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"Discepolo dell'amore" è chi - per la forza dello Spirito - vive nel suo cuore e nella sua carne l'incontro dell'avvento divino e dell'esodo umano, che si è compiuto in maniera normativa e fontale nel Signore Gesù. L'azione dello Spirito Santo nella storia è tutta al servizio della realizzazione di questo incontro, che Egli rende possibile fra il "già" e il "non ancora" della salvezza anticipando nel presente degli uomini il domani della promessa di Dio. È perciò triplice l'opera dello Spirito Santo nel tempo: in primo luogo, è Lui la vivente memoria di Dio, che attualizza le meraviglie del Suo avvento "già" compiuto fra noi; quindi, è Lui che trasforma gli "oggi" degli uomini nell' "oggi" della grazia che salva; infine, è Lui che incessantemente coniuga il presente del mondo al "non ancora" dell'ultimo giorno. Grazie a questa triplice opera del Consolatore, l'acqua della vita scorre con sempre nuova freschezza nei giorni degli uomini: ed è in tal senso che si può dire che la missione è per eccellenza l'opera dello Spirito e che è Lui il primo agente nell'azione missionaria della Chiesa...
1. Lo Spinto e la memoria di Dio
Lo Spirito è la memoria vivente di Dio, è Lui che la dona alla Chiesa. È Lui che fa entrare i credenti in tutta la verità del Padre, rivelata una volta per sempre nel Suo Figlio Gesù: "Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,13). La verità - secondo la concezione biblica - non è l'alétheia greca, il togliere il velo per esibire alla visione ciò che era precedentemente nascosto, ma è 1' 'emet ebraica, la fedeltà al patto, il dimorare nell'alleanza con Dio. In quanto Spirito della verità, il Paraclito è Colui che attua la fedeltà di Dio, rendendo presente ad ogni tempo e in ogni luogo il Suo dono. Nella storia lo Spirito realizza così il memoriale dell'alleanza, facendo risuonare nel tempo le parole di vita in cui si dicono la Parola e il Silenzio di Dio: è la Scrittura, allora, il luogo per eccellenza dell'azione dello Spirito, perché in essa la Parola di Dio viene ad abitare nelle parole degli uomini grazie all'azione del Consolatore. a) Nello Spirito la Parola è forza veniente dall'alto, "viva ed efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio: essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" (Eb 4,12). La Parola di Dio produce ciò che annuncia: "Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata" (Is 55,10s). Perciò la Scrittura ispirata da Dio - custode della Parola - "è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2 Tm 3,16). Alla Parola, consegnata nella Scrittura, si deve allora ascolto, "fiducia ed obbedienza, in vita come in morte" (Karl Barth): in essa parla il Dio vivente e santo. In essa lo Spirito realizza il dialogo dello Sposo con la Sposa, la Chiesa. La Scrittura è la fonte dell'esistenza credente: da essa la fede attinge il suo oggetto, in essa trova il suo criterio, da essa riceve la sua forza, grazie ad essa è perennemente giovane e capace di parlare alle diverse generazioni degli uomini, bisognose di ascoltare la Parola dell'Altìssimo, che sola è Parola di vita eterna (cf. Gv 6,69). L'esegeta, che attua pienamente il ponte fra la Parola e la vita, consentendo di interpretare la lettera perché schiuda il suo tesoro nascosto, è lo Spirito: "Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Gv 14,26). Se il Verbo incarnato è l'esegeta del Padre (cf. Gv 1,18), lo Spirito è l'esegeta del Figlio, Spirito di verità, che glorificherà Gesù manifestando le ricchezze del Suo mistero: "Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà" (Gv 16,13s). Lo Spirito è la forza di attrazione, l'amore estatico di Dio, per il quale Egli esce dal silenzio e si comunica nella Parola, suscitando un amore di risposta, parimenti estatico, bisognoso di uscire dal chiuso del proprio mondo, per immergersi nei sentieri senza fine del Silenzio, cui fedelmente conduce l'evento di