Narrow screen resolution Wide screen resolution
Noi Siamo per gli Infedeli PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Alberto Trevisiol IMC   

Una convinzione ben radicata nell’Allamano

«(L’Istituto) ha il proprio fine speciale e secondario, che ne forma la caratteristica ed è la sua ragion d’essere: l’evangelizzazione degli infedeli» (VS 18). «Voi dovete andare in Africa…No, no, noi siamo per convertire gl’infedeli: teniamo duro sul nostro scopo» (III, 295).
Tutta la vita dell’Allamano, dell’Istituto e di ciascuno di noi porta l’impronta di questa intestazione solenne. Tuttavia la comprensione della stessa non si è mai imposta con semplicista ovvietà. Non si condensa in riduttive definizioni. È un lento processo di cui l’Allamano indica alcuni momenti fondamentali:
a) Emerge da uno sfondo intuitivo personale per cui l’individuo si scopre provvidenzialmente scelto da Dio e «(fornito) di quelle doti convenienti per portare la fede nei paesi pagani» (VS 26);
b) si chiarisce nel processo di attuazione, tanto che l’Allamano afferma: «l’evangelizzazione degli infedeli può e deve abbracciare tutte le opere e usare tutti i mezzi che sono necessari od utili a questo fine, secondo le circostanze di luogo o di tempo, ed approvati dalla S. Sede» (VS 18);
c) si rivela sottoposta costantemente all’irrompere del nuovo, tanto che fin dagli inizi si dovettero chiedere deroghe alle norme comuni: «abbiamo avuto speciali approvazioni per le fattorie agricole e laboratori industriali, per le scuole e visite a domicilio, per le cure mediche, per l’orfanotrofio, i collegi, ecc.» (VS 18);
d) è sorretta da una ragione apodittica, una necessità che non ammette tergiversazioni, nasce infatti dalla riconoscenza dovuta per il dono della fede ricevuta. Parlando di tale dono l’Allamano indica i doveri che ne derivano: « 1) Ringraziare il Signore che ce l’ha data gratuitamente, senza nostro merito. 2) Apprezzare questo dono della fede che è in noi, e in riconoscenza a Dio, procurare di spargerla fra coloro che non l’hanno, farla nascere fra gli infedeli: questa è la vostra missione…Non dire come certuni: lasciarli in buona fede! … È certo che quelli che muoiono senza la fede e senza battesimo non possono salvarsi. N. S. parla chiaro “Nisi quis…”» (III 419).

Il bisogno di una continua ridefinizione

Per quanto si rileggano gli scritti del Beato Fondatore non vi si trovano altri elementi sostanziali per una diversa concettualizzazione del “fine speciale dell’Istituto”. Come sempre l’Allamano risulta sobrio: afferma l’essenziale e ad esso si attiene. Al più abbonda nelle esortazioni spirituali e morali per spingere a viverne il contenuto. Il ridotto numero di testi tuttavia ha il pregio di risultare pervaso da un’inquietante profondità, da un’insopprimibile modernità.
L’essenza dei parametri tracciati non cessa di porre domande alla nostra attuale identità di Missionari della Consolata e ci costringe a non prendere il passato come norma ma a guardare al futuro per renderlo in esso presente. Nel domani la virtualità del ieri è presente solo nella diversità che questo produce, come in un figlio la continuità del padre non si rivela nella riproduzione di una copia di sé, ma in tutto ciò che, del padre, il figlio ha trasformato in sé.
Partire dall’Allamano per protrarre il passato nel presente, per garantire un’abitudinarietà sonnolenta con cui assicurare fedeltà al “fine speciale” dell’Istituto, equivale a smentire le intuizioni fondanti della sua opera. Partire dall’Allamano per:
a) risentirsi oggi scelti da Dio per l’evangelizzazione;
b) scorgerci immersi nel processo di divenire in cui stiamo operando missione;
c) sentirci affascinati e lieti per ogni singola traccia di nuova vita che riusciamo a scorgere;
d) ritrovare una ragione di fondo che ci leghi per sempre alla missione, all’Istituto Missioni Consolata.
Questo equivale non a voler rifondare l’Istituto ma più semplicemente ad attualizzarne il fine speciale in compagnia dell’Allamano affinché ci indichi in quale modo attuare l’evangelizzazione degli infedeli, ragion d’essere dell’Istituto. Questa prospettiva ci indica chiaramente che l’orizzonte entro cui l’Istituto nasce cresce e vive sono gli infedeli. La connotazione geografica implicita in questo temine, agli occhi dell’Allamano, è evidente e, per noi, tradizionale. Coincide con le missioni in cui l’Istituto ha storicamente lavorato.
Di poco più sottile, ma ugualmente parte di un sentire comune è l’implicazione negativa a livello culturale annessa al concetto di “infedeli”. E che dire della discriminante religiosa che essa contiene? La si trova nello stesso Allamano. Basta un testo per illustrare quale essa fosse, non quale amore includesse, nella prospettiva dell’Allamano. Infatti la citazione completa dell’ultimo testo trascritto così prosegue: «…Non andranno all’inferno se non avranno commesso dei peccati personali, ma neppure non potranno andare nel nostro Paradiso, alla visione beatifica di Dio, perché non sono assorti all’ordine soprannaturale. E dove andranno? Il Signore non ce lo ha voluto dire: avranno una beatitudine puramente naturale. Inoltre per gli adulti è così difficile, mancando degli aiuti che abbiamo noi, che possano astenersi dal fare peccati proprio contro la legge naturale!…» (III 419).

