I laici Missionari IMC. "L'Istituto sceglie di condividere con i laici la sua Missione" (X Capitolo
Scritto da p. Diego Cazzolato
Introduzione
Se dovessimo chiedere a qualsiasi Missionario della Consolata, chi sono - secondo lui - i Laici Missionari IMC, credo che la risposta più comune ed immediata indicherebbe quelle persone che, provviste di basi professionali adeguate, collaborano per qualche tempo con alcuni degli innumerevoli progetti di sviluppo e promozione umana che l'Istituto porta avanti nelle missioni (ospedali, scuole, centri di promozione della donna, opere sociali di tutti i tipi e generi, …). Eppure, alla luce della riflessione teologica post-conciliare, di tante esperienze che si stanno facendo nella Chiesa e negli Istituti missionari, e anche della nostra realtà IMC - almeno in alcune Regioni del nostro Istituto - una tale definizione del Laico Missionario IMC sembra essere ancora troppo riduttiva. Crediamo che noi, Missionari della Consolata, non ci possiamo esimere dal fare uno sforzo ulteriore per approfondire e ampliare le nostre idee sul tema dei Laici Missionari. Si tratta, più che altro, di situare questo tema in un contesto più ampio, ecclesiale, per una migliore comprensione del tema stesso, per vederne meglio le implicazioni per tutto l'Istituto, e per rispondere più adeguatamente alle conseguenze che la condivisione del nostro carisma e spiritualità con i Laici comporta per tutti i Missionari. Tra l'altro, proprio questo è il cammino suggerito dal X Capitolo Generale. La condivisione dei carismi degli Istituti religiosi con i laici, non è più, nel contesto ecclesiale e teologico in cui viviamo oggi, una realtà che può essere ignorata. E d'altra parte, tale condivisione comporta inevitabilmente per l'Istituto un cambio, sia di mentalità che di prassi missionaria.
Il Segretariato per la Missione, rispondendo al compito affidatogli dalla Direzione Generale di implementare le Proposte operative relative ai Laici Missionari (cfr Atti XCG, 61-62), intende portare avanti un cammino di riflessione congiunta, con i Missionari e le Missionarie della Consolata, e con i Laici dei nostri gruppi ed organizzazioni, allo scopo di arrivare ad una comprensione migliore del tema e a suggerire alcune maniere concrete in cui l'Istituto possa realizzare meglio, nei prossimi anni, una autentica condivisione del suo carisma e della sua missione, con i Laici Missionari. Ciò che vi proponiamo qui di seguito è la traccia di un lavoro che tutti - Missionari IMC e Laici - potrete fare, nelle comunità e nei gruppi. Si tratta di leggere la prima parte - i primi due documenti presentati - che costituisce un'introduzione teorica al tema che ci interessa. E di proseguire poi con il dialogo e la riflessione sugli altri documenti, specialmente sui due questionari finali. Vi chiediamo di farci avere le vostre reazioni, con commenti, riflessioni e suggerimenti. Chiediamo in particolare agli Animatori Missionari che sono in contatto con gruppi di laici, di fare assieme ad essi il lavoro proposto, e di farci avere le riflessioni, commenti e suggerimenti dei laici stessi…
I documenti che vi proponiamo sono, nell'ordine: § Una sintesi dell'intervento che il P. Bruno Secondin, O.C., ha offerto al Convegno dell'Unione Superiori Generali, tenuto ad Ariccia nel novembre 1999. § Un'altra sintesi - più stringata - dell'intervento allo stesso Convegno di Ariccia, di cui sopra, del p. Robert J. Schreiter, C.PP.S. § La relazione di un incontro del Segretariato con i Laici Missionari IMC di Malaga (Spagna). § Il piano di lavoro concreto che il Segretariato per la Missione intende seguire, per realizzare quanto chiesto dal XCG. § Un aiuto a riflettere insieme - Missionari e Laici - su alcuni punti particolari.
Mandate ogni vostra collaborazione al Segretariato per la Missione. Grazie!
Condividere i carismi e la spiritualità Nuovi percorsi di comunione e di irradiazione apostolica Bruno Secondin, O.C.
Fin dalle origini del monachesimo - a cominciare da Pacomio e Basilio - e poi secondo le stagioni e le varie forme di vita consacrata, si è sempre verificata una osmosi feconda fra le varie esperienze di vita cristiana. Nella storia, questa variegata fenomenologia ha utilizzato terminologie molteplici: per le persone si sono usate parole come oblati, terziari, famuli, associati, cooperatori, confratelli; per le esperienze si è parlato di unioni, comunioni, famiglie, fraternità, ecc. Si tratta di una storia ricca anche di santità e di testimonianza. In passato queste situazioni - quando i protagonisti erano i religiosi - venivano gestite e interpretate come una specie di "associazione" spirituale ai beni di una famiglia religiosa, oppure una forma di collaborazione e di sostegno all'apostolato o alle "opere" di un certo istituto. Prevaleva quindi un evidente rapporto di "paternità" (o anche di paternalismo), esercitato dai religiosi/e "titolari" verso le altre categorie che si "accostavano" a loro per qualsiasi ragione, spirituale, formativa, apostolica.
Oggi quel modello continua a sussistere, ma ci sono anche nuove modalità di esperienze. Quello che appare in certo senso nuovo nel nostro tempo è soprattutto l'approccio teologico ed ecclesiologico ai fenomeni. L'interpretazione entro cui collocare queste esperienze risente in maniera interessante della riflessione teologica sulla natura della vita consacrata e sulla Chiesa come comunione. E questo ha la sua conseguenza pratica anche nella gestione concreta delle relazioni reciproche, ispirate dalla teologia, dalla ecclesiologia e dalla spiritualità, più che da criteri giuridici o organizzativi. Ma c'è forse anche di più: si ha l'impressione che l'emergere di questo nuovo genere di esperienze - attorno a un monastero, un istituto, una missione apostolica - sia la prova concreta della fecondità ecclesiale, mentre (al contrario) la loro assenza evidenzierebbe la sterilità di un dato gruppo di "vita consacrata". Così l'argomento - come si può intuire - si apre a una provocazione a tutto campo: mettendo in questione non solo il "come gestire" questi fenomeni, ma la stessa nostra funzione ecclesiale e l'autentica fedeltà creativa al carisma ricevuto.
