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PADRE LIPINGU ALEXIUS FELICIAN 1956 - 1999 PDF Stampa E-mail
Scritto da IMC Consolata   

Di nazionalità tanzaniana, è nato a Mgolo, nel distretto di Mahenge, provincia di Morogoro, il 24 agosto 1956 da Felician e Giuliana Kumpindi. Frequenta le scuole elementari dal 1965 al 1971 alla Ruaha Primary Scool (Mahenge) e gli studi secondari al seminario minore di Kasita (diocesi di Mahenge) dal febbraio 1972 al dicembre 1975. Nel 1976 frequenta un corso di specializzazione all'università di Dar es Salaam, nel dipartimento di agricoltura e ottiene il "Certificate in Land Surveying". Quindi trascorre un anno in due nostre parrocchie (Kipengere e Ndabulo), prima di essere indirizzato al seminario IMC di Langata nell'agosto del 1978.
Frequenta il biennio filosofico e il primo anno di teologia a Nairobi e si presenta al noviziato con ottime referenze da parte dei suoi formatori: «Sincero, aperto e gioviale. Molto responsabile e preciso in tutto ciò che fa. Non è esigente con gli altri e si integra bene; sa collaborare con tutti…. Molto dotato, intelligenza spigliata… Molto impegnato nel crescere spiritualmente, si dedica alla preghiera sia personale che comunitaria. Buon spirito di sacrificio… Nella vita comunitaria è attivo col suo buon esempio, disponibilità e serenità… Nel lavoro pastorale è preciso e si prepara. Dimostra interesse per la vita missionaria e si prepara a viverla…».
Durante l'anno di noviziato, Alexius non delude le speranze in lui riposte dimostrandosi persona di comunione tra i compagni, generoso nel lavoro, impegnato nella preghiera e nell'approfondimento della vita religiosa in genere e dell'Istituto in particolare. Il 6 agosto del 1982 si consacra a Dio con la professione religiosa.
Viene destinato a Roma per continuare il suo cammino formativo nel seminario di Bravetta. Qui sa inserirsi rapidamente nella comunità. Lo favorisce un concetto positivo che ha di se stesso e la chiara identità vocazionale attorno alla quale continua a strutturare la sua personalità. Organizza bene il suo tempo, le diverse attività e la vita spirituale. Dimostra apprezzamento per la consacrazione religiosa e la missione. Ottimo è l'impegno a livello accademico, come pure nel lavoro manuale.
Di anno in anno il professo Alexius approfondisce il significato della sua vocazione e si impegna nella propria maturazione umana, cristiana e religiosa attraverso un progetto di vita che diventa l'ispiratore delle sue scelte e lo stimolo del suo impegno. Così, in seconda teologia, a 27 anni, approfondisce l'aspetto centrale della sua vocazione: "essere inviato", facendo convergere tutte le altre dimensioni della vita verso questo punto focale.
L'anno successivo imposta il suo cammino formativo sulla frase di Geremia 1, 4-5, con l'obiettivo di "Sentirsi formato e conosciuto da Dio, consacrato da lui e inviato alle genti". Per lui diventa logico esprimere la relazione con Dio in Gesù attraverso i Consigli Evangelici che non sono delle osservanze, ma degli atteggiamenti nuovi con cui andare verso il mondo. Apprezza sempre di più una spiritualità vissuta nella comunità, che sa poi esprimere, come fede matura, nell'impegno pastorale in parrocchia. In tutto ciò dimostra di saper integrare la sua cultura africana con i valori cristiani e di saper dialogare con altre culture.
Nel 1986, Alexius inizia la licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana e si prepara alla professione perpetua, avendo come meta il diaconato. Soffermandosi ancora sul profeta Geremia, cerca di sviluppare un atteggiamento di ringraziamento e riconoscenza verso Dio che lo ha chiamato e lo invia. I fatti, le idee, le persone entrano nella sua vita in profondità. Dimostra una grande capacità di interiorizzazione e di sintesi, anche nella vita di fede e ciò lo porta ad una grande serenità interiore che gli permette un rapporto aperto, sincero e costruttivo con tutti. La preghiera, i sacramenti, la riflessione sui documenti della Chiesa e gli insegnamenti del Fondatore sono i mezzi nei quali crede e che usa con fedeltà nel suo lavoro formativo.
Nel 1987, p. Alexius si licenza in Teologia dogmatica. Intanto si prepara all'ordinazione approfondendo il significato della missione nella sua vita, in vista della sua destinazione missionaria. Missione che egli concepisce come "condivisione della fede" con le persone che incontrerà. Il 9 settembre 1987 diventa sacerdote per l'imposizione delle mani di mons. Patrik Iteka, nella cattedrale di Kwiro.
Lo stesso anno viene destinato al Kenya come formatore dei filosofi presso il Seminario di Langata. Il lavoro tra i giovani lo appassiona; lo anima la tensione di formarli secondo lo spirito dell'Allamano e dell'Istituto, ma nel contesto della cultura africana. Scrivendo a p. Giuseppe Inverardi, superiore generale, il 29 luglio 1990, parla di loro con affetto di amico e cuore di padre: «…ti presento i tuoi giovani, i Consolatini di domani… li puoi tenere davanti agli occhi durante le tue preghiere. Ti chiediamo la tua benedizione, la tua preghiera continua… la tua attenzione paterna, unendola a quella della Consolata che è materna… specialmente per il noviziato». Questo compito lo impegna per quattro anni, fino al '91 quando diventa formatore dei teologi presso l'Allamano House di Nairobi.
Nel 1993 parte per il Sud Africa dove lavora nella pastorale a Damesfontein fino al 1995 e a Mamelodi fino al 1999. Dal 1996 esercita la funzione di vice superiore della Delegazione del Sud Africa. Il 7 ottobre 1999 viene eletto Superiore Delegato.
Il 23 novembre, un incidente stradale, ne stronca la vita all'età di 43 anni, di cui 17 di professione e 12 di sacerdozio. Si era recato a visitare i confratelli della diocesi di Dundee in compagnia di p. Paulino Soares Ferreira, che lavorava in Tanzania, di p. Mabena, sacerdote diocesano di Njombe, Tanzania e del signor Lugala, catechista, della diocesi di Iringa, Tanzania. Essi avevano appena terminato un corso di pastorale al LUMKO. Sulla strada del ritorno verso Pretoria, un camion che veniva in direzione opposta, per lo scoppio di un pneumatico, è piombato sulla loro auto provocando la morte istantanea dei quattro. L'incidente è avvenuto nei pressi di Delmas, vicino a Johannesburgo, verso le 17,30.
La redazione del Da Casa Madre