rivelazione. "A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede (cf. Rom 16,26; Rom 1,5; 2 Cor 10,5-6)", ma "perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità" (Dei Verbum, 5). Lo Spirito agisce dunque nella storia anzitutto attraverso la Parola del Dio vivo, verso cui dispone i cuori e da cui fa scaturire fiumi di acqua viva. Nata dalla Parola, "Creatura Verbi", la Chiesa continuamente si rigenera nell'ascolto della Parola e si riconosce inviata ad annunciare a tutte le genti questo dono fontale, pervaso dallo Spirito: il dono della Parola di Dio. La missione è tutta "creatura" della Parola di Dio nella forza dello Spirito... b) Con la Scrittura, però, è anche la Tradizione vivente della fede pensata e vissuta nella comunione ecclesiale a offrirsi come luogo peculiare dell'opera dello Spirito Santo: anche ai testimoni della Tradizione si volgerà pertanto l'ascolto del credente per incontrare ed accogliere quanto l'Eterno continuamente dice alla Chiesa vivente nel tempo. Lungi dall'essere meccanica ripetizione di ciò che è morto, la Tradizione è vita che trasmette la vita. L'avvento divino suscita il popolo dei pellegrini che - di testimone in testimone - trasmette a tutte le generazioni la memoria dell'Eterno, legata al testo della Scrittura ispirata, ma anche al contesto dell'annuncio e della prassi credente, in cui lo Spirito opera per condurre la Chiesa verso la pienezza della verità divina. Nella Tradizione vivente la memoria della fede si fa presenza ed esperienza attuale, per cui l'avvento compiutosi una volta per sempre in Gesù Cristo viene a farsi contemporaneo all'oggi degli uomini nella forza dello Spirito Santo. In questo senso, si potrebbe affermare che la Tradizione è la storia dello Spirito nella storia della Sua Chiesa: "Così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti in tutta intera la verità e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cf. Col 3,16)" (Dei Verbum, 8). La missione vive di questo radicamento profondo nella "traditio fidei": il missionario non annuncia se stesso o una fede individuale, ma la fede a cui è stato generato nella Chiesa, trasmessa nella forza dello Spirito nella vivente tradizione ecclesiale. La Tradizione si esprime in modo del tutto particolare nella liturgia, dove il mistero proclamato, celebrato e vissuto si offre con un eccezionale valore di totalità: "Nella liturgia lo Spirito che ispirò le Scritture parla ancora; la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità" (D. Guéranger). Con i suoi testi la liturgia plasma il linguaggio della fede e ne è a sua volta espressione ("lex orandi, lex credendi"): in essa lo Spirito irrompe sempre di nuovo nella storia per rendervi presente ed efficace l'alleanza con Dio ("epiclesi"). La liturgia è in tal senso uno straordinario atto missionario, è anzi il culmine e la fonte dell'intera azione missionaria della Chiesa. Nella comunione espressa e nutrita dalla liturgia la Chiesa si nutre delle voci della fede di tutti i tempi e le fa risuonare nel suo annuncio al mondo: la voce dei Padri, da cui apprende l'amore alla Scrittura, l'orizzonte unitario in cui la vita deve essere vissuta nella luce della Parola di Dio, il gusto del simbolo, che rispetta il Mistero nell'atto stesso di avvertirne la prossimità; la voce dei teologi e degli spirituali di luoghi e tempi diversi, il cui messaggio può nutrire l'esperienza riflessa del Mistero, rendendola più attenta e disponibile alle sorprese dell'avvento. Un'azione missionaria che vivesse la rottura col passato, non solo si impoverirebbe sul piano della memoria, ma rischierebbe di separarsi anche dal grande principio di unità, che è lo Spirito operante nella storia e specialmente riconoscibile nella continuità della tradizione vivente della fede pensata e vissuta. Peraltro, non è solo la fede registrata nei testi ad alimentare la fedele memoria dell'Eterno, ma anche la fede vivente, l'atto di credere ed abbandonarsi in Dio