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I metodi e gli obiettivi camminano insieme. Si può parlare di metodologia, quando si tengono chiari gli obiettivi. Se si conoscono gli obiettivi ("Che cosa bisogna fare"?), è facile trovare la metodologia ("Come fare"?). Ma può succedere anche che si conoscano gli obiettivi e non si riesca a raggiungerli, perché non si sa come fare (metodologia). tuttavia, la metodologia sorge da un contesto, di un’ideologia, di un carisma, di una mistica.
Secondo B. LONERGAN, "il metodo è un schema normativo di operazioni ricorrenti ed intrecciate tra esse che offrono risultati normativi e progressivi."
Ci sono metodi dove ci sono operazioni distinte, dove ogni operazione è in relazione con le altra, dove l’insieme delle relazioni costituisce un schema, dove lo schema si descrive come il modo giusto di fare una cosa, dove le operazioni che si realizzano secondo lo schema possono ripetersi indefinitamente e dove i frutti di tale ripetizione non sono qualcosa che si ripete semplicemente, ma hanno la caratteristica di essere copulativi e progressivi.
I risultati o frutti sono progressivi se c’è una serie di scoperte, di realtà nuove. E sono cumulativi se hanno un luogo, una sintesi coi risultati precedenti come azione dell’intelligenza.
Si trovano metodi a tutti i livelli, dal livello trascendentale valido per tutti i campi nel cui schema si collega tra se le operazioni di: osservare distintamente, capire, ragionare criticamente e decidere.
Il metodo proprio delle scienze naturali i cui schemi collegano tra se le operazioni di esperienza-osservazione-descrizione - problemi concordi - scoperte come risposta ai problemi, ipotesi per presentare la cosa scoperta, implicazioni, sperimentazioni, risultati cumulativi e progressivi, conferma delle ipotesi, nuova ipotesi, nuove scoperte.
Nel campo del pastorale è stato molto popolare il metodo "vedere-giudicare-agire" che attualmente si completa con altre azioni metodologiche, così:
1. vedere: a, descrizione dei fenomeni, delle tendenze o dei problemi; b, diagnosi strutturale, causale, congiunturale. 2. comunicare: a, con linguaggio narrativo; b, con linguaggio scientifico; c, dalle multiple prospettive degli osservatori. 3. giudicare: a, riflessione culturale; b, riflessione teologica (lettura della fede). 4. agire: a, pianificazione; b, programmazione; c, realizzazione, secondo il posto e le circostanze. 5. celebrare: a, rivelare la dimensione liturgica e sacramentale; b, annunciare ed alimentare l’utopia cristiana: la Pasqua; c, explicitar e fortificare la fede del paese di Dio.
Un altro esempio del metodo pastorale è stato la formazione della chiesa locale nelle diverse operazioni. Il metodo per un tempo di cambiamento culturale comprende un schema di sei operazioni: a, prendere attualmente in considerazione la pratica culturale in questione; b, fare un’analisi del passato, perché in momenti di crisi è importante capire la storia per relativizar la crisi o comprenderla nella sua dimensione; c, formulare interrogativi sul tema per il quale non c’è risposta immediata; a volte appaiono sospetti che sono vere sfide.
Bisogna fare strade ad un’esperienza ed una prassi diversa. Nella diversità prendiamo coscienza di quello che stiamo realizzando. Altre maniere di agire possono essere illuminatrici. Dalla prospettiva dell’attività missionaria, bisogna aprirsi a nuove attività evangelizzatore. Avere nuove esperienze missionarie è costituire punti di riferimento per migliorare la mia propria pratica.
Tuttavia, nonostante che affrontiamo nuove pratiche e nuove esperienze, continuiamo allo stesso modo. Che è quello che ci manca? Manca, in realtà, che la pratica stia accompagnata per un minimo di teoria che l’illumini. Se manca teoria è difficile che la nuova esperienza susciti, conduca ad un cambiamento, motivi la revisione del proprio metodo.
L’attività missionaria e l’illuminazione misionológica.
La nuovo misionología suscita il desiderio di cambiare, mentre è accompagnata per un po’ di pratica.
Tra le orientazioni per una metodologia di lavoro nel Nordovest, le più decisive sono le due prime: cuore ed immaginazione. In esse e non nella volontà o nella ragione, sta il segreto del lavoro. Il paese di qui non si muove alla forza o per ragioni, bensì per emozioni ed immagini. Vive per esse e per esse sarebbe capace di morire.
1. parlare al cuore
Il paese capisce il linguaggio del cuore o quello dei sentimenti. La religione è, per eccellenza, il campo della cosa "luminosa", del mistero. Una celebrazione religiosa che non abbia o non favorisca un’atmosfera di sacralizzate e mistero non ottiene il suo obiettivo.