P. José Luis Ponce de León racconta la realtà drammatica di quei momenti.
Martedì 23 novembre, verso le 9 del mattino, giunsero in visita a Piet Retief p. Alexius Lipingu assieme a p. Paulino Ferreira, p. Mabena e il signor Lugala.
Venivano da Damesfontein. I tre, avendo terminato il corso internazionale che LUMKO offre tutti gli anni, hanno approfittato per visitare alcune nostre missioni e degli amici. L'occasione era buona per aggiornare p. Alexius su varie cose urgenti, per cui ho chiesto a p. Lima di portare i nostri amici a visitare alcune comunità della parrocchia.
Con p. Alex abbiamo trascorso diverse ore parlando di mille cose e siamo rimasti d’accordo di ritrovarci il lunedì seguente per fare la riunione della Direzione assieme a p. Giorgio Massa.
Ci siamo salutati verso le 14, vicino all'auto. Alex mi disse che, per andare a Pretoria, non avrebbe preso la strada più corta (Ermelo, Hendrina), ma quella più lunga (Volkrust, Standerton, Delmas) che gli piaceva di più. Tutto era così normale: un viaggio come tanti e un "arrivederci a domenica", quando ci saremmo rivisti.
Era il nostro piano, ma non quello di Dio. Domenica scorsa lo avevamo celebrato come Re e si era detto che noi dovevamo seguire i suoi piani. La liturgia della domenica seguente sarebbe stata molto significativa: "non sapete né il giorno, né l'ora".
Alex doveva chiamarmi quella sera stessa per dirmi ciò che pensava la Direzione Generale su alcune proposte che avevamo presentato. Egli avrebbe chiamato il Padre Generale e poi mi avrebbe comunicato la risposta. Dato che non chiamava, me ne sono andato a letto e proprio in quel momento ha squillato il telefono.
Padre Ntuli, parroco di Ermelo (a 100 km da qui) aveva il difficile compito di dirci che il viaggio dei nostri confratelli aveva seguito un destino diverso: quelli che credevamo giunti a Pretoria, in realtà avevano già celebrato la loro Pasqua.
Le tre ore seguenti furono devastanti per tutti: abbiamo parlato con ciascuno e pianto insieme per telefono, cercando di illuderci che, forse, la notizia non era certa. Intanto cercavamo maggiori informazioni… Non potevamo che aspettare l'alba per andare a riconoscere i corpi a Delmas (a 300 km da qui e 80 prima di giungere a Pretoria). All'una del mattino, con p. Lima, siamo andati in cappella a recitare l'Officio dei defunti e abbiamo chiesto a Dio che ci desse la forza e la fede necessarie per il giorno dopo.

