Narrow screen resolution Wide screen resolution
Profilo D'identita' Dell'istituto Missioni Consolata A Cent'anni Dalla Sua Fondazione Stampa E-mail
Scritto da p. Alberto Trevisiol   

La trattazione di questo argomento non mira a tracciare una sia pur sintetica panoramica della storia dell'Istituto Missioni Consolata sul quale esiste una consistente bibliografia, ma a tentare di cogliere ciò che tale storia dice del "cuore" di questa istituzione. Questa parola si è impregnata di un significato misterioso, facilmente intuibile e mai interamente comprensibile. Applicata al nostro tema essa intende quella dimensione metastorica degli eventi che dà ad essi un significato e un valore che si può cogliere solo cogliendone le svariate relazioni alla luce di un'idealità spirituale che le connette e sostiene.
Gli storici sanno che la loro disciplina è una scienza umile, che non pretende di giungere alla comprensione intera della realtà anche quando dispone di una documentazione eccellente, perché nessun archivio è in grado di contenere interamente le tensioni e le ragioni che inducono una o più persone a dare la vita per una causa.

La lunga gestazione di un "ideale"…

IL 29 gennaio 2001 ricorre il giorno anniversario della fondazione dell'Istituto Missioni Consolata che coincide con il primo centenario di vita del medesimo avendo esso avuto inizio nello stesso giorno del 1901.
L'opera sorse a Torino per iniziativa del sacerdote Giuseppe Allamano, nato il 21 gennaio 1851 a Castelnuovo d'Asti da Giuseppe e Maria Anna Cafasso, morto il 16 febbraio 1926 presso il santuario della Consolata e beatificato dal Papa Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990.
Per sessantaquattro anni, cioè dalla sua entrata in seminario nel 1866 fino alla morte, l'Allamano fu permeato dagli eventi sociali ed ecclesiali che trasformarono la città in cui visse. Giuseppe Tuninetti ha recentemente tracciato una illuminante analisi dell'impatto che gli stessi hanno avuto sulla persona e sull'opera dell'Allamano e tra l'altro afferma:"Le profonde trasformazioni culturali verificatesi a Torino ai tempi dell'Allamano interessano soprattutto due periodi: l'ultimo trentennio dell'Ottocento, con l'imporsi dell'egemonia positivista, e l'immediato dopoguerra con l'irruzione prepotente della cultura politica marxista-gramsciana e con il proporsi di quella gobettiana, caratterizzata da una forte tensione civile.
Sia quella positivista, sia quella marxista-gramsciana erano culture totalizzanti, in quanto assolutizzavano rispettivamente la scienza e la politica, proponendosi l'emarginazione e la eliminazione della religione".(1)
In questo contesto, durante la vita sacerdotale dell'Allamano esercitarono il loro ministero episcopale cinque arcivescovi: Lorenzo Gastaldi (1871-83), Gaetano Alimonda (1883-1891), Davide Riccardi (1892-1897), Agostino Richelmy (1897-1923), Giuseppe Gamba (1923-1926). Diversi per temperamento e orientamento ideologico tutti però dovettero prestare una sollecitudine pastorale in un contesto irto di difficoltà e proteso verso cambiamenti profondi del sentire religioso che a volte tendeva a ripiegarsi in chiusure ermetiche di fronte alle trasformazioni sociali e culturali, ma che spesso riusciva anche a cogliere le esigenze di aperture significative che ne avrebbero determinato il futuro.
Gli scarni dati che delimitano il contesto e il tempo in cui si colloca la figura di Giuseppe Allamano hanno solo lo scopo di ricordare che egli si collocò nel suo contesto come una personalità capace di una sbalorditiva attività pastorale e sociale, dotata di equilibrio e saggezza e di una profonda apertura ai valori dello spirito e alla dimensione universale dell'annuncio del Vangelo.
Diversi autori hanno scritto su di lui (2), ma il lavoro più esaustivo e completo resta la grande biografia tracciatane dal P. Igino TUBALDO (3) e la straordinaria pubblicazione della corrispondenza curata dal p. Candido BONA (4).
Nella prospettiva di questa analisi si vuole tuttavia indagare solo sul ruolo svolto dall'Allamano nella fondazione e nel dare un'identità all'Istituto dei Missionari della Consolata anche se ad esso aggiunge, dieci anni più tardi, quello delle Missionarie.
Tale evento fu preceduto da una lenta incubazione formale in cui a momenti di facili prospettive che inducevano il Fondatore a tracciare dei progetti di regolamenti per la sua opera, si alternarono per lui, delusioni, silenzi sofferti e una grave malattia.
Un primo tentativo, progettato tra il 1885-1886, si risolse in un nulla di fatto. Maggior fortuna arrise al "Regolamento per un Istituto Missionario" sul quale scrisse a Propaganda Fide il 30 settembre 1891. Sul progetto, fatto nella piena maturità fisica e psicologica dell'Autore, è rimasta una ricca documentazione che consente di scandagliare le finalità che l'Allamano prefiggeva alla sua istituzione. L'opera veniva motivata dalla disponibilità all'impegno missionario incontrata dall'Allamano in sacerdoti e seminaristi del Piemonte e dal suo desiderio di far continuare l'attività del card. Massaia, missionario in Etiopia. L'istituzione veniva concepita come una "Pia Società" per sacerdoti diocesani desiderosi di consacrarsi alle missioni per un periodo di tempo limitato o per tutta la vita.
Essi si sarebbero impegnati "alla maniera dei religiosi" per garanzia di stabilità e sicurezza. L'Istituto doveva avere carattere regionale, al fine di promuovere più agevolmente l'unione dei membri e lo spirito di corpo. Roma accettò il progetto già esposto in una precedente lettera del 6 aprile 1891 fatta giungere al prefetto di Propaganda Fide card. Giovanni Simeoni. Avutone il parere favorevole, l'Allamano ritenne giunto il momento di informarne anche il suo arcivescovo al quale scrisse nell'aprile dello steso anno. Ma il card. Gaetano Alimonda, ammalato, dilazionò la risposta. L' Arcivescovo morì due mesi dopo, il 20 maggio 1891.
Durante tutto l'episcopato del suo successore, mons. Davide Riccardi (1892-1897), che coincise con la carica a prefetto di Propaganda Fide del card. Ledochowski, non si parlò più della fondazione.
Ferma restava invece nell'Allamano la convinzione giovanile di essere chiamato a servire le Missioni: la fondazione dell'Istituto ne sarebbe stata l'attuazione concreta.
L'avvento alla cattedra di S. Massimo di un compagno di scuola e amico dell'Allamano, il card. Agostino Richelmy (1897-1923) instaurò un nuovo clima per la nascita dell'Istituto fino a renderla possibile.
Da tutto ciò emerge che, prima di ogni altra cosa, l'Istituto è un'idea. Sta nella mente del Fondatore come percezione di un contenuto da definirsi e come un valore da perseguire. È intuizione astratta di una realtà e bisogno di trasformarla in impegno morale. È conoscenza che genera vita. Di quest'anima dell'"Istituto", non ancora materia, vive per molti anni l'Allamano. Il suo cuore ne è pieno: lo sente un dono e un privilegio che lo fa ritenere che altri avrebbero potuto fondare l'Istituto e lo induce a cercare sicurezza nelle parole del suo Arcivescovo da cui si attende una sorta di ordine formale per procedere alla fondazione. Il suo mondo emozionale ne è pervaso profondamente, fino a farlo sentire atterrito dalla responsabilità di mettere mano ad una simile iniziativa e sente che la sua fede è messa alla prova come quella di Abramo e dei Profeti.
Il contenuto dell'idea d'Istituto che pervade la mente dell'Allamano è l'evangelizzazione dei non Cristiani. Esso viene ribadito infinite volte dal Fondatore fino a tradursi nella plastica espressione: "Noi siamo per i pagani". Non si può certo negare l'evoluzione percorsa a livello teologico ed operativo della dimensione missionaria dell'essere cristiani, né escludere che le formulazioni usate dall'Allamano per esprimerla contengano elementi restrittivi, culturalmente condizionati e teologicamente sorpassati. Ma l'Istituto che egli concepisce, riceve da lui l'identificazione del concetto di evangelizzazione con quello dell'amore per coloro che non conoscono il Vangelo. Tutto il resto viene dopo sia cronologicamente che teologicamente. Nell'Istituto si può entrare e rimanervi soltanto per questo, in modo esclusivo e per sempre, tanto che, se ipoteticamente si potesse concludere il ciclo della missione, essa avrà sempre un nuovo inizio, un punto da cui ripartire perché il compito di annunciare il Vangelo non finirà mai. Il suo è un Istituto che nasce per la missione, si identifica con essa e non da parametri per collocarsi al di fuori di essa.
Ma si è missionari nella testa nella bocca e nel cuore, come Egli diceva, nella misura in cui si è capaci di provare qualcosa di profondamente coinvolgente per coloro ai quali si vuole annunciare il Vangelo. Già nel 1903 scriveva: "dovete avere viscere di carità". Non c'è modo di tradurre in italiano corrente questa espressione. Va capita d'intuito, oltre ogni definizione possibile, oltre ogni delusione provata, oltre ogni incertezza del futuro. Chi vuol bene, sperimenta che l'amore non è forza, ma debolezza, sa che l'amore sono i 'no' mai pronunciati, i 'si' senza condizioni, le ragioni senza argomenti, le giustificazioni pur vere ma sempre inutili. Fondamento dell'evangelizzazione per l'Allamano è la passione per la gente, prima ancora che per il Vangelo per cui bisogna partire per sostenere prima la dignità delle persone e poi per farle cristiane.
L'Istituto è il frutto di questo movimento interiore che l'Allamano sente. È l'esperienza attualizzata di quest'attrazione della mente e del cuore. Non può sottrarsi ad essa e non concepisce che si possa essere membri dell'Istituto senza provarne una personale esperienza. Come per Lui, membri del medesimo lo si è nella misura in cui non si riesce a capire se stessi senza di esso.
Aperto alle missioni, l'arcivescovo Richelmy intuì il sentire dell'Allamano e appoggiò presto il progetto della persona che stimava e a cui voleva bene. Altri uomini di valore, tra cui il p. Giovanni Bonzano, futuro cardinale, incoraggiarono l'iniziativa. Il 23 giugno 1900, l'Allamano scrisse nuovamente a Propaganda Fide, proponendo quale territorio di missione da affidare all'erigendo istituto, la parte dell'Africa orientale limitata a sud dalla sponda sinistra del fiume Tana e dalla parte settentrionale del monte Kenya, ad ovest da una linea che passando per i laghi Baringo e Rodolfo proseguiva fino alle sorgenti del fiume Omo, a nord dagli alti bacini dell'Omo e del Giuba, ad est dalla sponda destra del fiume Uebi Scebeli sino alle coste del Benadir, posta sotto il protettorato italiano.
Il consenso di Propaganda venne condizionato da quello dell'ordinario di Torino e del Vicario Apostolico da cui dipendeva il territorio richiesto. L'uno e l'altro furono ottenuti in breve tempo. Non solo il cardinale Richelmy, ma l'intera conferenza episcopale subalpina, riunitasi presso il santuario della Consolata il 12 e 13 settembre 1900, approvò il progetto raccomandato dall'arcivescovo di Torino il quale, il 29 gennaio 1901, con suo decreto erigeva il nuovo "Istituto della Consolata per le Missioni Estere".
A questo evento sicuramente gioioso per l'Allamano fece da contrappunto un fatto sorprendente. Egli aveva dovuto cambiare destinazione ai primi missionari partenti. Prevista infatti in un primo tempo per il Vicariato Apostolico dei Galla nel quale Mons. Andrea Jarosseau s'era dichiarato disposto ad accoglierli, risultò impossibile da raggiungere per una serie di opposizioni politiche e religiose delle autorità locali ed europee, tra cui quelle del governo italiano.
L'8 maggio 1902 quattro missionari partirono così per l'Africa orientale inglese. Grazie alla mediazione del console italiano a Zanzibar, Giulio Pestalozza, e alla disponibilità di Mons. Emile Allgeyer dei Missionari dello Spirito Santo (5) Vicario Apostolico di Zanzibar, l'Allamano aveva ottenuto di inviare i suoi missionari in quel territorio. L'anno seguente alle susseguenti partenze di missionari si aggiunsero anche le suore del Cottolengo di Torino, a cui l'Allamano chiese una collaborazione che da subito si era evidenziata indispensabile.
La fondazione dell'Istituto e la partenza dei primi missionari non sarebbero state possibili senza la collaborazione e l'amicizia che l'Allamano trovò in Giacomo Camisassa. Nato a Caramagna Piemonte il 27 settembre 1850 da Gabriele e Agnese Perlo, per 42 anni, cioè fino al 18 agosto 1922, giorno in cui morì, fu l'uomo senza del quale l'Allamano non avrebbe potuto condurre l'Istituto. Era il braccio destro e l'uomo delle realizzazioni materiali nelle opere dell'Allamano. Nel chiedere il "Decretum Laudis" per l'istituto maschile, nel 1909, l'Allamano gli attribuì la qualifica di "Fondatore" insieme con lui, dell' Istituto Missioni Consolata.

