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La Spiritualità dell'essere Chiamati e Inviati Stampa E-mail
Scritto da P. Antonio Bellagamba IMC   

INTRODUZIONE

L'ultimo Capitolo Generale dell'Istituto ha sviluppato una rinnovata comprensione del nostro ad gentes, in attenzione ai nuovi contesti del mondo, della società, della Chiesa e in consonanza con gli sviluppi della teologia della Missione. Gli sforzi di coloro che elaborarono il testo, prima del Capitolo e durante lo svolgimento dello stesso, hanno portato frutto. Gli Atti del Capitolo lasciano un segno indelebile sulla vita futura e sulle nuove dinamiche di lavoro missionario del nostro Istituto.

Alla luce del rinnovato concetto di ad gentes, il Capitolo chiede a tutti i Missionari della Consolata di assumere nuovi o rinnovati atteggiamenti nella propria vita e attività missionaria, per accogliere una nuova visione di Missione, che possa rinvigorire la Missione stessa e coloro che la praticano. Esso propone inoltre un vigoroso sforzo di formazione permanente, in modo che possa essere colmata la distanza tra gli attuali contesti che sfidano la missione e la nostra maniera concreta di realizzarla.

In uno dei suoi forse meno appariscenti, eppure più importanti desideri, il Capitolo invita l'Istituto ad un dialogo tra i suoi membri, per sviluppare una spiritualità dell'essere "chiamati" e dell'essere "inviati". Il Capitolo considera importante questo dialogo, in quanto propone lo sviluppo di una tale spiritualità sia ai Missionari sul campo, sia agli studenti ancora in formazione: "Le Conferenze e le assemblee annuali di circoscrizione… aiutino i loro Missionari a crescere nella spiritualità di "chiamati e inviati""; "Nel cammino formativo e nel Direttorio regionale di Formazione, si propongano mezzi concreti per evidenziare la spiritualità dell'invio e del ritorno, accrescerla, valutarne l'interiorizzazione da parte degli studenti. Questo sia posto come criterio per l'accettazione nell'Istituto".

La ricerca di una spiritualità missionaria autentica e forte ha sempre avuto una parte preponderante nel cuore di Missionari, formatori e superiori. Come elaborare una spiritualità che possa essere di sostegno vero alla non facile vita missionaria? Come aiutare i Missionari a "rimanere" alle frontiere del mondo e della Chiesa, senza esserne bruciati, o senza diventare insignificanti? Come nutrire l'entusiasmo e l'impegno dei Missionari, in modo che non si flettano o rallentino nel loro impegno missionario?

Con questo articolo, vorrei iniziare un dialogo tra noi Missionari, proprio su questo tema. L'invito del Capitolo non deve andare perduto o rimanere inascoltato. Proviamo a mettere assieme alcuni principi, alcune linee-base, uno schema, per iniziare un dialogo. E' possibile costruire una spiritualità missionaria sulla base dell'essere "chiamati e inviati"? Quale relazione avrebbe tale spiritualità con la spiritualità propria dell'Istituto, ispirata dal Fondatore e cara ai Missionari?

Questo esercizio non mi è nuovo. Mi sono dibattuto in questi temi tutta la mia vita, perché ho sempre cercato per me una spiritualità che fosse sorgente vitale per la mia vita missionaria. Negli anni '70, ero incaricato del U.S. Catholic Mission Council, e molte comunità missionarie mi chiedevano un aiuto per riflettere su una autentica spiritualità missionaria. Poi, nei primi anni '90, pubblicai un libro presso l'editrice Orbis Books, dal titolo: Missione e Ministero nella Chiesa globale. In esso sviluppavo lo stesso tipo di spiritualità che avevo elaborato negli anni precedenti, forse con una visione più ampia circa l'identità e il ruolo del missionario.
Quando uscì l'enciclica Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II, invece, pubblicai un breve commento, dove sviluppavo una spiritualità missionaria totalmente diversa rispetto alla precedente. Mi basavo sulle linee guida del capitolo 8 dell'enciclica - che tratta appunto della spiritualità missionaria - aggiungendo diversi altri elementi dell'enciclica che sentivo potevano essere ben inseriti nello schema, per avere una spiritualità creativa e dinamica.

Ora mi sento nuovamente sfidato dal Capitolo, ad elaborare e sviluppare una spiritualità basata sui concetti della "chiamata" (essere chiamati) e dell' "invio" (essere inviati). Farò del mio meglio per raccogliere la sfida. Ma sono certo che da solo non ci riuscirò. E' per questo che invito tutti, Missionari, formatori, studenti, chiunque voglia contribuire, a partecipare in questo tentativo, affinché possa nascere qualcosa di bello.

Questo articolo quindi è composto da tre parti: una definizione di spiritualità comunemente accettata dagli autori spirituali; una sintesi schematica della spiritualità che ci interessa (per avere sottocchio una visione generale dei contenuti); uno sviluppo finale di ognuno degli elementi della sintesi, mettendoli a confronto con l'insegnamento dell'Allamano, per coglierne eventuali somiglianze, differenze, e complementarietà.


