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Insieme per la santità Stampa E-mail
Scritto da Nicholas Muthoka, imc   
Introduzione

In una società tanto frammentata da divisioni e odio, i missionari della Consolata in Italia si sono proposti di formare e vivere in “Comunità missionarie credibili e visibili”. Questo esprime un aspetto decisivo e indispensabile per la vita dei missionari e della missione stessa che è la vita comune e che esige una collaborazione nelle vicende della missione e della vita. Un ‘essere’ ed un ‘vivere’ insieme. Le costituzioni sono molto chiare su questo, ma siccome la vita non è fatta solo dalla legge, ma dalle convinzioni profonde che segnano le scelte degli individui e delle comunità, il Papa Giovanni Paolo II non esitava a dire che ci vuole una formazione nella spiritualità della comunione per riscoprire le motivazioni autentiche della vita comunitaria prima di fare scelte concrete.

“Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità … Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita”. (Novo Millennio Inuente 43)

“due grandi anime … fuse”

L’esempio lasciatoci dai santi è una delle vie alla formazione alla comunione. La nostra tradizione come istituto non manca di questi maestri di comunione. Il fondatore stesso era un maestro di vita comunitaria, ma più che un maestro, era un esempio, e lo è ancora. Infatti, la sua vita intrecciata con quella del Camisassa lo rende un autorevole maestro. Quando insiste con suoi missionari e missionarie sull’importanza della carità fraterna, correzione ecc, insomma sulla collaborazione, lo fa dalla sua esperienza. Il loro rapporto, pur essendo unico ed irrepetibile può essere un modello per noi.

“Insieme sulla scia della volontà di Dio”

Così finisce la lettera che l’Allamano scrisse al Camisassa informandolo del suo nuovo incarico come rettore del santuario della Consolata (Torino) e invitandolo ad essere il suo aiutante come economo e vice rettore. È chiaro che non c’è niente altro che li unisce se non l’amore di Dio e il loro amore vicendevole basato in Dio. Questi due sono convinti che entrano nel Santuario a fare la volontà di Dio. La stessa lettera afferma: “faremo d’accordo un po’ di bene, eserciteremo la carità…, procureremo di onorare il culto della nostra madre Consolata… questo nuovo ufficio avrà campo di esercitare il santo ministero, sia nel predicare che nel confessare…” Questo è un chiaro programma di vita e che sarà ampliato lungo i 42 anni che lavoreranno affianco e che in un modo o nell’altro sarà trasmesso ai missionari e le missionarie della Consolata.

Dopo la morte del Camisassa nel 18 agosto 1922, l’Allamano, in una conferenza il 3 dicembre dello stesso anno dice, “ ci siamo sempre amati nel Signore” e ancora, “erano 42 anni che eravamo insieme, eravamo una cosa sola; ci siamo sempre amati in Dio”, (Igino Tubaldo, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, volume 4 pagg 352) Infatti, l’Allamano insisterà affinché i missionari orientino tutto unicamente alla gloria di Dio, perché è questo che li ha portati in missione: si trovano in missione per la gloria di Dio e perciò devono camminare insieme sulla scia della volontà di Dio.

Questo ‘insieme’ ha una portata unica nella vita e opera di questi due uomini di Dio: vivono insieme per 42 anni, interrotti solo per un anno e mezzo nel quale il Camisassa va in Kenia a visitare le missioni nel nome del fondatore. Sono anni di intesa spiritualità, di gigantesca attività, di molta soddisfazione ma anche sofferenza, di intima amicizia tra di loro e comunione e collaborazione con altri sacerdoti nella diocesi e diversi vescovi che governano la diocesi di Torino in quegli anni, con organi di governo, con la santa sede, con uomini di affari, con altre congregazioni religiose. Insomma è una vita piena per tutti e due. Eppure, non si è mai sentito un lamento di uno riguardo all’atro, tutto era apprezzamento e stima. Infatti l’Allamano, già nella lettera d’invito dice al Camisassa: “La prego di considerare tutto come segno di stima e di amore che nutro per Lei…” e continuerà così per i prossimi 42 anni. Ma come mai sono riusciti così meravigliosamente a vivere e operare insieme per cosi a lungo?