che una innumerevole schiera di testimoni ha vissuto e vive per attrazione e dono del Consolatore. Alla scuola di questa fede, anche semplice e inespressa, l'annuncio missionario fa memoria nello Spirito delle meraviglie del Signore per aprire le menti e i cuori al nuovo delle promesse di Dio. Anche così si fa riconoscere la memoria efficace di Dio nel Suo Spirito... c) Si comprende così come il luogo dell'azione dello Spirito che comprende tutti gli altri e li chiarifica, il sacramento nel tempo dell'unico e definitivo Sacramento di Dio, che è il Verbo incarnato, è la Chiesa: "Come potranno credere, senza averne sentito parlare? e come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? e come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?" (Rom 10,17). Di testimone in testimone, di fede in fede, la Parola risuonata nella pienezza del tempo raggiunge, per la forza dello Spirito, gli umili "oggi" della storia: la Chiesa è la visibilità sacramentale dell'azione dello Spirito nella storia, carica di tutta la luce che Egli le dona, come delle oscurità e pesantezze che caratterizzano la vita dei suoi figli. In questo senso la Chiesa è luogo dello Spirito in quanto è inseparabilmente "kenosi" e splendore della Trinità. Dalla comunione ogni singolo credente riceve la vita della fede: alla comunione ciascuno dona sotto l'azione dello Spirito il suo contributo di pensiero e di vita. Se è ai piccoli che è dato conoscere i misteri del Regno (cf. Mt 11,25), da essi, dal popolo umile e povero dei credenti, è possibile imparare le cose di Dio: "Dobbiamo credere che un popolo ignorante ci può insegnare le cose di Dio" (Carlos Mesters). L'esistenza credente e l'annuncio della fede al mondo si nutrono, cioè, del "senso della fede", che lo Spirito Santo effonde nel cuore di tutti i battezzati, e dal loro linguaggio, dal loro dirsi le meraviglie del Signore, apprendono in modo sempre nuovo a parlare di Dio: prima di essere parola, la fede è ascolto e silenzio davanti alla vita dei santi, dove meno infedelmente l'amore, narrato nell'evento pasquale, si rende presente nel tempo degli uomini grazie all'azione del Consolatore. Alla scuola della carità vissuta la fede conosce il suo oggetto e se ne lascia contagiare e pervadere per diventare annuncio. La "communio sanctorum" nutre il pensiero e la vita del missionario del Vangelo come luogo dove lo Spirito fa presente la memoria di Dio... 2. Lo Spirito e l'"oggi" di Dio
Alla memoria di Dio, viva e potente nello Spirito, la fede del discepolo non può non coniugare la consapevole assunzione del presente. Nello Spirito l'"oggi" degli uomini è visitato e trasformato per divenire l'"oggi" di Dio, l'ora della sua grazia: perciò, "è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta" (Gaudium et spes, 44). Gli eventi della storia, in quanto abitati dallo Spirito che parla al Suo popolo, si offrono come "segni del tempo", cui deve corrispondere l'impegno della fede, che interpreta e agisce: "Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica" (ib, 4; cf. Mt 16,2s; Lc 12,54-56). a) Il riconoscimento dei segni dello Spirito nel presente richiede che l'azione missionaria della Chiesa compia un'attenta opera di discernimento, che abbraccia inseparabilmente tre momenti: l'assunzione della complessità; il confronto con la Parola; l'indicazione di piste provvisorie e credibili. Assumere la complessità significa riconoscere la realtà del mondo in tutto il gioco incatturabile dei rapporti storici che la caratterizzano. Assume la complessità chi non legge la storia a partire da uno schema ideologico precostituito, chi si sforza di lasciarsi inquietare e provocare nei suoi pregiudizi, chi accetta di sopportare il peso di non avere diagnosi già fatte e terapie predeterminate. La fede deve allora educarsi ad assumere la complessità, a rispettarla nella sua irriducibilità, a stare in essa con umiltà e condivisione, a sopportarla nella carità. Solo a questo prezzo la