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Nasce a Genova nel 1926 da Anselmo e Piccardo Iolanda. Calciatore, alpino e ragioniere - come Matteo -, abbandona la banca e, nel 1957, diventa sacerdote diocesano, ma lo rode il tarlo della vita missionaria. Da Fegino, dove è parroco, nel 1970 scrive al suo vicario generale la storia della sua vocazione: «Verso i 17-18 anni è nato in me il desiderio vivo di una vita buona e insieme a questo desiderio, dapprima timidamente e poi sempre più chiaramente, la vocazione al sacerdozio. Non mi sarei però determinato vedendomi così sgangherato, ad un passo talmente impegnativo. Il Signore ha voluto che incontrassi sul mio cammino, durante il periodo militare, un ottimo ed anziano padre gesuita, il quale mi ha aiutato a decidermi in pochissimo tempo. Mentre avevo desideri arditissimi, la realtà mi portava a pensieri prudenti, per cui mi sarei risolto per la vita religiosa, più difesa e raccolta. Per consiglio di don Poggi Michele ho scelto la via del Seminario. Di lì - mi aveva detto - avrei potuto scegliere ciò che avessi capito della volontà di Dio. Appena entrato in seminario sono rimasto colpito in modo vivissimo dal desiderio di andare missionario e nei Missionari della Consolata, della quale per diversi motivi sono molto devoto» Nel 1959, ottenuto finalmente il permesso dal suo vescovo, entra nell'Istituto e, nel 1963, emette la professione religiosa. Per tre anni svolge servizio di animazione missionaria nella Casa di Bedizzole, quindi parte per la Colombia. Le tappe del suo apostolato sono varie: Bogotá, S. Félix, Tocaima, Manizales e Montañita. Si tratta di 15 anni di lavoro pastorale portato avanti tra continui problemi di salute che lo costringono quasi sempre ad un ruolo di ausiliario in parrocchia o in seminario. Il suo spirito missionario è ardente: i lunghi viaggi a cavallo o in barca per raggiungere i villaggi più lontani, pur consumandolo fisicamente, lo animano spiritualmente e gli fanno sentire tutta la gioia della sua vocazione apostolica. A contatto con la miseria di tanta gente avverte fortissima la necessità di evangelizzare mediante la testimonianza di una povertà radicale per essere credibile di fronte a chi non ha niente e giunge a privarsi dei suoi effetti personali per aiutare chi è nel bisogno. Tuttavia trovandosi nella difficoltà di realizzare appieno questa sua aspirazione comprende che l'unica cosa che conta è «la pura e semplice offerta della mia volontà a Dio in senso spirituale, e non più». In questo egli vede il sacrificio più perfetto che come religioso e apostolo può offrire a Dio, cosciente che ciò vale di più di tutto l'attivismo che non fosse santificato da questa offerta spirituale. Malaria ed epatite stroncano la sua missione di frontiera e, nel 1983, lo costringono a rientrare in Italia, nella casa di Alpignano. Nonostante la salute precaria si dedica con zelo alla visita agli ammalati della parrocchia, al ministero delle confessioni e alla celebrazione dell'eucaristia domenicale nelle varie parrocchie. La sua presenza in comunità è caratterizzata da umiltà, obbedienza e preghiera. Grande è il suo amore per la Madonna di cui si dichiara "schiavo incatenato" e diffonde con costanza la sua devozione. Il suo proposito è «Fare tutto con Maria, per mezzo di Maria, in Maria e per Maria; per fare tutto con, per mezzo, in, per Gesù». Ricoverato all'ospedale per disfunzione epatica, viene operato e, in seguito a emorragia allo stomaco, il 17 gennaio 2001, raggiunge la Casa del Padre. Il 19 gennaio, p. Orazio Anselmi che a lui deve la sua vocazione missionaria, presiede l'eucaristia funebre. All'omelia ricorda la sua grande povertà e la sua grande generosità verso i poveri. Concelebrano il superiore regionale, il parroco, p. Lucio Abrami con i sacerdoti del centro missionario di Genova, confratelli e consorelle delle comunità viciniori e numerosi conoscenti della parrocchia. Al rito sono presenti anche gli Alpini con labaro e recitano la "Preghiera dell'alpino". La salma viene tumulata nel cimitero di Alpignano. P. Giuseppe Villa e Redazione del Da Casa Madre
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