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Carissimi Missionari In questo anno centenario, tutte le iniziative celebrative all’interno dell’Istituto e i momenti di riflessione che le accompagnano mirano a mettere in risalto gli elementi fondanti della nostra vita e della nostra vocazione. Fu questo infatti l’intendimento primo della programmazione del Centenario. In secondo luogo essa intendeva poi animare il popolo di Dio, attraverso la condivisione della vita e del dinamismo apostolico che il carisma del Beato Allamano ha prodotto nei suoi Missionari e nella Chiesa. Vorrei ora sostare sul primo obiettivo per prendere in considerazione uno degli elementi-base della nostra vita che è la preghiera. Della preghiera vorrei però evidenziare “lo spirito”, come lo intendeva il Beato Allamano quando insisteva sulla necessità e sull’importanza della preghiera continua. Scorrendo infatti la Vita Spirituale, notiamo con una certa sorpresa come Giuseppe Allamano non proponga soltanto ai suoi missionari una preghiera ordinaria, poco esigente e comunque lontana da quella profonda ed elaborata che le persone di Dio e i contemplativi amano fare. Egli non mira infatti a una preghiera “qualsiasi”, ma allo “spirito di preghiera”. Destinando i suoi discepoli a un tipo di apostolato molto esigente, egli li vuole equipaggiare innanzitutto di vita interiore. Per assicurare il successo della loro impresa li prepara attentamente e chiede loro che imparino bene la “preghiera continua” e l’esercizio della presenza di Dio. - - - Ricordo a questo riguardo alcune delle sue espressioni più conosciute e significative:- «Il raccoglimento è assolutamente necessario per poter trarre profitto da quello che si fa; altrimenti ci restano quelle specie di oasi che sono le pratiche spirituali, ma fuori di quelle tutto è arido» (VS 550). - «Gesù nel Vangelo ci dice che dobbiamo pregare sempre; il che vuol dire essere come rivestiti dello spirito di preghiera, allo stesso modo che l’abito riveste il corpo» (VS 551).- «Fortunati voi se procurerete di avanzare sempre più nella vita interiore, con lo spirito di raccoglimento e di preghiera! Un Religioso, un Sacerdote che non ha questo spirito, non sarà mai un buon Religioso, un buon Sacerdote. Potrà illudersi di esserlo, ma non lo è» (VS 552). L’ardire che l’Allamano ha mostrato nei confronti dei suoi Missionari cent’anni fa ci rimanda oggi a quello di Giovanni Paolo II che, nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte (NMI), invita tutti i cristiani non solo a praticare la preghiera, ma ad acquistare l’arte della preghiera. Alla Chiesa che muove i primi passi nel suo terzo millennio di vita, il Santo Padre chiede di trasformare le comunità in «autentiche scuole di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero invaghimento del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall’impegno nella storia: aprendo il cuore all’amore di Dio, lo apre anche all’amore dei fratelli, e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio» (NMI 33).Convinti del bisogno di riappropriarci sempre più del nostro carisma, e ammoniti anche dalle parole del Papa che esortano la cristianità a ritornare alla preghiera per poter percorrere nuovi itinerari di impegno cristiano al termine del grande Giubileo, ci inoltriamo in un tema a noi familiare, ma allo stesso tempo non scevro di difficoltà e sfide. Mi auguro che sia sempre viva in tutti noi l’intima convinzione del Beato Fondatore che per essere missionari «bisogna avere molto spirito di orazione. Non basta correre qua e là per fare molte opere; è necessario essere uniti al Signore, allora sì che si fa tutto» (Pietre vive per la Missione, p. 46). La preghiera continua Essa ci viene proposta dalle Costituzioni quale elemento costitutivo della nostra spiritualità che ci abilita a “fare missione”. Dopo aver affermato che la preghiera è il primo dovere del Missionario, il numero 56 delle Costituzioni ne spiega il motivo, rimandandoci ad un celebre passo