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ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA: 1901-2001 “Cento anni di consolazione”
19 marzo 2000 Festa di S. Giuseppe
Carissimi Missionari, Il X Capitolo Generale (XCG) ci invita a celebrare tre ricorrenze giubilari che in successione richiameranno l’attenzione di tutti noi su avvenimenti di grande portata. L’anno 2000 segna il Giubileo della Redenzione, il 2001 ci ricorda il primo secolo di vita dell’Istituto, mentre nel 2002 faremo memoria dei 100 anni della nostra presenza ed evangelizzazione in Kenya. Stiamo innanzitutto vivendo l’anno del Grande Giubileo in comunione con tutta la Chiesa e all’interno delle Chiese particolari in cui svolgiamo il nostro apostolato. «L’obiettivo è la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia» (TMA 55). Non dimentichiamo l’appello del Papa: «Una cosa è certa: ciascuno è invitato a fare quanto in suo potere, perché non venga trascurata la grande sfida dell’Anno 2000, a cui è sicuramente connessa una particolare grazia del Signore per la Chiesa e per l’intera umanità» (TMA 55). Questa mia lettera vuole essere un invito rivolto a tutti i Missionari a guardare in avanti, alle due nostre ricorrenze giubilari del 2001 e 2002, per dare l’avvio fin d’ora ad una preparazione che sia, allo stesso tempo, personale e comunitaria. Dovremmo proporci di vivere questo biennio con gli stessi sentimenti del Beato Allamano il quale sin dai primi anni della fondazione dell’Istituto ha sempre inculcato nei suoi Missionari l’importanza di non dimenticare il piano di Dio sulla nostra Famiglia Missionaria. Chiediamo fin d’ora al Signore che durante queste celebrazioni giubilari, mentre lodiamo Iddio per quanto operato dall’Istituto nei 100 anni di vita, noi tutti Missionari della Consolata sappiamo recuperare una sempre più chiara coscienza della nostra responsabilità verso la Chiesa e il mondo da evangelizzare. “Ricordati…, interroga i tempi antichi” (Dt 4, 23) L’Antico Testamento fa obbligo al popolo di Israele di ricordare, di fare memoria del suo passato, di non lasciare cadere in oblio niente di quanto Dio ha fatto a suo favore. È eloquente a questo riguardo quanto scrive il Deuteronomio: «Ma guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Dt 4,9). Questa memoria è un elemento congenito della fede del popolo eletto, e parte integrante della sua identità. Essa diventa palestra di fedeltà alla sua vocazione, forza nei momenti difficili, coraggio di fronte alle incognite. Israele sarà un “popolo sapiente” a condizione che sappia “ricordare”, “serbare nel cuore” tutti gli eventi salvifici che Dio ha operato a suo favore. I frutti di questo esercizio di memoria sono molteplici. Ne elenco alcuni. La sapienza: Eccelle sopra ogni altro dono. Essa permette di conoscere nel profondo la realtà, di penetrarla e rivelarla. Porta gradualmente ad un “saper fare” e ad un “saper vivere”. Campo privilegiato della indagine del saggio è la realtà di Dio. Emblematica è la testimonianza dello scriba, descritto dal libro del Siracide, che grazie alla sua famigliarità con i libri sacri “medita la legge dell’Altissimo. Egli indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie… Egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza, come pioggia effonderà parole di sapienza, nella preghiera renderà lode al Signore» (Sir 39, 1. 