“Pagano”: un concetto che viene da lontano...

Non si fa alcuna difficoltà a spiegare testi come questi con la teologia del tempo! Anche l’Allamano sapeva che il termine si riferiva ad una situazione religiosa, che ha avuto un particolare interesse storico, quando nel mondo romano si è profilata la vittoria del cristianesimo. Paganus veniva allora chiamato il rustico abitante dei pagi, e poiché è stato proprio nei “pagi” che il culto idolatrico ha mantenuto le ultime posizioni di resistenza, mentre nelle città il cristianesimo diveniva religione di stato, il temine “paganus”, già usato da Tertulliano (De corona, XI,5), entrava nel linguaggio comune con il significato di “non cristiano” o “adoratore degli idoli”, sinonimo dunque del termine giudaico di “gentile”.
Termine e concetto sono stati quindi codificati dal diritto, dapprima in un editto di Valentiniano nel 368 e poi nel codice teodosiano (XVI, 2, 18). Infine sono entrati nell’uso liturgico e teologico, soprattutto ad opera di Agostino (Retract. II, 43) che lo ha “consacrato” annettendovi il tradizionale valore negativo (: ...”Deorum falsorum multorumque cultores quos usitato nomine paganos vocamus” (ibid.), costruendo tutto il De civitate Dei sul trionfo del cristianesimo contro tutte le obiezioni del paganesimo morente. Intanto, la speculazione di Agostino veniva corroborata dalla pastorale antipagana di Ambrogio di Milano. Le trasmigrazioni dei popoli germanici con il bagaglio di distruzione della romanità che li accompagnò rafforzarono l’implicanza negativa del termine pagano fino a connetterlo con l’idea di “non persona”. Le fonti letterarie cristiane che raccontano il migrare di questi popoli associano al senso “non cristiano” quello di “barbaro-incivile” fino a mettere in discussione la dimensione umana di queste popolazioni. Tale idea attraversò talmente il mondo medioevale che il Papa Paolo III dovette intervenire con decreto per affermare la piena umanità degli indigeni dell’America Latina, messa in dubbio da alcuni gruppi di colonizzatori cattolici.
Sarà una ideologia anticristiana, l’Illuminismo ad elaborare il mito del “buon selvaggio”, di un uomo dotato delle sole qualità umane, uomo allo stato puro e capace di percepire l’orizzonte della trascendenza. Un uomo che, ovviamente, non deve essere “convertito”. Il Romanticismo europeo dell’800, partendo dalla filantropia del movimento spiritualista protestante alimenterà una corrente di pensiero opposta: i benefici della superiorità del cristianesimo (il genio del cristianesimo) devono essere portati a tutti i popoli per renderli più umani. E che la missione servisse, come diceva l’Allamano, a fare “prima uomini e poi cristiani” è uno slogan che ci siamo ripetuti riempiendoci di santo orgoglio. Ancora oggi sentiamo l’influsso di questa mentalità il cui modo di argomentare ci appare come un valore evidente.
Più difficile è comprendere come il concetto stesso di "pagano" sia una dimensione che, l’uomo, noi stessi, continuiamo a produrre. Infatti nella storia delle religioni nascono svariati movimenti, si distinguono, si dividono, talvolta dialogano e si fondono. Ogni volta emerge un’inalienabile tensione tra unità e diversità, tra omogeneità ed eterogeneità. Questo processo dialettico crea sempre dei nuovi pagani o giustifica l’accusa di qualcuno che giudica paganizzante un altro. Il fatto stesso di distinguersi, di separarsi ci trasforma in pagani di qualcuno! I giudei sono divenuti i pagani dei cristiani e i cristiani i pagani dei musulmani ecc. ecc. ecc…
È chiaro dunque che il termine pagano ha assunto in primo luogo un significato “religioso”. Ed è altresì constatabile, per noi, che esso ha invertito il senso datogli dalla provenienza geografica: nel nostro tempo infatti il cristianesimo, contrariamente alle sue origini, ha perso un gran numero di fedeli proprio nelle città, tanto che oggi il cristianesimo appare come meglio inerente ai “pagani” delle campagne che agli abitanti delle città. La cultura urbana si rivela come una grande sfida a qualsiasi religione e le città costituiscono i “pagani” di tutte.
Per il cristianesimo il fenomeno raggiunge una forma impressionante. David Barret sostiene che… “nella misura in cui crescono le città, diminuisce la percentuale dei cristiani urbani. Nel 1900 era il 68.8%. Nel 2000 è scesa al 46.3%. In pratica nelle città abbiamo un non cristiano in più al secondo. Se in Africa abbiamo un incremento di 4000 cristiani al giorno, l’Europa ne perde 7000 nelle 24 ore…”. Per questo lo scenario europeo viene presentato come luogo di risurrezione del paganesimo.