Attualità e complessità del fenomeno
1. Un segnale in questa direzione
Nella Christifideles Laici c'è una splendida frase, che vale la pena ricordare subito:
"Nella Chiesa-Comunione gli stati di vita sono tra loro collegati da essere ordinati l'uno all'altro. Certamente comune, anzi unico è il loro specifico significato profondo: quello di essere modalità secondo cui vivere l'eguale dignità cristiana e l'universale vocazione alla santità nella perfezione dell'amore. Sono modalità insieme diverse e complementari, sicché ciascuna di esse ha una sua originale e inconfondibile fisionomia e nello stesso tempo ciascuna di esse si pone in relazione con le altre e al loro servizio… Tutti gli stati di vita, sia nel loro insieme, sia ciascuno di essi in rapporto agli altri, sono al servizio della crescita della Chiesa, sono modalità diverse che si unificano profondamente nel 'mistero di comunione' della Chiesa e che si coordinano dinamicamente nella sua unica missione" (CfL 55).
2. Le tappe del sinodo sulla vita consacrata
Nell'Instrumentum Laboris del giugno 1994, si trovano molti richiami alla collaborazione fra i vari membri della Chiesa, in vista di una comunione effettiva ed efficace per la stessa missione.
Nel n. 80 si accenna alla "Chiesa come comunione organica nella complementarietà dei doni dello Spirito" e si rileva che questo "ha indotto ad una costruttiva collaborazione, in tutti i campi, tra i fedeli laici e i fedeli consacrati". Dopo aver sottolineato che i laici si aspettano dai religiosi una testimonianza schietta di fede e di fedeltà alla Chiesa, si aggiunge: i laici "spesso chiedono di essere da loro aiutati nel cammino della preghiera e della vita spirituale… Oggi si riscontra da parte di singoli laici o gruppi un desiderio di partecipare alla spiritualità e missione propria di Istituti di vita consacrata, in una complementarietà di vocazioni". E si conclude segnalando alcune possibilità: creare comitati o consigli che curino queste esperienze, la ricerca di "programmi formativi e forme istituzionali di partecipazione e collaborazione". Il n. 98 aggiunge qualcosa di nuovo: "Molte comunità e Istituti hanno sviluppato negli ultimi tempi una rete di associati o di amici, sacerdoti e laici, che condividono la loro spiritualità e collaborano nella loro missione. Ecco qui una realtà in crescita che cerca ancora le forme adeguate… Sono forme che offrono la possibilità di creare luoghi di condivisione, di fede, di sostegno, in una missione comune, vissuta in forma diversa, ma realizzata con uno stesso spirito. E' importante non limitare le nuove esperienze e lasciare che possano esplorare vie nuove".
Tra le proposizioni finali del Sinodo, ce ne sono almeno due direttamente connesse con il nostro tema.
Il n. 32, che ha per titolo "la comunione tra consacrati e laici", "auspica che venga meglio conosciuta la connessione delle varie vocazioni, e che si richiami alla memoria che la vita consacrata e la vita dei fedeli laici si arricchiscono a vicenda, dando ma anche ricevendo l'una dall'altra". Ancor più esplicito il n. 33, su "gli associati e i volontari". "Gli istituti di vita consacrata sappiano accuratamente discernere le vocazioni al servizio gratuito, associandole a sé non solo nelle proprie attività, ma anche nella propria missione e carisma, rispettando naturalmente il carattere secolare e spirituale dei laici".
3. "Vita consecrata" (nn. 54-56)
Ci sono tre numeri (54-56) dell'esortazione apostolica Vita consecrata che il Papa ha dedicato esplicitamente al tema della "Collaborazione e comunione con i laici". Si affrontano vari aspetti di questo argomento, sia dal punto di vista teorico che pratico.
· Si parte da una premessa ecclesiologica e culturale: sono frutto della Chiesa-comunione, immagine più completa della Chiesa, esempio di collaborazione e scambio di doni, risposta più efficace alle grandi sfide (VC 54). Questo ci fa capire che la cornice interpretativa deve essere ampia, non limitata ai problemi del proprio istituto. Bisogna sempre ritornare alla prospettiva ecclesiale, in senso ampio e complesso.
· Diversità di rapporti: secondo i carismi (contemplativi-attivi), secondo il tipo di collaborazione pastorale, secondo la storia già vissuta. Ma oggi si apre una fase nuova, un "nuovo capitolo ricco di speranze", scrive il Papa, nella convinzione che "il carisma può essere condiviso con i laici" (VC 54b). Bisogna vedere il nuovo che sta sorgendo, che è segno di una nuova "condivisione", non programmata da noi, ma donata dallo Spirito.
· Si tratta di "nuovi percorsi di comunione e di collaborazione": si va dalla irradiazione della spiritualità, alla collaborazione nei servizi. Tutto questo costituisce una "più intensa sinergia tra persone consacrate e laici in ordine alla missione", che consiste nel trasformare il mondo secondo le Beatitudini (VC 55). Questa prima prospettiva sembra segnalare solo ambiti di spiritualità e di semplice collaborazione nelle opere. In parte questa è una prospettiva tradizionale, che ancora è viva ed efficace. Ma viene anche subito segnalato il "nuovo" che si sta sperimentando: si usa per i laici la stessa espressione applicata dal Concilio come "proprium" ai religiosi, cioè la testimonianza delle Beatitudini (LG 31).
· Si afferma che "la partecipazione dei laici non raramente porta inattesi e fecondi approfondimenti": nell'interpretare il carisma, nella sua dinamica apostolica, nella sua spiritualità. I consacrati danno il contributo della loro "consacrazione", i laici della loro "secolarità" (VC 55b). L'affermazione rimane ancora generica, tuttavia è prezioso il linguaggio "inattesi e fecondi approfondimenti di alcuni aspetti del carisma… e nuovi dinamismi apostolici".
· Vengono infine segnalati cinque casi concreti di con-partecipazione: i membri associati, cioè l'adesione a un istituto con legami stabiliti e riconosciuti; la condivisione temporanea della vita, della contemplazione, e della dedizione apostolica; il volontariato, da curare nella formazione e da chiarire nella realtà anche giuridica; collaborazione in iniziative locali (VC 56).