8). La vita: La memoria biblica non ha mai un obiettivo astratto: essa ha sempre a che fare con la vita. Indaga il passato per intendere il presente. Dio che ha agito in passato nella storia di Israele, continua ad operare nel presente: riandare con la mente agli eventi antichi permette così di conoscere il Signore che agisce nella storia presente e la sua volontà di salvezza. Ad esempio, la riflessione sulla vicenda del deserto rivela un Dio che è padre e che corregge, che è compassionevole e lento all’ira. Anche delle proprie infedeltà Israele fa memoria per imparare, per ravvedersi e poter così ritrovare la via della salvezza. La forza nella prova: In tutta la Bibbia, sia nel Vecchio come nel Nuovo testamento, troviamo che nel momento della prova e della crisi, l’uomo va con la sua mente al passato per ritrovare forza e coraggio nelle situazioni presenti, fidandosi non delle proprie forze, ma della fedeltà di un Dio che mai viene meno al suo amore. L’uomo biblico ama riandare con la mente alle vicende dei propri padri, i grandi protagonisti con Dio, della storia sacra. E scopre con gioiosa sorpresa che «in te hanno sperato i nostri padri e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvi; sperando in te non rimasero delusi» (Sal 22,5-6). “Ricordare”, “fare memoria” risulta così un’azione estremamente importante per l’uomo della Bibbia. Essa infatti non si ferma al ricordarsi soggettivo, ma porta con sé i tratti dell’evento oggettivamente valido e vincolante. La memoria impedisce che le azioni salvifiche del Signore cadano in dimenticanza, mentre apre la strada all’evento che si rinnova nella sua efficacia salvifica. Inoltre essa diventa forza nel suo camminare, coscienza della vicinanza di Dio e sapienza sempre indispensabile nel suo discernimento della volontà divina. In questa logica salvifica, il cristiano vive le azioni liturgiche e in particolare l’Eucaristia. Della stessa efficacia sono in qualche modo pervasi ogni suo atto di culto, la Lectio Divina, la preghiera personale. E come allora non vedere e vivere, a partire proprio da quest’ottica biblica, i nostri anniversari e giubilei? «Io desidero che questa pratica [degli anniversari] ci sia nell’Istituto e che la teniate sino alla morte» (VS 268). Questa espressione del Fondatore si trova ripetuta più volte nelle conferenze ai Missionari e alle Missionarie. L’Allamano desiderava che la pratica di celebrare gli anniversari degli eventi più significativi della vita degli individui e dell’Istituto diventasse tradizione. Confessa che tale abitudine non era allora molto comune nell’ambiente in cui viveva. Lui stesso l’aveva appresa da una usanza dei Seminari francesi d’allora, e la volle per l’Istituto. La inculcò con forza, con espressioni che riservava normalmente soltanto per le cose che gli stavano a cuore, come: “C’è una pratica … che desidero che venga anche introdotta da noi” (Conf I, 416). Perché questa insistenza del Fondatore su una pratica che apparentemente è di poca importanza? In vari colloqui con i suoi Missionari e Missionarie, la motiva diffusamente. Sono motivi i suoi che hanno senza dubbio un chiaro riferimento al memoriale biblico a cui abbiamo appena accennato. Li riprendo, illustrandoli succintamente: «È dunque molto bene di fare questi anniversari che ci ricordiamo della grazia ricevuta da Dio…» (Conf II, 174). L’anniversario è invito a riconoscere gli interventi di Dio in noi o nella vita dell’Istituto. Celebrarli significa lodare e ringraziare il Signore per quanto ha operato. Riconosciamo così che tutto è dono suo e tutto è grazia! «… ci riportiamo a quella memoria come se il fatto succedesse di nuovo» (Ibid.). Ecco la memoria biblica all’opera. Il ricordare gli interventi di Dio nella nostra e nella altrui storia significa riviverli nella loro efficacia e nella loro portata salvifica: «… e così risuscitiamo la grazia di allora» (Ibid.). «… come ho corrisposto?» (Ibid.). L’anniversario diventa momento propizio di revisione e discernimento della propria vita. Attraverso i suoi interventi il Signore ci ha coinvolti in un’avventura di salvezza per noi e per gli altri. Ci ha resi in questa protagonisti e responsabili. Ciononostante ci sentiamo tanto deboli e non poche volte ci ritroviamo infedeli. Però il Signore continua sempre a offrirci una nuova opportunità, che non dobbiamo disattendere o perdere. «… che risusciti la grazia che è in lui che gli è stata data» (Ibid.). Celebriamo l’anniversario durante il nostro pellegrinaggio: si trasforma in uno sguardo al passato e in tensione verso il futuro. È importante però non vanificare la grazia presente che il Signore non lascia mai mancare. Ecco allora l’appello all’impegno personale, l’invito all’apertura ai doni di Dio e del suo Spirito, l’insistenza a porre la massima attenzione sulle cose importanti, ridimensionando quelle secondarie. 