L'ideale si fa 'carne'…

L'Istituto dunque apparve come "logos che si fa carne", storia e storia d'amore. Nel farsi storia esso necessariamente si configura e si definisce, ma anche si auto-destina ad assumere tutti i limiti e i condizionamenti del reale e del possibile. Per comprendere quanto crudo ed esigente sia stato questo processo alle origini, basta pensare alle fatiche e ai "fallimenti" dell'Allamano nel cercare il luogo di missione dove inviare i suoi primi missionari: dai tentativi per rimettersi sulle orme del cardinale Massaia in Etiopia, alle peripezie per ottenere la Missione indipendente del Kenya nel 1905.
In questi eventi già si avverte tutta la fatica di far passare l'idea di Istituto ad un progetto operativo. Ma ancor più difficile è individuare e attuare degli atteggiamenti che esprimano il valore morale del progetto stesso. Per realizzarlo si sente il bisogno di fare riferimento ai parametri consueti, ai modelli di missione preesistenti, di ricorrere a ciò che i maestri insegnano. L'Allamano si sottomette umilmente a questa legge pressoché universale, ma non si lascia determinare da essa. Vive la fondazione dell'Istituto in stato di ricerca fino a quando non nasce improvvisa la fisionomia della sua specifica diversità. Un buon libro su di lui lo definisce Padre e Maestro di Missionari, ma è anche discepolo degli eventi, dei popoli e dei suoi missionari. (6)
Questa primordiale intuizione di sé e della sua opera quali discepoli della missione rende l'Allamano ricettivo al divenire della storia con la quale saprà camminare e crescere. Pochi istituti più o meno contemporanei a quello da lui fondato, hanno ricevuto tanto dal vissuto e dall'esperienza acquisita nel tempo. Le Costituzioni che sanzionavano in qualche modo una maturità raggiunta, furono analizzate nel primo Capitolo Generale dell'Istituto celebrato nel 1922 e approvate solo nel 1923, tre anni appena prima della morte dell'Allamano. E, fatto di maggior rilievo, pur essendo state elaborate per lunghi anni dal fondatore al momento della loro approvazione, non soddisfacevano ancora pienamente. In ogni caso, esse non sono l'espressione di un istituto fondato unicamente dall'Allamano con la pur efficiente collaborazione del Camisassa, ma contengono una dimensione essenziale che ha le sue radici nella missionarietà vissuta dei missionari alla scuola dei quali l'Allamano stesso si formò.
Egli che non mise mai piede in Africa, accettò come componente della identità della sua opera l'ideale e il modo di viverlo di chi faceva missione sul campo. Trasformava in carisma la missione vissuta, in perfetta armonia con la sua vocazione di mettersi a servizio di chi voleva fare missione. Per questo stabilì con i suoi una corrispondenza costante e l'obbligo di affidare il quotidiano alla carta dei diari che egli considerava fonte per imparare e formare (5).
La prima lezione che accolse nel carisma fu che la missione non è mai una scelta umana, ne è determinabile solo dalle iniziative umane. Lo Spirito la precede come nel libro degli Atti degli Apostoli. Non sono i Galla dell'Etiopia, ma i Kikuyu del Kenya il popolo scelto da Dio per l'istituto. I "segni" portano verso di loro. E l'Allamano obbedisce a Dio piuttosto che gli uomini. Subito la missione si rivela imprevedibile fino a sconvolgere le protezioni erette nell'accurata preparazione fatta a Torino. Invece di morire per il caldo, come pareva logico attendersi dall'Africa che allora si conosceva, i primi quattro missionari partiti nel maggio 1902 rischiarono di morire assiderati dal freddo, alla fine di giugno, nei pressi della loro prima installazione.
Li accolse una realtà che non aveva parametri di confronto. Tre volte stranieri: nella testa, nella lingua e nel colore della pelle, capirono subito che la nota più certa della missione era l'irrompere del nuovo che desta stupore. Non era solo il lontano Allamano a dover tutto imparare: la missione rendeva tutti discepoli.
Eppure una cosa rimaneva certa anche in un orizzonte così indefinito: poter annunciare il Vangelo restava per tutti un obiettivo nitido e vincolante.
Dal centro dell'Istituto partirà sempre con forza il richiamo di mirare ad esso con un'azione convergente, concorde e illuminata da parte di tutti (6).
Tenue invece si leverà la voce del Fondatore per indicare mezzi e metodi per giungere alla realizzazione dello scopo. Così i missionari decisero di dover essi stessi elaborare una metodologia apostolica.

Le conferenze annuali

Alla fine del 1903 i Missionari della Consolata erano presenti nel Kikuyu in sette stazioni di missione, un collegio per i catechisti, una segheria e l'avvio di una fattoria agricolo-pastorizia.
Tale sistemazione aveva richiesto un ingente sforzo di lavoro materiale, che costituiva un contributo solo indiretto all'evangelizzazione mediante contatti saltuari e occasionali con la popolazione.
L'inizio del 1904 segnò una pausa relativa nell'opera di costruzione. Le richieste di terreno, fatte da padre Filippo Perlo, che nel 1903 aveva sostituito nel ruolo di superiore il p. Tommaso Gays, al governo inglese garantivano la possibilità di un futuro sviluppo al sicuro da quello che era considerato il "pericolo protestante", ossia la penetrazione di alcune confessioni in quello che i missionari consideravano il loro territorio esclusivo. In questo clima maturò l'idea di un incontro di tutti i sacerdoti per un corso di esercizi spirituali e una serie di Conferenze, in cui tracciare linee orientative comuni di una metodologia missionaria. Questi incontri annuali si ripeterono anche in seguito e norme e direttive che integravano le decisioni prese in queste occasioni vennero impartite anche dagli ordinari del luogo tramite rapide circolari (7).
Dall'insieme risulta che forse l'Allamano non comprendeva che in parte la portata delle singole decisioni, ma intuiva perfettamente quel che stava succedendo sul campo: per fare missione bisognava serrare le fila, mettersi insieme, decidere con coraggio e poi impegnarsi a fondo per attuare le decisioni comuni.
In questo stile egli vedeva incarnato "lo spirito di corpo" che aveva tante volte insegnato. Decidere con libertà ed attuare con fedeltà quanto deciso era la strada su cui voleva veder camminare i suoi.
Così le scelte operative adottate negli incontri e che formarono il metodo pastorale dei Missionari della Consolata, divennero anche il suo modo di sentire la missione, e il modo con cui egli voleva che i missionari si identificassero con la stessa.

Linee di identità

Ciò che con maggiore evidenza emerge nel periodo della storia dell'Istituto che va dalla fondazione alla morte dell'Allamano è una sorta di dualismo. Da una parte si assiste al tentativo voluto di far assumere all'Istituto il volto rassicurante di una istituzione ecclesiastica fedele ad un modello ben riconoscibile agli occhi dei buoni e delle autorità costituite. Dall'altra lo si vede proteso a divenire qualcosa che ancora nessuno conosce. In questa prospettiva non stupisce che, richiesti di un parere sui cambiamenti istituzionali a cui aspirava il Fondatore, come la trasformazione dell'Istituto in vera congregazione religiosa, molti missionari delegassero a lui la decisione senza esprimersi sul valore delle proposte.
L'evoluzione dell'Istituto non si presentava come un processo continuo da un meno ad un più. Ciò che si stava operando veniva indubbiamente considerato come buono in sé. La realtà del Kikuyu incontrata nel 1902, lasciava intravedere un campo di lavoro a lunghissima scadenza. La stessa povertà numerica di missionari, lo stupore provocato dalle "scoperte" quotidiane per avvicinare gli africani toglievano la possibilità di ipotizzare qualcosa che andasse oltre il presente.
La missione reale prospettava un orizzonte ampio, ma pur sempre statico. Eppure proprio in esso si affaccia l'altra dimensione del dualismo annunciato. L'Allamano conduce l'Istituto a cogliere l'insorgere delle novità che si affermano. Egli sa per esperienza personale che la fondazione stessa dell'Istituto è un idea nuova su una realtà statica.
Vuole quindi che la sua opera sopravviva e si identifichi con l'insorgere di nuove idee, nuove intelligenze, ossia con ogni nuova capacità di leggere dentro il presente e la semplice evidenza dei fatti. Intuisce che il "solito", l'abitudinario, il sicuro del passato, anche di quello che tale sarà appena si guardi in prospettiva il presente, sono destinati a mutare e forse anche a scomparire.
Come sovente avviene per i protagonisti di nuove idee, neppure l'Allamano vide l'attuazione completa delle sue, ma solo la capacità di cogliere la "novità" da lui introdotta, permetterà il divenire e il sussistere nel tempo dell'Istituto.
La storia narrata e compresa dei cento anni di vita dell'Istituto della Consolata si rivela appassionante proprio per questa sua sorprendente apertura.

