Il vangelo che ci propone la liturgia di questa domenica è un brano immerso nel mezzo del discorso di Luca sulla missione. I brani precedenti parlano dell’invio dei 72, del comandamento più importante della legge e la parabola del Buon Samaritano. La storia di Marta e Maria è parte dell’istruzione che Gesù imparte ai suoi discepoli mentre viaggia verso Gerusalemme. In questa storia Marta e Maria rappresentano i discepoli, rappresentano noi che abbiamo deciso di seguire Gesù. Marta illustra quel discepolo che prende l’iniziativa, si mette a servire, sa di che cosa c’è bisogno e lo fa. Quello che dal mattino presto fino alla sera tardi non perde mai del tempo, tutto per servire il Signore. Noi diremmo: “Se tutti i missionari fossero come lei, quanto bene si farebbe”, vero? Ci sono tanti missionari come Marta, sempre saturati dal lavoro, che non riescono a finire un progetto e già ne stanno incominciando un altro. Nella storia Marta è cosi sicura che quello che fa e’ la cosa giusta quindi si osa reclamare a Gesù perchè dica a sua sorella di fare come lei. Certo, Marta fa tanto di quel bene che chi ha il coraggio di dirle che sbaglia? Ma Gesù, perchè le vuole bene, le dice che c’è qualcosa di più importante che il suo “fare”. Maria invece, è quella che “perde il tempo”, che “non si accorge dei bisogni”, che “sta senza fare niente, mentre gli altri faticano” e che “lascia perdere delle opportunità per fare del bene”. Sembrerebbe un cattivo esempio per i missionari, ma al contrario Maria e’ quella che ha capito e ha scelto bene: il più importante è stare ai piedi del Signore ad ascoltare la sua parola. Di altro non c’è bisogno. Ci sono anche missionari come Maria, sono quelli che sanno ascoltare e parlano solo se c’e’ bisogno, che sanno essere vicino a chi soffre, che danno se stessi e non s’impongono.
Nella realtà, non c’è mai nessuno esclusivamente Marta o Maria. Il più delle volte dentro di noi c’è un po’ di tutte e due. Purtroppo, in alcuni missionari sembrerebbe che Marta e Maria sono sempre in lotta tra loro. Questi missionari, vedendo i bisogni, si sentono invogliati a tralasciare la preghiera per il lavoro. Gesù è chiaro, la preghiera è più importante. Per questo Luca, parlando ai discepoli, li mette in guardia davanti a questa tentazione, forse la più forte che dovrà sormontare il missionario. Il lavoro, il servizio (anche se urgente) vengono dopo, altrimenti non si è più in cammino con Gesù verso Gerusalemme. Se si trascura la preghiera presto ci si troverà smarriti nel fare. L’agire diventerà vuoto, penoso e sterile. Senza la preghiera, la missione non è più l’annuncio di “Cristo in voi” come dice Paolo nella seconda lettura. L’incontro con Dio è la sorgente della vita missionaria.
Di quest’incontro ci parla la prima lettura in una maniera viva ed esistenziale. Dio si reca da Abramo a Manre, all’ora più calda del giorno. L’ora più calda può essere l’ora in cui noi sentiamo la fatica della giornata, o quando ci mancano le forze o quando sperimentiamo di più le difficoltà e sentiamo il desiderio di chiudere gli occhi e mollare quel stiamo facendo. Per Abramo quest’ora era anche l’ora della sterilità. Tutta la sua vita l’aveva trascorsa nell’attesa di un erede, un figlio che avrebbe fatto ricordare il suo nome e dare significato alla sua esistenza, ma sempre in vano. Quella ricerca l’aveva fatto avvicinarsi ad un Dio che gli prometteva di realizzare il suo desiderio, ma era realista sperare ancora? Questa “ora” non è certamente il momento in cui ci aspettiamo di trovare Dio accanto.
Nel mezzo di quell’opprimente calore, che cosa fa alzare gli occhi ad Abramo? Come fa a riconoscere in quei tre uomini il suo Dio? Abramo riconosce Dio perchè nel suo cammino era passato da essere un uomo che aspetta un erede ad un uomo che aspetta Dio. Nel suo camminare Abramo era diventato un uomo di fede e aveva imparato che Dio viene incontro in qualunque momento. Aveva imparato che Dio è ovunque e perciò ovunque lo cerca. E’ così che lo riconosce, e riconoscendolo lo prega: per favore, non passare oltre, rimani da me. E Dio si ferma da lui e dopo avere ricevuto l’ospitalità’ gli annuncia che presto avrà il figlio tanto atteso.
Anche noi, come Abramo, siamo sterili in diversi modi e abbiamo paura di non lasciare discendenza, che nessuno ci ricordi. Senza accorgerci, vediamo nella missione il figlio della promessa, che nascendo ci riempirà di gioia e ci darà la pace perchè senz’altro qualcuno si ricorderà di noi. Con il tempo però, scopriamo che siamo in missione non per riempire i nostri vuoti, ma per trovare Dio. Così cominciamo a cercarlo e qualunque ora e’ buona per questo incontro perchè non dipende da noi, ma da Lui. Dio ci viene a trovare nella nostra sterilità, dove i nostri limiti ci fanno soffrire, dove il peccato ci logora. Solo quando siamo capaci di riconoscere la nostra sterilità e la accettiamo Dio può entrare nella nostra tenda, diventando nostro ospite e rendendoci fecondi. Solo dopo quest’incontro con Dio si è veramente missionari e come Paolo possiamo dire: Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! (1Cor 9:16)
Gn 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42
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