Narrow screen resolution Wide screen resolution
Per Una Formazione Più Unitaria E Meno Dispersiva PDF Stampa E-mail
Scritto da p. Giacomo Baccanelli   

Premessa

Mi trovo da tre anni nel Seminario Teologico Internazionale di Roma. La media degli studenti di Teologia che formano la comunità è stata di circa 25 giovani ogni anno; giovani che si preparano a diventare Religiosi Sacerdoti Missionari della Consolata. Provengono dall'Africa, dall'America del Sud e dall'Europa. Quando essi arrivano al Seminario Teologico, tre anni di filosofia e un anno di noviziato vissuti nei propri continenti hanno già costituito il cammino di discernimento di ognuno, culminato con l'emissione della prima professione religiosa.
Lo studio della Teologia inizia subito dopo e comprende un ciclo base di tre anni e la specializzazione di 2/3 anni. Salvo eccezioni, i giovani Missionari hanno un'età tra i 25 e 30 anni. Possono iscriversi per gli studi teologici alle varie Università Pontificie. Il gruppo più consistente frequenta l'Università Gregoriana.
La formazione viene curata e seguita in questo apposito seminario da due Formatori, avendo un progetto chiaro: La "Ratio Formationis IMC", con la mente e il cuore rivolti alla Missione ad gentes. Le nostre Costituzioni sono esplicite riguardo al fine: "… l'evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita" (Cost. 5). Il nostro Fondatore lo ha sintetizzato nella frase molto conosciuta e ripetuta: "Prima dunque santi, poi Missionari" ( VS. pag.113 ).


Senso di una dispersività diffusa.

Il nuovo arrivato nella comunità viene presto a provare dentro di sé un senso di dispersione, di frammentarietà, di divisione interna. Il "salto" non è di poco conto. Il cambio di continente comporta novità a livello di comportamento e di valori. Tanti messaggi, specie quelli dei 'mass media', non aiutano certo lo studente a ritrovare l'unità e la centralità della sua vocazione. Tanti messaggi del consumismo, dell'effimero, del cogliere l'istante e del provare emozioni portano ad una dispersione di energia e di prospettiva.
Il giovane viene introdotto allo studio della teologia con metodi nuovi, in una lingua non sua, determinando un impiego di energia e di tempo molto considerevole, in rapporto alle altre dimensioni della vita, come quella formativa e pastorale.
Il soggetto passa da un ritmo comunitario omogeneo con scadenze precise, come quello del noviziato, a un ritmo come quello del seminario teologico, più vario e in parte lasciato alla propria organizzazione personale: ritmi di preghiera e impegni comunitari. Il giovane è invitato, ad esempio, a farsi il suo progetto personale di vita, a trovare il tempo per la meditazione, a prendersi in mano il programma e piano di vita, pena il pericolo di venire travolto dal frenetico ritmo: preghiera, scuola, bus, impegni comunitari, pastorale, amici... senza avere una coscienza unitaria, centrale di quanto sta accadendo o dovrebbe accadere: la sua crescita umana-vocazionale.
Pure a livello di crescita personale emerge l'esigenza di unità del proprio Io. Man mano che l'individuo cresce, si allarga il campo della conoscenza, l'orizzonte delle varie possibilità di vita, di amicizie, e corre il rischio di disperdersi in molti interessi e attrattive, in valori effimeri e secondari. Il giovane rischia di disperdersi, proprio mentre aspira dentro di sé a fare sintesi e a trovare un proprio centro attorno al quale le varie cose, aspetti ed esperienze trovino senso, unitarietà, coerenza. Questo centro deve essere la sua vocazione di Missionario IMC.

La discontinuità.