UNA DEFINIZIONE OPERATIVA DI SPIRITUALITA'

Definire la spiritualità è un compito quasi impossibile, come contare le stelle del cielo. Ci sono spiritualità secondo le categorie di persone presenti nella Chiesa: per gli sposati e i non sposati, per i celibi e le vedove, per sacerdoti diocesani e quelli religiosi, per uomini e donne, per bambini ed adulti, per laici e consacrati… Ci sono spiritualità secondo le culture dei popoli: infatti parliamo di spiritualità Africana, Asiatica, Latino-americana, post-cristiana… Ci sono spiritualità a seconda della religione che le ha fatte nascere: una spiritualità Cristiana, Buddista, Indù… All'interno del cristianesimo, ci sono diverse spiritualità che si rifanno ai Fondatori di grandi Ordini Religiosi: la spiritualità Benedettina, Gesuita, Carmelitana, Francescana, di De Foucould… Negli ultimi anni i cosiddetti Nuovi Movimenti Ecclesiali hanno pure dato origine a proprie spiritualità: Opus Dei, Comunione e Liberazione, Focolarini, Neo Catecumenali… Ci sono infine spiritualità basate sulla Parola (spiritualità biblica), o sulla Liturgia (spiritualità liturgica), sui Sacramenti (spiritualità sacramentale) o su Maria (spiritualità mariana)…

Sarà possibile trovare in tutte queste spiritualità alcuni elementi che le attraversano e che possono quindi diventare il "comune denominatore" di tutte le spiritualità? Intendiamo per spiritualità uno stile di vita, che emana da alcuni principi, i quali a loro volta riflettono l'identità di una persona o gruppo, e richiedono atteggiamenti ed azioni che caratterizzino quel particolare stile di vita, di relazione e di lavoro. Ecco quindi i denominatori comuni: identità, principi, atteggiamenti ed azioni, che permettono ad una persona o gruppo di vivere ed agire in un certo modo, con un certo metodo di preghiera e di azione.

Il Capitolo ci fornisce i due parametri dell'identità del missionario: i principi dell' "essere chiamati" e dell' "essere inviati" ad gentes. Questi principi producono atteggiamenti che sono ad essi direttamente collegati, e che elenchiamo sotto. A loro volta questi atteggiamenti richiedono certe azioni in linea con l'identità del missionario, che manifestino tale identità, concretamente, nella vita del missionario. Una persona "chiamata" deve rimanere vicina a Colui che la chiama, ascoltarlo, lasciarsi formare sempre più a sua immagine ed agire sempre più come Lui, diventando un agente di salvezza nelle sue mani e in ogni tempo (dimensione verticale della spiritualità). Una persona "inviata" ad gentes deve essere capace di riconoscere Dio ovunque, di camminare insieme a tutte le persone guidate da Dio, anche se appartenenti ad altre religioni, razze, continenti, per essere un testimone, ovunque si trovi a vivere, degli insegnamenti e della vita di Colui che l'ha chiamata, per annunciare nel dialogo le meraviglie della propria fede, offrire orientamenti alle situazioni difficili in cui la gente vive, essere sempre pronto a muoversi, assecondando lo Spirito, ad altri luoghi, ministeri e situazioni (dimensione orizzontale della spiritualità).

P. Antonio Magnante, imc, ha scritto un libro sulla spiritualità missionaria nel Nuovo Testamento e nei Salmi. Facendone un rapido sommario, possiamo dire che egli sottolinea le due dimensioni di questa spiritualità (essere chiamati ed essere inviati, nella loro dimensione verticale ed orizzontale): "La spiritualità missionaria deve modellarsi sulle parole ed azioni di Gesù… Deve sviluppare una solida base cristologica, perché Cristo e il suo Vangelo sono l'oggetto della proclamazione dell'apostolo. Come ho già detto sopra, il missionario non ha un messaggio suo da offrire (cf. lettera ai Galati); e quindi non può assumere il ruolo di un maestro che offre un suo insegnamento, perché è stato inviato solo ad annunciare un messaggio che egli ha ricevuto… Il missionario deve manifestare una tensione perenne verso Cristo, per assimilarne i valori, i principi, la verità e perfino la sua stessa personalità. Quando la vita di Cristo abbia permeato le più profonde fibre del suo essere, allora il missionario sarà capace di "essere per" il Regno, di donare se stesso per il Regno e diventare "tutto a tutti". Questo donarsi del missionario si esprimerà in termini di un amore totale e continuo, di un impegno irrevocabile per gli altri, di una capacità di sopportare le innumerevoli fatiche per amore del Vangelo e di Cristo… L'urgenza dell'annuncio porterà il missionario a forgiare una infrangibile unità sia con il messaggio stesso che con i destinatari del messaggio, fino al dono della propria vita… Il messaggio e i suoi destinatari costituiscono gli elementi fondamentali di una spiritualità missionaria. La quale deve oscillare continuamente tra questi due poli: da una parte un'immersione costante nelle pure acque della Parola di Dio, che è Cristo (dimensione verticale), dall'altra una donazione generosa e senza riserve ai destinatari del messaggio (dimensione orizzontale)".


LO SCHEMA DELLA SPIRITUALITA' "ESSERE CHIAMATI" ATTEGGIAMENTI ATTIVITA'


- restare con, essere con, stare vicino a - contemplazione diretta: stare con Dio solo
- vedere, ammirare, essere toccato da - contemplazione indiretta: essere con Dio attraverso altri, la natura, gli eventi
- ascoltare, essere insegnato, essere istruito - la Parola di Dio come cibo normale per la nostra spiritualità, per il nostro cammino
- dialogare, condividere con Dio e gli altri - preghiera comunitaria, incontri comunitari, PCV, revisione di vita, dialogo con superiori, formatori, direttori spirituali, amici, condivisione della nostra esperienza di fede
- essere trasformato, riformato, rimodellato - ruolo dello Spirito per darci forma, modellarci, cambiarci in un'azione continua su di noi
- servire, ad ogni momento del nostro viaggio - ministero mai finito del missionario
- Scoprire, vedere più chiaramente, diventare più coscienti di - Il Dio che viene, che cammina con tutti, che è presente ovunque, la cui azione tocca tutti
- testimoniare, divenire segni e sacramenti - di Cristo agli altri, dei valori del Vangelo, degli insegnamenti e degli esempi di Gesù per tutti
- Annunciare, proclamare, condividere - un messaggio nuovo, scoperto nella Bibbia, con l'esempio di tutti, specialmente dei poveri
- Guidare, essere leaders, essere ministri - con uno spirito di comunione, in armonia con la Chiesa locale e con l'Istituto, per promuovere leadership nei laici
- Essere aperti a periodici cambi di ministero, di posto - spirito di distacco da noi stessi, dai posti familiari, da ministeri, da persone. Spirito di itineranza, mettendoci a disposizione dei bisogni della Missione e dei superiori. Spirito di apertura al nuovo, al diverso, alla sfida.


