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Linee Programmatiche Di Pastorale Indigena Nel Documento Di Santo Domingo Stampa E-mail
Scritto da IMC Consolata   

Tra i grandi risultati raggiunti dalla IV Conferenza dell'Episcopato Latino-americano, celebrata nel 1992 a Santo Domingo, uno dei principali è stato, senza dubbio, l'ampio appoggio dato alle proiezioni e alle linee programmatiche di pastorale con le popolazioni amerindie. Gli indios sono sempre stati presenti nella preoccupazione pastorale della Chiesa, anche se non sempre hanno occupato lo stesso spazio o sono stati considerati nella stessa maniera.

Non esistono nella Chiesa documenti a livello latinoamericano che abbiano dato tanto spazio e valorizzazione ai temi "indigeni" e ai "popoli con culture proprie, diverse dalla dominante" come in Santo Domingo. In questo senso esiste un salto qualitativo rispetto alla maniera di abbordare questa realtà: non più una problematica di un settore insignificante, "residui rimasti dal passato" (DP. 398), e neppure gli indios visti come "i più poveri tra i poveri" (DP. 34), ma "la base della nostra attuale cultura" (SD. Messaggio, 38). L'America Latina, infatti, è "un continente multietnico e pluriculturale", con una "singolare identità... punto d'incontro del perenne cristiano con il proprio dell'America". "Guardando l'epoca storica più recente, c'incontriamo continuamente con le orme vive e visibili di una cultura di secoli" (SD. 244, 18, 21).

In Santo Domingo la Chiesa non prese coscienza che in America Latina vivono anche indigeni, afroamericani e meticci, cosa che già si sapeva, ma che l'America Latina nella sua identità più profonda è indigena, afro e meticcia. Ciò si deve al fatto che il tema "amerindio" non sia stato in Santo Domingo un tema tra i tanti, anche se ha dei paragrafi speciali (SD. 243; 251), ma una specie di chiave di discernimento di tutti i temi per essere intimamente legato al tema centrale che è l'inculturazione del Vangelo. Tutti gli aspetti trattati da Santo Domingo hanno qualche allusione al tema amerindio, sia direttamente, ricordandolo esplicitamente, sia indirettamente parlando dei "nostri popoli", delle "nostre culture", dei "valori autoctoni", delle "radici più antiche", della "nostra identità originale" ecc.

Santo Domingo, oltre a raccogliere e approfondire le poche affermazioni di Medellìn e di Puebla riguardanti gli amerindi, si fa eco di nuove problematiche importanti che sono emerse dalla pastorale negli ultimi trent'anni e che mai avevano trovato tanto spazio nei documenti del CELAM.

NON SONO SOLAMENTE POVERI

Gli indigeni dell'America Latina non sono più considerati come "i più poveri tra i poveri" d'accordo alla conosciuta espressione di Puebla. Anche se quest'espressione ricorre per lo meno due volte ancora nel documento di Santo Domingo (SD. 167; Messaggio 17), questa non è più la categoria principale per prenderli in considerazione.


SONO POPOLI CON UNA IDENTITÀ PROPRIA

Gli amerindi sono soggetti collettivi che hanno una storia comune, una cultura e un progetto specifico di vita che deve essere riconosciuto, rispettato ed appoggiato dalle altre collettività e dalla Chiesa. La parola "popolo" o "nostri popoli" applicato agli indigeni appare molte volte (SD. 8, 17, 31, 36, 85, 121, 123, 124, 138, 150, 168, 169, 172, 206, 219, 228, 229, 243, 244, 245, 248, 249, 251, 263, 284, 287, 288, 292, 299; Messaggio 2, 7, 22, 30, 32, 38, 39, 48). In alcuni paragrafi si utilizza, pure, l'espressione "comunità" o "popolazioni indigene" con lo stesso significato utilizzato per "popoli indigeni" (SD. 54, 172, 243; 169).

POSSIEDONO RICCHEZZE UMANE.

La valorizzazione che Santo Domingo fa degli amerindi è considerevolmente elevata. Per la Chiesa, le popolazioni indigene "possiedono innumerevoli ricchezze culturali " le quali si trovano alla "base della nostra cultura attuale" (Messaggio 34), sono le "impronte vive di una cultura di secoli" (SD. 21), sono il "substrato più solido dell'identità pluriculturale e plurietnica del continente" (SD. 244, 252).

HANNO INCULTURATO LA FEDE

La religiosità amerindia è "un'espressione privilegiata dell'inculturazione della fede" (SD. 36). Maria (Guadalupe... esempio di evangelizzazione inculturata) è il "marchio distintivo della cultura del nostro continente" (SD. 15). Da qui che la liturgia deve cercare "l'adozione delle forme, segni e azioni proprie delle culture dell'America Latina e dei Caraibi" (SD. 53).

Il Papa ha invitato "a porre attenzione alle vocazioni indigene"e a "prestare un interesse particolare alla sfida rappresentata dalla formazione sacerdotale dei candidati che provengono dalle culture indigene" (SD. 80, 84).