Un'altra impressione che colpisce è la discontinuità nella comunità tra i nuovi che si uniscono, quando arrivano per cominciare teologia, e quelli che stanno per terminare la cosiddetta 'formazione di base'.
Mentre i primi manifestano un desiderio di crescere nella propria formazione, e hanno voglia di sapere, negli altri si manifesta una disaffezione al processo formativo. Nei primi anni di Teologia sono più ricettivi, aperti al dialogo formativo, più coinvolti nei ritmi della vita comunitaria. Verso la fine (negli anni di specializzazione), si può notare insofferenza, più voglia di autonomia. Il coinvolgimento comunitario nella preghiera sembra diminuire, invece di crescere. Si ha l'impressione che uno sia saturo. Molte cose gli sembrano dovute. Iniziative e proposte gli vanno molto strette. Ci si proietta o si fugge verso il lavoro dell'apostolato di domani ?
Questa discontinuità del processo formativo tra inizio e termine, che comprende un arco di tempo di 5/6 anni, mi pone degli interrogativi. Perché si inizia entusiasti dopo il noviziato e si giunge a questa stanchezza e insofferenza dopo 3/4 anni? Proprio al momento di prendere decisioni importanti, come la consacrazione definitiva nell'Istituto e l'accesso agli Ordini maggiori. A cosa è dovuto tutto ciò? Sarà il passaggio alla maturità individuale della strutturazione della personalità? O una contestazione dovuta al cambio dei valori generazionali nei confronti dei formatori? Forse una formazione dispersiva? O le carenze e i limiti di noi formatori ?
Sono inquietudini a cui non trovo risposte soddisfacenti dentro di me. Se penso alla formazione di circa 30 anni fa, trovo che di cammino se ne è fatto. C'è maggiore attenzione alla persona, si investe molto di più in mezzi e persone. Sento pure che la formazione ha bisogno di ritrovare più unità tra le tante e le varie dimensioni contemplate dalla nostra 'Ratio'. Trovare i nuclei che aiutano l'individuo a ritrovare la sua centralità e consapevolezza senza disperdersi tra le varie dimensioni.


Una formazione con un ecosistema.

Parto dal nostro grande obiettivo della 'Missione ad gentes' come voluto dal nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e come testimoniato da tanti coraggiosi e santi Missionari durante i cento anni di vita dell'Istituto. Per i giovani la Missione non ha ancora un volto ben preciso e delineato. Le destinazioni al campo di lavoro avvengono alla fine della teologia. Ma, sia qual sia il contesto a cui viene assegnato, il Missionario dovrebbe trovare un Ecosistema con degli elementi vitali, essenziali alla sua vita.
Rimasi colpito da questo pensiero leggendo un articolo nella rivista Testimoni sulla "formazione religiosa e mondo d'oggi" (cfr. P. Timothy Radcliffe in Testimoni, n° 20, 1998 ).
L'ecosistema viene illustrato con l'immagine della rana.
Una rana ha bisogno di un suo ecosistema per poter vivere e riprodursi. Gli elementi come uno stagno, del fango, alghe o altre piante, acqua e altre rane sono essenziali alla sua sopravvivenza.
Credo che anche per un Missionario IMC ci sia bisogno di una spiritualità, della comunione fraterna, di una struttura psichica matura, con quel di più di zelo per il Vangelo, senza escludere le tante altre dimensioni di cui parlano le Costituzioni e la Ratio Formationis.
Questi sono i tre elementi che ritengo più centrali e importanti nella nostra situazione reale: la Missione, ovunque avvenga, ha bisogno di spiritualità, di comunità e persone mature con un forte slancio per il Vangelo. Sono i pilastri su cui si regge la Missione.


Una spiritualità più forte.