BREVE DESCRIZIONE DELLA SPIRITUALITA'
PROPOSTA IN QUESTO ARTICOLO


A. ESSERE CHIAMATI

Sotto questo titolo intendo includere ciò che gli autori spirituali chiamano il "cammino interiore", la dimensione verticale, la relazione con Dio, in una parola, quella parte della spiritualità ispirata dal principio dell' "essere chiamati", con quegli atteggiamenti e mezzi spirituali che aiutano a svilupparla. E' questo un aspetto della spiritualità che alcuni missionari, in un determinato periodo di tempo nel passato, trovavano difficile da accettare, perché considerato un po' fuori della realtà, o uno spreco di tempo, che poteva invece essere impiegato meglio per aiutare la gente a risolvere i suoi problemi, o come uno scrutare l'orizzonte del mare, un'attività molto vicina al narcisismo. Ora tutti siamo arrivati a capirne l'importanza, non solo per una spiritualità ben equilibrata, ma anche in vista del frutto stesso del nostro lavoro. E' questa una dimensione della spiritualità ormai accettata, con la quale i missionari si sentono a loro agio, e per la quale cercano vie e mezzi di ulteriore sviluppo.

a. Essere chiamati a stare con Dio, ad essergli vicini, ad entrare in comunione con Lui, a stare nella sua casa, a desiderare la comunicazione con Lui. La sete per il Dio vivente è profondamente radicata negli esseri umani; la ricerca di una relazione personale e mistica con Dio è così forte nelle creature, che queste sentono il bisogno di dedicargli tempo, per una relazione faccia a faccia, e cuore a cuore. Questo desiderio fa nascere un cammino di Contemplazione Diretta.

La Contemplazione Diretta

E' l'attività che ci pone in relazione diretta con Dio, che desidera comunicarci il suo stesso Essere. E' la sua manifestazione a noi. Il nostro, è un Dio personale, capace di entrare in una diretta relazione con noi, del tipo Io-Tu. E' anche una persona amorosa, che desidera comunicarsi agli altri, in una condivisione diretta. Questa comunicazione con l'Assoluto è non-concreta e non esprimibile in categorie. Nella contemplazione diretta, Dio si comunica senza mezzi particolari. E' una comunicazione da persona a persona, una manifestazione da cuore a cuore. In essa, è Dio l'attore principale. E' Dio che prende l'iniziativa dell'intero processo, che decide come portare avanti ogni passo di esso, così come il grado e gli effetti della sua azione. Dio rimane totalmente libero in tutto il processo. Ciò che le persone possono fare è desiderare quella comunicazione, ed aprirsi ad essa offrendo il loro tempo, e creando una certa atmosfera. Ma non la possono causare.

Vari modi di cooperare con Dio nella contemplazione diretta

La contemplazione diretta è la manifestazione immediata di Dio all'uomo. Le persone spirituali usano diversi metodi che le aiutino ad accogliere la condivisione che Dio fa di se stesso: il jogging, la meditazione trascendentale, lo Zen, la preghiera di concentrazione, la preghiera di Gesù. Personalmente preferisco la preghiera di concentrazione, per le ragioni che spiegherò più avanti.

La prima cosa che dovremmo fare, quando ci apriamo alla contemplazione diretta, è di metterci nella giusta disposizione. Se la contemplazione diretta è la manifestazione di Dio a noi, allora siamo noi che dobbiamo disporci ad accoglierla. Come? La preghiera di concentrazione offre delle semplici linee-guida, che possono essere accolte da tutti, in qualsiasi genere di vita. Esse infatti sono piuttosto flessibili. Quando possibile, dovremmo adottarle; quando non è possibile, allora dovremmo ricordarci che Dio è l'unico attore del cammino di contemplazione, e Dio può fare a meno delle nostre regole e nonostante ciò, donarci un'esperienza mistica.

In quanto possibile, la persona deve scegliersi un luogo tranquillo, dove ci sia silenzio. La solitudine, l'essere lontani da tutto e da tutti, è un aiuto importante per la contemplazione diretta. Questo passo ci offre la possibilità di creare una specie di "vuoto" che potrà essere riempito dalla presenza di Dio e dal suo condividere. Se questo non è possibile, non spaventiamoci: qualsiasi luogo può essere trasformato in un santuario per la comunicazione di Dio.

La persona deve quindi adottare una posizione che l'aiuti a rilassarsi, sentirsi a proprio agio, in modo che il corpo stesso non sia un impedimento, bensì un aiuto per l'esercizio di preghiera. Qualcuno si siederà su una poltrona, allungando le gambe su uno sgabello; qualcun altro si siederà sul pavimento, appoggiando la schiena alla parete… L'importante è che la posizione assunta sia davvero rilassante per la persona.

Il passo seguente consiste nel chiudere gli occhi, in modo che la persona sia totalmente concentrata in Dio e solo in Lui, lasciando da parte ogni altra creatura che potrebbe distrarre la persona dalla sua attenzione rivolta al Dio che desidera riempirla con la sua divina presenza.
E' bene a questo punto recitare una breve preghiera, con la quale riconoscere la presenza di Dio al centro dell'essere stesso della persona, e riconoscere il desiderio di Dio di condividersi, e il desiderio della persona stessa, di accogliere tale condivisione. La persona quindi chiede a Dio di mantenere tutte le sue facoltà centrate in Lui solo, con il potere dello Spirito. Questa preghiera serve come ricordo che solo Dio può far "accadere" la contemplazione diretta, mentre noi ne siamo incapaci, e che noi dipendiamo totalmente da Dio e dallo Spirito, perché essa accada.