Alcune prospettive interpretative
Forse dalle citazioni fatte - che riportano la sostanza di quanto è documentabile - si potrebbe pensare che siamo alle solite affermazioni generiche, al "riconoscere" quello che c'è, ma non ancora quello che potrebbe essere. Io però avrei un'altra opinione, e penso che nei testi non è negato uno sviluppo ulteriore dei fenomeni, di valore più radicale; esso è in certo modo "insinuato", e noi possiamo esplicitarlo.
a) Statu nascenti. Prima di tutto io vedo profilarsi in molti di questi fenomeni quella situazione che i sociologi e gli antropologi chiamano lo "statu nascenti" (cfr F. Alberini), cioè quella fase di ricerca aperta, fluida, inventiva, destrutturante, e allo stesso tempo ricompositiva - del servizio ecclesiale e della forma istituzionale che lo sostiene - che porta a ridefinire ruoli e stili di vita in vista di una nuova fecondità del carisma. Gli istituti religiosi sono tutti nati in un processo del genere: sono partiti dall'intuizione quasi "mistica" del fondatore, si sono costituiti in "movimento" iniziale; e poi col tempo sono tornati alla "stabilità" e infine sono passati alla "istituzione" compatta, approvata e definitiva, poi divenuta intoccabile e sacra, e anche lontana dalla creatività delle origini. Le nuove esperienze sembrano riaprire proprio quel dossier della fondazione, per recuperare non solo la spinta creativa delle origini, ma anche spesso il senso ecclesiale di "famiglia aperta" e complessa che esisteva nelle origini, ma che poi si è perduto. Ciò ha un valore teologico: il contatto col "carisma" non avviene per accostamento esterno, ma è come una nuova impollinazione, un accostarsi ad una sorgente incandescente o a un vortice che travolge, che ti prende e coinvolge. E tutto questo per la regia dello Spirito: che è creatore e parla per mezzo della profezia.
b) Quale ecclesiologia. C'è un secondo aspetto in gioco: nell'evolversi, nell'interpretazione e nella gestione di questi fenomeni, bisogna badare a una certa teologia della Chiesa e della vita consacrata nella Chiesa. Schematizzando: · se la Chiesa è soprattutto centrata sui "chierici" e sui gruppi di "speciale consacrazione", allora i laici sono solo degli aiutanti generosi, ma esterni; e la preoccupazione sarà quella di delimitare la loro invadenza e preservare le differenze di identità con disciplina e paura. · Se la Chiesa è anzitutto popolo di Dio in cammino nella storia (cfr. Lumen Gentium, cap. II), allora prevarrà un senso più integrato delle varie tipologie ecclesiali; si potrà parlare anche di "vocazioni paradigmatiche" al servizio reciproco. · Se la Chiesa si sente più legata alla storia e al destino dell'intera umanità, specie dei poveri e dei senza voce né dignità, allora il protagonismo dei laici emerge con forza e i carismi della vita consacrata sono costretti ad una tensione innovatrice che li riporta alla "esplorazione" delle origini. · Se al centro sta la storia di tutta l'umanità destinata ad entrare nel "Regno", e dentro questa storia la funzione di fermento e "sacramento" del popolo di Dio, allora sacerdoti e religiosi sono al servizio del popolo di Dio, perché esso viva il triplice munus (profetico, regale, sacerdotale) in maniera piena e responsabile, liberante e trasformatrice, perché il "mondo creda".
c) Per una nuova alleanza. Da quello che abbiamo già detto appare chiaro che oggi con urgenza si impone il compito di dare vita, tra religiosi e laici, ad una nuova alleanza non fondata sulla delega del servizio, ma sulla partecipazione e la corresponsabilità, sulla comunione e sullo scambio di doni, su una nuova corresponsabilità ecclesiale a favore della fecondità creativa del carisma. In una Chiesa centrata primariamente nella "manutenzione" della sua struttura gerarchica, della sua efficienza amministrativa e del suo "sistema concettuale" (la ortodossia), ai laici spetta poco spazio, e soprattutto facilmente viene negato un ruolo di corresponsabilità e protagonismo. Possiamo parlare del "laicato" come di un "gigante addormentato", che si tenta di "addomesticare" con varie forme di controllo. Nel prossimo secolo sarà proprio questo risveglio di protagonismo una delle grandi sfide: e i carismi della vita consacrata devono dare il loro contributo profetico in questo reciproco incontro e in questa ricerca di vie nuove. Se si può suggerire un modello orientativo: in qualche modo si deve apprendere dai nuovi "movimenti ecclesiali" una via da percorrere: essi coinvolgono i religiosi e i laici non a partire dalla gestione delle opere (come invece sembrano fare i religiosi nei confronti dei laici), ma dalla comunione della spiritualità e dei carismi, degli ideali globali e delle prospettive, senza imporre primariamente delle attività specifiche da condurre insieme.
d) Tastarsi il polso da soli. In questa ultima annotazione sta una certa novità: assistiamo alla presa di coscienza e alla crescita di un laicato più maturo, organizzato e intraprendente, almeno per una parte di laici. Questo laicato non ama farsi condizionare dalle grandi "aggregazioni" dedite alle gestioni, eppure cerca stili di vita autenticamente evangelica, da realizzarsi in mezzo a questa storia. Da qui una conseguenza, avviata anche dalla sana ecclesiologia che ha riconosciuto la specificità propria di spazi e di identità dei laici. Si moltiplicano gli esempi dei laici stessi che non intendono più vivere di seconda mano la responsabilità ecclesiale e l'impegno dell'evangelizzazione: lo Spirito li invita a "tastarsi il polso da soli", senza bisogno che ci sia il solito "infermiere" ecclesiastico che lo controlli. Applicato al nostro tema: quei gruppi di laici che chiedono di associarsi ad un istituto o che esprimono la volontà di assumersene una responsabilità diretta, non hanno intenzione alcuna di farsi religiosi di "seconda" o "terza classe", ma cercano una piena partecipazione al carisma, pur rimanendo nella "vita laicale", anzi proprio per una nuova lettura "carismatica" della loro laicità. La volontà di collaborare alle opere o nelle difficoltà esiste da sempre e certamente permane valida. Ma non è il motivo principale dell'attuale fenomeno, o almeno non è questa la parte innovativa. Ora più che in passato, questi laici vogliono davvero appartenere - restando laici secolari! - alla spiritualità, ai progetti, alla missione dell'istituto nella Chiesa. In sostanza vogliono viverne il carisma in prima persona, condividendo il dono dello Spirito in piena corresponsabilità, restando pienamente nell'indole secolare.
III. Rielaborando Teologia
La novità è data anche da un altro motivo: il concetto di Chiesa è mutato, proprio a partire dal Vaticano II, sia nei riguardi della missione, sia nella concezione dei protagonisti.