Verso le 8,30 del mattino, assieme a p. Lima ci siamo riuniti a Delmas con p. Giovanni Viscardi e il signor Themba Maseko che, da questo momento, "si è fatta carico di noi" e ci ha accompagnato nello sbrigare tutte le pratiche necessarie: riconoscere i corpi, dare tutta l'informazione che veniva richiesta sull'identità di ciascuno, raccogliere le loro cose, andare sul luogo dell'incidente e vedere i resti dell'auto.
Durante tutto questo processo cresceva la comunione nella nostra famiglia missionaria. Il telefono non smetteva di squillare con chiamate dal Tanzania, dal Portogallo e dalla Direzione Generale, chiedendo informazioni e assicurando la vicinanza di tutti in questo momento di prova.
Ciò che è successo dopo l'incidente fu un segno chiaro dell'intercessione dei nostri fratelli dal cielo. Vedevano il nostro grande dolore, la nostra confusione, la nostra difficoltà nell'accettare questa Pasqua non annunciata e rimasero vicini a noi in ogni momento.
Hanno chiesto a Dio che ci inviasse i suoi angeli ed essi vennero. Di fronte ad ogni problema, ogni volta che la situazione si complicava, apparve una soluzione che ci permise di andare avanti. Furono giorni intensi e senza riposo, ma ogni cosa procedeva bene.

L'arcivescovo di Pretoria fu d’accordo di celebrare il funerale di p. Alex a St. Mary's (Mamelodi) e questo mi riempì il cuore di gioia: p. Alex sarebbe tornato a casa sua, per ricevere l'ultimo saluto dalla sua gente.
Il sabato, con p. Norberto Louro, Consigliere Generale, siamo andati alla parrocchia e ci siamo incontrati con gli incaricati di preparare la celebrazione. In un'ora ci siamo accordati su ogni cosa. Tutto era nelle loro mani. La consegna era una sola: "regalare ad Alex una celebrazione di quelle che piacevano a lui"
Il lunedì, il corpo di Alex giunse a Waverley alle 10,30. P. Viscardi guidò la preghiera e poi il corteo funebre si diresse verso St. Marys, distante circa 14 km. A 500 m dal paese ci attendeva la polizia per guidare la processione fino alla chiesa. La commozione era grande in tutti. Siamo giunti all'entrata della chiesa fra canti e danze. La celebrazione fu presieduta dall'arcivescovo di Pretoria, accompagnato dal vescovo di Dundee e dal Nunzio Apostolico. Hanno concelebrato una settantina di sacerdoti.

La celebrazione si protrasse per due ore con tutta l'allegria di un giorno di festa e il dolore che significava per tutti quella separazione. L'arcivescovo ricordò che quando Alex giunse in parrocchia, continuava a ricevere fax nei quali la gente si lamentava per aver cambiato il parroco precedente. Tuttavia, poche settimane dopo ricevette molti messaggi di ringraziamento per il nuovo parroco.
Alla fine della messa i discorsi si protrassero per un'ora: parlò p. Norberto a nome di tutti noi, il Nunzio Apostolico, rappresentanti del governo del Tanzania, del decanato e della parrocchia. Quest'ultimo commentava che Alex chiamava nelle ore più strane della notte e diceva sempre "buon giorno" indicando così che bisognava essere sempre pronti e disponibili a lavorare per la comunità.
Anche il sottoscritto ringraziò i presenti per averci accompagnato e chiese l'aiuto della loro preghiera. Alla fine il corpo di Alex partì per un altro viaggio, un altro "tornare a casa", questa volta in Tanzania.