La Missione con un'anima

Alle origini tutto costituiva novità: lo spirito dell'Istituto che l'Allamano pressato dalla forza dello Spirito sentiva di dover trasmettere; lo stile di vita pacato e profondo che egli esigeva dai suoi missionari, il forte senso di appartenenza; le strette relazioni di fraternità che si respiravano nell'aria; l'ascesi semplice ed austera che sosteneva l'ideale della ricerca di Dio; l'intensa emozione con cui ci si accingeva a partire per le missioni. Sollecitata da questo continuo irrompere del nuovo la vita dell'Istituto risultava permeata di dinamismo. L'Allamano spronava allo zelo, alla passione. La missione sul campo che ne risultava era marcata da un formidabile vigore operativo. Se si leggono i Diari dei missionari e le statistiche delle missioni, senza ricorrere alla controprova di altre fonti sulla autenticità di quanto è scritto in essi, viene voglia di pensare all'esagerazione. L'apertura e la fatica delle nuove missioni hanno ritmi frenetici e scadenze pressanti. Il pilotaggio di questa attività resta fino al 1924 nelle mani di uno stratega, Mons. Filippo Perlo, che conosce pochi limiti. Tutto questo veniva racchiuso nella parola 'zelo', insieme al senso di urgenza che giustificava il provvisorio, relativizzava ogni sofferenza e ammetteva pochi errori.
I risultati garantivano che si stava compiendo un buon lavoro. La coscienza dava il senso di trovarsi al posto giusto. Ed era un posto anche geograficamente bello. Il Kikuyu veniva sempre descritto con il fascino della poesia. In questo orizzonte si correva il rischio di negare alla missione ciò che l'Allamano aveva colto in essa come dimensione essenziale: il suo continuo "uscire e andare oltre".
Come la fondazione dell'Istituto gli aveva richiesto l'uscita dalla staticità della Chiesa Torinese e il coraggio di guardare il mondo come ambito della propria azione, ora guardava alla "staticità" del Kikuyu e indicava ai suoi missionari un oltre da raggiungere la cui prima tappa non poteva che essere l'Etiopia.
Il volervi giungere appare come l'esempio più significativo della tensione tra idea e realizzazione, tra fatti e ricerca di valori che ha sempre la vocazione di fondatore dell'Allamano. L'Etiopia era rimasta dentro di Lui come una sorta di chiamata dello Spirito e le orme dei passi del Massaia erano tracce di una identità spirituale che egli avrebbe voluto rivedere nei volti e nei cuori dei suoi missionari. Nel 1911, durante la visita fatta da Giacomo Camisassa alle Missioni del Kenya, il progetto del Kaffa fu ripreso. L'Allamano ne illustrò gli obbiettivi nella conferenza domenicale che era solito tenere ai missionari del 2 aprile 1911. Il 28 gennaio 1913 Propaganda Fide promulgava il decreto d'erezione della Prefettura apostolica del Kaffa Meridionale e poco dopo nominava il p. Gaudenzio Barlassina Prefetto della medesima.
P. Giovanni Crippa ha pubblicato nel 1988 un ponderoso volume sulla presenza dei Missionari della Consolata in Etiopia dal loro arrivo alla loro espulsione dal Paese in seguito alle vicende coloniali dell'Italia in quel Paese. Ma per l'Istituto la vicenda etiopica è stata sentita come l'attuazione di una componente della identità da cui l'Allamano voleva che esso fosse marcato (8).
Dopo l'Etiopia vennero il Tanganika, la Somalia e negli ultimi giorni di vita dell'Allamano, il Mozambico. Ogni nuova apertura è un logos che diventa carne, che si riduce quindi, ma è anche l'affermazione del principio fontale, che genera la missione e il sussistere dell'Istituto. Ogni volta è l'eco del "noi siamo per i pagani". La storia racconta che i Missionari della Consolata sanno di non poterlo ignorare tanto che esso è stata ancora una volta riproposto dall'ultimo capitolo generale dell'Istituto.
Non può essere che così perché "l'andare oltre" per l'Istituto voluto dall'Allamano non è la conseguenza di un compito ultimato, di un lavoro compiuto interamente. Non ci fu mai una nuova apertura tra quelle fatte dall'Allamano che rispondesse a questi criteri. L'uscire per incontrare il nuovo è il segno/sacramento della natura dell'Istituto. Rispetto all'esperienza storica del Fondatore, ma in stretta connessione con il suo ideale di Istituto, sono mutati e mutano continuamente le situazioni e gli ambiti verso i quali l'Istituto si è aperto: Europa, Nord e Sud America, Asia, i nuovi areopaghi indicati dalla "Redemptoris Missio", la realtà di un mondo che da per scontato che Dio non esista e ha generato una cultura incentrata su tante divinità alternative al mistero del trascendente.
Si tratta di un percorso legittimo, non facile e mai finito. Infatti è vasto quanto il mondo, si rivolge a tutti coloro che non conoscono il Vangelo. Per questo anche se dovrà necessariamente ridursi all'ambito del concreto, collocarsi in un posto piuttosto che in un altro, non troverà e non deve trovare mai la meta finale. L'apertura è un parametro di controllo dell'autenticità dell'Istituto che dalla sua storia ha imparato non solo ad interrogarsi sul valore di quanto sta facendo, ma a contemplare l'oltre verso cui deve protendersi. Il punto al quale i missionari sono giunti nelle realtà e nei contesti in cui operano non può essere considerato come il modello di un perpetuo ritorno per rifare le stesse cose, ma il semplice punto di partenza per qualcosa di nuovo che va oltre sia a livello geografico che contenutistico.
Come si è cercato di vedere, la data dei cent'anni dell'Istituto della Consolata fa memoria di una storia gaudiosa, fatta di gioie e dolori, di angosce e speranze, di successi e fallimenti, di miserie e grandezze, fatta di vita reale insomma. Ma in nessun senso è stata un abituare alla morte. E' stata invece un continuo educare a non soggiacere al presente, un continuo formare alla capacità di vedere, con uno sguardo disincantato, ciò che cambia.

Il principio della trasformazione ?

Con questa capacità l'Allamano si mise all'ascolto della missione operata e comprese che essa si alimentava di un altro elemento essenziale: l'impegno a "trasformare l'ambiente" che l'accoglieva e a "lasciarsi trasformare" dallo stesso.
Le scelte operative degli inizi, adottate dai missionari per raggiungere la prima meta potevano tutte ridursi ad un denominatore comune: stare con la gente. Cure ai malati, scuole, catechismi e soprattutto, le quotidiane visite ai villaggi, facevano scomparire persino il bisogno della missione, intesa come residenza dei missionari.
A chi li guardava un po' da lontano, anche se dall'Africa stessa, questa novità appariva almeno stravagante. Vere missioni erano allora considerate i centri da cui i missionari irradiavano la loro presenza sui "poveri neri".
Questi nuovi venuti adottavano invece come strategia, addirittura vincolante incoscienza secondo i dettami del regolamento interno, lo stare con la gente tanto a lungo da ridurre la missione a magazzino e rifugio notturno.
Il Kikuyu fu tante volte scarpinato da padri, suore e fratelli che questi impararono a guardare da vicino coloro che incontravano e ne rimasero totalmente coinvolti in rapporti umani e profondi. Furono a lungo additati e derisi perché parlavano solo kikuyu, non sapevano incutere soggezione, abbassavano il prestigio dei bianchi con un modo di vivere che perdeva nel confronto con quello degli africani più evoluti.
Nel 1948 il governo inglese impartì a mons. Carlo Cavallera l'ordine di elevare i missionari al "rango dei bianchi". Altri richiesero loro più volte il rispetto della "dignità sacerdotale", intendendo per essa un livello di vita più "civile".
Gli africani invece si abituarono presto a disporre di loro, e i missionari reputavano questo un loro diritto. Nessun centro veniva considerato missione fino a quando non aveva trovato risposte concrete ai bisogni reali della gente: ad essa apparteneva il tempo, i soldi, le fatiche e le capacità personali.
Fino a quando l'Allamano visse, ritornò sovente nelle lettere ai missionari sulla necessità di formare in questo modo l'ambiente. I missionari del Kenya fecero di questo slogan l'intestazione dei loro lavori di Murang'a, nel 1904.
L'Allamano lo presentò nelle Conferenze tenute in Casa Madre, lo ricordava quando benediceva i partenti per i diversi Paesi. Ripetuto di bocca in bocca o scritto sulla carta, questo slogan a volte suonava come un monito utopico. Detto da Lui acquisiva invece il valore di paradigma. Incarnato dai suoi portò molto frutto. E non poche sofferenze. Chi inizialmente lo comprese al meglio furono le migliori teste del gruppo: Filippo Perlo, Francesco Cagliero, Gaudenzio Barlassina, Antonio Borda Bossana e alcuni altri. Non tutti. Infatti la trasformazione dell'ambiente passava necessariamente attraverso la trasformazione del missionario stesso: testa e cuore compresi. La tendenza istintiva di chi partiva era sempre quella di aggrapparsi alle certezze di ciò che si aveva e si era. Le colline del Kikuyu nel 1902 richiamavano tanto quelle del Monferrato, le nascenti cappelle prendevano i nomi di Madonne familiari. Concetti e categorie lasciano intendere che l'ideale pareva consistere nel riprodurre in missione un angolo della propria identità. La missione veniva così intesa come copia di una realtà conosciuta.
La trasformazione invece risultava un processo che destrutturava tutti e tutto, anche le cose più sacre. L'entrata in questo processo aveva un solo punto fermo di partenza: la realtà. E per i missionari si trattava sempre di una realtà ignota sia perché non esistevano studi e testi che ne dessero una comprensione attendibile, sia soprattutto perché tale conoscenza non poteva avvenire senza il coinvolgimento personale e totale del missionario.
La prima cosa che la realtà imponeva al medesimo era quella di mettersi alla sua scuola: imparare a parlare, a mangiare, a gestire, a vestire e faticare in modo diverso da quello abituale. Ciò che detto così sembra ovvio, creò non pochi drammi, delle desistenze e la ricerca di capri espiatori su cui riversare i malanni. Ma alla fine emerse una vera conquista: il valore del quotidiano, ossia delle piccole cose che formano i capillari dell'esistenza umana.
Per trasformare l'ambiente bisognò divenirne parte accettandone i valori, i rischi, l'irrazionalità, la povertà e le tante sfaccettature rappresentate dalla diversità delle persone. Questo iniziale processo è ben visibile soprattutto nelle prime ore della missione: si incontrano "poveri neri", "costumi barbari", affiorano talvolta dei "selvaggi" a cui bisogna proprio portare la "civiltà". Non è solo linguaggio del tempo. Sono categorie rispondenti al sentire. È l'affermazione della propria superiore diversità che separa dagli altri. Tutto questo cambia quando il missionario comincia ad assaporare il gusto di chiedere e la gente dà: la propria lingua, la propria giovialità, la propria fede, un'accoglienza senza interesse, una fiducia sincera. I missionari scoprono che i loro nomi sono cantati nelle interminabili nenie delle carovane, che ognuno di essi ha un nomignolo come si usa in famiglia, che la loro presenza suscita domande e che il loro modo di vivere viene compreso come distinto da altre categorie. Più importante di quello che dicono è ciò che essi sono. Si sentono oggetto di una infinita pazienza.
Nasce una simbiosi: la lingua indigena si semplifica, diventa naturale talvolta anche in casa, i costumi rivelano una profonda saggezza, le richieste non sono segni di mendicità ma di condivisione. Filippo Perlo intuisce che il catechismo va preceduto dal dono della conoscenza e dei mezzi di cui dispone per migliorare la vita della gente e punta ad insegnare "arti e mestieri" che vengono imparati facilmente.