SONO LA BASE DELL'IDENTITÀ LATINOAMERICANA

"I popoli indigeni coltivano valori umani di gran significato" (SD. 245) che "la Chiesa difende … di fronte alla forza livellatrice delle strutture di peccato manifeste nella società moderna" (SD. 243); "possiedono innumerevoli ricchezze culturali, che si incontrano alle radici della nostra identità culturale" (Messaggio 34).

SONO PORTATORI DEI "SEMI DEL VERBO"

Da una prospettiva di fede i valori e le convinzioni dei popoli indigeni "sono il frutto dei 'semi del Verbo' che erano già presenti e attuavano tra i loro antenati" (SD. 245). L'inculturazione del Vangelo "…suppone il riconoscimento di questi valori evangelici" (SD. 230); infatti, "i germi del Vangelo … aspettavano da tempo la feconda rugiada dello spirito" (SD. 17).

SONO ESEMPI DA IMITARE

I popoli indigeni sono esempi da imitare in molti aspetti. Nel tema ecologico il documento di Santo Domingo chiede ai cristiani di "imparare dai poveri a vivere con sobrietà, a condividere e valorizzare la saggezza dei popoli indigeni in ciò che si riferisce alla conservazione della natura come un ambiente di vita per tutti" (SD. 169). Nello stesso modo i Vescovi suggeriscono che si deve "promuovere un cambiamento di mentalità riguardo al valore della terra a partire dalla cosmovisione cristiana, che si aggancia con le tradizioni dei settori poveri e rurali" (SD. 176, cfr. 172), e "che fa della globalità Dio, uomo e mondo, un'unità che impregna tutti i rapporti umani, spirituali e trascendenti" (SD. 248).

PROTAGONISMO DEGLI AMERINDI NEL CAMPO DELLA PROMOZIONE UMANA E DELL'INCULTURAZIONE DEL VANGELO

Sulla base di tutto ciò che si è affermato anteriormente i popoli indigeni devono essere i protagonisti del proprio sviluppo con l'obiettivo di "essere gli artefici del proprio destino" e così "garantire il diritto che hanno di vivere secondo la propria identità, con la propria lingua e costumi ancestrali, e di relazionarsi in piena uguaglianza con tutti gli altri popoli della terra" (SD. 251).

Il protagonismo dei popoli indigeni è riconosciuto anche nell'inculturazione del Vangelo: "affinché il Vangelo incarnato nelle loro culture manifesti tutta la sua vitalità ed essi entrino in dialogo di comunione con le altre comunità cristiane per un arricchimento vicendevole (SD. 299; Messaggio 11). Per mezzo dell'inculturazione si invita la società a scoprire il carattere cristiano di questi valori, apprezzarli e mantenerli come tali" (SD. 230). "E' un lavoro che si realizza nel progetto di ogni popolo, rafforzando la propria identità e liberandolo dai poteri della morte" (SD. 139; cfr. 36). "Uno degli obiettivi dell'evangelizzazione inculturata dovrà essere sempre la salvezza e la liberazione integrale di un determinato popolo o gruppo umano, che rafforzi la sua identità e sia fiducioso nel suo futuro specifico" (SD. 243).

In alcuni testi il protagonismo degli indigeni non appare chiaramente; si lascia piuttosto intendere che la protagonista di questa inculturazione sarebbe la Chiesa, dal di fuori, per mezzo della conoscenza critica dei valori indigeni e assumendoli selettivamente (SD. 248, 254). Per questo si parla di "permeare" e di "penetrare" con lo scopo di "introdurre l'originalità del messaggio evangelico nel cuore delle culture" (SD. 35; 98; 229; 254).

CONSEGUENZE DELL' INCULTURAZIONE

Assieme al protagonismo nell'inculturizzazione si manifesta l'urgenza di incentivare le vocazioni tra gli indigeni con una formazione inculturata dei candidati al sacerdozio (SD. 80; 84; 102), la catechesi inculturata (SD. 19; 30), la liturgia incarnata (SD. 35; 53; 151) e la riflessione teologica propria o teologia india (SD. 248; 177). Circa questo punto la Chiesa si impegna ad "accompagnare la loro riflessione teologica, rispettando le forme culturali proprie che li aiuta a dar ragione della propria fede e della propria speranza" (SD. 248).

CHIESE AUTOCTONE

Una conseguenza necessaria di questo discorso dovrebbe essere il tema delle Chiese autoctone o Chiese particolari indigene; tutto ciò che stato affermato precedentemente sono cammini che conducono al loro sorgere. Così l'hanno inteso i Vescovi delle zone amerindie quando si riunirono a Bogotà nel 1985: "La Chiesa deve collaborare alla nascita di Chiese particolari con volto indio, con gerarchia e organizzazione autoctona, con teologia, liturgia ed espressioni ecclesiali adeguate a una vivenza culturale propria della fede, in comunione con altre chiese particolari soprattutto e fondamentalmente con Pietro" (DEMIS, Bogotà, 1985).
Nonostante tutto, il tema non fu esplicitato in Santo Domingo. Si parla genericamente di "un'inculturazione della Chiesa per raggiungere una maggior realizzazione del Regno" (SD. 248); ma questo non nega la profondità dei temi radicali proposti dalla pastorale indigena.

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La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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