La Pasqua di Alex, Paulino, Mabena e Lugala continua ad essere presente nei nostri cuori e poco a poco cerchiamo di accettarla, convinti che Dio sa come fare le cose anche se noi non riusciamo a capirle subito. Queste morti siano come il chicco di grano sepolto nella terra, che produce coscienza missionaria e nuove vocazioni alla missione.
P. José Luis Ponce de León

P. Norberto Louro ha accompagnato i confratelli del Sud Africa in questa difficile situazione:
Assieme ai pp. José Luis Ponce de León e Jack Viscardi ci siamo dati da fare, come le sante donne, per prestare i servizi funebri ai nostri confratelli. Come Maria, si è trattato di ricevere dalle autorità i corpi e identificarli, rimarginare le ferite provocate dall'urto tremendo, ungerli con i balsami e i profumi del cordoglio, della preghiera, della stima e solidarietà inviati dai confratelli di tutto il mondo, vestirli con le vesti sacerdotali, cercare per loro il sepolcro nuovo nel più bel giardino dell'Istituto...
E poi raccontare decine di volte a chi, sbigottito e confuso, man mano che la notizia si diffondeva, ci domandava notizie sull'accaduto, rinnovando di volta il volta il nostro dolore. Ma, facendoci già pregustare il mattino della risurrezione, vescovi, sacerdoti, religiosi, laici e poi la comunità di Mamelodi dove p. Alexius era parroco, non cessavano di rincuorarci, di accendere la speranza, di farci sentire che erano vivi, nella memoria di tutti, nel cuore di tutti, nella vita di tutti.

Lunedì, verso mezzogiorno, a Mamelodi, abbiamo celebrato momenti indimenticabili, presieduti dall'arcivescovo di Pretoria, dal Nunzio Apostolico e dal vescovo di Dundee. Solo i vivi si possono trattare così. Solo a persone presenti si può parlare così. Solo a chi sta con Dio si può pregare così. Solo a chi non è morto si può acclamare così. Fu un momento di risurrezione per noi. Quella speranza, quella certezza, quella mesta gioia per l'assenza di chi aveva rischiato e dato la vita in Missione, la si vedeva in tutti.
E con questi sentimenti ci siamo radunati l'indomani, come gli Apostoli a Gerusalemme, prima di ritornare alla Missione per continuare a testimoniare Cristo risorto nei nostri confratelli Alexius, Paulino e i suoi compagni che avevano la Missione nel cuore.
P. Norberto Louro

I funerali in Tanzania
La notizia della morte di p. Lipingu, p. Paulino, p. Mabena e il maestro Lugala, laico della parrocchia della Consolata di Iringa, apparve così incredibile che, per ben tre volte fui obbligato ad appurarne la verità da fonti diverse, per non incorrere nel pericolo di divulgare una notizia, tragica, non vera.
Purtroppo era tragica, ma anche vera. Per cui ci siamo suddivisi subito il lavoro: chi telefonerebbe a chi, o chi andrebbe dove. È ovvio che la notizia causasse costernazione, sofferenza e rimpianto in tutti. Cominciano, così, ad arrivare persone per esprimere condoglianze come pure numerosi E-mail di fraterna vicinanza. Nella sofferenza, soprattutto se tragica e improvvisa, il mondo si fa veramente piccolo, specialmente ai nostri giorni.
Molti hanno una parola legata a particolari ricordi. Tutti, una parola di conforto e la promessa della preghiera. Tutti si appellano alla fede e ai piani di Dio.
Sì, "i suoi piani", così imperscrutabili e così diversi dai nostri! I nostri tre tanzaniani erano andati a Lumko perché desideravano lavorare di più e meglio; invece il Signore li ha chiamati nel suo riposo. Tutto era disposto per riceverli, il giorno dopo, a Dar-es-Salaam; invece il Signore li aveva già ricevuti in cielo. Era un viaggio di ritorno..., ma al Padre; non a casa, ma alla dimora eterna.