Una riflessione da continuare con coraggio

Da questo dato di fatto si deduce che il “noi siamo per gli infedeli” (sinonimo di pagani per l’Allamano) e il conseguente dovere di “tener duro a questo scopo” impostoci dal Fondatore non può che richiederci un profondo ripensamento del modo con cui noi siamo missionari oggi. Qui non è questione di non vedere il passato, ma di voler atrofizzare il presente e immaginare di poter contenere il futuro entro i limiti del passato. Non si tratta neppure di voler indicare scelte operative: a questo ci pensano i Capitoli e le istanze di governo dell’Istituto.
La sfida si gioca interamente nel cuore di ciascuno di noi. È il nostro modo di pensare che può generare una attività deviante. Come è pure possibile il contrario. Infatti si può ridurre la missione entro gli ambiti di un pensiero povero, abitudinale e rassicurante, che delega ogni responsabilità, ma che tuttavia produce cose buone come lo zelo, la carità, la premura per i bisogni emergenti ecc. Oppure si può trovare il coraggio per avvertire il cambiamento avvenuto in noi e attorno a noi. L’Allamano lo trovò e creò qualcosa di nuovo. Inventò per noi il senso della Missione. Questo suo atteggiamento rivissuto oggi ha chiaramente un valore normativo nel considerare la trasformazione che si è operata nella missione. Spesso l’abbiamo definita come un andare oltre le frontiere, considerando così come pagani coloro che stavano al di là delle stesse, intendendole, naturalmente, non solo in senso geografico e culturale, ma anche ideologico e psicologico.
Niente appare oggi più contestabile che il concetto di frontiera. Non solo per l’irrompere prepotente di quel dinamismo sconvolgente chiamato globalizzazione. Ma ancor più perché il concetto di frontiera è arbitrario, fatto dagli uomini per mettere ordine “nell’ambiguità” del creato, per distinguere e separare secondo una prospettiva storica o ideologica contingente. Basta pensare all’Africa dei grandi Laghi o all’Europa dopo la caduta del comunismo. È stato facile tracciare una nuova mappa politica del continente, ma non si riesce ancora a tracciare un identikit del continente. Alcuni sociologi hanno proposto una “mappa concettuale” proiettata su due assi che segnino due dimensioni della vita dei popoli europei. Il primo asse, Est-Ovest, descrive la dimensione geopolitica e geoeconomica del continente; il secondo invece, Nord-Sud, la sua dimensione geoculturale che fondamentalmente è legata alle divisioni tra la civiltà mediterranea ed i barbari, tra impero romano e quello germanico; poi ai tre gruppi linguistici: romano, germanico e slavo; infine alle due grandi confessioni cristiane: cattolica e protestante.
Dopo la svolta del 1989, l’apertura degli stati dell’Unione Europea e l’inizio delle trattative per l’allargamento dell’Unione verso Est si può osservare che, specialmente a livello politico ed economico, si manifesta un tipo di integrazione mai visto prima anche a livello culturale che prelude ad una nuova unità nella costruzione della quale sembra sempre più marginale l’elemento religioso, mentre si consolida l’assunzione del principio della libertà personale. In questo processo di cambiamento della realtà culturale europea si intravede una catena di cinque valori fondamentali che influiscono contemporaneamente sulla formazione di una nuova identità culturale: potere-religione-lingua-legge-comunicazione sociale.
Si intuisce d’istinto che anche questo nuovo mondo è tale per la comprensione che di esso danno coloro che si collocano all’interno del medesimo, che in fondo anche questo è uno schema per indicare una frontiera, anche se si tratta dello spostamento di limiti precedenti con l’inclusione di nuove dimensioni. Sono dunque sempre gli uomini che creano delle frontiere e di conseguenza creano i propri pagani (quelli che ne sono al di fuori, oltre). Il pagano allora è sempre colui che io percepisco come vivente oltre la frontiera, oltre il limite dell’accettabile secondo la mia visione delle cose, oltre il Mio mondo. Il paganesimo, dunque, altro non è che una costruzione umana.
Questo allora annulla la visione dell’Allamano e più ancora la ragione della missione cristiana? No, questo rende solo più doverosa l’inquietudine missionaria. Esige il superamento della banalità di dare per scontato che gli altri abbiano bisogno di noi perché socialmente, culturalmente (civilmente) o religiosamente inferiori! Nato in Asia, il cristianesimo non è riuscito ad imboccare la via della penetrazione in quel mondo dove mancavano i presupposti che rendevano scontato “il valore” della missione dell’occidente in altre realtà culturali.
Anche solo il semplice fatto che l’Istituto e la Chiesa guardano al continente asiatico come al futuro della missione non può non porci di fronte ad una nuova comprensione del nostro essere per gli infedeli e a chiarirci la definizione semantica di questo termine in relazione all’appello alla conversione implicito nella proclamazione del Vangelo.