Ma non possiamo rimanerci solo nel livello del sentimento. Bisogna andare più lontano. Si ha bisogno della ragione, se si vuole dare giusto un senso e liberador ai sentimenti. Il paese non lascia la testa in casa. Lavora a partire ed in interno del suo mondo affettivo.
2. risorsa all’immaginazione
Chi comanda è il cuore. Ma il linguaggio del cuore è l’immagine. Quando lavora bene, l’immagine ha un potere magico: piace, affascina, seduce. Le immagini che commuovono al nostro paese sono questi:
- i simboli. Evocano i valori profondi o realtà vitali del paese: attraversa, immagini della Vergine, la bandiera, il simbolo del partito, il "mandacaru", etc. - le analogie: sono paragoni. Gli esempi più chiari sono le parabole, il linguaggio di Gesù. Raziocini logici non servono, chiusi non vale, ma se gli analogici; - gli esempi: le illustrazioni di casi concreto aiuto a trasmettere un’idea; - i gesti: soprabito nella liturgia.
3. usare un linguaggio semplice
La regola di oro del linguaggio è parlare di cose molto semplici. Questo non significa ripetere posti comuni o banalità. La semplicità che parliamo è la semplicità delle cose essenziali, vitali, radicali, nucleari. Non presentare le cose come assolute.
Un certo linguaggio non ha niente a che vedere con le "idee chiare e distinte". La comprensione di questo paese è meno logica che psicologica. Senza idee chiare, il paese sa quello che significano gli ideali di libertà, dignità e giustizia. Il linguaggio difficile e tecnico impressiona, suscita ammirazione e paura reverenziale. È come tirare terra agli occhi del paese.
4. ricorrere all’esperienza storica
Riferirsi alla sua esperienza reale e, in primo luogo, a lui esperienza presente. Offrire un linguaggio al dolore e la speranza che il paese vive silenziosamente molte volte. Oltre all’esperienza passata (quello che chiamiamo memoria storica,) e dedurre quello che può insegnarci. 5. favorire la partecipazione attiva
Questo vaglia per il nostro essere missionario. ! Che lo facciano essi! Bisogna dare valore e lasciare posto affinché essi si realizzino e svolgano il suo ruolo nella chiesa.
6. sapere che siamo transitori o itineranti
Bisogna pensare che arriverà un giorno in che qualcuno ci dovrà sostituire e continuare quello che stiamo facendo. Ed in quello che lasciamo ed in come potrà continuare e crescere quello che piantiamo. È riuscito il tempo a fare monumenti personali o istituzioni.
7. valutare il canto e la poesia
Il canto e la poesia incoraggiano, rallegrano ed istruiscono.
8. usare gesti corporali
L’agente di pastorale non comunica solo con parole ed idee, ma anche col suo perso9. Ricorrere all’aspetto ludico Il senso dell’allegria, dell’umore, dello scherzo e perfino una certa "carnavalización" (Salvatore), o "sanjuanismo" (Jaguararí) Bonfim, Monte Sacro.
REGOLE PRATICHE
1. convivenza. Senza comunione non c’è liberazione. Partire per il mezzo degli escluso, rompere le distanze. È il punto zero della strada. 2. accoglienza. Essere accessibile, ricevere bene, con educazione, gentilezza. Il primo incontro è decisivo in ogni relazione. 3. "pedagogia" della pelle. Tocchi, carezza, abbraccio, sono gesti che parlano per se soli, ma che le parole. Gli esclusi sentono la mancanza di conforto, di affetto, di grembo. La società per essi è matrigna. 4. trattare bene. Ascoltare con calma, senza nervosismo, senza fretta, senza mostrarsi scomodato. Che dicano "almeno ci ha trattati bene." 5. consolare. "Fortificare" le ginocchia vacillanti, Hb 12,12 = Is 35,3. Curare le sue abbondanti ferite. Davanti a "quello che bisogna fare", rimane sempre la missione di consolare, dare speranza. 6. rassicurare. Incoraggiare, incoraggiare. Con linguaggio che parli al cuore. Lontano dal disfattismo: "non vale la pena", "non va", "tu" puoi, tu vincerai, "avanti." 7. illuminare. Informare, chiarire, orientare, perché l’ignoranza fa parte della miseria. L’ignoranza non ha servito mai nessuno. 8. valutare la cosa piccola. ", Il mio servo, non spegnerà la miccia fumante", Mt 12,20 = Is 42,3. L’evoluzione che si sostenta è la molecolare, e l’atomica che si fa attraverso l’aggregazione di atomi. Fino ad un piccolo elogio ha il suo valore, come, per esempio, dire ad una madre con suo piccolina in braccia: "! Che bambino tanto bello! ".