Per dei giovani che si preparano a dare la vita per il Regno di Dio, non si può fare a meno di questa dimensione vitale. E' sempre stata presente. Ma il ricorrente richiamo negli ultimi 20 anni da parte dei nostri Capitoli e le Lettere della Direzione Generale avranno pure qualche motivo e ragione. Forse si dà per scontato ed ovvio, che la spiritualità sia un pilastro della nostra vita missionaria. Ma non c'è nulla di scontato per la nostra fragilità umana. O forse si constata che una spiritualità debole, addirittura carente, genera una Missione anemica, priva di carica e di attrattiva. La vita spirituale diventa priva di sapore e incolore.
Sento l'esigenza che la formazione proponga una spiritualità più forte. L'ecosistema del seminario offra un'anima, uno spirito che marchi di più, determini di più la nostra preparazione alla vita di evangelizzatori.
Il primo fondamento non può essere che Gesù (1Cor 3,11). Una tensione sana, realistica e matura, che faccia trasparire il Primato di Dio nel nostro modo di essere e di operare, nelle nostre quotidiane decisioni della vita nel Seminario.
Spiritualità che è quindi interiorità, relazione personale con Gesù: ognuno senta che è stato personalmente chiamato da Dio. Riscoprire la presenza di Dio nella storia della propria esistenza. Che alla fine della teologia ognuno possa fare sintesi di ciò che Dio ha operato in lui, possa notare quel filo rosso che ricucisce gli svariati eventi della propria storia alla luce di una presenza continua e amorosa di Dio Padre che si è manifestato in Gesù e che continua a farsi presente nello Spirito Santo.
Insomma, una spiritualità dei Dodici che sono i primi Missionari. Essi si sono formati stando con Gesù e consci della sua presenza: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20); "Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15,5).
La nostra crescita spirituale diventa desiderio di vedere e stare con Gesù, come i primi discepoli (Gv 1,35-51). Essi prima di cominciare il lavoro apostolico stettero con Gesù
(Mc 3,10 ).
Chiunque si trova in questo seminario, deve respirare questo elemento fondante. Ecco la formazione del Seminario: stare con Gesù. L'ambiente, l'atmosfera che si respira confronti il candidato e lo porti a decidere se questo va bene per lui.
Noi siamo chiamati, santificati da Dio per essere inviati. Prendere coscienza della propria chiamata, del sentirsi amati, attratti da Gesù.

Dall'essere afferrati da Gesù scaturisce la nostra Consacrazione tramite i voti. Dimensione che non trova ancora, con sufficiente chiarezza, quel posto voluto dal Fondatore, secondo le parole dell'ultimo Capitolo Generale ( Atti pag. 31).
La consacrazione di se stesso, del proprio io, nell'offerta della libertà con l'obbedienza, del proprio corpo con la verginità e del distacco da se stesso e dalle cose con la povertà, è in primo luogo offerta a Dio per averci amati. Seguire Cristo obbediente, vergine e povero perché siamo stati attirati da Lui, perché questo stile di vita esprime meglio ciò che desidero fare della mia vita. Corrispondo alla chiamata di Dio perché mi piace e lo trovo più bello e conveniente per una mia pienezza di vita.
Occorre sia chiaro che la mia consacrazione è prima di tutto a Dio, per quanto venga mediata dall'Istituto. La Missione sgorga dalla mia consacrazione e relazione a Dio, a Gesù Cristo. Si fonda sul suo amore per me, per tutta l'umanità. Certo la missione arricchisce, e diventa segno dell'amore di Dio per me. Manifesta la mia consacrazione, ma non la fonda. Non si fanno i voti per essere Missionari, ma si è Missionari perché abbiamo emesso i voti.