missione non diventa ideologia, lettura facile e prefabbricata del mondo, conciliazione ideale che ignora la verità e le perenni incompiutezze del reale. Lungi dal chiudersi in un tranquillo castello di facili certezze, la Chiesa missionaria in ascolto dello Spirito - impegnata a discernere i segni dei tempi - dovrà vivere sulla breccia della storia, nel dialogo e nella compagnia esigente e feconda con quanti fanno la reale vicenda in cui è posta: proprio così, essa si aprirà a riconoscere ed accogliere docilmente l'azione dello Spirito che nell'"oggi" degli uomini rende presente l' "oggi" di Dio. b) Questa assunzione della complessità porta con sé l'inevitabile rischio di aver a che fare con l'ambiguità della storia: le luci si mescolano alle ombre, le generosità agli egoismi, la sofferenza innocente alle cause individuali e strutturali della passione del mondo, le speranze agli inganni e alle disillusioni. La possibilità di lasciarsi confondere è sempre incombente: quante volte la stessa azione missionaria ha ceduto alle seduzioni dello spirito del tempo e delle logiche del potere del momento! È per questo che l'annuncio della fede ha bisogno di un criterio di orientamento: e questo non può trovarsi che nella stessa Parola di Dio trasmessa dalla Chiesa, lì dove il Dio vivo che si è offerto alla storia per giudicarla e salvarla e nello Spirito parla al Suo popolo. Il confronto con la Parola nella comunione ecclesiale è indispensabile momento del discernimento: occorre "tenere su una mano la Bibbia e sull'altra il giornale" (Karl Barth). Esperto della complessità, il credente impegnato nell'annuncio non cercherà nella Parola soluzioni già pronte o facili risposte: egli accetterà di ascoltarla fedelmente e di obbedire ad essa nella pazienza di itinerari di comprensione non sempre brevi e luminosi. Alla Parola porterà la storia reale, le domande aperte, le luci intraviste, i sentieri interrotti: ad essa chiederà la luce che basta per orientare il cammino e sostenere la lotta, per prendere posizione e giudicare lì dove è necessario e possibile, per attendere e pazientare lì dove non c'è ancora chiarezza. È così che l'avvento cammina con l'esodo nel miracolo sempre nuovo dell'azione del Consolatore: è così che si ascolta ciò che lo Spirito "oggi" dice alle Chiese... c) Nell'incontro fra storia e Parola il discernimento missionario della fede si schiude a proposte provvisorie e credibili: esso non conduce a soluzioni totali e definitive, perché tutto quanto consente di proporre è segnato dalla infinita contingenza della complessità della vita; e tuttavia, tende a dare indicazioni credibili, sulle quali si possa fare affidamento, proprio perché radicate nella fedeltà all'uomo e nell'esigente e normativa fedeltà alla Parola di Dio. Leggendo la storia nel Vangelo, il discernimento della fede legge analogamente il Vangelo nella storia: esso osa proporre il punto di vista dell'Avvento, nella fiducia della fedeltà divina, che nello Spirito parla anche alla storia presente. È in tal modo che è possibile all'azione missionaria riconoscere i "segni dei tempi", dove è all'opera lo Spirito di verità, che attua la fedeltà di Dio a ogni ora, a ogni luogo. Esempi concreti e generali di tali segni sono l'aspirazione alla giustizia, alla libertà e alla pace, la presenza di testimoni fedeli del Vangelo e della radicalità dell'amore, spinta fino al dono della vita nella solidarietà con i più deboli e al servizio della giustizia per tutti. È allora soprattutto nell'esercizio della carità che la comunità cristiana raccoglie la sfida dei segni del tempo, si fa solidale con l'uomo concreto e lo serve nella causa della sua promozione più piena e perciò della liberazione da tutto quanto offende la sua dignità di figlio di Dio attraverso l'annuncio del Vangelo. Su questa via si schiude agli occhi della fede la misteriosa presenza del Signore nella più grande varietà delle situazioni umane: Cristo si nasconde nei poveri, negli