Cristiani e pagani: contrapposizione o incontro?

Il dato fondamentale da cui parte la Missione è l’adesione di fede al fatto che Dio si è effettivamente rivelato nelle prime alleanze con il popolo d’Israele e definitivamente in Gesù con un’Alleanza Nuova. In questa prospettiva “pagane” sono le persone che non hanno ancora ricevuto questa buona novella.
Ciò sembra a noi evidente, ma non ci dispensa da un’ulteriore riflessione. Infatti poiché un testo non è veramente comprensibile che nel suo contesto, si impone la domanda su quale sia il contesto dell’Alleanza di Gesù e la risposta non può che essere: nelle prime alleanze con Israele.
Ma per comprendere le prime alleanze con Israele, a quale contesto dobbiamo riferirci? E subito il mondo si allarga al contesto dell’Antico Medio Oriente. Il passaggio logico ulteriore estende ancor più l’orizzonte: per poter comprendere il testo del Medio Oriente Antico e delle sue religioni sono obbligato a situarle in un contesto più largo… e così di seguito fino a concludere che non è possibile essere cristiani senza i pagani i quali costituiscono il vero contesto che mi fa comprendere il testo del Cristianesimo. Il senso del cristianesimo si trova dunque anche nel paganesimo, e viceversa in un movimento continuo di tensione e di reciprocità.
La missione non può dunque essere descritta come la pura presentazione del messaggio cristiano ai pagani, poiché questo messaggio non è comprensibile in sé, ma soltanto in tensione con lo stesso paganesimo. La missione non può essere altro che dialogo tra questi due “testi” che si illuminano l’un l’altro, dato che l’uno è sempre il contesto in cui l’altro testo si lascia comprendere.
Questa essenziale dimensione dialogica della missione è sperimentabile a diversi livelli:
a) personale: costituisce infatti il processo con cui noi siamo stati iniziati alla fede e posti in uno stato di diversità rispetto a chi cristiano non è, diversità che noi stessi non possiamo capire senza riferimento a ciò che ci è proprio e che gli altri non hanno o hanno in modo diverso.
Alla chiamata alla fede, poi, si è aggiunta per noi la chiamata alla missione nell’Istituto. E qui tutto è stato fatto perché diventassimo missionari nella testa nella bocca e nel cuore con una identità che non può non includere similitudini, ad esempio con i Comboniani, ma in nessun modo può perdere la propria specificità! L’ideale rimane di diventare ciò che il nostro nome significa. Tutto dunque il “testo” dell’essere “Missionari della Consolata” ha bisogno di un contesto “altro” per definirsi e identificarsi come specifico.
b) operativo: è bastato porre piede fuori dal nido del seminario e giungere finalmente in missione, per sperimentare come non bastasse, in modo assoluto, rimanere quello che si era diventati. Un faticoso processo di adattamento alla missione è esperienza comune. Il nuovo contesto ci definisce e ci trasforma tanto che sovente l’idea di tornare indietro diventa psicologicamente impossibile. La missione ha sfrondato molte cose, ci ha formato un linguaggio e una visone nuova della realtà. Ha inoltre ridotto all’essenziale la nostra teologia, ha lasciato intravedere la dissonanza tra una forma di cristianesimo ritenuta normativa e la sua recezione estremamente ridotta in un contesto diverso dal nostro.