Passarono giorni di lunga attesa nei preparativi di inviare in patria le salme e riceverle. Sono innumerevoli i problemi che nascono in queste circostanze. Intanto p. Simon Libongi è andato a portare la notizia ai famigliari, dai quali giunge tre giorni dopo, data la distanza e le difficoltà di comunicazione. Si invia, pure, un'altra macchina per portare a Iringa i genitori e parenti. Ne giungeranno 19 da Mahange e una ventina da Dar-es-Salaam.
Pur nell'incertezza di quando giungeranno le salme, si imbastisce un programma, in accordo con il vescovo di Iringa, che prevede: arrivo delle tre salme a Dar-es-Salaam la sera del mercoledì 1° dicembre; viaggio per Iringa-Njombe il giovedì; funerali il venerdì mattina nella parrocchia della Consolata di Iringa e sepoltura a Tosamaganga.
E così fu. Le salme arrivarono a Dar il giorno programmato, anche se con ritardo, dovuto al collasso del sistema computer a Johanneshurgh. Mentre la salma di p. Mabena viene ricevuta dalla diocesi di Njombe, quelle di p. Lipingu e del maestro Lugala vengono portate in casa procura.
Il giorno dopo, partenza per Iringa con sosta a Morogoro. Alle ore 17,30 giungono alla chiesa della Consolata, accompagnate di alcune macchine che sono andate ad incontrale a Irole, paese natale del maestro, a circa 15 minuti da Iringa.
È facile immaginare la commozione generale fino alle lacrime. Una breve preghiera alla porta della chiesa, poi la salma di p. Lipingu viene portata dentro, mentre quella del maestro ''fa visita" a casa sua per circa un'ora, per poi essere riportata in chiesa.
Sul sagrato ci sono due bare e le foto di tutti e quattro i defunti. In chiesa, gente, gruppi e jumuiya si alternano in veglia, pregando, cantando, leggendo passi biblici e offrendo spunti di riflessione, di fede e di speranza. È commovente come la semplicità sa trarre dalla ricchezza del tesoro Bibbia.

Venerdì, 3 dicembre, alle ore 10 del mattino si svolgono i funerali. Sono presieduti dal vescovo di Iringa. Sono presenti anche mons. Evaristo Chengula e mons. Mwalunyungu, originario di Wasa, nostra missione. I sacerdoti concelebranti sono 70. Tra essi ci sono sacerdoti da Mahenge, Mbeya, Dar-es-Salaam. I sacerdoti di Iringa hanno anticipato la fine degli Esercizi Spirituali per potervi partecipare in blocco. L'omelia è tenuta dal vescovo. Si appella ai piani misteriosi di Dio e di tutti ricorda alcune cose.
Dopo la comunione prende la parola il sottoscritto. Il desiderio sarebbe di illustrare la personalità, il carattere e l'attività dei nostri, ma non sarebbe giusto nei confronti degli altri defunti e dell'assemblea in ascolto. Unisco tutti nel denominatore comune di persone buone, attive, creative, con sogni pastorali, con interesse per la formazione e sviluppo spirituale e sociale della gente. Ed è veramente così.
Unisco tutti nel ringraziare Dio per il dono della loro vita e servizio. Unisco tutti nel ringraziare i vescovi, i sacerdoti e religiosi/e, tutti i fedeli della parrocchia della Consolata che, mediante comitati, hanno lodevolmente curato tutto lo svolgimento di questo lutto. Così fa anche p. Luis Jiménez, il parroco. Circostanze di dolore potenziano la cooperazione.

Dopo la messa, la salma del maestro viene portata a Irole e quella di p. Lipingu a Tosamaganga. Dopo una breve sosta di preghiera in chiesa, processione al cimitero, dove, da oltre un secolo, vengono a riposare nel Signore missionari e missionarie, sacerdoti diocesani e religiosi/e di questa terra. Tra tutti questi, p. Lipingu è il primo Missionario della Consolata tanzaniano chiamato a dormire qui. Mentre la bara viene lentamente coperta di terra, il mio pensiero di fede ricorre al famoso chicco di grano che se non è sepolto non porta frutto. Mi chiedo: "P. Alex sarà seme di quale vita e vitalità?". Perché la sua morte - assieme a quella di p. Paulino - non può non avere un significato e una fruttuosità tutta propria.

La cerimonia è solitamente lunga qui al cimitero perché ogni dettaglio va scrupolosamente curato. Parla p. S. Libongi, che con lui ha compiuto un lungo tratto della strada vocazionale fin dal primo anno della scuola secondaria. A nome della diocesi di Mahenge, parla il segretario del vescovo. Parla anche la suora venuta dal Sud Africa, cooperatrice di p. Lipingu. Nel pianto ricorda come alle ore 17, del 23 novembre, parlava con lui via cellulare e, improvvisamente, la comunicazione si interruppe. Il ritardo cominciò a insospettirla e i contatti con la Polizia le rivelarono l'accaduto.
Terminata la cerimonia, e quando molti già si erano allontanati, i genitori, i parenti e gli amici di p. Alessio hanno circondato la tomba: ognuno vi depose un fiore; si sono inginocchiati e hanno pregato. Dio ascolterà in modo particolare questo grido dal profondo: solo lui può lenire il loro dolore. E anche il nostro.