dell’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, che voglio richiamare per completo:«Consideriamo ora la persona stessa degli evangelizzatori. Si ripete spesso, oggi, che il nostro secolo ha sete di autenticità. Soprattutto a proposito dei giovani, si afferma che hanno orrore del fittizio, del falso, e ricercano sopra ogni cosa la verità e la trasparenza. Questi segni dei tempi dovrebbero trovarci all’erta. Tacitamente o con alte grida, ma sempre con forza, ci domandiamo: Credete veramente a quello che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete? La testimonianza della vita è diventata più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione. Per questo motivo, eccoci responsabili, fino ad un certo punto, della riuscita del vangelo che proclamiamo. […] Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscono e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile» (EN 76).È infatti la preghiera il mezzo privilegiato attraverso cui il missionario entra in contatto con Dio fino a che Egli gli diventi tanto “familiare”, da poter ripetere con S. Giovanni: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato ossia il Verbo della vita …, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi» (1Gv 1, 1-3).Dopo questi richiami introduttivi, profondi ed esigenti, le Costituzioni passano a delineare il ruolo che la preghiera continua deve avere nella nostra vita, le sue caratteristiche e come essa costituisca l’elemento sorgivo del nostro ministero apostolico: «Tendiamo ad acquistare lo spirito della preghiera continua (cf. Lc 18,1), affinché ogni nostra attività sia ispirata da Dio, abbia in lui il suo principio, si compia alla sua presenza e per lui solo. La ricerca di Dio nella preghiera e l’aiuto ai fratelli nell’apostolato si sostengono a vicenda e ci fanno crescere in santità» (Cost 57).Perché proprio la preghiera “continua”? Non è essa troppo esigente per il tipo di vita che il Missionario conduce? D’altronde noi non siamo monaci né contemplativi… Il testo delle Costituzioni invita a trovare la risposta nella parabola della vedova importuna e del giudice disonesto, riportata da S. Luca nel suo Vangelo. Gli esegeti spiegano che la parabola è incastonata all’interno della cosiddetta “piccola apocalisse” e risponde alla domanda della prima comunità cristiana: quando verrà il Signore? Senza di lui infatti il discepolo si sente come la vedova che è priva dello sposo, priva non solo di un sostegno ma anche di chi può dare un senso alla sua vita. La preghiera continua e la supplica insistente diventano allora espressione e crescita di fede, ed evitano che cadiamo nella tentazione di vivere pensando che la nostra esistenza è possibile senza di Lui e che possiamo impostare la nostra vita senza avere bisogno della sua presenza. Bisogna pregare sempre, ci dice invece il brano evangelico, perché il Regno di Dio viene solo in proporzione con cui noi lo chiediamo. Il Regno di Dio, calandosi così nella nostra storia ‘profana’, fatta di cose normali e quotidiane, sa mutarla in storia sacra e in tempo di salvezza, perché il Risorto è con noi. Pregare è pertanto aprire lo spazio e il tempo della nostra storia perché il Signore venga e vi stabilisca il Regno.Lo stesso passo evangelico ci chiede ancora di perseverare nella preghiera, senza scoraggiarci mai. Sovente l’orazione ci sembra tempo perso alla nostra “efficienza”, anche perché non riusciamo ad ottenere subito ciò che vogliamo, mentre sperimentiamo la nostra povertà e incapacità di fronte agli eventi che ci superano! Ma è proprio nel toccare con mano la nostra pochezza che la preghiera raggiunge il suo scopo che è quello di farci attendere tutto da Dio. Fare il vuoto del nostro ‘io’ esige perseveranza e costanza, perché insensibilmente tendiamo sempre a riempirci di noi stessi e delle nostre cose, e non permettiamo che Lui entri e metta dimora nella nostra esistenza.Il n. 57 delle Costituzioni ci ricorda infine che la preghiera e la vita si integrano e si sorreggono