Un altro aspetto della spiritualità è certamente la preghiera. Senza di essa, penso che la spiritualità diventa muta, sterile, non abbia un'anima. Durante il tempo della formazione ci si esercita per acquisire questo 'habitus' di dialogo e di interiorità con Dio, con Gesù. Le buone abitudini si acquisiscono con l'esercizio, con la pratica. E' facile arrivare allo stato d'animo di non gustare la preghiera, di trovarla arida... La tentazione di lasciarla o di farla tanto per farla, è grande. Occorre esercizio e amore per farla diventare linfa, vita. Il ritmo comunitario della preghiera esiste, per quanto si manchi con troppa facilità. Oltre alla preghiera delle Ore (Lodi e Vespri), abbiamo la celebrazione quotidiana dell'Eucaristia, l'adorazione e la Lectio Divina settimanale, la devozione Mariana... Trovo invece insufficiente la preghiera personale. Non sono sicuro che si faccia la meditazione con regolarità e continuità. Si insiste che ognuno di noi debba abituarsi a trovare il tempo per questo incontro personale con Dio.
Mi pare che ci sia una certa anemia spirituale che proviene da una mancanza di qualità e di continuità della preghiera personale. Ovviamente, non nutrendoci a sufficienza, la stessa preghiera liturgica e comunitaria manca di un'anima, di vitalità. Non c'è da meravigliarci se poi, a lungo andare, diventiamo dei religiosi Missionari fragili e inconsistenti.
Molte volte gli abbandoni della vocazione trovano le loro radici nell'abbandono della preghiera personale. Non potrebbe essere diversamente. "… il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite…" (Gv 15,4).


La comunità.

Un ecosistema della formazione comprende la comunità, la comunione con gli altri. La comunità ha appunto il compito di formare ognuno a questo elemento vitale e importante della comunione fraterna. Essa nasce proprio dalla vocazione stessa di essere consacrati per la Missione. La comunione con Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo è la radice della comunione con i fratelli, che si va facendo camminando dietro a Gesù.
I Missionari della Consolata sono nati da una bella esperienza di comunione e collaborazione tra il Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e il suo Vice il Can. Giacomo Camisassa. Tutti vengono presto a sapere dello spirito di famiglia che dovrebbe animare la comunità. "L'Istituto non è un collegio, neppure un seminario, ma una famiglia" (VS p. 405). Gli studenti di Teologia e i giovani professi della nostra comunità hanno già esperienza della vita comunitaria da 3/4 anni. Sanno che il futuro lavoro missionario si svolgerà in piccole comunità internazionali. Essi lavoreranno assieme in posti preferibilmente tra non cristiani, dove la Chiesa non è ancora stabilita o dove il Vangelo non è stato annunciato.

Siamo chiamati a vivere insieme questo ideale. "La vita comune è per noi un valore primario" (Cost. 22). Non si parte a titolo personale ma incardinati nell'Istituto, nella Chiesa. Questo periodo di formazione e di preparazione alla Missione dovrebbe aiutare ognuno a confrontarsi, vedere se sia in grado di vivere nella comunione fraterna.

Di fatto, questa fraternità esiste. E' operante. Si respira un clima di accoglienza, di amicizia, di servizi vicendevoli. All'inizio dell'anno vengono costituiti i gruppi di pulizia, del parco, dell'orto e della manutenzione. Ci sono i turni settimanali per animare la Liturgia, il disbrigo della lavastoviglie. Si festeggia il compleanno di ognuno, si celebrano serate continentali..
Ma che cosa è allora che fa problema ? Vi sono aspetti che vanno migliorati.
I valori che presuppongono la vita comune come l'amicizia, la fiducia reciproca, la stima, forse vengono presi per scontati. Sono presenti ma non sono sempre determinanti sul vissuto concreto. Inoltre questi valori hanno sempre da combattere i corrispettivi disvalori che fanno parte della nostra fragilità. Certamente abbiamo bisogno della Grazia di Dio per costruire una fraternità da seguaci di Cristo (Col.3.12). Non basta l'amicizia. Neanche la comunità deve essere un assoluto. La comunione fraterna ha radici nella comunione con Dio, nell'amicizia di Gesù e il desiderio di seguirlo quando si incontra la croce sulla via. Ognuno di noi desidera trovare queste belle qualità e dimentica sovente che questi frutti soavi vanno guadagnati a prezzo di sacrifici e rinuncia a se stessi. Occorre conquistarli ogni giorno.
Occorre pure demitizzare qualche volta una certa utopia della comunità che ognuno invoca quando le cose vanno male. Quel trovare sempre una scusa. "E' colpa della comunità". Non sono apprezzato. Non trovo appoggio, aiuto per crescere. Ognuno di noi deve pagare per costruire una comunità sana, bella, evangelica. Ci si dimentica che occorre donare, offrire i propri doni, i propri talenti. La comunione fraterna ha radici e motivazioni nella gratuità di Dio e nostra verso gli altri.