3. “Ai nostri successori il celebrare il centenario, se Dio vorrà, del nostro Istituto …” (Conf II, 171) Noi siamo i “successori” a cui il Fondatore affida oggi la celebrazione del centenario dell’Istituto. E vogliamo affrontare questo compito con lo stile e il garbo che sempre hanno caratterizzato le celebrazioni allamaniane: senza alcun compiacente trionfalismo, miranti però a recuperare le cose importanti della nostra vita, mentre con animo grato lodiamo Dio per quanto ha operato in noi e nella nostra Famiglia. Vorrei ora suggerire alcuni percorsi celebrativi che considero di particolare importanza e di ispirazione nel concretizzare le varie iniziative per i prossimi due anni. Essi devono sottostare non soltanto ai momenti celebrativi, ma dare anche una tonalità a tutta la nostra vita e al nostro operare in questo tempo giubilare e nel futuro. Essi si ispirano alla biblica “memoria” e alla caratteristica insistenza dell’Allamano sugli anniversari. a). Sentirci, oggi, gli eredi di un carisma e di una storia, ricchi di santità e missione. Quello che celebriamo non è il retaggio di un passato più o meno lontano. Lo Spirito del Signore, presente e operante cent’anni or sono nell’Allamano e nell’Istituto, continua a donare a quell’iniziale intuito carismatico il timbro della perpetuità e una forza tale da sfidare il corso degli anni e dei secoli. Il carisma dell’Istituto, proprio perché dono dello Spirito, non invecchia. Anzi esso imprime in ogni generazione di Missionari il proprio “codice genetico-spirituale” che permette di vivere la stessa vocazione dei primi Missionari della Consolata, pur con le particolari caratteristiche storiche proprie di ogni epoca e di ogni cultura. Sentirci eredi di tale carisma significa per noi oggi assumerci la responsabilità di perpetuarne la fedeltà. Lo “spirito di…”, tanto chiaramente espresso dal Beato Fondatore ai primi Missionari, deve essere oggi assunto da noi in pienezza e fedelmente rivissuto nella realtà umana, comunitaria ed ecclesiale in cui siamo chiamati a operare. Ci sono di guida, in questo impegno di fedeltà carismatica, le Costituzioni rinnovate e i documenti dei Capitoli Generali, sempre ricchi di riflessioni e orientamenti operativi. Ritorniamo a nutrirci abbondantemente, in questo nostro giubileo, alle fonti del carisma del Fondatore e dell’Istituto, per poter arricchire l’oggi della nostra Famiglia di fecondità spirituale e così continuare ad attrarre, con entusiasmo e slancio, i giovani del nostro tempo. b). Passare dalla nostalgia del passato alla fecondità della memoria Gli uomini di ogni epoca - e noi non ne siamo esenti - nel ripensare la propria storia possono essere tentati da due estremismi errati: o assolutizzare, fissando gesti, parole e realtà lontane, oppure al contrario, dimenticarli ad ogni costo, cancellandoli dalla realtà presente. Tali atteggiamenti sarebbero per noi un modo sbagliato di metterci di fronte alla memoria del nostro passato e della storia centenaria del nostro Istituto. In questo tempo giubilare, siamo invitati a rivisitare, in modo positivo e corretto, la nostra storia e il nostro passato, sulla scia dell’ammaestramento biblico e della catechesi del Beato Allamano. Prendiamo in prestito la terminologia liturgica