vicendevolmente. Una non può fare a meno dell’altra. Se così non fosse, esse verrebbero penalizzate al punto da diventare inutili. La preghiera senza vita sarebbe un inutile sciorinamento di parole; mentre la vita senza preghiera si trasformerebbe in una vana agitazione. Preghiera e attività apostolica, pienamente integrate, formano un autentico progetto di salvezza per noi e per gli altri. La preghiera permette così di annunciare la centralità di Dio ad un mondo in cui ognuno fa l’impossibile per mettere se stesso al centro e per dimostrare che si può “fare a meno” anche di Lui. Quattro modi per esprimere la preghiera continua Elenco ora ed illustro brevemente quattro modi o itinerari che possono aiutare a realizzare la preghiera continua nella nostra vita. Sono quelli maggiormente legati alla nostra tradizione e all’insegnamento del Fondatore, come anche ai maestri classici di spiritualità. a. Amministrare il tempo La vita moderna in cui siamo immersi e le innumerevoli attività di cui è intessuta la nostra realtà quotidiana rendono questo aspetto particolarmente cruciale. Di tempo ci pare di non averne mai a sufficienza e quando pensiamo di averne a disposizione ci accorgiamo subito che esso ci sfugge dalle mani, quasi a nostra insaputa. Eppure, a ben pensarci, non è il tempo che fugge via da noi, semmai siamo noi che non sappiamo amministrarlo come dovremmo. Ci dibattiamo infatti sovente tra passato e futuro, sia rifugiandoci nel primo con nostalgia, oppure proiettandoci verso il secondo che ancora non abbiamo a nostra disposizione. Invece il solo tempo veramente importante e di cui possiamo fare uso è quello presente, e proprio in questo Dio compie la sua storia di salvezza. “Tu lo sai, mio Dio – ripeteva sovente a questo proposito S. Teresa di Gesù Bambino – che per amarti sulla terra non ho che l’oggi” (Gli scritti, 1970, p. 818).Come fare sì che il nostro presente si muti in tempo di Dio, in tempo di salvezza, in preghiera? Tre semplici e importanti consigli: - Concentrarci sul nostro quotidiano, vivere il momento presente, mantenendoci in ogni cosa presenti a Dio, memori delle parole di S. Paolo: «Tutto quello che fate, parole o azioni, tutto sia fatto nel nome di Gesù nostro Signore» (Col 3,17). Il Beato Giovanni XXIII l’aveva adottato come regola d’oro per la propria vita: “Io devo fare ciascuna cosa, recitare ogni orazione, seguire quella regola, come se non ci avessi altro da fare, come se il Signore mi avesse messo al mondo solo per fare quella orazione” (Il giornale dell’anima, 1967, p. 102).- Cercare e fare la volontà di Dio, in ogni momento e in ogni circostanza. Come insegnava il Fondatore, questa è la via regale alla santità (cf. VS 258-262). Non importa il quanto o il cosa facciamo, ma il come. E questo come è ciò che Dio vuole e ci chiede di fare in questo momento. - Seminare le nostre giornate di istanti di silenzio che permettano di percepire e sentire la presenza sia dell’Altro che degli altri. Significa sostare periodicamente per riprendere in mano il timone della propria giornata e dirigere ogni attività verso il punto di totale equilibrio che è Dio. Significa ancora avviare significativi e intimi colloqui con Dio, sostare a parlare un po’ con Lui, noi che siamo tanto abituati a parlare di Lui! b. Vivere la Parola La Parola di Dio è molto presente nella nostra vita missionaria, soprattutto nel ministero dei sacerdoti. Essa è diventata uno dei principali strumenti del nostro “lavoro”. Con essa istruiamo, consoliamo, indichiamo agli altri il cammino da percorrere, rischiariamo i momenti di buio… Essa è diventata giustamente l’ossatura della nostra predicazione e l’oggetto delle nostre riflessioni nelle occasioni più impegnative della catechesi e nella formazione del popolo di Dio.Però non possiamo eludere, a questo proposito, alcune domande: ma noi stessi, che uso facciamo della Parola? Sappiamo “conservarla” in noi stessi come Maria e la viviamo in modo tale che essa strutturi la nostra esistenza e