Il lavoro è missione

L'autenticità di avvenuta trasformazione e del nuovo spirito che pervade i missionari trova conferma nella mole di lavoro compiuta nelle missioni. Per libera intuizione l'Allamano ha annesso al carisma del suo istituto il lavoro. Non quello elegante dei gesti simbolici, ma quello duro che la fatica di vivere impone a chi deve mantenersi. E' di suo pugno il paragrafo del regolamento del 1901, in cui si dice che, sull'esempio dell'apostolo Paolo, i missionari devono lavorare per mantenersi. Chi entrava nell'istituto doveva imparare a lavorare e la laboriosità del Camisassa riusciva al meglio a far mettere in pratica questo principio.
A Torino tale novità istituzionalizzata per chierici, suore e preti, e non soltanto per i fratelli laici, per i quali il lavoro era tradizione comune, destava sorrisi o stupore a seconda dei punti di vista. L'Allamano aveva il suo e, confortato dal grande buon senso che lo animava, tirava dritto; tanto che stabilì un orario preciso per le attività manuali.
Così allenati i missionari partirono per l'Africa. Qui il lavoro diventava la sola cosa che tutti potevano subito fare. Restò a lungo quella fatta con maggiore intensità. Creò uno stile di fare missione. Niente dunque era più estraneo all'Allamano che l'idea di una vita da prete che si avvicinasse al concetto di comoda "sine cura". Ne era psicologicamente tanto lontano da prendere in giro se stesso pensando che avrebbe potuto fare una vita comoda, e invece si era addossato sempre mille incombenze e in più quella di fondare l'Istituto.
Riteneva che il lavoro non fosse un ornamento per il missionario, ma che il lavoro era missione. Per questo volle un po' "maschie", "donne con i pantaloni", capaci di "lavorare con energia", anche le suore.
La prima fattoria del Kenya, dissodata dai Missionari della Consolata, fu comperata con soldi personali dell'Allamano, con l'esplicito intento che essa finanziasse almeno in parte le spese per le missioni. Era chiaro che toccava ai missionari lavorare, ma essi seppero contare anche sulla cooperazione degli africani, e ciò, li portò a condividere una dimensione importante di vita.
Questo è lo spirito con cui l'Allamano voleva che i suoi facessero missione. Riteneva che le missioni dovevano essere costruite con le mani dei missionari.
Tra le motivazioni che presentò a Roma per ottenere la separazione del Kikuyu dal Vicariato Apostolico di Zanzibar a favore del suo Istituto, pose in grande rilievo il peso economico e il lavoro impiegato in quel territorio. Vi si legge: "Quei mesi segnarono un periodo di lavoro febbrile… Prima dello spirare del 1903 tre nuove stazioni erano fondate e tre nuove case in pietra erano costruite…! Grazie alla cooperazione di una stazione industriale anch'essa in quei mesi fondata a poca distanza da Tusu e fornita di sega idraulica e laboratori da fabbro e falegname, quasi tutte le stazioni erano fornite del mobilio più urgente, degli altari e banchi per le cappelle, delle imposte e dei telai per porte e finestre, necessari per la sicurezza delle abitazioni… Nelle varie missioni in Africa si fecero già grandi acquisti ed applicazioni di terreni. Fra questi havvene una di 1200 ettari sotto la protezione del Fort-Niere… Nei terreni acquistati o applicati presso ciascuna stazione di missione si coltivano pure ortaglie, cereali, caffè ed altre piante che, secondo le esperienze fatte pel conto del governo, danno a sperare una produzione rimuneratrice… Per tal modo alcune delle stazioni delle missioni della Consolata sono avviate in guisa che presto basteranno a se stesse" (9).
E' un testo riflesso e più volte corretto: numeri aridi e cifre precise traspirano una mistica: il lavoro è missione, cioè strumento per l'annuncio del Regno. Questa fu la rilettura che ne fece lo stesso Allamano, quando constatò che nel decreto pontificio di approvazione dell'Istituto, veniva confermato non solo il valore del lavoro dei suoi missionari, ma anche lo scopo che con esso perseguivano: offrire ai kikuyu la possibilità di procurarsi una vita umana più decorosa, su cui innestare quella cristiana.
Così venne fissata per sempre il valore che l'Istituto intendeva dare alla fatica, al lavoro, all'economia: valevano in quanto rendevano credibili nell'annuncio del Regno e contribuivano a far crescere l'uomo in dignità.


Nasce così spontanea una reciproca frequentazione che induce a ridurre le differenze. L'amicizia diventa ragione per superare le diversità. E ne consegue una strutturazione delle presenze missionarie che costituisce un'assoluta novità: alle grandi opere, alle possenti dimore che fungono da "faro di attrazione" per gli africani, vengono preferite strutture molto semplici (talvolta fin troppo) che non ostentino potere, ma inducano a stare con la gente. Fu questa l'intuizione fondamentale del metodo apostolico dell'Istituto e ne è diventata componente carismatica. Quando un Missionario della Consolata rifugge da questo modo di essere si rivela un corpo estraneo al gruppo, in qualunque parte del mondo egli si trovi. Solo l'impronta che traccia la condivisione della sorte, della vita, del pensiero nel contesto in cui si opera lo fa riconoscere come parte dell'unità dell'Istituto. Essi si riconoscono dal modo con cui sentono e parlano dell'ambiente in cui si trovano. Divenuti parte di esso si sentono anche direttamente coinvolti nel processo di trasformazione del medesimo come elementi integrati in un modo di comprendere e di sentire che è quello della gente con cui condividono il dono dell'esistenza. Conoscere per amare, condividere per trasformare è la sintesi della missione intesa dall'Istituto.