dell’anamnesi e del memoriale. Sono due parole ricche di contenuto perché significano simultaneamente la celebrazione del passato e del futuro in un gesto presente. Così facciamo con le preghiere eucaristiche, ricordando la vita di Cristo, la sua nascita e morte, la sua resurrezione, ascensione al cielo e venuta nella gloria. Sono avvenimenti realizzatisi in tempi diversi ma che si riuniscono in una realtà attuale. Per mezzo di Cristo, un avvenimento passato rivive con tutta la sua forza di salvezza nel nostro presente, grazie all’azione dello Spirito Santo. Questo stesso Spirito Santo - pare ci voglia dire l’Allamano - soffia dove vuole (cf. Gv 3,8) e continua a perpetuare nell’oggi del nostro Istituto quegli stessi prodigi che Egli operò agli albori della nostra Famiglia religiosa. Il ricordarli non diventa solo un ammaestramento per noi. Può trasformarsi, grazie all’azione dello Spirito, in sorgente di vita e di ardore apostolico, resi presenti ed efficaci. Mettiamo fede nel Cristo, la vite vera che continua oggi a infondere linfa vitale in ogni diramazione dell’Istituto: eviteremo di cadere in un’inutile e sterile nostalgia del passato. Imploriamo la presenza dello Spirito Santo affinché il nostro passato si rivesta di garanzia di vita per il nostro presente e per il nostro futuro. c) Riappropriarci dello “spirito di famiglia” Celebrando i 100 anni dell’Istituto, la nostra attenzione deve porsi su uno dei principali protagonisti di questo evento che è proprio la nostra “famiglia”. Non tanto sulla sua componente strutturale, quanto piuttosto sullo “spirito” che essa comporta, sul valore carismatico che esprime. Fondando l’Istituto, l’Allamano ha voluto infatti dare vita ad una famiglia missionaria. Questo timbro di famiglia ha caratterizzato l’Istituto sin dagli inizi, in ogni aspetto della sua vita: dalla formazione al metodo di evangelizzazione, dalla spiritualità ai rapporti fraterni a tutti i livelli. Esso può costituire anche oggi il miglior termometro della qualità della nostra vita. Quanto più vivo è questo spirito tra di noi, quanta più importanza diamo a questo valore, tanto più sicuri siamo di crescere nella fedeltà globale al carisma del Fondatore e nell’efficacia del lavoro missionario. Motivano questa asserzione i DC del 1969: «I Missionari della Consolata, partecipando della stessa vocazione, sono membri di una stessa famiglia, uniti fra di loro in una comunione di ideali, che ha Cristo come fondamento e il suo Spirito come vivificatore. […] Convinti della preziosità dello spirito di famiglia, si impegnino tutti per la sua realizzazione, consapevoli del bene che ne deriva per una convivenza serena e per l’efficienza nel lavoro apostolico» (CM, p. 120). Ritorniamo innanzitutto ad amare l’Istituto, crescendo in quello “spirito di corpo” sovente evocato dal Fondatore. Tutto mi deve stare a cuore nell’Istituto perché è la “mia” famiglia: il suo carisma, la spiritualità, i miei confratelli, la crescita vocazionale, un servizio offerto con il massimo impegno... Coltiviamo l’unione tra di noi quale “primo bene della comunità” (VS 407). Consideriamo tentazione del maligno qualsiasi desiderio di distacco dalla Famiglia per perseguire progetti personali o per esimerci da un servizio da essa richiestoci. Per apprezzare e conservare gelosamente tale eredità consegnataci dal Fondatore, dobbiamo sapere anche riconoscere che il volto dell’Istituto sta cambiando velocemente, e ciò a partire soprattutto dall’ultimo scorcio del secolo appena concluso. Si nota in tutte le circoscrizioni una marcata internazionalità del personale, aumentano le differenze generazionali, la formazione assume differenziazioni significative pur nello sforzo di vivere lo stesso carisma. Questa realtà che va marcando sempre più il volto dell’Istituto, pone senza dubbio delle grosse sfide ai