il nostro ministero? Comprendiamo subito che non si tratta allora di studio o di meditazione della Parola, ma di permettere che essa si cali dentro di noi e plasmi la nostra vita. Solo così saremo in grado di accogliere la vita stessa di Gesù in noi e vivere costantemente in comunione con lui, realizzando le parole riportate dall’Evangelista Giovanni: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui» (Gv 14,23). Proprio a questo scopo mira la Lectio Divina che sta diventando più familiare alle comunità cristiane, aiutandole a passare dalla riflessione sulla Parola alla Parola vissuta. Mantenersi nella “Parola” significa dare corpo alla preghiera continua nelle nostre giornate, sempre molto dense di attività; significa ancora mantenere vivo un dialogo in cui Dio diventa il mio “Tu”, il mio interlocutore; consiste, meglio ancora, nel trasformare la Parola letta in Parola vissuta.I frutti che questo esercizio di preghiera continua produce in chi lo pratica sono tanti e anche insperati: mantiene costante e vivo uno sguardo di fede su ogni cosa; dà gioia, serenità e luce; rende liberi, favorendo il coraggio dell’annuncio; provoca un mutamento di mentalità e ci rievangelizza nel nostro modo di pensare, di volere e di amare; crea comunione e rafforza i vincoli comunitari. c. L’Eucaristia nella vitaMi piace iniziare con l’immagine che il Fondatore usa per descrivere il posto che l’Eucaristia deve avere nella nostra vita, o meglio ancora, il posto nostro nei confronti dell’Eucaristia. Nella casa di Esercizi Spirituali di S. Ignazio, la cappella della comunità si trova al centro della casa, mentre le camere trovano la loro collocazione tutt’attorno. Così – dice l’Allamano – dobbiamo essere noi nei confronti dell’Eucaristia: essa al centro e noi attorno!È stato proprio l’Allamano a chiederci di non relegare l’Eucaristia ai soli momenti celebrativi e liturgici, ma di permettere che essa si dipani nel corso delle 24 ore giornaliere. E per fare ciò, aveva indicato anche alcuni accorgimenti concreti e pedagogicamente interessanti. In particolare il Fondatore ne sottolineava due:- Presenza adorante, silenziosa e prolungata davanti all’Eucaristia. Il Beato Allamano insisteva che per il missionario è necessario “sostare” davanti a Gesù Eucaristico. Questi momenti adoranti saranno forse solo delle “soste”, ma da queste sprigionerà tanta luce da illuminare tutte le nostre giornate. Egli non si dilungava a motivare questa sua convinzione. Sembrava dirci: provate e vedrete!- Tutta la vita del missionario deve diventare Eucaristia. Convinto che «il nostro Istituto deve formare uomini innamorati di Gesù Sacramentato» (VS 668), il Fondatore amava vedere tutta la vita del Missionario come una celebrazione continua della Eucaristia. Il peso e la fatica del lavoro missionario e la donazione quotidiana nel ministero diventano il prolungamento del “sacrificio” dell’Eucaristia e preparazione alla celebrazione successiva. L’Eucaristia come sacramento dell’amore fa bruciare costantemente il cuore del missionario. La presenza di Gesù nel suo cuore deve durare sempre (cf. VS 677): infatti egli non lo può donare agli altri senza coltivarlo in sé. d. Purificare il cuore in Dio La storia della spiritualità rivela come ogni epoca abbia saputo escogitare mezzi e accorgimenti per aiutare il cristiano a mantenere viva in sé la presenza di Dio: per esempio, l’esame di coscienza di S. Ignazio di Loyola, la memoria di Dio di S. Benedetto, l’abbandono di S. Teresa di Gesù Bambino, il “deserto” per Charles de Foucauld. Mantenere il cuore della persona a contatto con il divino è sempre stato l’intento di tutti i santi e i direttori di spirito, perché esso resta il passaggio obbligato di ogni serio cammino verso la santità e la realizzazione della vocazione cristiana. Una vita cristiana che non coltivi l’interesse per una preghiera significativa è destinata alla sterilità e alla morte.La civiltà d’oggi rovescia sulle nostre persone miriadi di immagini, di voci e di