La persona quindi concentra tutta la sua attenzione sul centro del proprio essere, evitando di pensare, visualizzare, o discorrere con Dio presente in se stessa, ma richiamando tutte le proprie facoltà all'interno di se stessa, e mantenendole sotto controllo. Nella contemplazione diretta noi siamo passivi, ricevitori; però ci rendiamo disponibili, nel modo migliore possibile. "Semplicemente stai con quella meravigliosa Presenza. E' semplice, piena, totale, … Noi desideriamo stare lì, in uno stato di amorevole attenzione… Ci muoviamo nella fede verso Dio che abita la nostra profondità".

Per rendere più facile questo "stare con", qualcuno preferisce scegliere un mantra, una parola da sussurrare a se stesso, quando sente le proprie facoltà divagare da Dio, e da Dio solo. Questa parola può essere: Gesù, Dio, Signore, Spirito, Padre… Essa agisce come rimedio alla distrazione che spinge le nostre facoltà fuori dal centro del nostro essere, dove Dio si manifesta alla persona. Usiamola per aiutarci a tornare indietro al centro, dove desideriamo stare con Dio.

Dio a volte prende possesso di tutte le nostre facoltà e le compenetra della sua presenza. Quando ciò accade, allora la persona si sente come assorbita da un Altro, in un'esistenza senza spazio e tempo. Non che si perda completamente la coscienza di stare in un luogo preciso, ma ci si trova in una situazione vaga, con la sensazione di essere totalmente assorto, eppure non totalmente assente. Quando accade, la contemplazione è un'esperienza meravigliosa, e ciò rende più forte e più facile l'ulteriore pratica di questo tipo di preghiera. Altre volte invece Dio ci lascia nella lotta tra concentrazione e distrazioni, tra presenza e fuga, tra "stare con" e "uscire dal" soggetto della contemplazione. Il mantra ripetuto può aiutare in questa lotta, ma non evitarla del tutto. Quando ciò accade non dobbiamo spaventarci, né credere che la preghiera non sia buona, o che stiamo perdendo tempo. Ricordiamoci che la contemplazione è opera di Dio, che Lui è fedele e che i frutti della contemplazione sono assicurati ogni volta che noi ci rendiamo disponibili ad essa. I frutti sono buoni lo stesso, sia quando ci lasciamo assorbire da Dio, sia quando ci sentiamo distratti. Ricordare tutto questo ci aiuterà ad andare avanti e a non abbandonare la pratica della contemplazione.

Il momento per praticare questa preghiera contemplativa dipende dalla singola persona. Ogni momento è buono, sempre che aiuti la persona a concentrarsi e a raccogliersi nel suo interiore. A volte il tempo fissato per la preghiera scorre così veloce che la persona quasi non se ne rende conto. Altre volte il tempo sembra scorrere così lento, da farci desiderare che finisca presto.

La frequenza di questa preghiera contemplativa è pure legata al tempo disponibile. Ma ci sembra di poter dire che il minimo da dedicarle siano venti minuti ogni giorno. Man mano che una persona pratica questo tipo di preghiera, specialmente quando ha una vita molto occupata, può sentire il bisogno di aumentare il tempo dato alla contemplazione, con due sessioni al giorno. La fame e sete di Dio cresce a seconda della fedeltà della persona a questo tipo di preghiera, e dell'esperienza della condivisione della vita divina in sé. Più una persona è occupata, più sente il bisogno di usare questa preghiera di concentrazione.

Alla fine della preghiera, è consigliabile fermarsi per qualche momento, recitare una preghiera di ringraziamento a Dio, e permettere un minimo di tempo di transizione tra contemplazione ed azione.

Un metodo di preghiera adatto ai missionari

Dicevo sopra che personalmente preferisco questo tipo di preghiera contemplativa, e la considero particolarmente adatta ai missionari, per varie ragioni.

Innanzitutto, perché questa preghiera di concentrazione non è così sofisticata da essere riservata ai "professionisti" della contemplazione. E' anzi tra le forme più semplici di preghiera che cerca di aiutare le persone a contemplare Dio direttamente.

In secondo luogo, la preghiera di concentrazione è basata su un solido e tradizionale modello cristiano di avvicinamento alla contemplazione. Le sue radici sono profonde e attingono alla tradizione contemplativa sia dell'Oriente che dell'Occidente. I principi teologici della contemplazione: l'inabitazione di Dio in noi, il nostro essere associati nel Corpo Mistico di Cristo, e il nostro essere tempio dello Spirito Santo, sono più accentuati nella preghiera di concentrazione che nell'adattamento cristiano di altre forme di preghiera contemplativa, come lo Zen, lo yoga o la meditazione trascendentale. L'idea che la contemplazione è un dono che Dio ci fa, da unico e vero protagonista, mentre noi non ne siamo che i destinatari, il cui compito principale è di renderci disponibili a Dio, mi è molto cara come missionario. Noi missionari ci ritroviamo spesso stanchi e sovraccarichi. Pregare non è sempre facile. Ma questo tipo di preghiera non richiede molto sforzo. E' un "abbandonarsi" che ristora il corpo e l'anima, mentre ci apre all'Infinito che è in noi.

La terza ragione è che la preghiera di concentrazione presuppone la libertà umana. Non impone nulla. Propone un procedimento, insiste su alcune cose ritenute utili, ma poi lascia la libertà di operare come lo Spirito suggerisce e come la persona si sente chiamata, seguendo la spinta dei propri desideri interiori. Ciò è un bene per noi come individui, in quanto possiamo adattare anche la più semplice delle dinamiche al nostro proprio carattere e personalità, ma si rivela estremamente utile soprattutto per i missionari, in quanto essi possono praticare la contemplazione in qualsiasi parte del mondo, a contatto con tutti i diversi tipi e tradizioni di contemplazione, perfino accettando alcune delle dinamiche osservate in altre tradizioni religiose.