Si tratta di una delle esperienze umane più profonde a cui siamo personalmente chiamati come missionari: è stupefacente poter scorgere la trasformazione che la missione opera; avvertire la maturazione di una persona; sentire il ritmo del suo cammino umano e spirituale; comprendere i vari livelli, le dimensioni diverse in cui si esprimono, talvolta senza parole, nuovi bisogni.
Di sicuro, in questo travaglio si colloca una certezza incrollabile: il fatto di essere cristiani e portatori del Vangelo è per noi il dato da cui partiamo e andiamo verso gli altri, mentre ci è più difficile scoprire quanto di essi è penetrato dentro di noi. Sì, noi siamo per gli infedeli, ma non saremo ciò che siamo senza di loro.
È questa la constatazione che cambia il contesto missionario nel quale siamo chiamati a vivere la nostra vocazione e ancor più cambia il nostro modo di annunciare il Vangelo. I pagani a cui siamo inviati non costituiscono un’alternativa alla nostra fede, ma una realtà di comunione, un luogo di incontro per uno scambio reciproco. Questa affermazione non include la supina accettazione di tutto ciò che costituisce il male, l’esperienza di peccato delle realtà in cui la nostra storia personale ci colloca. Ciò equivarrebbe a dire che alla la fede noi aggiungiamo, come se fosse contenuto della stessa, i peccati della chiesa e delle forme storiche di cristianesimo che hanno segnato la sua storia. Si tratta invece di superare la concezione che divide il mondo in due categorie, noi e gli altri, per sentirsi parte di un tutto, dove tutti hanno bisogno degli altri. Anche il Vangelo che annunciamo.
Non è un cammino facile. Dietro l’angolo si nasconde sempre la tentazione di sentirci di più, ci rassicura la nostra elezione. Vi cade anche un uomo tanto aperto quanto Mons. Castro. Ha scritto delle dispense in cui dedica le dieci prime pagine a qualificare e catalogare i pagani del nostro tempo. L’elenco è interessante, il linguaggio, come sempre, attraente, ma, alla fine restano i “cattivi”. Eppure sono certo che anche lui ha pregato in questi giorni con la preghiera del breviario che dice: «Dio Padre ha voluto effondere anche sui pagani il Dono dello Spirito Santo. Preghiamo perché nel nostro tempo si diffondano i prodigi della Pentecoste» ( LO p. 614). Il Messale dove viene codificata la “lex orandi” complemento indispensabile alla “lex credendi” celebra il fondamentale contenuto degli Atti tutti protesi a proclamare la pre-incidenza dell’opera dello Spirito nel suscitare discepoli del Risorto. Egli si manifesta presente tra i pagani prima dell’intervento degli Apostoli e la sua opera rimane poiché in Dio le operazioni sono eterne.

Le interpellanze non mancano

I Vangeli che pure contengono esplicito il mandato missionario fino ai confini della terra, non presentano mai l’avvento del Regno di Dio come una realtà globalizzante. Le immagini con cui esso viene descritto, lievito, granello di senape, piccolo gregge, sembrano indicare per il cristianesimo uno stato di minoranza permanente. Nella comprensione di questa verità tutti abbiamo eliminato la concezione restrittiva di una salvezza destinata a pochi eletti, sul modello d’Israele. La paternità di Dio è universale come universale è il mistero redentivo della croce di Gesù: nella chiamata all’esistenza e nel comune destino alla morte, comune anche con Gesù, si incontrano i due momenti della fondamentale solidarietà umana al mistero di Dio: siamo figli nella vita, compagni nella morte.