9. sollievo immediato alla sofferenza. È un imperativo della vita. Salvare la vita minacciata sta davanti di qualunque legge sia civile o religiosa, e, fino a di qualunque politica.
10. Protezione. L’escluso procura sempre a chi può proteggerlo. Per la sua situazione di abbandono, la dipendenza è per lui una questione di vita o morte. Col risultato che il suo affanno per trovare padrini poderosi (consiglieri comunali) gente della capitale…). È come ancora di salvazione. Bisogna essere paterni senza paternalismos. Migliore ancora, essere il fratello maggiore, Cf Mt 25,40.
11. Assistenza. L’assistenza sociale è un diritto della gente ed un dovere dello Stato. E vale per tutti. È la forma elementare di solidarietà. Dobbiamo essere "samaritani" verso i quali cade.
12. Rinforzare i lacci di solidarietà. Dobbiamo fortificare la rete di relazioni tra i poveri nei gruppi di amicizia, di incontro. Bisogna favorire le forme di organizzazione per molto insignificanti che siano. Bisogna alimentare la cultura di solidarietà contro l’individualismo della miseria neo-liberale.
13. Reciprocità. Si tenta di stabilire una relazione pedagogica di individuo ad individuo. Il povero ha alcuno ricchezza che può offrire. Bisogna stabilirsi in uguaglianza di base con gli esclusa, procurando che siano sempre individui.
14. Mediazione politica. Diventa necessaria la "politica implicita", soprabito per superare le strutture di esclusione, e, contemporaneamente, sviluppare lo spirito di cittadinanza negli escluso. Bisogna consapevolizzare al suo modo e maniera, rispettando ritmi e modi, che è più che sensibilizzazione. Bisogna anche tenere in conto possibili rupi: occupazione, prigione, manifestazione.
15. Curare. Questo compito riassume tutte gli altre. Il titolo di "pastore", tutte le culture antiche l’attribuiscono ai dirigenti del paese. Pascolare significa vigilare ed essere attento, riunire, condurre, proteggere e difendere, accorrere e liberare.
16. Attivi nella contemplazione.
Gli agenti di pastorale dobbiamo dare il senso della trascendenza a tutte le nostre attività. Il Dio che contempliamo è un Dio attivo ("Al principio Dio creó", Cf. GN 1,1,; per mezzo della sua parola tutto si è creato. Il Dio del Bibbia è un Dio compromesso col suo paese.
In molte di queste proposte, non si riflettono tanti atteggiamenti del Bto. José Allamano? In tante altre non appare la metodologia dei misioneros/as dei primi tempi? La mitologia si fa camminando, non la portarono prestabilita ad Afrecha. I primi misioneros/as la portò con sé nel cuore e nell’immaginazione e di lì sorse una certa maniera da fare e di stare in mezzo al paese. Attualmente non possiamo ripetere quello che essi ed esse fecero ma se che possiamo ricreare certi atteggiamenti e stile di vita.
P. Ramón Cazallas
(Trad di F. Lerma) ++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
Documentazione IMC/Nº 61: , Art. Nº6,:
ESSERE RELIGIOSO:AMAR CON PASSIONE LA CHIESA LOCALE
Per P. Ramón Cazallas, IMC I. - AMARE CON PASSIONE
Non si può parlare tranquillamente della vita religiosa e dei nostri carismi, senza tenere in conto la vita del nostro paese: tempo di siccità. La popolazione dell’interno vive l’agonia della mancanza di acqua e di alimentazione perfino per gli animali. Il paese semplice non pensa ad un’altra cosa. Sta in gioco la vita.
I giornali citano concretamente posti ben conosciuti e cari: Jaguararí, Monte Sacro, Filadelfia, Campo Formoso e tanti altri. Sono posti dove la maggioranza viviamo e lavoriamo e dove oggi ci riuniamo per parlare della vita religiosa e del carisma. Che cosa bisogna fare? Come vivere questo "kairós"?. Come tirare fuori forza dai nostri carismi per vivere veramente una vita religiosa inserita che risponda ed accompagni al paese? Viviamo momenti di molta sofferenza per il nostro paese che, senza dubbio, mettono alla prova la forza dei nostri carismi.
Ignorare questa situazione, sarebbe come girare le spalle al paese che dobbiamo evangelizzare; sarebbe contemplare narcisisticamente la vita religiosa. Se ignorassimo questa situazione, saremmo religiosi sistemati, borghesi e senza amore. Sedotti per il regno significa che dobbiamo vivere il martirio di questo paese.
