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Un pomeriggio alla casa di san Giuseppe Cafasso Stampa E-mail
Scritto da Sebastiano Collu - korazym.org   
ImageLa chiamano Terra dei Santi non a caso la zona di Castelnuovo Don Bosco e dintorni. Quasi ogni angolo, ogni muro, ogni finestra nascosta di questo paesello arroccato tra i colli piemontesi a mezzora di curve da Torino, riporta alla storia di quel santo o di quel beato. Anche noi abbiamo fatto un piccolo pellegrinaggio per le strade di Castelnuovo, in compagnia di padre Orazio Anselmi, lo specialissimo cicerone che ha ripercorso con noi alcuni dei luoghi più significativi della vita di san Giuseppe Cafasso.

L’afa di un termometro degno del miglior ferragosto non ci ha impedito di arrampicarci attraverso vicoli e strettoie per raggiungere la casa natale del Cafasso, “Perla del clero italiano”, fatto beato da Pio XI nel 1925 e canonizzato nel 1947 da Pio XII.

Dalla piccola corte centrale di una tipica costruzione popolare del diciannovesimo secolo, si raggiunge quella che, all’epoca, era la cucina dell’umile dimora, e che all’indomani della santificazione è divenuta luogo di culto, una cappella per la riflessione, l’intima venerazione e per la preghiera personale, in questi giorni vivacizzata dalle messe serali a cui tutta la contrada partecipa affacciandosi dalla strada sul cortiletto di casa Cafasso. Le scalette in pietra lambiscono appena il pozzo prima di raggiungere, tra ortensie e rose rampicanti, il primo piano e le camere da letto del santo e dei suoi genitori, dove, tra mobili originali, foto d’epoca e testimonianze attuali, è narrata la vita del Cafasso, morto a soli 49 anni, nel 1860.


Consigliere di Don Bosco, zio del beato Giuseppe Allamano –i quali, insieme con il Cagliero, missionario nel mondo, formano il santo quadriumvirato castelnovese-, Giuseppe Cafasso fu professore di filosofia e di morale per i giovani seminaristi torinesi e misericordiosa guida spirituale per i carcerati e i condannati a morte. Con le sue opere pie, era beneamato nella Torino della chiesa della Misericordia e del santuario della Madonna Consolata, nella cui cripta è stato sepolto. Ancora oggi, viene ricordato in via del Carmine (si narra di un condannato a morte che rifiutava di pentirsi di fronte a Dio e che di colpo si convertì al passaggio del carro sotto un’antica edicola con l’effigie della Vergine), e al Rondò della Forca, con una scultura che ritrae il Cafasso nel benevolo atto di consolare un carcerato.

Oggi, la casa natale di san Giuseppe a Castelnuovo, non è semplicemente una casa-museo, un mero corredo agiografico, ma un luogo vivo di riflessione, una “casa della spiritualità”, all’interno della quale padre Orazio Anselmi (coadiuvato dalla signora Cesca, una “santa vivente”, dice lui), accoglie tutti coloro che vogliano dedicare del tempo alla sincera meditazione e alla preghiera. Tra le stanze, alle pareti le icone dipinte dallo stesso padre Orazio, crocifissi da tutto il mondo, il volto della Sindone e della reliquia di Manoppello con i volti dei poveri del mondo – il Cristo di ieri e quelli di oggi -, le biografie dei santi moderni – chè la santità non è qualcosa che appartiene al passato, ma ancora può abitare nella nostra contemporaneità.
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Missione Oggi

La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa
La mia riflessione sulla centralità della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa è anzitutto quella di un pastore, che attinge certamente al suo cammino di teologo al servizio della Verità che libera e salva, ma soprattutto parla in rapporto ai molteplici vissuti umani che continuamente incontra e a cui annuncia la Parola della fede. È tenendo conto di questi vissuti che vorrei articolare le mie considerazioni costruendo una sorta di “menorah” dello spirito, un settenario ispirato al candelabro sacro, che arde nel Santuario di Dio, per aiutarci a illuminare gli scenari del tempo e gli scenari del cuore con la luce della Parola. Partendo dall’attesa della Parola, dal bisogno cioè di una rivelazione che rompa il silenzio del mondo e delle sue solitudini, vorrei riflettere sul Verbo rivelato anzitutto nel suo carattere di buona novella per tutte le solitudini, per fermare quindi la riflessione sull’evento che ha inondato il silenzio dell’intero creato e ha aperta la possibilità della comunicazione trasformante con l’Amore eterno: “Deus dixit!” – “Dio ha parlato!”.
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