Il pagano che è in noi…
Il rapporto con i pagani parte dunque da una fondamentale unità, da un’unica relazione con l’amore fontale del Padre, sono nostri consanguinei, non sono altro da noi, percorrono lo stesso itinerario di vita, sono destinati all’unico amore di Dio. Oltre a non essere più pericolosamente vicini all’inferno, si sforzano, come noi, di sperimentarlo anche se talvolta in modo inconsapevole o attraverso l’insondabile ragione del diniego di Dio. Se noi, l’Istituto voluto dall’Allamano, siamo per i non fedeli dobbiamo partire da questa fondamentale via di accesso ad essi. La missione ha già perso la connotazione geografica con cui è stata a lungo identificata, sta lasciando per strada anche le nuove configurazioni indicateci di recente. La missione si scorge sempre di più come reciproca compagnia del credente con il non credente nel tentativo di dare contorni al volto di Dio Padre e di Cristo Salvatore.
La certezza di fede del cristiano da sola non basta a chiarire il mistero per il pagano, né la visione di questi può sostituire il dono ricevuto dall’altro. Entrambi camminano verso una verità che ancora non possiedono interamente e che sarà dono dello Spirito.

Il rispetto non deve mai mancare
Il presupposto fondante della verità cristiana resta la proclamazione della Parola. La “prova scientifica” del suo valore diventa la testimonianza di quanto essa ha operato nel credente. Se non ne ha trasformato la vita, non può pretendere a garanzie di autenticità; se non ne ha cambiato il cuore, resta un sistema. Il pagano del nostro tempo percorre un’altra via per giungere alla verità: la via della scienza, del conoscere scientifico. Anche se lo scientismo è finito da tempo con la sua pretesa di poter giungere a conoscere tutto e a sostituire il mistero con il sapere, resta il fatto che pur accettandone i limiti la via della conoscenza scientifica, la strada della ragione resta per i pagani una autentica possibilità di accesso alla verità.
Ogni forma di reticenza cristiana, ogni superficiale disinteresse, ogni semplicista sostituzione della ricerca con forme di spiritualismo, distrugge la possibilità di dialogo e banalizza la sostanza della verità cristiana. La proclamazione del Vangelo come una verità che non può o non deve essere mediata dalle altre verità trovate dall’uomo, riduce la credibilità del Vangelo stesso. Il minimo che possiamo fare a questo livello è tenere la testa aperta, acquisire una sensibilità, un senso profondo e vero di rispetto e, talvolta, non sempre, lasciarsi affascinare dalla verità che ci viene dalla ricerca scientifica. Paolo VI, allo sbarco dei primi astronauti sulla luna, inviò loro un telegramma così redatto: “Vidimus et admirati sumus”!

Non basta la sola carità…
Forse a noi missionari della Consolata è richiesto di più. Fa parte della nostra storia gloriosa l’impegno per la promozione umana. Continuiamo ancora a lavorare in questo settore con innumerevoli impegni. Siamo in guerra contro ogni forma di povertà. Dovremmo continuare ancora a lungo. Ma, perdonatemi un esempio personale: pochi giorni fa ho terminato un seminario sui sinodi continentali: gli iscritti erano 17, tra cui cinque africani. Naturalmente loro si sono occupati del loro sinodo. Volevo portarvi il testo della relazione finale del loro lavoro dove si rifiuta in modo vigoroso la protratta descrizione dell’Africa nella sua pur reale problematicità. Dice il testo: «Noi ci vediamo anche con occhi diversi, voi non siete senza ombre, e noi non siamo solo ombre. Siamo cresciuti, abbiamo voglia di raccontarci, ci sentiamo forse giunti al punto in cui quello che abbiamo ci basta per incominciare ad essere di più, a contare di più, a pensare di più. Perché quando noi parliamo avete fretta di fare altro? Perché solo quello che dite voi è intelligente?». Naturalmente i miei studenti sono preti, ma non c’è forse un mondo africano che percorre la sua strada senza di noi per le stesse ragioni?
Già Francesco Saverio aveva dovuto constatare che in India il cristianesimo veniva identificato come la religione dei pezzenti perché, finite le opere di carità a cui accedevano le classi più povere e meno istruite, i missionari non sapevano come parlare né cosa fare con le grandi culture orientali di fronte alle quali il cristianesimo appariva barbaro.
In un mondo pagano come il nostro, ma profondamente in ricerca, diventa onestamente più impegnativo e più umano approdare ad un poco di verità sofferta che rinviare costantemente tutto a rapide spiegazioni teologiche. Il fare è certamente la traduzione operativa della carità, ma non basta da solo a dar ragione della propria fede. È questo ciò che la missione oggi ci chiede, ma è anche questo ciò che la missione chiede all’uomo che cerca e che cercando pone domande e indica momenti di verità che sono da soli approccio al divino. Ah! Se solo riuscissimo a cercare Dio nell’uomo per far sì che l’uomo sia davvero se stesso! Avremmo allora trovato quell’armonia tra fede e ragione che ha meritato un’enciclica di Giovanni Paolo II.