Infine, in quarto luogo, la preghiera di concentrazione esige solo una parte ragionevole del nostro tempo. I missionari non hanno generalmente molto tempo a disposizione. Devono essere disponibili ad altri, che arrivano in qualsiasi momento, da luoghi magari lontani, con bisogni urgenti, e meritano di essere serviti. Il volume e la varietà di attività nella maggioranza dei luoghi dove il nostro personale missionario opera, sembra crescere continuamente. Avere tempo è un bene raro per i missionari. Questo tipo di preghiera non richiede troppo tempo, o lunghi periodi di assenza dai compiti affidati. Il poco tempo che possiamo dedicare alla preghiera diventa, con questo metodo, una grande fonte di forza, consolazione ed intensa ricchezza spirituale.

Perché la contemplazione diretta per i missionari…

La prima ragione è senz'altro l'importanza che Dio ha nella nostra vita. Se Dio davvero significa ciò che noi continuamente diciamo - il nostro tutto, il nostro unico desiderio, il fine della nostra vita - allora abbiamo semplicemente bisogno di stare in diretto contatto con Lui. Affinché ciò possa accadere, non possiamo evitare di dedicare tempo a Dio, e a Lui solo, per permettergli di riempire il nostro essere interiore e trasformarlo il più possibile nel suo stesso Essere. Non possiamo proclamare che Dio è tutto per noi, che dipendiamo in tutto e per tutto da Lui, e poi non fare attenzione a Dio, o limitarci ad offrirgli un tributo formale. Se il grido del salmista - O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua (cf. Salmo 63) - è davvero il nostro grido, allora dobbiamo aprire la nostra anima a Dio e lasciare che Dio vi entri, come l'acqua inonda la terra assetata. La contemplazione diretta ci offre la possibilità di aprirci a Dio, e lasciare che Lui ci avvolga fin nel più profondo del nostro essere.
Il Capitolo insiste molto sulla necessità di dare il primato a Dio, l'assoluto della nostra vita. "L'insistenza del Fondatore sul primato di Dio e sulla santità ci rende attenti alla dimensione contemplativa della Missione. Essa comporta di avere forte il senso di Dio, della sua presenza in noi e negli altri, della continua ricerca di Lui e della sua volontà. L'accentuazione su Dio ci rende capaci di amare il mondo con il suo cuore".

Un'altra ragione deriva dal fatto che il soggetto vero ed essenziale della nostra missione è Dio. Se lo crediamo davvero, allora, qualunque sia la forma concreta che la nostra missione assume, è solo ragionevole che facciamo del nostro meglio per conoscere Dio, nel modo più intimo possibile. Se davvero intendiamo approfondire, attraverso la nostra missione e il contatto con gli altri, la nostra relazione con Dio, e intendiamo aiutare altri a fare lo stesso, dobbiamo conoscere bene Dio, non solo con una conoscenza teorica e libresca, ma con un contatto personale, con una partecipazione diretta al suo essere, con la sua presenza nel nostro cuore profondo e nella nostra vita. Alla fin fine, la missione è un discorso su Dio, una scoperta di Dio, un modo di discernere la volontà di Dio per l'umanità e allinearci a quella volontà. Solo missionari che siano in contatto diretto con Dio saranno capaci di penetrare l'essere stesso di Dio e percepire i suoi orientamenti nel mondo.

Una terza ragione la troviamo nel nostro bisogno di diventare esperti nella contemplazione indiretta. Vedere Dio attraverso gli altri ed in essi sarà più facile se contempliamo Dio direttamente. Al contrario, percepire Dio in una maniera indiretta non sarà facile, e forse neppure possibile, se non siamo capaci prima di percepirLo direttamente. La contemplazione diretta rende possibile, o almeno più facile, l'altro tipo di contemplazione, quella indiretta, nella quale dovremmo essere esperti.

La quarta ragione è di natura più psicologica. I missionari vivono una vita frenetica; siamo costantemente sotto pressione. Incontriamo situazioni difficili, che richiedono una soluzione; e spesso siamo soli, senza poter consultare consiglieri ed esperti. Come possiamo sopportare tutto questo, senza rischiare un collasso interiore? Come possiamo restare calmi, pur in mezzo a situazioni rischiose e difficili? Come possiamo crescere nella fede e in santità, nonostante quelle situazioni, oppure proprio a causa di quelle situazioni?
I ministri inter-culturali possono avere un loro modo particolare per far fronte a quanto ho descritto, e le congregazioni missionarie stabiliscono di fatto le loro politiche, per aiutare i loro membri; per esempio, accorciando i periodi di lavoro missionario, e allungando il tempo di riposo in patria, dando più tempo per le vacanze annuali, offrendo programmi più frequenti di formazione permanente. Ma la mia esperienza missionaria, e il mio contatto con missionari sparsi in tutto il mondo, suggeriscono che numerosi missionari traggono più beneficio personale dalla preghiera di contemplazione che da tutti gli altri mezzi citati sopra. Questo tipo di preghiera riesce a calmare realmente le persone sotto forte stress e pressione, le prepara ad affrontare le situazioni più difficili, le sostiene nelle condizioni di vita più esigenti. L'essere coscienti della presenza di Dio in esse, ridà loro vigore e forza, rinnova le loro energie, riconferma la loro determinazione, offre loro la pace del cuore e della mente, e un senso di tranquillità che è difficile da descrivere.
La contemplazione diretta mette i missionari a contatto con il Dio che è presenza reale nella loro vita, e ricorda loro il Dio trascendente che viene. Il Dio manifestato ai missionari nella contemplazione è lo stesso Dio percepito nella storia, nell'esistenza, eppure è il sempre-nuovo, il sempre-diverso Dio dell' "oltre". La contemplazione rende i missionari capaci di essere sempre in contatto con ciò che sta davanti ai loro occhi, di percepirlo come lo percepisce Dio, e li spinge a quella trascendenza che riposa nell'immanente presenza del divino.