Il sabato, 4 dicembre, molti parenti ripartono. Ne rimangono ancora una ventina, con i quali la sera, in casa regionale, celebriamo la messa unendo nel ricordo di suffragio, riconoscenza e affetto per tutti quelli che il Signore ha voluto unire nella morte per la vita, e specialmente p. Paulino.
Ora posso dire cose che non avevo potuto dire nell'eucarestia di suffragio per tutti, alla Consolata. La domenica, quanti erano rimasti fanno ritorno alle loro case. È domenica, memoria della risurrezione del Signore; la seconda domenica di Avvento. Quell'Avvento del Signore che viene inaspettatamente, per cui bisogna essere pronti, con la cintura ai fianchi e le lampade accese. Questo Avvento è già venuto per p. Lipingu e p. Paulino. Incredibile crederlo all'inizio. Difficile accettarlo poi. La preghiera è: "pace a loro", per sempre! E consolazione a noi che di loro conserviamo ricordi belli e cari. Perché erano persone care. Il vuoto che lasciano non è solo rispetto alle attività. È un vuoto nel cuore.
P. Giuseppe Inverardi

Un amico la cui scomparsa ha lasciato un vuoto nel cuore e nell'Istituto
Quando il 26 settembre scorso lasciai Pretoria per volare a Londra, p. Lipingu mi disse: «Ci rivedremo ad Iringa e faremo delle belle risate assieme». Ci siamo visti ad Iringa, ma lui era sotto due metri di terra, e le risate si mutarono in lacrime e gemiti senza consolazione umana.
Conobbi p. Lipingu a Nairobi negli anni 80 quando lui era formatore nel nostro seminario filosofico ed io ero incaricato della formazione nella Regione del Kenya. La nostra amicizia iniziata sotto il segno del lavoro, presto si mutò in fratellanza sincera, in rispetto cordiale, in cooperazione incondizionata per una formazione che riflettesse la mens e la cultura Africana. Lui percepì che io amavo gli Africani e che sentivo il bisogno di aiutarli a rimanere Africani nell'Istituto, ed io compresi che lui era un Missionario della Consolata al cento per cento, ma che sentiva il bisogno di esprimere se stesso nella vita e formazione dell'Istituto. In quella mutua comprensione si cementò la nostra amicizia, ci unì il nostro lavoro, ci accomunarono i nostri sforzi nel lavoro di formazione.

Vorrei far rilevare di p. Alex tre aspetti che mi sembrano cardinali nella sua vita, e che ho sempre ammirato: la sua identificazione con l'Istituto, la passione per il suo essere Africano e gli sforzi per africanizzare l'Istituto non per motivi egoistici, ma per un'inculturazione che avrebbe fatto bene alla nostra famiglia e l'avrebbe resa veramente universale, e agli africani per farli sentire a casa loro in essa.
Chi ha conosciuto p. Lipingu può testimoniare la sua identificazione con l'Istituto, non come entità astratta, o un'istituzione giuridica, ma com'esiste al presente. Lui si sentiva bene nell'Istituto, era la sua casa, la sua famiglia. Lo amava con tutto il cuore ed era disposto a tutto pur di aiutarlo nel suo cammino e nei suoi sforzi per diventare sempre più consono ai bisogni dei tempi e dei popoli. Sentiva un forte dolore quando veniva a conoscere certi abusi di confratelli nei confronti dell'Istituto, quando sapeva che alcuni confratelli usavano l'Istituto per i loro capricci, e specialmente, quando comprendeva che per ragioni del tutto irrilevanti alcuni pensassero di abbandonarlo per intraprendere altri cammini. Lui non riusciva a capire come una persona che ha fatto voti a Dio di appartenenza ad un Istituto, e di vivere secondo il suo spirito, potesse pensare di lasciarlo. Lui si sentiva Missionario della Consolata, s'identificava bene con tutti i Missionari, anche se non approvava certi aspetti della loro vita e missione, partecipava attivamente e con entusiasmo alle sue celebrazioni come se fossero già africanizzate. Fu questa sua identificazione e questo suo amore invincibile per l'Istituto che gli attirò alcune reazioni negative di qualche confratello africano, quasi che lui avesse esagerato nella sua identificazione con esso.