‘Ci siamo promessi di dire sempre la verità’

Ecco uno dei segreti per camminare insieme sulla scia della volontà di Dio! Era una cosa naturale per loro dire la verità, perché erano li per fare la volontà di Dio, e animati dall’amore di Dio, per la Chiesa, per la missione, erano disposti a discernere insieme la volontà di Dio. Uno entra nel santuario il 2 ottobre 1880 (Allamano) e l’altro entra il 3 (Camisassa) e cominciano i ‘dialoghi’ che non finiranno mai. Una bella pagina del Libro di Giuseppe e Gianpaola Mina (la beatitudine di essere secondo, Giacomo Camisassa) presenta meravigliosamente la realtà di comunione tra l’Allamano e il Camisassa: “dopo pranzo, nell’ufficio dell’Allamano, i due amici prendono una tazzina di caffè insieme e parlano. Più che un parlare, è un comunicarsi gli eventi grandi e piccoli, per un bisogno di confronto, sempre tesi come sono l’uno e l’latro alla ricerca della verità per scoprire…i segni dei tempi… dopo la cena, si ritrovano per vagliare quanto nella giornata era emerso e quanto il domani sembrava prospettare. Niente formale, niente di rigido ma tutto è chiarezza, ricerca, gioia di camminare insieme…non ritengono sprecato quel (tempo) speso per chiarirsi le idee, per approfondire problemi, per giungere a conclusioni… pregano, vivono nella stessa direzione…punti diversi trovano delle divergenze, l’uno è sicuro dell’agire dell’altro. Ciascuno conserva mirabile autonomia…” (pagg 73-74)

E così tutti e due fanno tanto per la Chiesa locale e per la missione. Dopo la morte del Camisassa l’Allamano indica ai missionari e le missionarie: “tutte le sere passavamo qui, in questo ufficio lunghe ore. Qui nacque il progetto dell’Istituto, qui si è parlato di andare in Africa… insomma, in questo studio, in dialogo con lui si combinava tutto…” (Giuseppe e Gianpaola Mina, pag. 130). Da questi colloqui nascono grandi progetti di santità per loro e per il popolo di Dio-la Chiesa. Da questi dialoghi sinceri, seri e amichevoli nasce il progetto di restaurare il santuario, dell’Istituto missionario, si discutono tutte le possibilità, tutte le difficoltà, come andare avanti, come superare ostacoli, ecc… è loro la decisione a cui arrivano e ognuno la fa propria e non più le opinioni possedute prima. Si dice infatti che non si sapeva una tale idea fosse di chi tra i due!

Ma “se abbiamo fatto qualcosa di buono è appunto perché eravamo tanto diversi”

Ognuno di noi è unico, irrepetibile, con determinante carattere e personalità, perché Dio ha voluto così. L’Allamano e Camisassa non erano gemelli, non fratelli di sangue e neppure parenti. Si erano conosciuti quando avevano già più di venti anni e nessuno ha preteso che l’altro deve essere come lui, anche nella pratica. È ben chiaro per loro che la diversità indica l’unicità, la grandezza straordinaria e irrepetibile di ogni singolo, che trovarsi in conflitto, sia di idee che modalità di procedere è una situazione normale e positiva della vita e delle relazioni umane, richiamo forte alla propria ed altrui identità e unicità. L’Allamano è rimasto il rettore del santuario e superiore dei missionari, e Camissasa il vice in tutto. Ed erano diversi. Quando l’Allamano dice che “senza accanto un uomo come il Camisassa, non avrei fondato l’istituto”, lui afferma una verità molto importante e reale, e cioè, della loro diversità che era la loro ricchezza; hanno attinto le ricchezze che da soli non si possono acquistare.

Un lettore odierno si meraviglia quando scopre che l’Allamano e il Camisassa si danno del Lei per tutta la vita; da un lato era una cosa normale in quei tempi, ma se si constate che in qualche lettera come quella di fratello Falda, Allamano non usa Lei ma da del tu, si può dedurre che non era assolutamente impensabile dare del tu fra amici di vita. Ma anche nel correre degli anni, la familiarità, le feste, i colloqui, insomma, la banalità quotidiana, non ha portato nessun cambiamento del rispetto vicendevole dell’inizio. L’uno stima e valorizza l’altro e le competenze sono chiare.