Per concludere questa sezione, allora, possiamo affermare che questo tipo di contemplazione è possibile per i missionari, perché non richiede un tempo esteso e dinamiche difficili. E' facile perché può essere fatto ovunque, e non impone regole strette a coloro che lo praticano. Ma è per loro necessario in quanto li rende migliori ministri inter-culturali, e offre loro la possibilità di compiere il loro ministero in modo migliore e più cristiano. Soprattutto, questo tipo di contemplazione è adeguato alla loro identità di ministri inter-culturali. Eppure i missionari, nonostante i loro sforzi e la loro fedeltà a questo tipo di preghiera, possono a volte rimanere semplici dilettanti in esso, senza mai divenirne esperti. Ciò in cui essi devono davvero divenire esperti, è invece la contemplazione indiretta.

b. Essere chiamati a vedere, ad ammirare, a essere toccati dal Dio che vive nell'intero universo e in tutte le sue creature. Ciò significa praticare la contemplazione indiretta.

LA CONTEMPLAZIONE INDIRETTA

Dio, la Trinità, si manifestano pure attraverso le creature, gli eventi, le situazioni concrete della nostra vita. Quel Dio, la cui essenza riceviamo nella contemplazione diretta, è pure Colui che vive nell'universo, che continua la sua opera di creazione, redenzione e realizzazione del suo regno, e che comunica con noi attraverso le situazioni della vita. Mi sembra che questo tipo di contemplazione offra ai missionari la possibilità di percepire e condividere il Dio della storia, il Dio universale, eppure il Dio che sempre si rivela come novità. Il gesuita Rodrigo Mejia, commentando il detto "cercare e trovare Dio in tutte le cose", che descrive nel modo più completo il carisma di Sant'Ignazio di Loyola, afferma: "Questa contemplazione è più che un esercizio, è un programma completo di vita spirituale".

Le vie della comunicazione di Dio nella contemplazione indiretta

Non parlo qui di mezzi da usare, ma di alcune delle vie attraverso le quali noi possiamo percepire ed accogliere Dio, negli altri e per loro mezzo. Credo che siano vie aperte, innanzitutto e direttamente, a coloro che sono coinvolti in situazioni inter-culturali, in modo che essi possano vedere l'importanza di questo tipo di contemplazione, e praticarla.

Il Dio creatore comunica innanzitutto attraverso l'universo, il cosmo. Le meraviglie della creazione vanno oltre ogni descrizione ed immaginazione. Sia il microcosmo che il macrocosmo rivelano il potere, la magnificenza, la bellezza di Dio. La moderna tecnologia, con le sue invenzioni e nuove scoperte, amplifica ancor più questa rivelazione di Dio a noi, in molti modi. Quanto più a ragione dobbiamo esclamare con il Salmista:
O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. … Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi? (Sal. 8)

I missionari vivono spesso in luoghi dove la bellezza originaria dell'universo, la flora e la fauna, sono ancora visibili, dove la magnificenza dell'universo non è ancora oscurata dall'inquinamento e dalla distruzione portata avanti dagli auto-proclamatisi signori della terra. Come può una persona in Africa non restare incantata dal cielo stellato, dall'enorme varietà di fiori e di animali di quella terra, e non aprirsi così al Dio Creatore, che si comunica attraverso tutte quelle sue creature?
Ma i missionari devono andare oltre. Devono scoprire il Dio universale, che vive ed opera in tutti i popoli, culture e religioni, nella storia e negli eventi della vita dei popoli. Più che contemplare Dio nella sua essenza, dovrebbero contemplarne la sua manifestazione; più che contemplare la vita interiore di Dio, dovrebbero contemplare il Dio che si rivela loro. E mentre i missionari contemplano in questo modo, attraverso ciò che essi vedono, toccano, esperimentano, dovrebbero ricordare che quelle manifestazioni di Dio saranno sempre diverse, non solo da una persona a un'altra, da una cultura a un'altra, da un popolo ad un altro, ma anche all'interno della stessa cultura e dello stesso popolo. La concretezza, l'universalità, la storicità, il "non-ancora" di queste rivelazioni sono ciò che costituisce l'essenza della contemplazione dei missionari, il campo specifico di tale contemplazione.

La Parola di Dio pure sarà rivelata alle persone in situazioni inter-culturali, più che a chiunque altro. Anch'essi, come tutti, percepiranno questa Parola nelle Scritture giudeo-cristiane, e confesseranno la persona di Gesù, Parola incarnata. Ma in più avranno una più ampia possibilità di meravigliarsi davanti a quella Parola coscientemente espressa negli eventi cosmici, e nel valore della persona, espressa in mille modi diversi, in tutto il mondo. I missionari che sono in contatto con le altre religioni, dovrebbero essere capaci di vedere in esse le prefigurazioni della Parola, così come i primi cristiani le vedevano nella religione giudaica. Dovrebbero scoprire quella Parola, ovunque ci siano valori, relazioni e frutti evangelici. Dovrebbero percepire una rivelazione di quella Parola, quando vedono un autentico capo religioso risvegliare nella gente l'amore per il regno, o per qualcuno dei suoi aspetti. I missionari dovrebbero poter vedere la Parola fatta carne in ogni comunità riunita per approfondire il proprio senso del divino e per promuovere il regno sulla terra.
Soprattutto, i missionari dovrebbero vedere la Parola di Dio fatta carne, nei poveri che lottano per debellare la povertà, in coloro che soffrono per la giustizia, negli oppressi che reclamano i loro diritti, nei deboli che richiedono un loro giusto posto nel mondo, nei senza-voce che tentano disperatamente di farsi sentire, negli emarginati che rifiutano di considerare come definitiva la loro situazione, negli sfruttati che richiedono uguaglianza, nei calpestati che cercando di rialzarsi. Il mistero della Parola si ripete in essi, nelle loro vite, morti e risurrezioni. Essi sono la Parola viva e incarnata, che soffre e risorge, come afferma Rahner: "Cristo mi appare sicuramente nei poveri e nei sofferenti".