Un confronto sulla libertà
Altro elemento sul quale dobbiamo entrare in dialogo con il paganesimo, al quale ci sentiamo destinati, è il concetto di libertà. La verità vi farà liberi, ci ha assicurato Gesù. Ma la libertà che il mondo rivendica oggi non ha molta attinenza con quella incarnata dal cristianesimo. Anzi si è affermata attraverso un’ideologia anticristiana, l’Illuminismo, e si è affermata in un movimento rivoluzionario che ha perseguitato la Chiesa, la rivoluzione francese. Non credo che basti una solenne richiesta di perdono delle violazioni della libertà operate dai cristiani, anche se fatta nella cornice del Grande Giubileo del 2000. Forse appare persino inutile un tale sforzo. L’uomo moderno non cristiano ha compreso da solo che Dio non può volere una religione che danneggi l’uomo perché Lui stesso rispetta la libertà individuale. Per quanto questa maturazione del pensiero moderno possa sconfinare in abusi, resta pur vero che è possibile commetterne altri anche negando il principio della libertà come fondamento della dignità umana, mentre è un dato certo che essa ha reso possibile una spiegazione “laica” dei fatti e una intuizione razionale della condotta umana incentrata su valori quali la solidarietà, la giustizia, la pace, l’ecologia che ci hanno introdotti ad una più profonda comprensione del Vangelo stesso.

Saper cogliere e proporre l’essenziale
A contatto di questo sentire umano stiamo imparando anche che solo la profondità della fede e l’intensità di pochi valori spirituali vissuti, diventano via di comunicazione del messaggio di Gesù. Non si può non convincerci che non ha senso ricorrere a forme qualsiasi di intimidazione per parlare di Dio. La fede può essere proposta solo come un legame profondo con Dio e sgorga dal cuore portando pace amore gioia, non senso di colpa e grettezza. L’adorazione può essere solo un atto di quella libertà individuale oggi ritenuta sacra. Andare a Dio con qualcosa di meno di questo, significa tentare di imbrogliarlo e può servire soltanto, a breve termine, a soddisfare le esigenze delle istituzioni religiose. La richiesta di una via esperienziale per testimoniare la verità di Gesù, la sola che il mondo pagano comprende e accetta di sentire, obbliga il missionario a fare una sintesi del suo sapere dottrinale, a coglierne l’essenziale affinché il suo messaggio serva a far comprendere il senso della vita e a trovare la felicità. Se la religione appare come qualcosa che arbitrariamente limita la libertà, si pone in contrasto con la natura umana, diventa un fardello, non una sorgente di consolazione e di gioia. Ogni restrizione immotivata della libertà ha danneggiato la religione. Dio ha creato gli esseri umani perché siano liberi e perché gioiscano della vita che ha donato loro. In cambio chiede soltanto che lo amino, che si amino e che in questo amore si rallegrino.