singoli e alle comunità e fa appello alla creatività di tutti per ricercare e ricreare, con forme e modalità diverse e nuove, lo stesso “spirito di famiglia”. Quando diciamo Famiglia, vogliamo anche indicare quel legame privilegiato che ci unisce alle Missionarie della Consolata. Come non riprometterci, in questo anno giubilare, di perseguire e rafforzare in ogni maniera quel particolare vincolo di unione e collaborazione voluto dal Padre Fondatore? Daremo allora concretezza al testo capitolare che afferma: «La distinzione in due entità giuridiche distinte garantisce ad entrambe le parti autonomia e dignità. Va rispettosamente sostenuta. È possibile però perseguire una unità superiore fatta di accoglienza, condivisione e collaborazione. Sarebbe bello che ovunque si producessero comportamenti caratterizzati da quell’amore di fratelli e sorelle auspicato dal Padre Fondatore, e attuato in molte situazioni in cui la Missione è vissuta insieme. Questo nostro auspicio si basa sulla volontà del Fondatore» (XCG, 21). d). Nella fedeltà all’ad gentes Le iniziative che realizzeremo in questi centenari devono mirare non soltanto al rinnovamento degli individui e delle comunità, ma hanno come scopo precipuo di farci crescere sempre più nello zelo apostolico e nella specificità missionaria ad gentes. Il Decimo Capitolo Generale, da poco celebrato, costituisce senza dubbio il momento di riflessione più forte e significativo che l’Istituto ha saputo effettuare proprio mentre volge lo sguardo al suo secondo secolo di vita. Coscienti che “segno di vitalità è l’orientamento e la qualità del nostro coinvolgimento nella Missione” (XCG, 7), i Missionari capitolari hanno raccolto le sfide provenienti dal mondo missionario e hanno proposto piste e cammini di grande valenza. Possa il Centenario dell’Istituto riuscire a ravvivare in tutti noi: la volontà di riflettere, personalmente e comunitariamente, sulla nostra missione ad gentes senza lasciarci intimorire dalle difficoltà che incontriamo; il desiderio di riscoprire e rivivere in pienezza il carisma del Fondatore, la chiamata alla missione, la consacrazione che dà valore alla evangelizzazione e la giusta scelta degli ambiti del nostro operare; l’impegno per incarnare in noi gli atteggiamenti propri di un vero Missionario della Consolata, che provengono dalla tradizione e che sono suggeriti dall’attualità della missione; l’anelito del Beato Allamano, riassunto in quella frase sintetica ma tanto significativa: “Ci vuole fuoco per essere apostoli!” (XCG 75). Carissimi confratelli, concludo questa riflessione presentandovi le iniziative - e sono molteplici - che la Commissione Centrale per il Centenario ha saputo escogitare. Inizia ora il compito non facile di trovarne la strada verso l’attuazione. Consegno queste proposte innanzitutto ai Superiore Regionali: ad essi il compito di discernere e scegliere quanto possa essere utile ai confratelli della propria circoscrizione. Desidero esprimere fin d’ora un grazie sincero a tutti coloro che già hanno aderito al nostro invito e si sono resi disponibili nella realizzazione delle iniziative celebrative. L’auspicio è che riusciamo tutti quanti a dare l’avvio al nostro secondo secolo di vita mantenendo intatto quello spirito che ha permesso ai nostri Missionari del passato di trasformare il primo secolo di vita dell’Istituto in “cento anni di consolazione”. Ci accompagni nella preparazione e celebrazione del Centenario la nostra Madre Consolata, che tanta parte ebbe nella fondazione dell’Istituto. Il Beato Allamano ci ispiri gli atteggiamenti giusti per riuscire a trasformare questo tempo in un autentico kairos personale, per le nostre comunità e a favore dell’opera missionaria. Fraternamente vi saluto, P. Piero Trabucco, IMC (Padre Generale)
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