I cerchi d'onda raggiungono tutto l'Istituto…

Da questo atteggiamento scaturiscono alcune conseguenze che hanno marcato la storia dell'Istituto. In primo luogo il superamento del "mito" della Casa Madre. Essa costituiva il centro affettivo, il punto di riferimento, la dimensione estetica, il sogno spirituale dell'Istituto. Ma il cuore vero dei singoli missionari pulsava con quello della missione in cui si trovavano. La trasformazione dei missionari, prodotta dal loro stare con la gente, coinvolgeva lo stesso centro dell'Istituto che si allargava così fino a comprendere le realtà più remote. Tale processo di crescita dell'Istituto era stato voluto e accompagnato dall'Allamano che nel 1913 aveva ottenuto l'erezione della Prefettura Apostolica del Kaffa in Etiopia, nel 1922 quella dell'Iringa nell'allora Tanganika, nel 1924 la Somalia e nel 1925 aveva intravisto partire alcuni suoi missionari per il Mozambico. Tuttavia, la mano operativa di questa crescita rapida delle missioni affidate all'Istituto era stata quella di Mons. Filippo Perlo, che il Capitolo Generale del 1922 aveva eletto a Vice Superiore Generale e a successore dell'Allamano nel caso della di lui morte.
Nel 1926 l'eredità di guida dell'Istituto passò così ad un uomo diverso dall'Allamano ma che aveva in comune con lui l'amore per le missioni, anche se le concepiva come una conquista continua ed una espansione inarrestabile.
Morto l'Allamano, Mons. Perlo applicò all'Italia il metodo da lui adottato in Africa, per accrescere il numero delle missioni. L'esigenza di sviluppare alcune strutture dell'Istituto nel paese d'origine era condivisa da tutti e in parte programmata anche dall'Allamano. Ciò offriva dunque al Superiore Generale la possibilità di far convergere le proprie energie su di un campo che gli era congeniale: in due anni diede mano all'ampliamento della Casa Madre, e fece aprire in tutta Italia centri di Animazione Vocazionale per ragazzi, secondo un piano di proporzioni grandiose che mirava ad un duplice scopo: accrescere il numero dei missionari ed ottenere mezzi abbondanti per il mantenimento e lo sviluppo dell'Istituto. Durante il suo governo in Africa lavoravano 167 missionari e 164 suore, mentre in Italia si trovavano 220 tra sacerdoti, fratelli e chierici con 320 suore a cui andavano aggiunti 510 aspiranti per un totale di 1372 unità.
Quelle che apparivano non erano però le sole realtà che caratterizzavano il governo di Mons. Perlo. Esse richiedevano un prezzo nascosto di sacrifici e malintesi che finì per mettere in crisi l'intera istituzione da lui guidata.
Tanto che il 2 gennaio 1929 arrivò nella Casa Madre di Torino il vescovo cappuccino mons. Luca Ermenegildo Pasetto che lesse ai superiori riuniti il decreto con cui Propaganda Fide li sospendeva dalle loro funzioni ora affidate a lui. Con questo atto iniziava il lungo periodo della Visita Apostolica all'Istituto che terminò solo nel 1933, quando con decreto del 28 giugno Propaganda Fide nominava p. Gaudenzio Barlassina, Prefetto Apostolico del Kaffa, a Superiore Generale dell'Istituto.
Sono proprio questi tumultuosi eventi che evidenziano la stretta reciprocità tra le missioni e il centro dell'Istituto tanto che si può affermare che proprio tale relazione abbia permesso all'Istituto di vivere questi momenti difficili con molta sofferenza e parecchi allontanamenti, ma lo abbia anche reso capace di affrontare dei cambiamenti insospettabili.
La nomina di p. Barlassina a Superiore Generale, non solo suscitò il consenso di tutto l'Istituto ma ritrovò un centro di unità, di identificazione, che lo fecero definire da molti come l'ideale continuatore dell'Allamano. Il suo programma si rivolge al recupero della dimensione "religiosa" dell'Istituto che egli si proponeva di rinvigorire ascoltando tutti, ma senza seguire il volere di tutti, anzi sforzandosi di non subire l'influenza di nessuno al di fuori di quella della spirito di Dio, come scrisse nella sua prima circolare (9).
Non era diverso da Mons. Perlo per dinamismo, amore alle missioni, senso dell'Istituto, ma era più sagace e più prudente: un impareggiabile uomo di relazioni e conoscitore delle persone. Aveva annunciato che avrebbe fatto il Superiore con il peso che aveva allora questa parola, e non ci rinunciò mai. I suoi primi atti di governo furono rivolti a riportare lo spirito di famiglia e la semplicità di rapporti tra i membri dell'Istituto.
Poi anche lui pensò ad allargare l'Istituto fuori dall'Africa, dove nessuno ipotizzava di estenderlo.
In p. Gaudenzio Barlassina, l'idea di aprire all'Istituto la strada dell'"America", era nata dal bisogno di trovare fonti economiche capaci di assicurarne un migliore assetto finanziario. Lo sviluppo dei territori di missione africani; la ristrutturazione delle case in Italia che, sebbene ridotte di numero dopo la Visita Apostolica, richiedevano somme ingenti per un equipaggiamento decoroso; la necessità di acquistarne delle nuove per rispondere ai bisogni emergenti; l'opportunità più volte avvertita di non concentrare gli investimenti dell'Istituto solo in Africa e in Italia erano ragioni valide per far pensare ad un paese oltre oceano.
Alle motivazioni economiche si aggiungeva anche l'intuizione alimentata con lo scambio di notizie tra gli istituti religiosi, che i paesi dell'America Latina, erano vivai di vocazioni. P. Barlassina capiva che l'Istituto voluto dall'Allamano non poteva avere frontiere, proprio perché aveva come scopo la missione che è intrinsecamente universale. Ma anche solo guardando al campo già affidato all'Istituto non ci voleva molto per recepire la necessità di moltiplicare gli operai.
Una nuova fondazione sarebbe necessariamente caduta su un paese capace di rispondere a due esigenze: offrire aiuti economici e prospettare un favorevole reclutamento di futuri missionari. Prima di fissare queste linee orientative in un programma scritto, il Superiore Generale lo inculcò nella testa di p. Giovanni Battista Bisio fin dal momento della sua partenza per il Brasile. Ad esse si riferì costantemente il missionario nel sognare il suo lavoro già nel muovere i primi passi in terra brasiliana.
Questo lento processo di inserimento dell'Istituto in "America" iniziato nel 1937 si potenziò tra il 1946-48.
Alla fine della seconda guerra mondiale la mappa delle missioni in cui lavoravano i Missionari della Consolata risultava sconvolta. Alcuni padri e fratelli erano stati rimpatriati dall'Africa e l'Etiopia era stata completamente abbandonata. L'eccedenza di personale in Italia fece ridiventare attuale un progetto antecedentemente steso di una nuova presenza in America.
Il 22 febbraio 1946 P. Giovanni Battista Bisio fu convocato alla presenza del Consiglio Generale dell'Istituto per presentare eventuali possibilità di nuove aperture.
Le nazioni che sembravano offrire migliori opportunità erano il Canada e gli Stati Uniti. E senza fare nessuna distinzione tra Nord e Sud America si considerò anche l'Argentina. Alla fine la scelta cadde su entrambi i paesi, anche se la prima partenza fu per l'Argentina per la quale si stabilirono scopi analoghi a quelli del Brasile (10). Due anni dopo fu la volta della Colombia, dove però fu chiaro fin dagli inizi che i missionari non potevano perseguire aiuti economici e un gran numero di vocazioni ma si impegnavano ad una tipica attività missionaria lungo il Rio Maddalena.
Pur nella brevità di questi accenni sulle nuove aperture, si comprende chiaramente come la comprensione del ruolo da svolgere come missionari in un mondo tanto diverso da quello in cui l'Istituto aveva fino ad allora operato, sia stata lenta e sofferta.
Solo nel Capitolo Generale del 1949 raggiunse la sua totale comprensione soprattutto attraverso la mediazione del padre Domenico Fiorina, che in quell'assemblea fu eletto Superiore Generale.
Il Capitolo era iniziato il 1 settembre 1949 e il 10 aveva eletto p. Fiorina che vi partecipava come delegato del Brasile.
Fino al 22 ottobre, data della chiusura dell'assemblea, i capitolari analizzarono la vita dell'Istituto, elaborarono uno statuto per le missioni e tenuto conto dello sviluppo del medesimo in vari Paesi, decisero l'istituzione delle "Delegazioni", entità che pur conservando dei legami di unità con il centro, avrebbero goduto di una certa autonomia, assumendo ciascuna un particolare aspetto a seconda del paese in cui si trovava e del lavoro che i missionari svolgevano.
Ma in quell'assemblea fu soprattutto compreso il senso specifico delle nuove aperture e si percepì coscientemente la trasformazione dell'Istituto che esse avrebbero operato. In cambio, Torino garantiva alle missioni la continuità di personale e di mezzi per portare avanti il processo iniziato. Dall'osservatorio privilegiato del Capitolo diveniva più facile comprendere la necessità di non ridurre il mondo alla propria situazione esperienziale e quindi si cercò di convincere i missionari ad acquisire un più profondo senso dell' Istituto come realtà globale.
Per giungere ad una profonda trasformazione del proprio ambiente il missionario aveva bisogno di pensare e di sentirsi in comunione. L'isolamento non avrebbe permesso il crescere delle idee; di certo invece ne avrebbe anticipato la morte.
Queste indicazioni del Capitolo si rivelarono a breve distanza estremamente intuitive poiché si avvicinò un momento della storia dell'Istituto in cui il processo di trasformazione si evidenziò come momento essenziale della attività missionaria: il tempo del travaglio per l'indipendenza e la sua accoglienza nei Paesi Africani.
Per l'analisi di questo evento si potrebbe prendere avvio dall'antefatto della guerra etiopica del 1936 vissuta con tre atteggiamenti fondamentali, espressi nella dignità di mons. Santa, nell'equilibrio di p. Barlassina, nella politicizzazione fascista del p. M. Borello. Sono atteggiamenti che riemersero negli anni sessanta, quando l'Africa assumeva la sua nuova identità politica. Ma ciò che rimase alla fine, fu la compenetrazione nella mente e nel cuore dei missionari di questa nuova realtà.
Era avvenuto un processo di identificazione con la realtà che mutava che aveva trasformato i missionari e la gente in protagonisti alla pari nella recezione dei cambiamenti che si stavano operando. L'evoluzione delle situazioni e delle persone era la stessa che avveniva nei missionari, la stessa che essi avevano sentito, a volte inconsciamente o con delle resistenze, come l'ineluttabile percorso della loro vicenda umana e missionaria.
All'apparenza meno evidente, ma forse ancor più profondo è stato il processo di trasformazione dell'ambiente e dell'Istituto operato in e dall'America Latina. Quando i Missionari della Consolata giunsero in Brasile e Argentina cercavano appendici dell'Italia, gruppi oriundi da luoghi noti. Li trovarono e vi si immersero. Ma fino a quando, e il tempo fu breve, li guardarono come italiani dislocati a cui dover prestare il ministero di preti europei, provarono un forte senso di disagio.
Uomini come p. Giovanni Battista Bisio e p. Pietro Borello si sentivano costretti ad essere ciò che non volevano. Sebbene in quei tempi l'obbedienza facesse miracoli, non esitarono ad imboccare una nuova via poco sostenuta a Torino. Compresero in fretta che sebbene i gruppi di oriundi cercassero di mantenere forte l'identità di provenienza in Brasile sarebbero divenuti brasiliani, in Argentina argentini. Bastava il clima (il Natale si celebrava a più di quaranta gradi a Rio de Janeiro) a innestare tale movimento che la multiculturalità dei rapporti, degli scambi economici, degli interessi politici avrebbe fatto sfociare in identità culturali precise e diversificate.
Quando negli anni '70 i Missionari della Consolata aprirono nuove missioni in Venezuela ed Equador il loro modo di guardare alla realtà dei Paesi in cui cercavano di inserirsi era totalmente cambiata.
Le diverse identità culturali appaiono oggi un'evidenza che coinvolge la realtà dell'Istituto, il suo modo di pensare, il suo progetto di missione in modo assolutamente rilevante.
Ciò che caratterizzò questo processo potrebbe venire indicato come una sorta di "disobbedienza intellettuale" per cui si usavano le strutture esistenti e se ne creavano di nuove, si ascoltava quello che veniva raccontato sul mondo di provenienza, sui parametri che esso ancora stabiliva per agire, ma senza realmente crederci, senza sentirlo vitale, sognando una realtà che si distaccasse dal passato e producesse "altro". Un "altro" che non si è ancora attuato interamente, ma che tra il 1980-87 ha prodotto, ad esempio, in Brasile il "movimento dell'utopia" ossia della ricerca di una totale identità brasiliana della cui formazione i Missionari della Consolata si sentono partners nel donare e nel ricevere.
Alla autenticità di una cultura latino-americana essi contribuiscono con lo schierarsi sempre più significativamente dalla parte dei poveri e degli emarginati, delle minoranze indigene e afro per promuoverne le specifiche diversità, il valore culturale e l'importanza sociale. La nuova coscienza che queste diverse aree culturali stanno manifestando a questo proposito è stata acquisita anche per il significativo impegno dei missionari.