1. La Chiesa in missione La Chiesa è essenzialmente in missione, cioè non tanto fa delle opere, va in terre di missione, ma è un "popolo di inviati"; e i carismi sono grazie per rendere questa identità ancora più efficace e dinamica. Il battesimo non è il passaporto per la salvezza, ma più precisamente una chiamata alla missione: la vera identità del cristiano - fondata sul battesimo - è quella di essere chiamato e inviato, per edificare il Regno di Dio nel mondo.
· Tutta la comunità è la protagonista della missione. Non ha senso una comunità cristiana in cui la missione sia un "supplemento" opzionale riservato ad alcuni più generosi. Questo vale anche per la vita consacrata, che è "in missione" in senso pieno (cfr VC 72). Senza questa impostazione di relazione con la missione - in unione con quella del Cristo inviato dal Padre e dello Spirito che tutto mette in tensione salvifica - prevarrà la prospettiva della "manutenzione" dell'esistente e della "riforma" autocompiaciuta e amministrativa.
· Cristo il vero missionario. Cristo rimane sempre il protagonista - "fino alla fine dei secoli" - dell'attività missionaria compiuta dai suoi discepoli "fino ai confini della terra". E' Lui che rende vera e viva quella "attività": è Lui il destinatario, il contenuto, ma anche il soggetto di quanto la comunità (unita a Lui) opera. Pertanto teologicamente la Chiesa non ha una missione, ma partecipa alla missione di Gesù Cristo e dello Spirito, trasformando questo mondo in "casa per tutti", accogliente, ricca di giustizia e di verità. Evangelizzare è vivere con gli altri, dialogare, e nella convivenza dare tutto ciò che si è e si ha, anche la Parola di Dio in tutta la sua integrità. La Chiesa in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, deve esprimere modelli di relazioni fondate sul Vangelo, sulla gratuità, cioè sulla mutua accettazione, sul dialogo e il perdono reciproco. Emarginare i laici, o farne dei puri ausiliari dei progetti elaborati senza la loro consultazione e la loro partecipazione, è andare fuori strada. Lo ha ribadito il Papa nella enciclica missionaria Redemptoris Missio, dicendo che un tale compito, oltre che universale, è impegno di tutti i credenti, in forza del battesimo. "La missione è di tutto il popolo di Dio: anche se la fondazione di una nuova chiesa richiede l'eucaristia e, quindi, il ministero sacerdotale, tuttavia la missione, che si esplica in svariate forme, è compito di tutti i fedeli. La partecipazione dei laici all'espansione della fede risulta chiara, fin dai primi tempi del cristianesimo, ad opera sia di singoli fedeli e famiglie, sia dell'intera comunità" (RM 71).
2. Un popolo di Dio per il Regno
E' chiaro allora - lo spero - che la nuova evangelizzazione si dovrebbe caratterizzare per il ruolo di primo piano che esercita tutto il popolo di Dio, e non solo per il protagonismo delle truppe scelte. "Prima di considerare le diversità dei doni, dei ministeri e dei doveri, è necessario ammettere come fondamento la comune vocazione alla unione con Dio per la salvezza del mondo" (MR 4).
· Strumento e significato. L'urgenza che siano tutti i fedeli a condividere questa responsabilità non è solo questione di efficacia apostolica, ma è soprattutto un dovere e insieme un diritto fondati sulla dignità battesimale (cfr CfL 14). Perché si tratta di una comunità di discepoli, un popolo di profeti, di inviati, allo scopo di far germogliare il Regno tra le genti, facendole "diventare discepole" (Mt 28,18). Di conseguenza, anche gli agenti speciali (diciamo i sacerdoti e i consacrati) sono al servizio di questo protagonismo più ampio, di tutti: per accompagnarlo, per sostenerlo, per riconoscerlo. Non per annullarlo o temerlo, ma per promuoverlo, liberarlo dagli ostacoli accumulati dalla mentalità ecclesiastica. Come il Vaticano II ha ricordato, la dimensione sacramentale della Chiesa implica sia l'essere segno che l'essere strumento, simultaneamente, del Regno di Dio (LG 1). Così lo stile "secolare" è segno del Regno di Dio sotto l'aspetto della strumentalità: per questo ha grande importanza la promozione dei valori del Regno, quali la pace, il dialogo, la giustizia, la libertà, la fraternità (RM 17.20). Mentre lo stile dei religiosi è segno del Regno di Dio in quanto opera accentuando il significato, la funzione "cognitiva", il messaggio "significante": vale a dire l'apertura escatologica, quella riserva di speranza e di senso che si svelerà quando Cristo "consegnerà il Regno a Dio Padre" (cfr. 1Cor 15,24-28). Nessuna di queste prospettive è esclusiva o escludente.
· Che i laici crescano. Nella storia della Chiesa i momenti di grande cambiamenti sono stati segnati da movimenti profetici e da correnti carismatiche. Tutti questi non si impadronivano del "Regno", ma si ponevano al suo servizio in un momento di smarrimento e confusione, di stanchezza e resistenze antievangeliche, di tragedie sociali e trasformazioni politiche. I "carismi" sono stati strumenti dello Spirito per "segnalare" percorsi nuovi e fedeltà audaci al vangelo. Ma a vantaggio di tutti, per provocare tutti e stimolare il protagonismo di molti all'annuncio del Cristo salvatore in vista del Regno. Oggi noi vediamo che c'è bisogno di un nuovo protagonismo profetico, che coinvolga in varie maniere i laici, dando molto valore alla loro capacità profetica e di testimoni del Regno dentro "le realtà temporali per orientarle secondo Dio" (LG 31). I laici non sono più soltanto i collaboratori dei preti e dei religiosi e delle loro opere: ma sono partners nella missione comune, carismaticamente diversi, eppure chiamati con tutti alla comunione nella diversità. Possiamo dire che solo una relazione mutua e la complementarietà rendono credibili ed efficaci tanto lo stile laicale quanto quello dei religiosi e dei preti. Forse si può dire di più: saremo credibili se sapremo rovesciare gli schemi: bisogna che i laici crescano, e quindi dobbiamo metterci al loro servizio, per farli crescere. Fare della loro partecipazione nella Chiesa, un cammino comune e una esperienza di conversione rinnovatrice per tutti. Simbolismo e praxis dei religiosi e dei laici si richiamano e si esigono reciprocamente, come ha sottolineato anche il già citato Christifideles laici 55: "Nella Chiesa-comunione gli stati di vita sono tra loro così collegati da essere ordinati l'uno all'altro… sia nel loro insieme sia ciascuno di essi in rapporto agli altri, sono al servizio della crescita della Chiesa, sono modalità diverse che si uniscono profondamente nel 'mistero di comunione' della Chiesa e che si coordinano dinamicamente nella sua unica missione".