Nuovi ambiti di socialità della nostra fede
Infine, tutti noi sappiamo che dalla chiamata alla fede scaturisce la nostra inserzione nella comunità dei credenti. Il cristianesimo ha implicita una sostanziale dimensione comunitaria. Forma ovunque una “ ekklesia”, una assemblea dotata di una vitalità trascendente perché dove due o tre sono riuniti nel nome del Signore, Egli è presente in mezzo a loro. Essa inoltre vive ovunque di una dimensione universale intrinseca, è cattolica per natura, in quanto segno e anticipazione del Regno. La dimensione sociale del cristianesimo non potrebbe avere espressione più alta. Eppure essa è divenuta nel tempo una sorta di astrazione. Il posto della socialità è stato sostituito dai ruoli, quello della partecipazione dalle istituzioni. Non c’è stata nella chiesa una riforma che per quanto si rifaccia alla primitiva esperienza della comunità cristiana degli Atti, sia stata capace di invertire questa tendenza.
Noi missionari persino l’abbiamo trasformata in uno degli scopi essenziali della missione: impiantare la chiesa. Inizialmente il sistema ha funzionato, anche quando più che impiantare abbiamo trapiantato una forma, la nostra, di chiesa. Indubbiamente potremmo continuare e forse ancora lo facciamo. Ma gli ambiti in cui possiamo applicare questo paradigma diventano sempre più ristretti, e quelli in cui la meta sembrava raggiunta si sono svuotati.
Eppure proprio mentre è scossa la struttura sociale e la dimensione assembleare del cristianesimo, emerge nel mondo pagano l’interesse per il “politico” fino a trasformarsi in idolo. Nascono schieramenti ideologici e di potere e mezzi di comunicazione sempre più aggressivi per il predominio della città, si alimenta una sorta di passione politica che nasce da una relativa visione del bene comune e si costruiscono principi di difesa e di garanzia del Diritto su tutto, si eleva l’irruenza dell’economia, forse la dimensione più pagana del mondo a cui è destinato il Vangelo di Gesù.
Il capitale mondiale non influisce solo sul mercato, ma anche fortemente sulla cultura, sforzandosi di renderla sempre più omogenea, con l’intento di predisporla ad accogliere l’unico mercato. La mondializzazione vende la cultura come merce del capitale (films, arte, musica, idee) e la trasforma in sorgente di profitto innalzando le bandiere del materialismo e del consumismo come valori.
La socialità, la politica, l’economia, pur nella loro complessità affascinano le persone del nostro tempo, anche se i mali imputabili ad esse risultano a volte macroscopici e ricadono sulle spalle degli ultimi della terra. Ma ancora una volta è questo il contesto che deve essere illuminato dal Vangelo e a sua volta illuminare una nuova comprensione dello stesso. È questo il contesto nuovo della missione, il luogo dialettico della proposta cristiana e dell’umile accoglienza di ciò che è umano. Può invece darsi che l’ambiguità implicita in ogni forma di dialettica o la complessità strutturale del mondo che ci circonda, finiscano con l’indurci a crearci un piccolo mondo, quello della nostra missione dove siamo accettati più per i nostri limiti che per il significato che assumiamo. La gente sa che possiamo donare solo ciò a cui è abituata, e ci accetta, ma cerca altrove quel di più che gli viene richiesto dalla complessità in cui è immersa.

Concludendo…
Essere per i pagani non può significare oggi altra cosa che il sentirci destinati a vivere nella complessità del mondo che ci circonda, ovunque questa complessità si presenti e sembri non lasciar posto al Vangelo, e riduce il “religioso” a banale, inadeguato, fuori contesto. La fuga anche inconscia da questa realtà non solo ci estranea dalla complessità, ma rende (giustamente) il nostro messaggio non credibile.
In fondo, si tratta di riscoprire il senso primitivo della nostra vocazione: uscire da un contesto limitato, quello della nostra famiglia, dal nostro ambiente, per perseguire un ideale il cui orizzonte era il mondo. Questo mondo è però cambiato e ci impone una ricomprensione del nostro stesso ideale, ci induce a passare da una attività missionaria marcata dal bisogno di convertire, cioè di operare per convincere, ad una missione che si presenta essenzialmente come una dimensione del pensiero, un’emozione dell’esistenza per raggiungere un dialogo il più profondo possibile con l’umano in cui Dio si rivela.
Allora diventa chiaro il bisogno di cambiare. Non nel senso di spostarci da un posto all’altro. Comunque porteremo noi stessi. Ma di cambiare noi o almeno di lasciare che attorno a noi si cambi.
Il male più grande che possiamo fare a noi e alla missione è imporre i paradigmi della nostra esperienza, che in quanto tale appartiene sempre al passato, al divenire della realtà. Tutto scorre, non ci si bagna mai nella stessa acqua! È Sapienza antica. Neppure il duro masso di pietra può resistere per sempre alle modifiche che il tempo apporta.

Io credo ai cambiamenti graduali, alle novità che maturano come un seme. L’Istituto crescerà soltanto così, con questo metodo evangelico. Credo davvero che due, tre, dieci persone, confrontandosi, scavando la verità, approfondendo il senso della missione, aiutandosi a vivere in modo nuovo, gettano il seme. Ed è un lievito che fermenta! Far lavorare le coscienze è contagioso. Sto imparando che ci vuole il coraggio della pazienza, l’arte di lasciare che il tempo produca i suoi mutamenti. Il tempo guarisce le ferite e fa maturare le piante, ma il tempo va anche vissuto.

< Precedente

Domenica Missionaria

XXII Domenica TO
Image

“Perdere la vita per trovarla
nella via della croce”

Leggi tutto...

Missione Oggi

"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
Leggi tutto...