Il segno di una maturità raggiunta: la visibilità

Per una istituzione come l'Istituto Missioni Consolata, cento anni di vita possono considerarsi un periodo sufficiente per uno sguardo retrospettivo.
L'estensione geografica, l'evangelizzazione attuata, le innumerevoli opere in cui la missione si è espressa hanno reso sempre più visibile l'Istituto. Tale visibilità si evidenzia, per paradosso, proprio nei posti che man mano l'Istituto ha passato ad altri. Era questo il segno più visibile del lavoro compiuto, dello scopo raggiunto; l'aspirazione più autentica di ogni missionario.
Il desiderio della visibilità per quanto ammantato di discrezione e pudore, permeava la mente dell'Allamano: sua è la Casa Madre, da lui furono sempre almeno approvate le opere nascenti nelle missioni.
Si può certo dire che questo concetto dominasse il sentire di mons. Perlo il cui ideale sembra essere stato quello di rendere l'Istituto una realtà visibile ed operante attraverso la "conquista" di sempre nuovi territori di missione che lo porteranno ad inviare nel 1928 una fallimentare spedizione in India e ad incrementare le presenze in Italia fino a sognarne una per ogni diocesi.
Il suo esempio coinvolse tanti missionari e circoscrizioni. Al Mathari di Nyeri si affiancarono senza soluzione di continuità i grandi collegi dell'America Latina.
Nel tempo che le generò, queste strutture servivano a dare risposta ad alcuni bisogni ed esponevano sempre l'icona della Consolata e il nome dell'Istituto. Farsi conoscere costituiva un dovere; irradiare presenza era considerata una necessità.
A questa visibilità che possiamo chiamare "orizzontale" se ne é sempre affiancata una che potremmo definire "verticale", quella cioè che toccava alla sfera dello spirito.
Per quanto possa essere difficile presentarne i contorni o delimitarla in statistiche la visibilità morale dell'Istituto è sempre stato il valore che esso ha perseguito con maggiore continuità. "Pochi, ma buoni" era il ritornello che tutti si sentivano ripetere ad ogni più piccola mancanza. L'uso della porticina per entrare e del portone per lasciar uscire veniva fatto risalire all'Allamano, che, per dirla in breve, affermò con categoricità di voler un Istituto di alto profilo qualitativo.
Forse oggi non sono proponibili i metodi della ottimizzazione inculcati dal Fondatore, ma l'esigenza della qualità che rende visibili nel modo giusto sia a livello personale che nel servizio missionario è testimoniata dall'intera tradizione dell'Istituto.
Tuttavia accanto a questa esigente visione dell'Istituto, l'Allamano inculcò allo stesso l'obbligo di una profonda umanità il cui contorno più visibile rimase la sua capacità di incoraggiare sempre.
Il coraggio di far sempre "coraggio", l'Allamano lo trovò in una semplice constatazione: i missionari amavano la missione. Lo scopo unico voluto dal Fondatore per l'Istituto non ha mai avuto bisogno di richiami. Né fu soltanto un ideale. Fin dalle origini costituì la radicale dimensione della identità collettiva. Infatti non appariva certamente apprezzabile dal punto di vista del buon senso, la prima spedizione formata per metà da ragazzi: fr. Luigi Falda aveva 19 anni, e fr. Celeste Lusso 18 anni.
Eppure partire fu sempre considerato un privilegio da far ritenere un dispetto il non essere scelti. L'Allamano sapeva che la missione è sentire prima che fare, e il sentire dell'Istituto doveva essere missione.
Questa realtà è scesa nella identità dell'Istituto, e senza di essa nessuno sa dire che cosa esso sia. Spesso i missionari la vedono con gli occhiali che portano e si collocano nella ricerca di un concetto di missione che non ha ancora contorni ben definiti.
La Chiesa di Dio è sempre in tensione tra il "già" e il "non ancora" e si aspetta dalla missione le anticipazioni sul futuro della propria identità. Anche l'Istituto vive di questo dinamismo, per questo non poteva avere sempre parametri certi per l'operare. Ciò spiega la fatica del suo ricercare e la molteplicità delle risposte possibili al suo modo di fare missione.
Tuttavia conta soprattutto il fatto che la missione è divenuta compagnia, identità, cuore delle persone che compongono questa istituzione. Ruvide cortecce che freddano con lo sguardo ogni banalità e con quattro parole riducono all'essenziale anche un lungo discorso, ma sono uomini che trasudano missione.
Il succedersi degli avvenimenti che delineano la storia dell'Istituto snocciola una catena di successi e fallimenti che si alternano senza che sia possibile far pendere il piatto della bilancia sempre al positivo, ma la sensazione di fondo è che nonostante tutto l'ideale è rimasto nitido e che l'Istituto viva ancora oggi di "spirito di missione", come direbbe l'Allamano.
Per Lui era questo "spirito di" la dimensione che trascende tutto: penetra, regge e nobilita tutto. Lo spirito di missione ha sorretto l'Istituto nelle traversie di questi suoi cento anni di vita, e continua a tenerlo in tensione verso un di più che inquieta il presente, confrontandolo con ciò che potrebbe essere o sarebbe bello che fosse.

La sorgente dello "spirito di"

Lo spirito di missione si alimenta per l'Allamano con il vivere la dimensione contemplativa della missione stessa. Che egli pregasse è certo: tanta gente lo ricorda come un prete di grande preghiera, forte e misericordioso. Aveva familiarità con le cose di Dio ed era normale che di queste parlasse, soprattutto ai suoi missionari (11).
Con essi la confidenza favoriva il racconto, e l'insegnamento diveniva più facile. A loro parlò tante volte della "sua preghiera" e delle devozioni a lui care. Erano insegnamenti comuni, a volte semplici dettagli, formule che potevano apparire "cosette". Diventarono "dottrina" per il modo con cui erano dette, che lasciava trasparire un mondo in cui la riflessione continua alimentava una fervorosa preghiera.
I missionari che lo avvicinarono anche per poco tempo, capivano che l'Allamano li voleva uomini di preghiera, soprattutto in missione. Infatti, proprio nel congedarli con la consegna del crocifisso, il Fondatore vibrava maggiormente nel raccomandare loro la preghiera.
In quelle occasioni non parlava più di pratiche o di tempi di preghiera. Sapeva che l'orario della vita quotidiana ne regolava il ritmo e ne fissava i momenti. Con i partenti il discorso andava oltre l'iniziazione alla preghiera, diventava contemplazione della loro trasformazione in preghiera.
Il 13 aprile 1902, salutò i primi partenti chiamandoli "olocaustum", e pregò con le parole del canone della messa perché divenissero un sacrificio offerto e benedetto da Dio. Sulle sue labbra la missione era divenuta culto e la vita dell'apostolo veniva radicata nell'eucarestia e trovava il suo pieno significato solo come proiezione dell'azione liturgica.
La Missione-Eucarestia diventava mistero di fede creduto con tutte le forze e vissuto con umile intensità. L'attività del missionario era dunque una messa che dura nel tempo e giungeva a creare in lui uno stato di partecipazione al mistero di Dio in cui egli supplica, offre, intercede e rilegge gli eventi della sua giornata alla luce del Dio che lo accompagna. Ciò superava tutti i tempi di preghiera, diventava un permanere nel Signore.
L'Allamano dirà: "Il Signore sarà con voi nel santo tabernacolo, Gesù vivo come è in cielo; sarà con voi in quel crocifisso che portate. Non tutte le stazioni hanno la fortuna di avere Gesù sacramentato, ma il crocifisso lo avrete sempre. Quando non si potrà stare con Gesù sacramentato, come durante il viaggio o per impegni che ci saranno… basta uno sguardo al crocifisso è già inteso (12)."
Quello sguardo è comunione, reciprocità di chi si sa conosciuto, intimità che porta a guardare nella stessa direzione e allo stesso modo per scorgere la bellezza delle stesse cose. La testa del missionario parte e torna al volto del suo Signore attraverso tutto quello che dice e fa. Da questa certezza di fede sgorga la dimensione contemplativa del missionario, lo spirito di preghiera che l'Allamano voleva come componente essenziale per i suoi nell'annunciare il Regno di Dio.
Di queste convinzioni che miravano a conservare nell'Istituto l'insegnamento dell'Allamano per una profondità verticale dell'essere missionario, sono divenute istanze privilegiate e momenti di approfondimento i dieci Capitoli Generali.
P. Giovanni Tebaldi nel suo "La missione racconta"(13) dà a ciascuno di essi un titolo che ne coglie l'essenziale valore. La ricerca di tutti è monocorde: trovare la strada che porta alla "profondità", alimentare una visibilità che nasca dal di dentro, anche quando i temi trattati snocciolano programmi organizzativi.
I capitoli sembrano consapevoli che non sarà l'attuazione di un programma qualsiasi che permetterà all'Istituto di rendersi profondamente visibile, né l'eliminazione dei ripetuti difetti dei singoli, ma la sua capacità di esprimere autentica profondità nella percezione dei valori e nel far emergere nuove idee che ne formino e rinnovino l'identità.