La seconda caratteristica di P. Lipingu è stata la sua gioia di essere Africano. Si sentiva bene fra i non africani, apprezzava le loro qualità, cercava di imparare a vivere come loro nella loro patria, ma mai a scapito del suo essere africano. Quando lo vidi a Mamelodi a celebrare con gli africani, a condividere con loro, a scherzare con loro, a mangiare con loro, scorsi l'Africano della Consolata in atto. Lui si sentiva bene con tutti, e tutti si sentivano bene con lui, ma si manifestò in tutto il suo essere con gli africani. Era fiero di essere africano, sentiva tutto il fascino della sua terra e della sua gente e non lo nascondeva, aveva la netta sensazione che il centro del suo essere era, e sarebbe rimasto sempre africano, e non lo negava. Figlio dell'Africa, si sentiva bene ovunque, poteva operare in qualsiasi cultura, era accettato ed amato da persone che aveva conosciuto in Italia ed Europa, ma la sua casa era l'Africa, la sua gente erano gli africani, le sue radici avevano attecchito nel suolo africano, il meglio di se stesso era stato plasmato dal mondo africano. E siccome questo mondo ha caratteristiche che possono influenzare e arricchire altre culture e istituzioni, lui si sforzò di presentarlo al nostro Istituto perché lo considerasse come un complemento a tutto ciò che già esiste e opera in esso.

La terza caratteristica che mi è rimasta impressa di p. Lipingu è stata il suo desiderio di far sì che la sua "anima africana" (africannes come lui la chiamava) potesse diventare parte dell'Istituto, in modo che tutti i confratelli Africani potessero trovare in esso con più facilità il loro modo di vivere il suo spirito nelle loro tradizioni più autentiche. Ricordo nella conferenza Regionale del Kenya del 1987 la sua gioia quando i membri che parteciparono votarono a grande maggioranza che si doveva iniziare lo studio dell'inculturazione del carisma in Africa, e la sua determinazione nel perseguire questo corso quando si formò la commissione di Africani per questo studio. Il p. Peter Kihara era il chairman e p. Lipingu era il segretario. Loro iniziarono questo lavoro con intervistare i vescovi africani, sacerdoti, fratelli e suore africane di altre congregazioni, per conoscere meglio il problema, per sapere quali sforzi altri avevano fatto in questa direzione, e per iniziare il processo nel nostro Istituto. E quando questa commissione fu sciolta, ricordo il suo dolore e frustrazione: ma mai si dette per vinto, mai cessò di proporre e riproporre questo iter all'Istituto fino all'ultimo Capitolo quando riuscì, con l'aiuto di altri capitolari, a far sì che gli sforzi dei missionari continuassero nella direzione già presa.
E ricordo ancora la sua gioia quando lo incontrai in Sud Africa dopo che aveva partecipato all'incontro su questo tema a Morogoro (Tanzania). Mi disse: «Tony, our efforts are beginning to produce some Duits. In Morogoro we were able to look at the Founder and see how he could be perceived wthin the African context, we looked at family spirit and addressed it from an African perspective!». Lui si sentiva ben integrato nell'Istituto come è al presente, ma anche si sentiva chiamato a far sì che esso potesse essere pure identificato con lo spirito e le attitudini africane. Fu questo suo sforzo che lo alienò da qualche confratello non africano che lo considerava come un sognatore ed uno che voleva "tirare l'acqua al suo mulino". Nuovamente, e con le lacrime agli occhi, mi confidò questa sua pena profonda al constatare una certa resistenza al cammino dell'inculturazione del carisma. P. Lipingu fu totalmente identificato con l'Istituto, ma anche desideroso di muoverlo nel processo dell'inculturazione del carisma. Due passioni che lo animarono tutta la vita e che lo fecero un modello di fedeltà ed un profeta dell’inculturazione vera.