3. Reciprocità vissuta: espressione di una ri-fondazione ecclesiale
In linea generale possiamo esemplificare le reciproche relazioni in questo modo. § Bisogna affermare e accettare la diversità carismatica, e promuovere la comunione accettando le diversità, sostenendo i percorsi specifici di ognuno, disponibili alla collaborazione nelle iniziative apostoliche sostenute dai laici o dai religiosi. Non c'è un diritto di prelazione degli uni sugli altri: ognuno deve sforzarsi per instaurare una stima reciproca, anche delle "iniziative apostoliche". Anzi, se c'è una urgenza o un sogno ancora infranto o incompiuto: è la promozione della missione dei laici, che rischia di essere soffocata dalla visibilità dell'istituzione. § Questo significa anche mettere in comune le risorse e le competenze, per facilitare la missione universale. Il Papa ci dice nella sua enciclica missionaria: "Dio apre alla chiesa gli orizzonti di un'umanità più preparata alla semina evangelica. Sento venuto il momento di impegnare tutte le forze ecclesiali per la nuova evangelizzazione e per la missione ad gentes. Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli" (RM 3). § Siccome tutti sono operai nell'unica vigna e tutti sono "ad un tempo oggetto e soggetto della comunione della Chiesa e della partecipazione alla sua missione di salvezza" (CfL 55), ognuno deve riconoscere nella funzione tipica dell'altro la via e il sostegno al Regno e sotto forma strumentale e sotto forma di simbolo dinamico. Anche i laici sono chiamati ad essere "segno e strumento" di salvezza e di unità: anzi solo tramite loro la Chiesa lo diventa più efficacemente dentro la storia e nella realtà più concreta. § Una Chiesa di vera comunione e di vivace missione non può sorgere senza la relazione e la collaborazione fra i diversi gruppi ricchi di doni carismatici. Religiosi e laici devono impegnarsi congiuntamente nel far emergere una Chiesa che viva più radicalmente la sequela di Gesù, che sia modello di comunione fra tutti i fratelli, che sia un processo permanente di formazione, che ricerchi la verità su Dio, sull'uomo, sul significato della vita.
In conclusione. Mi rendo conto che ci sarebbero molte altre questioni importanti, che si dovrebbero trattare e chiarire. Ma, per chiudere in bellezza, mi appello ad un testo di Vita consecrata: "Le sfide della missione sono tali da non poter essere efficacemente affrontate senza la collaborazione, sia nel discernimento che nell'azione, di tutti i membri della Chiesa. Difficilmente i singoli posseggono la risposta risolutiva: questa può invece scaturire dal confronto e dal dialogo. In particolare, la comunione operativa tra i vari carismi non mancherà di assicurare, oltre che un arricchimento reciproco, una più decisiva efficacia nella missione… La vita consacrata… pertanto può contribuire a creare un clima di accettazione reciproca, nel quale i vari soggetti ecclesiali, sentendosi valorizzati per quello che sono, convengono in modo più convinto nella comunione ecclesiale, tesa alla grande missione universale" (VC 74).
Esempi di Associazionismo laico con gli Istituti Religiosi Robert J. Schreiter, C.PP.S.
Ciò che vorrei affrontare in questa sede è l'esplosione di nuove associazioni, nuove sia nella tipologia che come numero, avvenuta a partire dal Concilio Vaticano II. La maggior parte di esse sono ancora in fase di evoluzione e solo una minoranza si è messa alla ricerca di uno "status" giuridico.
1. Varietà di Associazioni Laiche
Ad uno sguardo ravvicinato delle nuove associazioni laiche, la prima impressione che se ne ricava è quella di una stupefacente varietà. Tuttavia le associazioni laiche possono dividersi sommariamente in tre categorie generali: gruppi di volontari, associazioni missionarie estere, e programmi per associati laici.
La prima categoria, quella dei gruppi volontari, sono associazioni che danno alle singole persone l'opportunità di lavorare per periodi stabiliti nell'apostolato degli istituti religiosi. I membri di questi gruppi sono in genere ventenni con una buona istruzione. Si trovano di solito nel corso dei loro studi universitari, o li hanno appena conclusi. Il lavoro in cui si impegnano potrebbe essere individuato come una specie di ministero di giustizia sociale. L'attenzione è per lo più focalizzata sul ministero intrapreso e sull'esperienza che ne deriva, più che sul carisma dell'istituto religioso. Raramente si tratta di fasi preliminari che approdano ad una più stretta associazione con l'istituto.
La seconda categoria è composta da associazioni missionarie estere. Queste persone, uomini e donne, si impegnano al servizio oltreoceano per un periodo determinato (di solito tre anni), periodo che può essere rinnovato. Sono giovani tra i venti e i trent'anni, già in possesso di una qualche professione, che esercitano poi nella loro destinazione estera, o comunque persone in grado di prestare servizio come catechisti o operatori pastorali. Anche in questo caso si registra un buon livello di istruzione. Rispetto alla categoria dei volontari, in questo tipo di associazioni missionarie estere i legami con l'istituto religioso sono più stretti. Ci sono programmi di formazione più intensa ed estesa che nei gruppi di volontari, e maggiore è la partecipazione alla vita dell'istituto stesso.
La terza categoria è costituita da programmi per associati laici. E' la categoria più estesa e diffusa rispetto alle prime due. I membri delle associazioni laiche sono in genere persone di 50 e più anni, con un certo livello di istruzione superiore. Circa il 70% sono donne. Il gruppo più grande partecipa alla spiritualità dell'istituto. Ciò comporta incontri regolari con un membro dell'istituto, l'osservanza di giorni speciali, la partecipazione ad incontri, e così via.
Altresì diversificato è il modo di strutturare le relazioni tra gli associati e l'istituto di riferimento. Nella maggior parte dei casi, uno o più membri dell'istituto hanno l'incarico di lavorare con gli associati. In alcuni casi, un associato laico è co-direttore del programma. Le modalità in cui vengono definite le qualifiche, i ruoli e le aspettative degli associati laici abbracciano un'ampia gamma di possibilità. Si va da statuti meticolosamente elaborati, ad affermazioni generali sulla missione. Ma in genere qualifiche, aspettative e ruoli non sono definiti chiaramente. Le modalità di partecipazione dei laici associati alla vita dell'istituto vanno dunque dalla preghiera, al prendere parte agli incontri, alla condivisione del ministero, fino ad una vera e propria vita insieme ai membri dell'istituto. Circa la metà degli associati laici indica l'arricchimento spirituale come motivazione per essersi iscritti al gruppo. Circa un quarto indica l'attrattiva verso il carisma dell'istituto. Il dieci per cento parla di desiderio di condividere il ministero dell'istituto.