affamati, negli assetati, negli emarginati e sofferenti, nei bambini sfruttati, nelle donne calpestate, negli ultimi (cf. Mt 25,31ss). Chi alla fame e sete di tutti costoro risponde con amore libero e liberante, diviene vangelo vivente, la Parola scritta dallo Spirito non più su tavole di pietra, ma nella carne degli uomini (cf. 2 Cor 3,3): "Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi; Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare agli uomini oggi; Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per annunciare il suo vangelo oggi. Noi siamo l'unica Bibbia, che tutti gli uomini leggano ancora. Noi siamo l'ultimo appello di Dio, scritto in parole e in opere" (da una preghiera del XIV secolo). La presenza di Cristo all'oggi di dolore e di lacrime si fa riconoscibile dove c'è chi ama in suo nome: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35). Nell'amore del prossimo si rivela l'amore di Dio (cf. Mc 12,28-31 e par.): "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4,20). In questo amore concreto Cristo si fa presente nel Suo Spirito e dice le Sue parole di vita eterna. L'altro, bisognoso d'amore o testimone di amore vivo, è nello Spirito un vero sacramento dell'incontro con lui: luogo dello Spirito, appuntamento di salvezza (cf. Gen 1,26; Mt 25,31ss; Rom 8,29; Col 3,10). La missione parla nell'eloquenza della carità, che lo Spirito effonde nei nostri cuori (cf. Rm 5,5). 3. Lo Spirito e l'avvenire di Dio
L'azione dello Spirito nella storia non solo rende presente il mistero dell'avvento compiutosi nel Signore Gesù, trasformando l'"oggi" degli uomini nell' "oggi" della salvezza, ma "tira" anche nel presente del mondo l'avvenire della promessa di Dio, di cui è pegno e caparra. Il popolo di Dio vive insomma della tensione fra il primo ed il secondo avvento del suo Signore, ricco del dono già ricevuto e proteso al compimento di quanto della nuova creazione non ancora è stato realizzato. Il tempo della Chiesa non è ancora l'ultimo tempo, ma il tempo "penultimo", nel quale deve essere portata alla sua pienezza la salvezza già incominciata: "Ecclesia viatorum", la Chiesa dei pellegrini generata da Cristo nello Spirito, per lo stesso Cristo nell'unico Spirito di vita va verso il Padre, e mentre attira il mondo al cuore divino, porta la presenza dell'amore trinitario fra gli uomini. a) Da questo essere orientata verso la Patria ultima e definitiva grazie all'incessante azione dello Spirito deriva alla Chiesa anzitutto la consapevolezza della propria relatività: essa riconosce di non essere un assoluto, ma uno strumento, non un fine, ma un mezzo, povera e serva nella sua condizione di pellegrina. Nessuna acquisizione, nessun successo deve allora temperare l'ardore dell'attesa: ogni presunzione di essere arrivati, ogni "estasi dell'adempimento" è tentazione e freno. La Chiesa dello Spirito non è già il Regno nella gloria, ma solo il Regno iniziato, "praesens in mysterio" (ib., 3): essa porta in sé la figura fugace di questo mondo e vive il gemito e il travaglio del nascere dei cieli nuovi e della terra nuova. Ogni identificazione terrena del Regno va rifiutata: la Chiesa - docile al soffio dello Spirito - è "in via et non in patria", e perciò "semper reformanda", chiamata a incessante rinnovamento e continua purificazione, non appagata e non appagabile da qualsiasi conquista umana. Nello stupore della lode, nella fatica del servizio, nell'annuncio della Parola, nella celebrazione dei sacramenti, nella contemplazione della fede, la Chiesa sa di doversi lasciare sempre più possedere dal suo Sposo, per "tendere incessantemente verso la pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio" (Dei Verbum, 8). Nulla è più lontano dallo stile di una Chiesa missionaria, docile allo Spirito operante nella storia, che un atteggiamento di trionfalismo, di cedimento di fronte alla seduzione del potere presente e del possesso in questo mondo. Il popolo di Dio, nato ai piedi