La fatica del cambiamento

Il Capitolo Generale del 1949, deve essere ricordato in questo contesto di rinnovamento dell'identità dell'Istituto perché affermò un principio che attuandosi nel tempo lo portò ad una profonda trasformazione.
Se in America Latina i Missionari della Consolata avevano puntato molto sulla possibilità di accrescere il numero dei candidati missionari, nelle delegazioni dell'Africa non erano state erette case di formazione dell'Istituto, in ossequio agli ordinamenti di Propaganda Fide, che invitava le circoscrizioni missionarie a fornirsi di clero locale.
Ma il Capitolo del 1949 si dichiarò favorevole all'accettazione di candidati all'Istituto provenienti dai territori di missione, ed era convinzione del p. Fiorina, che fossero oramai superate le circostanze che ne avevano fino allora sconsigliato il reclutamento. Egli riteneva anzi necessario iniziare nelle missioni l'organizzazione di un'attività propria all'Istituto con membri locali, per affiancare l'opera del clero locale sempre più numeroso e diffondere la dimensione missionaria propria del carisma dell'Istituto.
La stessa maturità raggiunta dai territori di missione di Nyeri, Meru e Iringa, elevati a Diocesi nel 1953, e l'annunciarsi dei rivolgimenti sociali e politici che avrebbero portato pochi anni più tardi molti paesi dell'Africa all'indipendenza, propugnavano l'esigenza di iniziare la formazione di personale africano per garantire la presenza dell'Istituto in ogni evenienza. Le argomentazioni avevano un certo carattere utilitaristico, ma avevano il vantaggio di essere facilmente comprensibili ed erano quindi capaci di sollecitare iniziative per il reclutamento di vocazioni missionarie anche in Africa, dove lo sviluppo del lavoro apostolico richiedeva sempre maggiori energie.
Fu questa la prospettiva con cui p. Domenico Fiorina terminò i suoi dieci anni di governo e si preparava a dare le consegne al IV Capitolo Generale indetto per il 4 maggio 1959, con la nostalgia però di non aver visto nascere nessuna casa di formazione in Africa.
Il 15 mattino invece, fu rieletto Superiore Generale con una votazione durata poche ore. Dopo un decennio di tranquillo sviluppo dell'Istituto, i capitolari riconfermavano la validità delle scelte e del metodo di governo del Superiore Generale, a cui proponevano di aggiungere l'appellativo di "successore dell'Allamano".
Nell'aria non v'era ancora la problematica che sarebbe esplosa pochi anni dopo. I Capitolari avevano l'impressione che nessun grave turbamento avrebbe impedito alla nuova Direzione Generale di continuare a consolidare l'opera avviata.
Il decennio che si aprì poco dopo visse invece una vera rivoluzione di mentalità con conseguenze visibili anche nelle strutture. L'avvenimento intorno al quale e dal quale nacque una nuova immagine della Chiesa, e si approfondì la riscoperta della sua essenziale natura missionaria fu il Concilio Ecumenico Vaticano II.
P. Fiorina vi partecipò di diritto, lo visse intensamente e maturò una evoluzione interiore che volle trasferire all'Istituto.
In primo luogo lo coinvolse in tutte le iniziative a dimensione ecclesiale elaborate in quegli anni di riscoperta teologica della missione.
Egli riteneva inoltre necessaria una presenza sempre più significativa dei membri dell'Istituto nel contesto della Chiesa universale e nelle iniziative promosse dalle chiese locali. Voleva che la missione dell'Istituto approfondisse le sue ragioni teologiche e superasse l'ambito territoriale in cui troppo spesso i missionari la identificavano.
Il lavoro dell'Istituto doveva altresì fondersi con quello delle chiese locali da non considerare come rivali ma come realtà a cui portare il proprio slancio e la propria esperienza.
Dalla celebrazione del Concilio, dall'apertura teologica avviata, dal rinnovamento e dalla mentalità nuova che ne conseguiva, l'Istituto cercava di approfondire il valore del suo impegno missionario, riscopriva la validità del proprio carisma, e acquistava un maggior senso ecclesiale che il Superiore Generale favoriva con grande apertura.
Eppure, con questo periodo eccezionale della storia della Chiesa negli ultimi secoli, coincise il sorgere della crisi vocazionale a cui anche l'Istituto andò soggetto.
All'inizio del secondo mandato di P. Domenico Fiorina era stato elaborato un vasto programma di sviluppo per il reclutamento e la formazione dei candidati. Esso prevedeva l'aumento dei centri di accoglienza per i giovani in tutte le Circoscrizioni dell'Istituto e la creazione di Noviziati e seminari maggiori regionali. Per qualche anno l'incremento vi fu, ma l'insorgere di situazioni socio-culturali, di nuove esigenze nei candidati, e di una decisa contestazione della struttura dei centri stessi rallentò le previste fondazioni e provocò una diminuzione del numero dei seminari minori.
La crisi raggiunse presto anche quelli teologici: molti candidati abbandonavano l'Istituto. Lamentavano una mancata maturazione a causa di una formazione da essi ritenuta spersonalizzata; manifestavano incertezza sui valori della vita spirituale e del sacerdozio; chiedevano maggiore responsabilità e autodeterminazione. Proponevano infine cambiamenti radicali nelle strutture per favorire un nuovo stile di vita, integrato ai valori umani della società e aperto all'impegno sociale per essere nella Chiesa e nel mondo profeti e testimoni credibili di un ritorno al Vangelo.
P. Fiorina sinceramente convinto che bisognava cambiare metodi e strutture di formazione fornì direttive e permise esperimenti, non esenti da errori, nella ricerca di una via nuova.
Era il passaggio obbligato verso il futuro con un inevitabile prezzo da pagare.
Negli ultimi anni del suo governo, dal 1966 al 1969, egli vide il declino di quei centri di reclutamento e di formazione che aveva sostenuti e voluti.
Assistette alla crisi di tante strutture create durante i vent'anni in cui aveva retto l'Istituto, ma scorgeva pure l'affermarsi di una nuova coscienza di fronte ai problemi del mondo e delle missioni e vedeva finalmente giunto il tempo in cui anche gli africani avrebbero fatto parte dell'Istituto.
Ma nella storia dell'Istituto Missioni Consolata un posto del tutto particolare spetta al Capitolo Generale del 1969 che ha dato un contributo davvero speciale al progetto di visibilità verticale dell'Istituto.
Il testo dei lavori trasmessoci risente dell'acuto pensiero del P.Mario Bianchi, eletto superiore generale, della felice mano del p. Natale Giacobbe che vi trasfuse il pathos di un momento di grazia e di tanti membri del medesimo Capitolo che sentirono profondamente di essere convocati per un'assemblea speciale.
Tutti i Capitoli sono stati un momento importante della storia dell'Istituto, ma quello del '69 lo ha trasformato: nella sua comprensione della mutante realtà in cui era inserito, nella proposta di uno sguardo d'amore e non di sfida o di paura verso il mondo che cambiava, nel coraggio con cui gli propose di rinnovarsi e di fare una nuova missione appoggiandosi sulla forza del Vangelo e sul coraggio della incarnazione.
Esso metteva in guardia i missionari dal fare una missione che cedesse alla tentazione di gratificare se stessi, di farli sentire utili segnando così il divorzio tra la loro opera e una nuova umanità che camminava nel mondo. Certo sarebbe stato possibile continuare a fare statistiche su quanto facevano, ma risultava loro sempre più difficile formulare le ragioni del proprio credere e pensare. L'antidoto a questa malattia latente era il ricorso al fondamentale insegnamento dell'Allamano che faceva della missione una questione d'Amore. Ogni missionario era chiamato ad esprimere l'inquietudine evangelica di questa nostra epoca con uno studio attento ed appassionato dei fermenti che la pervadevano, con una riflessione pacata e coraggiosa.
Esso tracciava le seguenti linee essenziali per il rinnovamento a cui orientava l'Istituto: decisa affermazione della natura esclusivamente missionaria dell'Istituto; richiamo ad un rinnovamento interiore nello stile e nella tradizione del Fondatore; impostazione della vita religiosa nella prospettiva missionaria; rinnovamento della vita comunitaria; accentuazione della internazionalità dell'Istituto, mantenendo le caratteristiche missionarie della sua fondazione; volontà di accogliere e promuovere vocazioni missionarie anche nelle regioni di missione; affermazione che tutti i membri dell'Istituto formano una sola famiglia con pari diritti e doveri; applicazione dei principi di collegialità e sussidiarietà nei rapporti e nella vita dell'Istituto; volontà di continuare e di perfezionare l'attività missionaria con spirito di servizio nelle chiese locali; inserimento nelle comunità umane con piena solidarietà allo sviluppo dei popoli; disponibilità a collaborare con tutte le forze missionarie della Chiesa, in particolare con gli istituti missionari e con il clero locale; attuazione di nuove forme di collaborazione con i laici; accentuazione data ai problemi della formazione, come vitali per l'istituto; senso dell'ottimismo e della speranza come caratteristiche distintive del missionario (Atti pag. 18-19).
A supporto di queste indicazioni il Capitolo esortava tutto l'Istituto a un rinnovamento profondo poggiato su una continua ricerca e su fiduciose sperimentazioni. Ciò avrebbe richiesto in tutti un grande spirito di apertura, un'ansia di ricerca che portasse a trovare vie nuove e il coraggio di abbandonare soluzioni e formule diventate inoperanti. Le sperimentazioni avrebbero esigito l'accordo e la collaborazione di tutti.
La complessità delle situazioni specialmente nel campo della formazione esigeva che tutti i missionari mettessero a servizio del bene comune le loro capacità e le loro intuizioni.
Nella prima parte degli Atti Capitolari vi sono testi altamente poetici. Il richiamo all'umanità viene fatto con profondità mistiche. È l'unico modo con cui questo capitolo riesce ad attualizzare il calore umano con cui l'Allamano circondava i suoi missionari e ad essi inculcava.
Seguendone lo spirito gli Atti del Capitolo produssero un paragrafo che oggi suona profezia. Il numero 160 diceva: "Il dovere missionario della Chiesa si estende pure alla rievangelizzazione delle comunità cristiane che si trovano in regresso, a motivo di una evangelizzazione superficiale o per mancanza di adeguata assistenza religiosa… l'attività pastorale si orienti alla formazione della fede personale adulta, operante e costantemente aggiornata; guidi i singoli e le comunità ad operare per il miglioramento delle condizioni attuali di vita, sostenendo i valori della giustizia e della fraternità con la testimonianza cristiana" (Atti pag. 76).
Le orme di questo Capitolo sono state ripercorse in quelli successivi. Le migliori intuizioni sono state codificate nel nuovo testo delle costituzioni. L'afflato spirituale è riecheggiato in tante lettere del p. Mario Bianchi e del p. Giuseppe Inverardi. La ricchezza di questo magistero per l'Istituto è stata raccolta nelle oltre mille pagine del volume "Consacrazione e Missione". In esse vi si ritrova costantemente espresso che il bisogno di profondità attraversa oggi ogni interrogativo sulla missione che l'Istituto si pone.
Infatti è il modo nuovo con cui la missione dell'Istituto si colloca nella realtà del mondo che le fa scoprire sempre un di più da raggiungere, un oltre da perseguire.
Tensioni politiche, difficoltà sociali, guerre e guerriglie, minacce e calunnie e sofferenze fisiche che hanno portato anche alla morte di alcuni missionari, hanno segnato la vita dell'Istituto in Mozambico, in Etiopia, nel Congo, a Roraima e in Colombia. Tuttavia, non ha vinto la paura ma l'amore per la gente alla quale infondere coraggio e speranza e con la quale condividere i rischi della vita.
Nonostante questa dimensione martiriale, l'Istituto ha voluto continuare a esprimere che la missione è un continuo andare oltre, ed ha così progettato l'apertura all'Asia. Preparata in antecedenza e formalmente decisa dal Capitolo del 1987 essa ebbe inizio nel gennaio 1988 con l' invio di quattro missionari appartenenti a quattro nazionalità diverse.
Nel desiderare e programmare tale presenza, l'Istituto aveva in mente i ricorrenti aspetti missionari che qualificano l'Asia. Raccoglie i 2/3 dell'umanità, ha una piccola percentuale di cristiani, è il continente delle grandi religioni e culture con le quali cercare il dialogo, e ha zone di immensa povertà.
Guardando a questa realtà l'Istituto pensava a uno stile nuovo e complementare di fare missione.
La scelta concreta cadde sulla Corea, e nel giungervi si ebbe l'impressione di un mito che si infrangeva. Con il diffondersi del fenomeno della globalizzazione che comportava anche la secolarizzazione della società, la Corea non manifestava molto della mistica religiosa e contemplativa di cui la si riteneva pervasa.
Si distingueva invece per il suo dinamismo tecnologico-industriale e non presentava più una chiara identità religiosa e culturale, benché il suo substrato confucianista continuasse a modellare la società. Ai pochi missionari parve evidente una sola certezza: la Corea, e per estensione l'Asia, richiedeva atteggiamenti missionari totalmente nuovi rispetto a quelli ritenuti da tempo tradizionali nell'opera dell'Istituto.
Tuttavia questa esperienza di pochi e appena incipiente, ha avuto un ritorno sull'intero Istituto perché ha indicato a tutti che le realtà attuali in cui la missione si compie impegneranno sempre di più l'Istituto a cambiare.
Nella sua relazione al Capitolo Generale del 1993, il Superiore Generale p. Giuseppe Inverardi, che terminava il suo secondo mandato, presentava in questo modo gli aspetti importanti della realtà a cui l'Istituto era proteso: "Prima di poter operare delle scelte è importante conoscere il momento storico e i mutamenti in atto e prevedibili. Non è sapiente ignorare le interrelazioni tra aree geografiche diverse e tra le dimensioni del complesso tessuto della società. L'istituto vive e opera in un contesto che deve conoscere… Con brevi pennellate abbozziamo quelle ricavate dallo "studio previsionale per l'Istituto Missioni Consolata" elaborato da due sociologi… E' in crescendo la divaricazione globale: invecchiamento della popolazione nei paesi dell'Europa e Nord America e aumento della popolazione giovane nei paesi dell'America Latina e soprattutto dell'Africa. Il fenomeno delle migrazioni: da molte nazioni agli Stati Uniti e Canada e dall'Africa all'Europa. I rifugiati. L'urbanizzazione. Essa avviene rapidamente nei paesi in via di sviluppo e precede l'industrializzazione. Conseguenza: gli slums o favelas, i ragazzi/e della strada. E' difficile l'accesso di molti paesi alle tecnologie avanzate e l'informatica è monopolio di pochi paesi e multinazionali. C'è uno spostamento del potere economico dai paesi del versante Atlantico, Nord America e Europa a quello del Pacifico: Giappone e le quattro tigri. La questione ecologica: abbattimento delle foreste, desertificazione, perdita dei terreni coltivati, innalzamento della temperatura, siccità. Crisi delle democrazie divenute partitocrazie. Caduta e/o trasformazione delle ideologie, sia quelle a sfondo marxista che capitalista. Non catalizzano, non costituiscono un ideale. La politica ha disincantato molti. Auspicio di una autorità politica mondiale con più potere, instabilità politica, indebitamento estero, crisi economica, disoccupazione, tribalismi, entità etnico-culturali, lo scadimento della sanità e della scuola, il flagello dell'Aids, la droga, conflitti violenti, fame. Il fondamentalismo religioso: nelle sette protestanti e nell'islam. Il mondo femminile e la difficile lotta per la parità." (relazione pag. 13)
Questa descrizione non aveva certo l'intento di seminare lo sgomento tra i missionari, voleva invece spronare l'Istituto a cogliere i fermenti che venivano soprattutto dalle grandi assemblee episcopali dei Sinodi Continentali per rinnovare il cuore e lo zelo dei missionari stessi. A loro riveniva il compito di una presenza missionaria sfrondata dalle strutture di un tempo ma chiaramente capace di donare speranza, propugnatrice di valori umani, morali e spirituali e solidale con i poveri.
Si voleva soprattutto che nel prepararsi a celebrare il centenario della sua storia l'Istituto comprendesse che era chiamato ad una profonda trasformazione.
Lo esigeva la realtà esterna indicata; lo evidenziavano le statistiche interne. La desiderabile proporzione numerica tra i continenti non si era mantenuta negli ultimi anni, né era ipotizzabile per l'immediato futuro. Mentre l'Africa sosteneva l'Istituto con un numero crescente di missionari, si erano impoverite l'Europa e il Nord America, incerta era divenuta l'America Latina e la Corea appariva ancora imponderabile.
La provenienza dei missionari non si prospettava senza conseguenze per il futuro: infatti la nuova geografia vocazionale avrebbe condizionato scelte, posti, attività, opere, valori, mezzi e stile con cui continuare la missione dell'Istituto.
Certo, l'Istituto era chiamato ad analizzare la tipologia dei nuovi missionari. Ma il presupposto doveva essere quello di considerare un valore la diversità degli stessi e la crescita della missione.
Si può onestamente affermare che la visione del p. Inverardi sia passata nella sua problematicità come nei suoi segni di speranza a tutto l'Istituto. Esso oggi guarda la sua storia e riconosce che l'attività missionaria si è svolta soprattutto in regioni isolate, lontane dai centri civilizzati e impervie per difficoltà di comunicazione, di lingua e di clima.
Oggi però, la realtà della missione ad gentes sta cambiando: luoghi privilegiati ne divengono le grandi città dove sorgono nuovi costumi e modelli di vita, nuove forme di cultura e comunicazione che poi influiscono sulla popolazione.
E' vero che la scelta degli ultimi, deve portare a non trascurare i gruppi umani più marginali e isolati, ma è anche vero che non si possono evangelizzare le persone o i piccoli gruppi, trascurando i centri dove nasce un'umanità nuova, con nuovi modelli di sviluppo.
In questo contesto basta leggere il numero 37 della RMi. per risentire il gusto, il valore, il peso e la gioia di continuare una missione che è solo agli inizi.