Da parte loro, gli istituti religiosi, alla domanda perché sponsorizzano i programmi per associati laici, rispondono al 40% che lo fa per condividere il carisma. Un altro 30% vede in tali programmi un'opportunità concreta per collaborare con i laici. Il 12% circa vede tali gruppi come la risposta al proclama del Vaticano II sull'universale chiamata alla santità. Questo del coinvolgimento con il laicato sembra un elemento importante. Ma mentre è forte la motivazione, sembra ancora poco chiaro ciò che tale coinvolgimento comporta, stando alla natura un po' dispersiva di tali programmi per laici. Va inoltre notato che solo un piccolo numero di membri dell'istituto è coinvolto con gli associati laici, poiché spesso l'idea di avere un gruppo di associati laici incontra la resistenza degli altri membri.
2. Ragioni dell'espansione dei gruppi di Associati Laici
Quale la causa di questa improvvisa espansione nei gruppi di associati laici? Le cause sono naturalmente complesse. Tuttavia uno sguardo all'identità di coloro che si iscrivono a questi programmi, nonché alle loro motivazioni, offre dei validi spunti sulle cause di questa espansione.
Prima di tutto colpisce il fatto che i gruppi di volontari e di missionari oltreoceano attraggono in genere i giovani e le persone di una certa istruzione. I volontari sono in genere altamente motivati in materia di giustizia sociale e di servizio. Il secondo aspetto che spinge al volontariato nei programmi sponsorizzati dagli istituti religiosi è la natura di un impegno a breve termine. Questo sembra adattarsi bene ad un diffuso modello culturale americano (occidentale). Pensare ad un impegno di uno/tre anni diventa molto più naturale di altri impegni a tempo indeterminato. Anzi, la richiesta di un impegno indeterminato è visto da molti giovani come un vero e proprio ostacolo persino a prendere in considerazione la vita religiosa. Un altro aspetto di questi tre tipi di associazione laica da considerare è le fasce d'età interessate. I volontari e i missionari oltreoceano tendono ad attrarre giovani, sia pure già maturi (età compresa tra i 20 e 40 anni), mentre il terzo tipo, gli associati laici, attraggono principalmente persone di mezza età o anziane (più di 50 anni). I gruppi di volontari sono preferiti da coloro che si trovano nel corso degli studi universitari o li hanno già completati. Un tipo simile di volontariato dunque può essere visto come uno stadio ulteriore del percorso educativo o una possibile esperienza, prima di intraprendere una vera e propria professione. Le persone che si impegnano in un servizio missionario sono in genere (ma non sempre) giovani, sia sposati con famiglia, sia non sposati. Ci si può domandare il motivo della differenza d'età nella terza categoria. Possiamo avere una chiave di lettura nella motivazione principale che ha spinto la metà di loro ad aggregarsi ad un istituto: l'arricchimento spirituale. La domanda sul senso della vita, se pure esiste nelle persone tra i venti e i trent'anni, si intensifica in modo particolare nella mezza età. Non stupisce perciò il fatto che le persone proprio di mezza età si rivolgano all'istituto religioso per approfondire la loro vita spirituale e per prendere parte al carisma. Da questi fattori di età e di contesto emerge un modello abbastanza omogeneo. I giovani sono attirati verso l'istituto religioso principalmente dal servizio che esso propone. Le persone di mezza età sono invece attirate dalla possibilità di un arricchimento spirituale.
Sembra dunque di poter individuare le principali cause dell'espansione delle nuove forme di associazionismo laico nell'età, nella domanda di vita spirituale, e nel desiderio di santità. Non c'è inoltre rapporto direttamente causale tra il fenomeno di espansione delle associazioni laicali e il declino dei membri negli istituti religiosi.
Il dibattito sull'associazionismo laico, comunque, è lungi dall'essere concluso. Siamo a metà del cammino. Il risultato di questo percorso può per ora essere quello di aggiungere dimensioni nuove e feconde alla vita religiosa. Spero vivamente che il dibattito continui.
Incontro del Segretariato con i Laici Missionari IMC di Malaga 7 dicembre 1999
1. L'esperienza dei Laici Missionari IMC di Malaga…, Problemi e ostacoli incontrati…
§ Lentezza esasperante nella ricerca e definizione del luogo dove andare come Laici Missionari (LM). Il LM si prepara, è pronto, a volte ha lasciato perfino il proprio lavoro e… non sa ancora se potrà partire e dove andrà. § Imprecisione nella definizione del progetto di lavoro, soprattutto se il LM non va direttamente come professionista tecnico in qualche campo, per esempio in America Latina. Necessità di partire con un progetto di lavoro chiaro. § I LM spesso non sanno con certezza chi è responsabile di loro, durante il periodo di missione: chi li segue dal punto di vista spirituale; chi deve pagare i contributi sociali durante il loro periodo di missione; chi paga il biglietto del viaggio, o delle vacanze… A volte c'è stato un lanciarsi reciprocamente la responsabilità tra la parrocchia che aveva accolto i LM e la Regione; o tra la Regione che li aveva ricevuti e quella che li aveva inviati… con conseguente senso di smarrimento nel LM. § Il contratto firmato prima della partenza (cf. documento "Il Laicato Missionario IMC", Appendice di fondo), non è bastato. Alcuni hanno dovuto firmare un altro contratto una volta arrivati sul posto, con molte più clausole, più complicato… e che in ogni caso non veniva poi rispettato! § E' importante per il LM sapere chi lo richiede. E' il singolo missionario? E' il Superiore regionale? A volte, se è un Missionario singolo a richiedere i LM, succede che, appena questi arrivano, il Missionario in questione viene spostato, e il successore non vuole più saperne dei LM... § La mentalità dei Missionari, che non riescono a vedere i LM come "parte effettiva" dell'IMC e lo fanno pesare, specie quando sorgono problemi… § Noi andiamo in Missione come LM IMC dopo anni e anni di appartenenza al gruppo giovanile, alla Comunità di Animazione Missionaria della Consolata, e dopo una lunga preparazione. Poi in Missione s'incontrano altri Laici, provenienti da altri paesi, che hanno conosciuto la Consolata al massimo da qualche mese… Non ci sono criteri comuni per definire un LM IMC.
