia la volontà di Dio. In Domino,
C. G. Allamano Superiore”.

Con gli stessi sentimenti di spirito, anche noi vi salutiamo fraternamente nella Consolata,

P. Piero Trabucco, IMC
(Superiore Generale)

P. Antonio Bellagamba, IMC
(Vice Superiore Generale)

P. Norberto Louro R., IMC
(Consigliere Generale per l’Africa)


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Missione Oggi

Globalization: Points of Fracture in Our Human Society
New Social Sufferings, New Social Fractures
- New Presences for Mission -

Introduction

It is a privilege to be in front of this august body to speak as an African woman, who is passionate about mission, on this important issue which touches on human existence today. Globalization, the subject of our reflection, affects every dimension of the human person. It is not a faceless myth; rather, globalization is an overwhelming reality which affects every sphere of human life – the socio-political, economical, psychological, cultural, religious and spiritual realities.
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