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La Parrocchia di Makambako PDF Stampa E-mail
Scritto da Missionari della Consolata   
ImageQuesto nome ha una storia lunga che, andando a ritroso nel tempo, ci conduce ai tempi in cui i Wangoni, etnia del sud del Tanzania, erano in guerra con i Wahehe di Iringa, etnia con essi confinante a nord. Quando la guerra finì, ognuno dalla sua parte si complimentava con l’avversario dicendo: “Sisi wote ni kambako kweli”! Noi tutti siamo proprio kambako, guerrieri nati, forti come i tori (in swahili: kambako)! Accordiamoci e viviamo in pace.

Tuttavia sembra che il significato originario di Makambako non sia questo bensì lo spuntare di un albero che si vide in quel posto. Piano piano crebbe fino a diventare un albero veramente enorme. Alcuni anziani ancora lo ricordano e sostengono che ci volevano ben quattro uomini per misurare la sua circonferenza. Non si vide nessun altro albero crescere alla sua ombra, nemmeno nelle sue vicinanze. C’era solo lui.

Non era un albero molto alto, ma con radici enormi e con ramificazioni ad ombrello molto estese, chiamato nella lingua locale, il kibena,: “Mpembeja”. Tecnicamente dovrebbe appartenere alla famiglia delle leguminose ed al genere brachysteja.

Tutti gli anziani lo guardavano con rispetto. Nessuno coltivò sotto quest’albero e nessuno mai osò tagliare nemmeno uno dei suoi rami. Questo fino ad oggi. Quindi era un albero tenuto in grande rispetto e di cui la gente aveva soggezione.

Infatti era in questo posto dove si offrivano i grandi sacrifici, uno dei quali veniva celebrato in tempo di siccità. Usando termini cristiani, si potrebbe dire che era la Chiesa Madre, la Cattedrale dove venivano celebrati i sacrifici sotto la guida del capo di tutta la zona. In seguito la celebrazione di questi sacrifici si estese ad altri luoghi come Kitisi ed Ilangamoto, allora distanti dal centro, ma in questi giorni diventati due rioni della cittadina di Makambako.

D’altra parte anche i capi locali, prima del colonialismo, facevano i loro raduni ed incontri all’ombra di quest’albero, lo Mpembeja.

Si dice che lo stesso Mkwawa, capo carismatico e battagliero dei Wahehe di Iringa negli ultimi anni dell’800, quando, da Kalenga, suo quartier generale non lontano da Iringa, si metteva in viaggio verso Sumbawanga, qualche centinaio di chilometri ad est di Makambako, fin dove si estendeva il suo regno, passando per Makambako faceva sosta con il suo seguito all’ombra di questo grande albero Mpempeja.

Con il passare del tempo nel fusto che si stava marcendo iniziò a formarsi una cavità, luogo ideale per le api che vi si sistemarono e cominciarono a produrre miele in gran quantità, di cui la gente si serviva.

Come conseguenza di quanto descritto sopra, una espressione incomincio’ a circolare tra la gente: “Ehe, tazameni kambako hilo! Kweli ni kambako!...” Che significa: Guardate quella pianta! E’ proprio un kambako: e’ proprio grande e pieno di forza come un toro!” Ed inoltre gli uomini si dicevano l’un l’altro: “Se per le nozze di sua figlia un padre ricevesse dal futuro genero un toro (kambako) con le caratteristiche di questa pianta (kambako), senz’altro sarebbe orgoglioso di sua figlia che va in moglie a tal persona che ti rispetta certamente, guardando al regalo che ti ha fatto.

E cosi, continuando la gente a chiamare quest’albero con il nome di Kambako, ecco che anche la zona dove esso si trovava cominciarono a chiamarla Makambako.

Come tutti gli alberi, dopo molti anni anche questo Mpembeja finì per seccare: le radici marcirono facendo cadere l’albero. Però la gente non si osò mai di usare quello che rimase del tronco e dei suoi rami come legna da bruciare. Al contrario, i suoi avanzi rimasero lì in terra finché marcirono.

Foto: P. Remo VillaAncora oggi passando per Makambako si può vedere il luogo dove si trovava questo Mpembeja: al suo posto però ora sono crescite altre piante della stessa specie nate da quel primo albero. Sono più di una ventina e la cosa interessante è che nessuno le taglia, anche se grande è il bisogno di legna da ardere per le tante famiglie che vivono nelle casette che circondano lo spiazzo.



Foto Storiche


Una quarantina di anni fa Makambako era un villaggio come tanti altri, con tante case di fango e paglia, con la strada principale non ancora asfaltata e con numerosi sentieri che mettevano in comunicazione tra di loro tutte le case.

foto: P. Romano MotterQuesta foto aerea mostra Makambako come era nel 1968. La strada bianca sulla sinistra, da Makambako portava e tuttora porta fino a Njombe ed al sud del Tanzania. La strada alberata che da essa si diparte verso destra è la strada che portava alla Missione.



foto: P. Romano MotterIn quest’altra foto aerea, sempre del 1968, si intravede, in alto, la strada che porta a Mbeya e verso il Malawi, ad ovest, con il bivio della strada verso Njombe ed il Sud del Tanzania. La strada per Mbeya è stata asfaltata negli anni settanta del secolo scorso da una ditta italiana, mentre quella per Njombe, da Makambako a Songea, è stata asfaltata all’inizio degli anni ottanta da una ditta inglese.


foto: P. Romano MotterVeduta aerea, sempre del 1968, della Missione di Makambako, iniziata ufficialmente il primo maggio 1954. In primo piano si nota la chiesa parrocchiale di allora (ora non più in uso) a forma di croce. È la seconda chiesa costruita all’interno della missione dai suoi inizi. La prima chiesa, assieme alla prima canonica, si intravede verso la fine della fila di alberi. In alto nella foto, le sette case in fila erano le case dei maestri della scuola elementare iniziata dai Missionari nel 1958. Le case sono ancora in uso dei maestri della scuola che dagli anni settanta del secolo scorso è diventata statale.




foto: P. Giuseppe BargettoQuesta foto, della fine degli anni cinquanta del secolo scorso, mostra il primo Parroco, P. Giuseppe Bargetto con alcuni ragazzini e ragazzine orgogliosi di posare davanti alla macchina della Missione.





foto: Suore Missionarie della ConsolataLe Suore Missionarie della Consolata arrivarono a Makambako non molto tempo dopo l’apertura della Missione, nel febbraio del 1955 e subito si sono impegnate nella cura degli ammalati. Nella foto vediamo una di queste Missionarie, Sr. Dionizia Dalmasso, una delle pioniere.
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