della Croce e pellegrino nel lungo Venerdì Santo, che è la storia dell'uomo sulla terra, non dovrà mai scambiare le pallide luci di qualche gloria mondana con la luce della Gloria promessa nella vittoria di Pasqua. Finalità ultima della Chiesa non è affermarsi secondo le misure della grandezza di questo mondo, ma cantare il suo "Nunc dimittis", come il vecchio Simeone, quando si leverà per tutti, senza più veli, la luce delle genti. Proprio così essa si veste della luce, che attira l'universale pellegrinaggio dei popoli verso il suo Signore... b) L'indole escatologica porta la Chiesa a relativizzare anche le grandezze di questo mondo: tutto è sottoposto al giudizio della promessa del Signore, sempre viva e attuale nella forza dello Spirito. La presenza dei cristiani nella storia è nel segno dell'esilio e della lotta: ""Finché abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore" (2 Cor 5,6) e avendo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi (cf. Rm 8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cf. Fil 1,23). Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più intensamente per Lui, che per noi è morto e risuscitato (cf. 2 Cor 5,15). E per questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cf. 2 Cor 5,9) e indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistere nel giorno cattivo (cf. Ef 6,11-13)" (Lumen Gentium, 48). In nome dello Spirito, che la anima, la Chiesa missionaria vigilerà nei confronti di tutte le miopi realizzazioni delle speranze di questo mondo: presente ad ogni situazione umana, solidale col povero e con l'oppresso, non le sarà lecito identificare la sua speranza con una delle speranze della storia. Questa vigilanza critica non significa, però, disimpegno: essa è, al contrario, costosa ed esigente. Si tratta di assumere le speranze umane e di verificarle al vaglio della resurrezione del Signore, che da una parte sostiene ogni impegno autentico di liberazione e di promozione umana, dall'altra contesta ogni assolutizzazione di mete terrene. In questo duplice senso, la speranza ecclesiale, speranza della resurrezione, è resurrezione della speranza: essa da vita a quanto è prigioniero della morte e giudica inesorabilmente quanto quanto presuma di farsi idolo dei cuori e della vita. In nome della sua "riserva escatologica" la missione della Chiesa non può identificarsi con alcuna ideologia, forza partitica o sistema, ma di tutti deve essere coscienza critica, richiamo dell'origine prima e della destinazione ultima, stimolo affinchè si promuova tutto l'uomo in ogni uomo. Il popolo di Dio, memore della patria, è scomodo e inquietante, libero per la fede e servo per amore, tutt'altro che strumento del sistema o protagonista del compromesso o fermo nel disimpegno spiritualista. La meta, che fa i cristiani stranieri e pellegrini in questo mondo, non è sogno che alieni dal reale, ma forza stimolante dell'impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato nell'oggi del mondo. c) Infine, il richiamo della patria, già pregustata nella promessa, riempie la Chiesa in missione di speranza e di gioia: la sua indole escatologica è anticipazione militante nella forza dello Spirito della vittoria sul dolore, sul male e sulla morte. Nonostante le prove e le contraddizioni del presente, il popolo di Dio esulta già nella speranza che la promessa divina ha acceso nella sua fede: sostenuta da questa speranza, garanzia certa che l'ultima parola della storia non saranno il dolore, il peccato e la morte, ma la gioia, la grazia e la vita, la Chiesa è pellegrina verso la meta, già ora esultante per essa. In lei si realizza la parola del Salmo: "Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!" (Sal 122,1). La gioia non nasce dalla presunzione di edificare una scala verso il cielo, una sorta di nuova torre di Babele del mondo prigioniero di sé: la pace e la forza della Chiesa sono radicate nella sua vocazione escatologica, nella certezza che lo Spirito del Signore è già all'opera in lei per edificare nel tempo degli uomini l'avvenire promesso da Dio. Dio "ha tempo" per l'uomo e costruisce con lui la sua casa: la Gerusalemme, sospirata ed attesa, scende già dal cielo (cf. Ap 21,2). Ai credenti resta il compito di vivere il mistero dell'Avvento nel cuore della vicenda umana: "Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!" - ad essi il Vivente risponde: "Sì, vengo presto!" (Ap 22,17. 