2. Cosa s'intende, esattamente, quando si parla di Laici Missionari IMC… quali sono gli elementi necessari per affermare che una persona è un Laico Missionario IMC.
§ Per Laico Missionario IMC s'intende una persona che, formata nei gruppi giovanili IMC, sceglie la Missione come stile proprio di vita, indipendentemente dal fatto che vada per alcuni anni in missione, o che non lo possa fare. § Però il tipo di vincolo con l'Istituto dipende soprattutto dall'Istituto stesso, da come esso vede i Laici e quale rapporto voglia instaurare con loro. § Gli elementi propri del Laico Missionario IMC dovrebbero essere: § La condivisione del carisma IMC e della spiritualità § L'identità IMC § Condivisione con l'Istituto o del lavoro diretto in Missione, secondo alcune caratteristiche che saranno esaminate di seguito in questo documento, o del lavoro di AMV. In questo caso, ci dovrebbe essere nei Centri IMC di AMV un' equipe formata dai Missionari e dai Laici, con un progetto comune § Scelta di vita per la Missione e per l'Istituto. § Alcuni esprimono elementi di scetticismo: se sia possibile veramente un Laicato Missionario IMC, poiché l'Istituto è di religiosi e per religiosi… sarà veramente possibile una collaborazione/condivisione con i Laici?
3. Rapporti dei LM con l'Istituto: condivisione del carisma, autonomia organizzativa. Come realizzare questo…
§ E' difficile raggiungere il giusto equilibrio tra queste due cose. Ma noi vogliamo essere considerati dell'IMC. § Il modo corretto di lavorare in Missione, da parte dei Laici, è attraverso dei progetti concreti. Infatti, di norma è per questo che i Missionari richiedono i Laici. L'Istituto ha i suoi gruppi e i suoi collaboratori. Noi a Malaga ci siamo costituiti in ONG: possiamo benissimo lanciare dei progetti assieme ai Missionari. Oppure in una maniera totalmente autonoma da loro. Un po' come Medicus Mundi. L'importante è che possiamo essere noi i creatori dei progetti da realizzare, senza dover aspettare che sia l'Istituto ad offrirli… § L'autogestione è importante, e per questo è necessario avere una base legale (essere ONG) di organizzazione. Perché i singoli Missionari cambiano spesso, e i Laici ne soffrono. Sarà l'organizzazione dei Laici a prendere accordi diretti con la Regione che accoglie i Laici. Al massimo con un coordinamento centrale dell'Istituto. Tutto ciò sarebbe molto più operativo. Potremmo proporre non solo progetti tecnici di sviluppo, o professionali, ma anche pastorali. § Dobbiamo essere autonomi e come ONG. § Secondo alcuni: § L'Istituto offra sempre ai Laici un Assistente spirituale § I Laici dipendano direttamente dalla propria Commissione di coordinamento… § Lavorino in progetti propri, o accordati direttamente da loro con la regione IMC che li riceve § Ci potranno così essere dei progetti comuni con l'IMC e altri indipendenti, propri solo dei Laici § Che ci sia nei Centri di AMV un progetto comune, elaborato dai Missionari e dai Laici § Ogni Laico sia inviato in abbinamento con un progetto, in modo che il Laico rientri nel progetto come una sua parte, prevista anche nel suo finanziamento, fin dalla stesura iniziale del progetto stesso. § I progetti dei Laici siano autonomi dai Missionari IMC, ma nei paesi dove opera l'Istituto. Riservando magari ai Missionari IMC la priorità di collaborazione nella realizzazione del progetto che i Laici propongono. · Secondo altri: § ci sono elementi di pericolo in quanto detto finora: un'eccessiva autonomia dei Laici nei loro progetti di missione, non porterebbe i Laici stessi - nel caso che questi progetti non fossero in contatto diretto con l'Istituto - a un'eventuale perdita dell'identità IMC e della condivisione del carisma? Bisogna studiare bene i mezzi per fortificare i vincoli di carisma e spiritualità tra l'Istituto e i Laici! Potremmo, infatti, facilmente trasformarci in "cooperatori allo sviluppo" e perdere lo spirito missionario dell'Istituto. § L'ONG dei Laici è solo uno strumento, per agglutinare persone e mezzi intorno al progetto missionario dell'IMC. Non deve diventare un fine. E' quindi necessario fare i progetti missionari in funzione dei LM disponibili alla partenza che abbiamo, e non il contrario.
4. Che cosa chiediamo all'IMC
§ L'IMC apra concretamente ai LM più cammini per la Missione § Continuate ad accompagnare seriamente le comunità dei Laici. In tutti i campi e sempre. § Cercate di cambiare, poco a poco, la mentalità dei Missionari IMC verso i Laici. § L'IMC deve avere, da parte sua, un progetto chiaro per i LM. § Lavoriamo insieme, come equipe, in Missione, pur nella giusta autonomia di vita (casa, …) § Che ci sia un serio accompagnamento umano e spirituale dei Laici da parte dei Missionari § Che ci siano criteri comuni di base (per la formazione, la preparazione, il discernimento, il contratto…) per tutti i LM IMC, provengano da dove provengano. § Proviamo a collaborare con i LM delle Missionarie della Consolata.
5. Un Convegno dei Laici Missionari IMC
§ E' bene che si faccia… assieme ai LM di altre regioni. § Fare un questionario, o traccia, da mandare a tutte le realtà di LM dell'Istituto, perché ognuna di queste realtà dia le proprie opinioni. Queste poi, raccolte in un documento, siano mandate a tutte le regioni per una ulteriore discussione, prima del Convegno. § Al Convegno partecipino sia rappresentanti dei LM che rappresentanti dei Missionari. § Il Convegno stabilisca il minimo comune denominatore per tutti i LM IMC nelle varie dimensioni: definizione della figura del Laico, sua appartenenza all'IMC, condizioni per il discernimento e la formazione, modi di realizzazione della vocazione Laico IMC nell'AMV e nella Missione…
Se qualcuno è interessato al testo integrale delle riflessioni del P. Bruno Secondin e del P. Robert J. Schreiter, riassunti in queste pagine, questo è disponibile nelle seguenti versioni: italiano, spagnolo, francese, inglese. Richiedere a: Segretariato per la Missione. (E-mail:
)
Segretariato per la Missione: Programma di lavoro sul tema dei Laici Missionari IMC
1. Completare il quadro della realtà dei gruppi ed associazioni di Laici che fanno riferimento in qualche modo all'Istituto. Dove possibile, incontrare tali realtà per un dialogo iniziale con esse circa il resto del programma da svolgere.