Le amicizie fuori comunità sono un segnale per la comunione fraterna. A volte si nota una smoderata ricerca di relazioni con persone fuori comunità: amici e amiche. E' bene che una comunità come la nostra sia aperta verso l'esterno. Ma perché siano sane e serene queste amicizie debbono essere trasparenti, avvengano all'aperto e non per colmare vuoti e gratificazioni personali.

Altra caratteristica della comunità è il coinvolgimento, la responsabilità che uno deve acquisire per la fraternità. Forse il seminario protegge. Ci sono altri a preoccuparsi che non manchi nulla. Si è poco questionati e confrontati con le richieste.
Manca una coscienza economica che faccia crescere e maturare in modo più realistico, meno infantile. Penso ci sia bisogno di più chiarezza, norme concrete nell'elargire, ad esempio, i soldi per le spese personali. Sembra che serpeggi sotto sotto una mentalità che tanti comfort (come radio, video, registratori, viaggiare...), siano di normale amministrazione. Si chiede con facilità e non mancano lamentele qualora non venga concesso quanto richiesto.
Certo, ci vuole il dialogo e il discernimento da parte dei formatori, e della comunità, ma penso che norme e disposizioni comuni aiuterebbero. (Cost. 22)
Per formare alla responsabilità non è forse meglio che, ad esempio, venga assegnata una somma x per tutte le spese personali e uno impari ad amministrarsela? Ciascuno si abitui a scegliere le priorità e, magari, a rinunciare qualche volta. Se per esempio compro un libro o vado al cinema, rinuncio alla pizza fuori o ad un viaggio non strettamente necessario.

Altro cavallo di battaglia è la relazione obbedienza-disciplina. Anche qui siamo in piena lunghezza d'onda con la cultura e mentalità del nostro tempo: i figli devono avere tutto. Sembra che l'ordine sia soddisfare i desideri dei figli. La conseguenza è ben nota. Cittadini egoisti, solitari, poco interessati agli altri, dei quali ci si lamenta spesso e volentieri. Anche nel seminario una disciplina debole forma giovani senza spina dorsale, senza grinta. Ci si abitua ad usufruire della comunità e ad essere esigenti per le proprie necessità, ma non si contribuisce alla comunità. Noto che ogni piccola osservazione su questo campo lede la libertà propria. "I Superiori non capiscono, decidono sempre per la logica del potere". I formatori si trovano così a dirigere il traffico della comunità, le richieste di permessi.
E invece esercizio e disciplina formano persone coerenti.


La coerenza della persona matura.