suoni, che come fiume in piena ci trascinano via in un turbinio di desideri, di emozioni e impressioni. Come poter riuscire ad essere costantemente presenti a noi stessi, a Dio, ai fratelli? Una via semplice ed efficace – suggerita sovente dallo stesso Fondatore – è quella che oggi viene chiamata da alcuni scrittori “la purificazione del cuore”. Nel 1961 il nostro Padre E. Oggé scrisse il libro “Frecce di vittoria” che, partendo dall’insegnamento del Fondatore e dalla testimonianza di tante persone sante, mostra l’efficacia e l’utilità di questa preghiera e suggerisce i modi più efficaci per realizzarla.La “purificazione del cuore” è l’esercizio della presenza di Dio, all’interno delle nostre azioni quotidiane, negli impegni spesso assorbenti di cui sono costellate le nostre giornate, quando dobbiamo fare fronte a problematiche che ci afferrano e sovente ci fanno soffrire. Questa preghiera è così chiamata perché aiuta a purificare l’intenzione della nostra azione e a dirigerla verso Dio, evitando così di disperderne l’efficacia. Essa giova a ridimensionare le difficoltà facendo crescere in noi uno sguardo di fede. Ci dà realismo nelle nostre progettazioni e nelle realizzazioni, perché riduce il nostro desiderio di protagonismo, svuotandoci del nostro “io” e riempiendoci invece della presenza di Dio.Essa è particolarmente indicata per noi missionari, persone di vita attiva. Sovente noi sentiamo di non avere tutto il tempo che desideriamo per i “momenti di preghiera”, mentre per questa “purificazione del cuore” possiamo avere tutti gli istanti della giornata a nostra disposizione. In che cosa consiste allora questa preghiera e come la si compie? Essa consiste fondamentalmente nell’elevare la mente a Dio, in qualsiasi momento e situazione, utilizzando una breve preghiera vocale, un pensiero, un versetto scritturistico. È il ricordo purificante del nome di Gesù. È un aggancio immediato, veloce e facile con il divino che nessuna situazione, o lavoro, o problema può impedire. Il pellegrino russo riempiva il suo camminare, ripetendo il nome di Gesù al ritmo del respiro dei suoi polmoni, il Fondatore la paragonava ad una veloce telefonata al Cielo (cf. VS 674), la gente del popolo la chiama “giaculatoria”, autori spirituali la descrivono come un aggancio con Dio nel bel mezzo delle nostre attività… Sono modalità diverse che mirano a purificare il nostro cuore affinché la norma paolina si realizzi in noi: “Tutto quello che fate, parole o azioni, tutto sia fatto nel nome di Gesù nostro Signore; e per mezzo di lui ringraziate Dio, nostro Padre” (Col 3,17). Quanto detto sullo spirito della preghiera continua dovrebbe fugare da noi il pensiero che questa sia un ideale per alcune persone privilegiate, oppure un esercizio riservato soltanto ad alcuni periodi particolari della nostra vita, quali il Noviziato o gli Esercizi Spirituali annuali. Poiché la dimensione contemplativa entra nel nostro progetto di vita e costituisce uno dei suoi elementi portanti, dobbiamo sentire come rivolto a noi, in modo particolare, il monito del Papa nella Novo millennio ineunte che tutte le comunità diventino “autentiche scuole di preghiera” (cf. 33). Ho aperto questa riflessione lasciandomi guidare dalle Costituzioni. Vorrei ora concluderla riandando alle indicazioni che il Direttorio Generale suggerisce a riguardo dello stesso testo costituzionale: «La vita di preghiera si costruisce pazientemente, mediante la crescita nella fede, la meditazione della Sacra Scrittura, l’approfondimento delle scienze teologiche, l’attenzione ad accogliere le realtà umane. La fedeltà agli atti della preghiera, compiuti con regolarità e “con vero spirito”, contribuisce a sostenere e sviluppare lo spirito di preghiera» (57.1).Ci sostengano e ci aiutino il Beato Fondatore e S. Francesco di Sales, nostro protettore annuale e maestro di preghiera continua. Fraternamente vi saluto nella Consolata,
P. Piero Trabucco, IMC (Padre Generale)
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