Lo Spirito di Dio è forse la Persona divina più vicina ai missionari. Lo Spirito manifesta le insondabili ricchezze di Dio, l'inesauribile infinità della Parola incarnata nella storia, le culture e le religioni, perché "la presenza ed attività dello Spirito toccano non solo gli individui, ma anche la società e la storia, i popoli, le culture e le religioni". Rahner suggerisce di essere pronti ad esperimentare lo Spirito anche negli avvenimenti quotidiani. Dopo aver enumerato molte situazioni quotidiane nelle quali lo Spirito può essere sperimentato, conclude: "Qui noi troviamo ciò che noi cristiani chiamiamo lo Spirito Santo di Dio… Qui c'è il misticismo della vita di ogni giorno, la scoperta di Dio in tutte le cose; qui la sobria ebbrezza dello Spirito della quale parlano i Padri e la liturgia, che noi non possiamo rigettare o disprezzare, perché è reale".
In questo Spirito, l' "oltre" è normale, lo strano è regola, i sogni divengono realtà, le visioni vengono rese concrete, l'impossibile diviene possibile, l'irraggiungibile diviene raggiungibile. Questo Spirito è contemplato dai missionari come vita che fa rivivere ossa aride, speranza nel bel mezzo della disperazione, scoperta di cammini là dove non era possibile sognarli, guida per sentieri che sembravano inaccessibili, elevazione delle persone ad altezze che sembravano inverosimili.

Perché la contemplazione indiretta per i missionari

Questo tipo di contemplazione aiuterà i missionari a lavorare nella stessa direzione di Dio. La contemplazione diretta riempie i loro cuori di Dio, e li aiuta ad assomigliare di più a Dio. La contemplazione indiretta li aiuta a scorgere le manifestazioni di Dio qui ed ora, e spinge la loro attività nello stesso senso di marcia di quella divina, nella liberazione della gente dal male.

In passato, i missionari hanno compiuto seri errori nei loro comportamenti, politiche e attività. Come spiegare che persone così dedicate, come i missionari, che erano pronti perfino a dare la vita per amore del popolo a cui erano inviati, possano essere stati ciechi davanti al valore delle culture, all'importanza delle religioni, o possano aver distrutto, nel nome di Dio, ciò che Dio aveva già costruito in esse? E' importante non giudicarli, ma sospetto che quei missionari non avevano, o avevano perso, la capacità di percepire la presenza di Dio. E di conseguenza non erano capaci di inserirsi come agenti dell'amore di Dio nelle complessità della storia. La loro cecità dogmatica, invece, li prevenne dall'apprezzare le molteplici vie nelle quali Dio si rendeva presente. Le tragiche conseguenze di tale incapacità sono ancora evidenti in molti paesi. Inseguono i missionari come un brutto ricordo. Ma chi ci assicura che noi non stiamo commettendo gli stessi errori? Certamente, uno dei mezzi a nostra disposizione per evitare visioni troppo ristrette della presenza di Dio è la contemplazione indiretta.

Il mio insistere sulla contemplazione proviene dalla sensazione che molti missionari danno troppa attenzione alle loro opere, o alla preghiera della comunità, ma non hanno una profonda e personale relazione con Dio. Mentre quest'ultima è la base di ogni altra cosa, e senza di essa niente può durare o rimanere significativo.
Ora però vorrei passare a descrivere gli altri atteggiamenti e le corrispondenti attività, della spiritualità dell'essere "chiamati". Lo faccio brevemente, perché essi sono già parte della nostra spiritualità IMC.

c. Chiamati ad ascoltare, a lasciarci insegnare, a lasciarci istruire. Il cammino interiore è lastricato di ascolto, di presa di coscienza dell'Ospite della nostra anima, della presenza del Dio che è in noi e desidera essere scoperto più in profondità. Tale scoperta però non è il frutto della manifestazione di Dio in noi, come nella contemplazione diretta, ma lo sviluppo della nostra conoscenza di Dio, attraverso l'ascolto, l'essere istruiti. Ciò avviene principalmente attraverso la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. La Bibbia è diventata il libro comune per la spiritualità. Uno dei migliori frutti del Vaticano II è stato l'aver promosso la Bibbia come il libro-base per le persone che desiderano camminare verso Dio, che desiderano trovare un solido cibo per le loro anime, che hanno fame di Dio.
Questo fenomeno si è realizzato più tra i laici che tra i religiosi, o anche i missionari. Ma chiunque sia chiamato all'intimità con Dio, non può dispensarsi dalla frequente e profonda meditazione sulla Parola di Dio. Dietrich Bonhoeffer ci ricorda che le Scritture, nella loro totalità, sono Rivelazione di Dio. "La Scrittura non è la somma totale dei versetti, ma qualcosa di completo, il cui valore si basa precisamente nella totalità della Scrittura. La Scrittura nella sua totalità è Rivelazione di Dio. Solo nell'immensa rete delle sue relazioni interne, nel contesto del Vecchio e Nuovo Testamento, tra promessa e compimento, tra sacrificio e legge, tra legge e vangelo, tra croce e risurrezione, tra fede e obbedienza, tra amore e speranza, noi siamo capaci di ascoltare la testimonianza di Gesù Cristo, il Signore, nella sua totalità".
La Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, afferma: "Non c'è dubbio che questo primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della parola di Dio. Da quando il Concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell'ascolto assiduo e nella lettura attenta della Sacra Scrittura. … Ad essa i singoli e le comunità ricorrono ormai in larga misura, e tra gli stessi laici sono tanti che vi si dedicano… In particolare è necessario che l'ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l'esistenza".