 

Conclusione

Ciò che la sua storia trasmette all'Istituto appare dunque un motivo di speranza. I sorprendenti mutamenti con i quali veniamo oggi confrontati non sono anticipazione di una fine, segnali di morte, ma appartengono profondamente al dinamismo della missione. Il cambiamento è la sola garanzia per il sussistere dell'Istituto. Da esso sgorga quella trasformazione che lo rende vivo ed operante nel presente. Non morirà perché cambia, ma morirà se non muta. È questa la certezza che la storia e il presente evidenziano.
Oggi l'identità dell'Istituto della Consolata si profila nitida solo includendo la novità della presenza africana: già ora si respira un pensiero nuovo, un pensiero afro che sarà il futuro della prossima fase vitale dell'Istituto. Questo dato porterà ad alcune destrutturazioni non scevre da sofferenze, come del resto la missione reale destruttura la regolarità della vita degli anni di formazione. Ma a nessuno verrebbe in mente per questo di cancellare la missione o di considerare l'esigenza del cambiamento come la fine dello spirito dell'Istituto.
Considerazioni di questo genere non solo si opporrebbero alla storia ma toglierebbero ogni senso del futuro all'Istituto inducendolo a trasmettere ai suoi membri più giovani e a chi guarda alla missione con gli occhi del cuore un'eredità per cui non vale la pena di lottare né di donarvi la vita. Coloro che hanno preceduto il presente insegnano che mentre si attua la missione, bisogna anche lasciarsi indurre a seguire il di più che viene intuito dagli altri.
In breve, tutto ciò che la Missione è stata fin dagli inizi della predicazione del Vangelo, sembra si ripresenti nella storia dell'Istituto. In esso si attuano le parole del Vescovo Ambrogio che scriveva: "Parliamo sempre di Lui. Quando parliamo della sapienza, è Lui colui di cui parliamo, così quando parliamo della virtù, quando parliamo della giustizia, quando parliamo della pace, quando parliamo della verità, della vita, della redenzione è di lui che parliamo" (Com. al Sal. 36,65-66).
Tanti Missionari della Consolata hanno fatto e fanno missione così e sanno che anche per essi si è trattato solo di un inizio, nonostante i cent'anni trascorsi.

NOTE

1. G. Tuninetti Città di lotta e di cuore, in Missioni Consolata (2-2000) p. 9
2. Cfr. bibliografia
3. Cfr. bibliografia
4. Cfr. bibliografia
5. Erano i p. Tommaso Gays e Filippo Perlo e i fr. Luigi Falda e Celeste Lusso
6. Augusto Castro Quiroga, Padre e Maestro di apostoli, Bologna 1981
7. AIMC, VIII-2, varie nn. 1-19
8. Cfr. bibliografia
9. AIMC, IV-1, 1903, n. 7
10. Cfr. A. Trevisiol, Innestati su un albero secolare, Roma 1991, pp. 27-30
11. Cfr. Le Conferenze spirituali del Servo di Dio Giuseppe Allamano, 4 voll.
12. Ibidem voll. III, p. 672
13. Cfr. bibliografia
14. Atti del Capitolo Generale 1969, pp. 18-19
15. Ibidem p. 76
16. Consacrazione e Missione. Riflessioni post conciliari IMC., Roma 1995, pp. 1005
17. Giuseppe Inverardi, Relazione al Capitolo Generale 1993, p. 13
18. S. Ambrogio, Com. al Sal. 36, 65-66.

 

 

 


BIBLIOGRAFIA

- AA. VV., Giuseppe Allamano (Da Torino per il mondo con forza e amore), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1991.

- Candido Bona, Il Servo di Dio Giuseppe Allamano e un secolo di movimento missionario in Piemonte, Torino 1960, pp. 28; La fede e le opere - Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Torino 1889, pp. 570; Quasi una vita - Lettere scritte e ricevute dal Beato Giuseppe Allamano con testi e documenti coevi (1965-1926), 9 voll., Torino 1990-2000.


- Giovanni Crippa, I missionari della Consolata in Etiopia (1913-1942), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1998.

- Ersilio D'Errico, Sulle Vie dei popoli (atlante), Editrice Missioni Consolata, Torino 1993.

- Alessandro Di Martino, Carteggio di un prestito per il regno (Tanganyika 1919-1935), Edizioni Missioni Consolata, Torino 1987; Quel tanto di lievito del regno, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1995.

- G. Gallea, Istituto Missioni Consolata 1 - Fondazione. Anni 1880-1909, 3 voll., Torino 1977.

- G. e G. P. Mina, La beatitudine di essere secondo - Giacomo Camisassa, confondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Bologna 1982, pp. 142.

- G. Mina - L. Zamuner, Quando la missione invade la vita - Il servo di Dio Giuseppe Allamano. Fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Torino 1986, pp. 202.

- L. Sales, Il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano, Fondatore delle Missioni della Consolata, Torino 1944, pp. 524.

- P. Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Torino 1972;

- Giovanni Tebaldi, La missione racconta. I missionari della Consolata in cammino con i popoli, Bologna 1999, pp. 398.

- Alberto Trevisiol, Uscirono a dissodare il campo (I missionari della Consolata in Kenya: 1902-1981), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989; Amarono una terra dagli orizzonti infiniti (I missionari della Consolata in Argentina: 1946-1978), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1997; Innestati su un albero secolare (I missionari della Consolata in Brasile: 1937-1969), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1991.

- Igino Tubaldo, Giuseppe Allamano. Il suo tempo - La sua vita - La sua opera, 3 voll., Torino 1982-1985; Le conferenze spirituali del Servo di Dio Giuseppe Allamano (1901-1925), 4 voll., Torino 1981.

< Precedente   Prossimo >

Domenica Missionaria

I dom Avvento - B
I Domenica Avvento B

Nell’attesa della sua venuta

Leggi tutto...

Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
Leggi tutto...