Ho parlato all'inizio del senso di frammentarietà interiore che molti provano nel primo anno di teologia per i vari motivi espressi. Ma c'è pure il posto per una buona opportunità di crescere, di confrontarsi con altre culture, con modi diversi di fare. E così ognuno può relativizzare il proprio bagaglio di educazione ed essere spinto ad andare al centro delle cose.
La teologia è' tempo di crescita verso una visione unitaria della realtà, della persona. Le varie dimensioni intellettuale, umana, pastorale, missionaria devono trovare una sintesi, un centro attorno al proprio Io, a Dio e alla comunità.
E' importante con la specializzazione formarsi un quadro di riferimento nel campo del sapere e trovare un'armonia ed identità con se stessi prima di partire per la Missione. Giungere ad avere un senso di unità interiore, un senso di continuità nelle varie tappe superate. Un 'continuum' proprio che perdura nelle varie situazioni. Sentire il proprio io (un sé interiore) nel cammino della propria vocazione. Questo spazio interiore ("patria interiore") non si identifica, anzi è distinto da, tutte le attrattive e passioni... Avere un'area molto intima, che è distinta dalle nostre passioni, sentimenti, proiezioni, collera , offese... Come dice A. Grun: arrivare ad avere un posto in fondo al cuore dove incontrare ed adorare Cristo.
In sintonia con questa voce interiore che ci chiama a scegliere Dio, Cristo, nella vocazione missionaria vi sono alcune aree che vanno continuamente vigilate, e fatte oggetto di esame di coscienza. Queste sono in modo particolare l'autonomia e l'affettività.
La maturità cerca la coerenza tra quello che vogliamo essere (il nostro io ideale) e quello che siamo (l'io reale). L'ideale di comunione con Dio va costruito con la coerenza della vita, specie in queste due aree.
Le inconsistenze vocazionali in questo campo toccano la libertà, il senso di indipendenza, il chiedere i permessi, il comunicare uscite e programmi...
L'affettività crea sovente conflitti con il celibato per il regno. Generalmente non si parla apertamente delle nostre amicizie personali, delle tentazioni nella verginità. E' più facile imbattersi in battute, barzellette, o scherzi al riguardo. Facilissimo farsi false rappresentazioni della realtà, illudersi che fuori comunità sia tutto facile e tutto lecito. Proprio magari come la televisione ci vuol far credere.

La maturità non è mai raggiunta. Rimane sempre una conquista Qui entrano in campo i dinamismi della nostra struttura psichica come i meccanismi di difesa, la conoscenza di noi stessi, i bisogni che spingono agli atteggiamenti che producono i comportamenti. La conoscenza di noi stessi ci può aiutare a smascherare tanti atteggiamenti e modi di fare meglio che un certo volontarismo cocciuto. Sovente siamo attaccati più a noi stessi, al nostro egoismo, che non al piano di Dio su di noi.
Quanto è difficile uscire dal proprio guscio, dal proprio mondo, per aprirsi agli altri che in questo momento sono le persone concrete della comunità di Bravetta.
Il senso di responsabilità nei servizi assunti nel gruppo di lavoro, come orto o parco, nei turni di liturgia o in refettorio, lasciare in ordine il luogo del caffè… mostra che non siamo solo presi dalle nostre preoccupazioni e difficoltà, ma pensiamo agli altri.
Il nostro Fondatore insisteva sul fare bene le piccole cose: "essere straordinari nell'ordinario" (VS. pag. 130).
Non pensare a cosa posso ottenere dalla comunità, ma cosa posso fare per la comunità. Che è poi l'ideale della nostra vocazione. Sulla riuscita molto conta e peserà la maturità umana, quella sana coerenza interiore.
Risulta sempre più evidente che solo persone mature sono in grado di essere creative, di essere capaci di cambiare e quindi di essere ricettive quando Dio ci chiama, alla sua grazia. Gli immaturi si bloccano e non possono immaginare qualcosa di diverso. Non percepiscono il bene come attraente.


Conclusione.

Il nostro Fondatore insisteva sullo zelo per diventare Missionari: "Ci vuole fuoco per essere Apostoli" (VS pag. 460). Questo dovrebbe essere l'anima di tutta la formazione. L'amore per la Missione rimane l'attrattiva iniziale e il frutto maturo di uno stare con Gesù. Mi sembra che questo ardere per la Missione sia anche il prodotto proprio di una spiritualità curata, di una comunione fraterna continuamente inseguita e di una maturità mai acquisita definitivamente.
Sono cosciente che quanto detto non è esaustivo né esauriente. Vi sono altri aspetti importanti. Ho pensato che questi tre abbiano bisogno di essere migliorati e possano migliorarne tanti altri.

< Precedente   Prossimo >

Domenica Missionaria

XXII Domenica TO
Image

“Perdere la vita per trovarla
nella via della croce”

Leggi tutto...

Missione Oggi

"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
Leggi tutto...