Ma non è un’amicizia perfetta e senza difetti propria all’umanità. L’opera di Igino Tulbado presenta due episodi molto interessanti: uno di questi si presenta cosi: un giorno, il P. Vittorio Sandrone si reca dall’Allamano e “appena accomodato presso la sua scrivania…, giunse il Camisassa. Questi a vedermi mi disse: ‘oh, bene, bene, che sei qui, vieni subito con me, ho bisogno di parlarti’ ‘no’ risponde il fondatore- ‘l’ho chiamato io ed ora lo voglio qui’ – ‘no, no, vieni con me’ rispose il Camisassa, prendendomi per un braccio.- ‘ripeto, egli ora sta qui con me’- ribatte il fondatore con tono che aveva di comando. Per la terza volta il canonico Camisasa insistette: ‘no, vieni subito con me’. L’insistenza del vice rettore questa volta fu troncata con un no piuttosto risoluto del fondatore. Partito il Camisassa, il fondatore … mi disse: vedi come il vice rettore è sempre obbediente”. È certo che questi due sono diversi, hanno diversi modi di vedere e giudicare le cose, e naturalmente di procedere. Ma alla fine dei conti, si assume solo un unico modo di fare e nessuno dei due è amareggiato, al contrario, assumono responsabilità di ogni loro decisione e proseguono fino alla fine. Si, niente critiche, niente mormorazioni ma tutto amore fondato in Cristo che si realizza nel concreto al servizio della Chiesa e alla santità dei due. “Queste due grandi anime dice mons. Barlassina, si erano fuse. Era un quadro magnifico quel sincero affetto, quell’amore fatto da rispetto, quell’ ossequio reciproco, quella condivisione”. (Giuseppe e Gianpaola Mina, pag. 131)

“Regole non scritte”

Questi sono solo pochi esempi di una vita vissuta, di una comunione profonda che dura per quasi mezzo secolo, ma le regole non scritte sono ben chiare, (che l’Allamano insegnerà ai suoi figli e figlie): comunione profonda con Dio per assicurarsi che si cammina nella via giusta, volere ed amare specialmente quelli della stessa vocazione e apprezzarli, fidarsi di loro, comunicare in dialogo nella verità, imparare a capire e perdonare, poche o nessuna mormorazioni, ma invece una attiva contribuzione al bene della Chiesa e dell’Istituto; l’elenco è infinito…, cosi, tutti saranno una cosa sola ed un anima sola. Questo sarebbe l’ideale e richiederebbe una maturità umana e cristiana molto alta, proprio alla pari del ‘prestigio’ e dignità della vocazione missionaria e religiosa, in conformità alla vocazione alla santità. Questo è il patrimonio vitale dei nostri due grandi uomini; Allamano e Camisassa.

Certo che questo è un grande esempio vivo per i missionari e tutti i cristiani che devono vivere e lavorare insieme per tutta la vita o per un periodo nella vita. Educare alla comunione e collaborazione è una delle grandi responsabilità della Chiesa perché di Cristo è la parola: “da questo tutti sapranno che siete i miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.(Gv 13,35) L’essere in comunione è connaturale all’umanità che ovviamente è offuscata dal peccato ma che deve stare al centro della vita cristiana, proprio perché Dio è comunione, Padre, Figlio e Spirito Santo. Tendere alla santità significa anche tendere alla comunione, che parte dalla Trinità a tutta l’umanità. Dai grandi uomini della storia e da tutti i santi, si constata che si cammina insieme alla felicità. Per noi missionari della Consolata, abbiamo il nostro fondatore e il co-fondatore che hanno tracciato per noi, con il loro esempio di vita, le ‘regole’ per essere e lavorare in comunione con Dio e con i confratelli.

Per l’Allamano, carità vicendevole è cosi decisiva per comunione e collaborazione che la mancanza di essa è “peggio all’istituto che la persecuzione esterna”. “il giorno in cui cominciassero le critiche vicendevoli, segnerebbe tosto la sterilità delle vostre fatiche e sarebbe il principio della dissoluzione dell’Istituto” (lettere 75) perché più scandaloso e penoso è il peccato di divisione e mancanza di concordia. Dunque, la grandissima consolazione sarebbe quella di lavorare per il regno di Dio Cor unum et anima una.
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Domenica Missionaria

II domenica Avvento - B
san giovanni battista

Ecco, io mando il mio messaggero
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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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