2. Prendere contatto con le Missionarie della Consolata responsabili dell'analogo programma per i Laici, per dialogare assieme e prendere accordi per un cammino comune.
3. Produrre assieme alle Missionarie e ai Laici una bozza di Instrumentum Laboris che faccia già alcune proposte e suggerimenti per un futuro Statuto che regoli i rapporti dell'Istituto con i Laici Missionari IMC, considerandone: definizione, relazioni con l'Istituto, partecipazione alla sua Missione e/o all'attività di AM, struttura, funzionamento, ecc. Tale bozza sarà inviata per un ulteriore studio e approfondimento, a: - Le Direzioni Generali IMC e MC - I vari gruppi e comunità di Laici Missionari esistenti - Superiori regionali IMC/MC - Animatori/Animatrici Missionari IMC/MC - Altri esperti Missionari dei due Istituti
4. Raccolta di commenti, suggerimenti, proposte per una rielaborazione completa dell'I.L. sullo Statuto dei Missionari Laici IMC/MC.
5. Organizzare un Convegno dei Laici Missionari IMC/MC per una discussione finale dello Statuto.
6. Sottoporre lo Statuto all'approvazione dell'IMC e delle MC (Direzioni Generali)
7. Dare a conoscere lo Statuto così approvato ai Missionari/e. Sensibilizzare i Missionari con qualche iniziativa appropriata di Formazione Permanente.
8. Appoggiare la condivisione di carisma e spiritualità dell'Istituto con i Laici, con apposite iniziative. Iniziare, accompagnare e valutare alcune esperienze concrete di questa condivisione sulla base del nuovo Statuto.
Spunti per una riflessione
Per i Missionari:
1. La realtà dei Laici per cui l'Istituto è diventato, in qualche modo, punto di riferimento, è molto variegata. Si va da gruppi giovanili, creati e portati avanti dai nostri Animatori Missionari; a comunità di Laici già autonome, cresciute da quei gruppi giovanili, che preparano alcune persone per un servizio diretto nelle missioni e collaborano nell'AMV; a persone e volontari singoli che vogliono cooperare con i Missionari; a gruppi di Volontariato autonomi; a varie associazioni meno chiaramente definite (Dame Missionarie, Familias Colaboradoras, Amici IMC, …) che cooperano alla Missione con la preghiera, e col finanziamento di progetti missionari e nell'AM. Davanti a questa variegata realtà, può l'Istituto suggerire dei criteri minimi che definiscano il Laico Missionario IMC? E' preferibile puntare su una definizione di Laico Missionario IMC più stretta e tecnica? In ciascuno dei due casi, quale sarebbe la tua "definizione" di Laico Missionario IMC?
2. La preferenza che sembra emergere tra i Laici che fanno riferimento all'Istituto, è per una loro definizione legata più alla Missione come scelta di vita, che non a una collaborazione tecnica in un progetto di sviluppo (che non viene comunque esclusa…!) e pertanto sottolinea con forza che si tratta di una vera e propria vocazione missionaria laicale. Di fronte a questa definizione di Laico Missionario IMC diventa allora molto importante la condivisione del carisma, più di ogni collaborazione ad un preciso progetto di sviluppo. Allo stesso tempo, i Laici rivendicano la loro legittima autonomia, e tendono ad organizzarsi in gruppi ed istituzioni proprie (ONG, … comunità…). In vista di tutto ciò: - dovrebbe essere l'IMC a pensare, strutturare e gestire il proprio Laicato? (In questo caso l'Istituto elabora il suo progetto di Laicato Missionario, vi si impegna, lo presenta a coloro che ne possano essere interessati…) - o dovrebbero essere i Laici stessi, a pensare, decidere, strutturare e vivere la loro vocazione missionaria, secondo il carisma IMC? (In questo caso i Laici stessi diventano i soggetti protagonisti del loro cammino e della maniera di attuare il loro carisma missionario IMC). - In ogni caso, come dovrebbero essere definite le relazioni tra Laici e IMC? Come dovrebbero essere gestite? Con quali criteri?
3. Indubbiamente i Laici Missionari (specialmente quelli che hanno scoperto questa loro vocazione attraverso il cammino formativo dei nostri Gruppi giovanili) desiderano avere una loro identità IMC, essere riconosciuti come tali dall'Istituto, ed essere aiutati nella realizzazione della loro vocazione, sia come invio in missione, sia come corresponsabilità nell'AMV, pur nel riconoscimento da parte dell'Istituto della loro legittima autonomia. Da questo punto di vista, quali mezzi dovrebbe mettere in atto l'Istituto, per aiutare questi Laici nella realizzazione della loro vocazione? (formazione, assistenza spirituale, inserimento nell'attività di AMV e/o missionaria, sostegno… strutture…)
4. Cosa fare, per far prendere coscienza ai Missionari della Consolata di questa nuova realtà dei Laici Missionari, affinché le offrano accoglienza cordiale e collaborazione totale? Ci sono Missionari della Consolata disposti a "iniziare di nuovo" il loro progetto di missione, per fare spazio ai Laici, per programmare, realizzare e valutare assieme, in équipe? Si potrebbe pensare a qualche esperienza-pilota in questo senso?
Per i Laici:
1. Il vostro gruppo (comunità, associazione, ONG, …) ha un qualche riferimento all'IMC, al suo carisma e spiritualità? Come definiresti questo riferimento: è labile, o stretto? E' finalizzato più alla collaborazione in qualche progetto di sviluppo nelle missioni, o alla condivisione del carisma e della spiritualità missionaria IMC? Il vostro gruppo desidera e ricerca una condivisione concreta del carisma missionario IMC? Con quali mezzi concreti portate avanti questo cammino?
2. Il vostro gruppo cosa intende, esattamente, quando parla di Laici Missionari IMC… quali sono, secondo voi, gli elementi necessari che definiscono una persona come un Laico Missionario IMC?
3. Il vostro gruppo si è già organizzato, o si sta organizzando, concretamente per essere autonomo? Come lo sta facendo? Ne vedete la necessità o la convenienza? Avete esperienza di Laici Missionari inviati (e/o tornati) a qualche progetto missionario IMC? Come valutate tale esperienza? Come collaborate nell'AM con l'IMC?
4. Che cosa chiedete all'IMC, concretamente? Che cosa vi aspettate dall'Istituto? Come potreste, secondo voi, condividere più a fondo il carisma IMC?
INTRODUCCIÓN El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple: Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.