Carissimo Alex, ti rivedo nel cortile del filosofico di Nairobi mentre facevi il dialogo formativo passeggiando su e giù e ce la mettevi tutta per fare penetrare i valori del cristianesimo e dell'Istituto nella mente e vita degli studenti; ti ricordo nei raduni della Commissione per la Formazione di Base, quando con discrezione, ma anche convinzione forte, cercavi di illuminarci sulla necessità di africanizzare il nostro Istituto; ti risento nelle Conferenze Regionali e nel Capitolo ultimo quando assumesti il ruolo di leader e facesti vedere in pratica cosa significava dirigere un raduno con la mens Africana; odo le tue risate nei corridoi del seminario, negli intervalli dei vari raduni a cui partecipavi e nella vita monotona di ogni giorno che si accendeva di vitalità; ti vedo vicino come eri nei due esercizi spirituali che io predicai e a cui tu partecipasti con l'intensità delle tue convinzioni e a cui reagisti nei tuoi appunti che ora posso leggere, e soprattutto notare il tuo desiderio di avanzare nella perfezione e nella missione. Prego che il tuo esempio di fedeltà incrollabile all'Istituto aiuti tutti noi a rimanere sempre fedeli alla nostra vita missionaria e alla nostra appartenenza a questa famiglia e mai ci passi per la mente di abbandonarla. Prego che la tua gioia nel servizio del Signore sia contagiosa e tocchi tutti noi e ci faccia dei missionari felici e portatori di consolazione. Prego che la tua perseveranza nella promozione di una vera internazionalità dell'Istituto inspiri la continuazione del processo fino alla sua conclusione finale. Prego per tanti altri doni che ora ci puoi ottenere per la prossimità a Dio, al Fondatore e alla Consolata. Noi ti ricordiamo con affetto, mai ti dimenticheremo, perché ci hai toccato il cuore con il tuo affetto e amicizia.
P. Antonio Bellagamba

P. Alex Lipingu ai confratelli e amici del Sud Africa
(Scritto qualche giorno prima dell’incidente mortale)
…Questo è il “tempo favorevole” della Chiesa di Dio sulla terra.
Mentre la “febbre del Millennio” lascia il suo segno sulla popolazione, manifestandosi in strane e fantastiche interpretazioni dell’Anno 2000, noi, Missionari della Consolata, nel seno della nostra Madre, la Chiesa, ci spingiamo avanti con incrollabile speranza, verso l’alba della nuova evangelizzazione. Dio sta certamente preparando “una nuova primavera della Chiesa”.
Siamo a volte sopraffatti dalle molte sfide che il nuovo Millennio porta all’attività evangelizzatrice; siamo confusi dalla molteplicità di situazioni umane che hanno bisogno della consolazione evangelica, siamo incerti su quali opzioni assumere, affinché il nostro carisma IMC sia sempre significativo per gli uomini e le donne d’oggi… incluso qui, in Sud Africa. Tali difficoltà e perplessità riguardanti la “nostra Missione ad gentes” sono state sottolineate e prese in considerazione nel recentemente concluso X Capitolo Generale.

Bene, amici miei, cosa chiedono i Missionari della Consolata ai nostri cari lettori di Sanibonani (notiziario regionale)? Quali sono i loro desideri più profondi, a voi diretti?
Vi rendete conto di essere i nostri compagni di Missione? Pensate forse che i nostri cuori non provino nessun sentimento verso di voi? Certamente no!!! Voi siete parte della nostra vita, attività, paure e speranze nella Missione.
Lasciatemi interpretare i sentimenti dei Missionari della Consolata, per dirvi che cosa essi “chiedono a se stessi e da se stessi… e chiedono a voi e da voi, cari amici…”.
Chiediamo preghiere di solidarietà con:
- il Sud Africa e la Chiesa in Sud Africa. Accompagniamo i cuori che desiderano una pace durevole per questa bella nazione. Che le lacrime sparse finora e i sacrifici fatti per la pace possano portare frutto, e la Chiesa possa dare il suo contributo a questa nobile missione;
- l’Istituto IMC in Sud Africa. Possiamo noi, che ci avviciniamo alla nostra IV Conferenza, essere illuminati dallo Spirito Santo, per mettere in pratica le deliberazioni del X Capitolo Generale, facendo scelte e prendendo decisioni intrise di Sapienza, Amore e Realismo;
- i Superiori IMC del Sud Africa. Siamo stati presi da in mezzo a voi. Voi conoscete il nostro peccato e i nostri limiti, eppure abbiamo accettato di assumere questo importante ruolo nel nostro piccolo gruppo, pur sopraffatti e umiliati!
Voglia Dio che possiamo esercitare questo servizio in umiltà, semplicità e amore; e possiamo essere come quel padrone di casa “che tirava fuori cose nuove e vecchie dal suo tesoro” (Mt 13, 51-52). Possa il Signore benedire i nostri sforzi comuni per la costruzione del suo Regno!

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“Perdere la vita per trovarla
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"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
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