20). Di questo desiderio, di questa attesa gioiosa la missione ecclesiale è voce nei tempi e nei luoghi più diversi della storia... Conclusione: il canto del testimone
"Intoniamo il canto di lode per la morte della Chiesa, morte che ci riconduce alla sorgente della vita santa in Cristo" (Cirillo d'Alessandria, Glaphyrorum in Genesim 6: PG 69,329). Un innamorato cantore della Chiesa intona il canto in morte della Chiesa: non lo fa per debolezza di convinzioni o per paura di pericoli, ma per quella più alta intelligenza d'amore, cui solo aprono gli occhi della fede. Egli ha compreso che la Madre non ha altra ambizione al di fuori di quella di generare figli per Dio. Morire per dare ad essi la vita è il supremo destino dell'Amata. Egli sa che la Chiesa, sacramento dell'eternità nel tempo, cederà il posto alla piena luce della gloria, quando Cristo finalmente verrà nel suo ultimo avvento. La "kénosi" divina cederà il posto allo splendore dell'ultimo giorno: la Trinità, di cui la Chiesa è "icona", rifulgerà nell'universo intero e in ogni cuore. Come l'amata di Giacobbe nel partorire il "figlio del dolore", divenuto il prediletto d'Israele, così la Chiesa scomparirà nel generare l'umanità allo splendore del giorno eterno. Fin quando giungerà quel tempo, la Chiesa resta il luogo privilegiato dell'azione dello Spirito nella storia, e perciò la Madre di cui i figli di Dio hanno bisogno per vivere, l'eletta che non invecchia mai, perché ringiovanisce con l'amore di coloro, a cui sempre di nuovo dà la vita: "Non separarti dalla Chiesa! Nessuna potenza ha la sua forza. La tua speranza, è la Chiesa. La tua salvezza, è la Chiesa. Il tuo rifugio, è la Chiesa. Essa è più alta del cielo e più grande della terra. Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna" (San Giovanni Crisostomo, Homilia de capto Eutripio, c. 6: PG 52,402). Amandola, si possiede lo Spirito, si incontra Cristo e si vive di lui: "Tanto si ha lo Spirito Santo, quanto si ama la Chiesa di Cristo" (S. Agostino, In Iohan. Evang. Tract., 32,8: CChr 36,304). Perché la Chiesa in missione è Maria che continua ad annunciare al mondo che Cristo è risorto e il grande duello è stato vinto dalla vita, che non avrà fine. E anche se ha da mostrare soltanto un sepolcro vuoto e delle vesti abbandonate, in questa sua povertà è la sua ricchezza, in questa sua debolezza è la sua forza. Lei ha visto la Gloria nascondersi e rivelarsi sotto i fragili segni della storia: in lei questo mistero di rivelazione e di nascondimento continua a farsi presente. Di questo mistero, raggiunto dalla fede nel Risorto e dalla consolazione dello Spirito, parla il canto del testimone, la proclamazione gioiosa di chi ha conosciuto la vittoria, che ha vinto e vincerà la morte: "Victimae paschali laudes / immolent christiani. / Agnus redemit oves: / Christus innocens Patri / reconciliavit peccatores. / Mors et vita duello / conflixere mirando: / dux vitae mortuus, / regnat vivus. / Dic nobis, Maria, / quid vidisti in via? / Sepulcrum Christi viventis, / et gloriam vidi resurgentis: / angelicos testes, / sudarium et vestes. / Surrexit Christus spes mea: / praecedet suos in Galilaeam. / Scimus Christum surrexisse / a mortuis vere: / tu nobis, victor rex, miserere . Quando questo canto sarà cessato, la Chiesa dello Spirito Santo avrà compiuto la sua missione nel tempo. La gloria sarà cominciata. Dio sarà tutto in tutti e il mondo interamente riconciliato sarà la patria della Trinità...
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