d. Chiamati al dialogo con Dio e gli altri, nella vita religiosa e comunitaria.
Questo aspetto della spiritualità dell'essere "chiamati" ha a che fare con il nostro impegno religioso, con la vita comunitaria e tutti gli elementi ad essa connessi. Siamo religiosi e in quanto tali, chiamati a vivere insieme, a pregare insieme, a programmare la vita insieme, a scoprire la volontà di Dio per la comunità in dialogo gli uni con gli altri, a condividere il nostro cammino di fede, a perdonarci gli uni gli altri. E' in questo contesto religioso e di vita comunitaria che noi ci arricchiamo, cresciamo, rispondiamo in modo più pieno all'essere "chiamati", messi da parte, privilegiati con l'intimità.
Per gli studenti, tale dialogo include i loro formatori, che diventano i canali della volontà di Dio per essi e sono responsabili per la crescita numerica dell'Istituto. Amedeo Cencini esprime tale realtà con vivide parole: "Oggi più che in altri tempi, la comunità religiosa è chiamata ad essere "segno di fraternità": questa è il destino universale dell'umanità. … Il religioso, di conseguenza, è un esportatore, non solo predicatore di fraternità. Per questo la fraternità religiosa dev'essere vissuta in modo pieno e radicale, ma anche visibile e attraente. La comunità deve saper dire che è possibile vivere uniti nella diversità, crescere e santificarsi insieme; deve testimoniare che non è solo possibile, ma anche bello, condividere lavoro e abitazione, gioie e preoccupazioni, affetti e amicizie, preghiera e Parola, doni di natura e dello Spirito".
Il X° CG insiste molto sull'importanza di questo aspetto dell'essere "chiamati" alla vita religiosa e comunitaria: "La Missione per noi è inscindibile dalla vita consacrata: "L'Istituto è una famiglia di consacrati per la Missione ad gentes" (Cost. 4). L'intuizione dell'Allamano sulla necessità della santità per essere un buon Missionario, lo mosse a cogliere nella consacrazione religiosa la migliore componente di una vita missionaria autentica. Essa crea idoneità alla Missione e ne diviene sorgente. La vita consacrata … è la più disinteressata testimonianza della scelta di 'Dio solo', della sequela di Cristo come norma di vita, dell'apertura all'azione dello Spirito Santo, che invia in ogni parte del mondo ad annunciare il Regno di Dio e a servire i fratelli con carità totale, soltanto per amore. La radicalità esigita dalla vita consacrata, diventa per l'Allamano il fondamento dell'agire missionario perché dispone a un totale abbandono alla volontà di Dio e al suo disegno di salvezza".

e. Chiamati ad essere costantemente trasformati dallo Spirito del Signore.
Il cammino interiore è senza fine, il lavoro di santificazione non è mai completo. I missionari vi si devono dedicare totalmente e costantemente. La trasformazione di una persona in un altro Cristo è un cammino che dura tutta la vita e oltre. L'autore di questa trasformazione è lo Spirito del Signore. La dimensione pneumatologica dell'essere "chiamati" è stata riscoperta da tutti i membri della Chiesa, e dai missionari in particolare. Lo Spirito è diventato il primo agente di conversione, di santità, di vita comunitaria, di missione e delle sue attività, di preghiera, di giustizia. Il rinnovamento - la rifondazione - della vita religiosa, come della missione, è basato solamente sul primato dello Spirito che respira nei cuori delle persone e delle istituzioni. Fabio Ciardi scrive nel suo libro In ascolto dello Spirito: "Oggi, l'autentica creatività nel vivere il carisma viene dallo Spirito, 'che è Signore e dà la vita'. Infatti noi non possiamo riscoprire nuovamente la vita religiosa o il carisma di ogni Istituto. La vita religiosa, con tutti i suoi carismi, è stata fondata dallo Spirito e … la sua rifondazione sarà una grazia che lo Spirito concede a persone e gruppi. … Lo Spirito infuso dal Signore Risorto su coloro che sono uniti nel suo nome, diventa fonte di creatività, perché lo Spirito, per sua stessa natura, è sempre creativo".

f. Chiamati a rimanere missionari per tutta la vita.
L'essere "chiamati", se propriamente inteso e con un lavoro appropriato, ci aiuterà a rimanere attivi ministri missionari per tutta la vita, dai giorni del seminario, all'età della pensione, fino alla donazione finale della vita per il Regno di Dio. Non bisogna aspettare, per essere missionari, di trovarci sul campo, nell'azione, coinvolti in ogni tipo di attività che promuova il regno di Dio sulla terra. Da una parte, uno è già missionario anche quando si prepara al lavoro missionario in seminario, per mezzo dello studio diligente, assicurandosi che tutto lo studio sia imbevuto di contenuti e spirito missionari, formandosi allo spirito e alle tradizioni vive dell'Istituto, sviluppando il proprio zelo per il lavoro missionario e il proprio impegno per esso, più forte dell'impegno per qualsiasi altra cosa, dando la priorità ai bisogni della missione servita dall'Istituto, al di sopra dei propri bisogni personali e professionali, esercitandosi nella pastorale nelle parrocchie e durante le vacanze. Dall'altra parte, uno è e rimane un vero ed attivo missionario accettando la solitudine del ritiro, l'inattività forzata, i dolori dell'età anziana, l'angoscia della solitudine, la minaccia di una malattia mortale, sviluppando una spiritualità più profonda, una vita di preghiera più estesa, una dedicazione più ampia all'adorazione, una vera vita di santità.
P. Trabucco ha scritto una lettera su Il Missionario della Terza Età, alla cui conclusione afferma: "E' possibile rendere questa tappa della vita il coronamento di un'esistenza votata a Dio, alla Missione, ad operare il bene. E viverla nella serenità e nella pace, in attesa fiduciosa del grande giorno, "perché Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15, 28)".

(continua)

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Missione Oggi

Sinodo: Interventi dei padri sinodali
(dall'inizio fino al giorno 11 ottobre)

- S.E.R. Mons. Joseph VÕ ĐÚC MINH, Vescovo Coadiutore di Nha Trang (VIET NAM)

1. La Chiesa di Cristo in Vietnam, dopo l’accoglimento del Vangelo nel 1533 e, soprattutto, dopo la nomina dei primi tre Vescovi nel 1659, ha percorso un cammino pieno di croci. Attraverso gli alti e bassi della loro storia, i cattolici vietnamiti, come gli ebrei al tempo dell’esilio, hanno compreso che solo la Parola di Dio permane e non delude mai.
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