Mi piacerebbe che la nostra riflessione incominciasse considerando alcuni figure bibliche che, in questo momento possono aiutarci a vivere pienamente la nostra vita religiosa in sintonia con la vita del nostro paese: JONAS, andare più lontano; RUT, essere più vicino; Elías, discendere più basso: e Jacob, entrare più dentro.
1. Jonás, andare più lontano.
Jonás viveva tranquillo e molto ordinato. Aveva, come il figlio maggiore della parabola (Lc 15) 11-22, lasa antistanti ben definite sui buoni ed i cattivi; sapeva chi erano i destinatari dell’amore di Dio, i posti dove doveva profetizzare e conosceva anche perfettamente i dogmi. Allo stesso tempo era un israelita osservante e fedele, prosecutore della tradizione profetica più sicura nella linea del profetismo.
Improvvisamente, Dio irrompe nella sua vita come un uragano che abbatte antistanti e limiti. Jonás si sente minacciato.
Appare anche improvvisamente la siccità in questa terra che rompe il nostro vita cuotidiana. Che cosa andiamo fare? Fuggire per Tarsis? Tarsis, in realtà, sta facilmente alla nostra portata: andiamo ad un altro posto, refugiémonos vicino al fiume tranquillo dello spiritualismo, encerrémonos nei nostri piccoli mondi dello spiritualismo e del pessimismo.
Come assumere l’avventura di Nínive-siccità in questo momento angustiante della vita del nostro paese? Come uscire subito dai nostri limiti e frontiere per andare al suo incontro?
2. Rut, essere più vicino. na, col suo corpo, con le sue cose. Sono molto importanti i gesti simbolici. Rut, figura femminile delicata, una delle narrazioni didattiche più belle dell’Antico Testamento. Noemí, sua suocera, perde il marito e figli nella terra di Moab e decide di ritornare alla sua terra, Betlemme. Rut, contro tutta la logica e previsione, prende una decisione rischiosa ed insensata: vuole rimanere con sua suocera, accompagnarla in un futuro insicuro, essere con lei nelle buone e nelle brutte situazioni, rimanere con lei in qualunque circostanza. "Non insistere in che ti lasci e mi vada lontano da te; dove tu vada, io andrò; dove tu abiti, io abiterò; il tuo paese sarà il mio paese ed il tuo Dio sarà il mio Dio; dove tu muoia, lì io morrò e sarò seppellite io. Che Yahvé faccia questo e nonostante aggiunga se non è la morte quella che ci separi, Rut 1,16-17,
Il libro incomincia narrando situazioni difficili: fame, miseria, migrazione forzata, morte, carestia di terra. Un quadro ben simile alla situazione che il nostro paese sta passando in questo momento.
Per le strade della vita cuotidiana.
Questa situazione è una sfida per tutti, per la Vita Religiosa e per tutti noi. Ora il campo del Nordest brasiliano, è un posto e spazio per vivere radicalmente il Vangelo. Ma esige rotture. A volte, rimaniamo "al margine" di quello che succede al nostro paese.
L’insicurezza del nostro paese contrasta con la sicurezza che abbiamo in tutti i livelli: spirituale, materiale, economico. Delle coperture normali facciamo una magnifica e confortevole installazione che ci toglie la libertà dell’annuncio e della denuncia. C’abituiamo ad usare un vocabolario strapieno di termini altisonanti, come opzione, missione, contemplazione, inserzione, inculturación. Sono, senza dubbio, realtà molto importanti, ma bisogna valutarli alla luce di quello che pensa il paese povero ed oppresso, cioè, non dobbiamo fuggire dai momenti conflittuali della vita; bisogna mantenersi fedeli alla parola data, sopportare le situazioni dure della vita, essere presenti attivamente quando gli amici lo passano male, accettare appartenere al gruppo degli umile che sopportano con pazienza il suo turno nella consultazione medica, nella fermata dell’autobus, nello sportello di una banca o nella stanza di un ospedale vicino al letto di un malato.
Abbiamo bisogno di un noviziato che c’insegni imparare della "campagna solidale" col paese e ci faccia capire il modo di riferirci con la gente umile.
3. Elías, discendere più sotto.
Le narrazioni che conservano la memoria di Elías, 1 Re 17 - 2Re 2, presentano insistentemente il tema della "strada" del profeta: va all’incontro del re, ma Dio gli mostra che deve andare all’altro lato dal fiume Giordano; poi ferma Sarepta, in casa della vedova…; al monte Carmelo, dove sfida i sacerdoti di Baal…; subito deve affrontare il deserto, il monte Orbe; la vita nel deserto è dura e scoraggiante, scarsità di alimenti, di acqua per bere…); una situazione duro e minaccioso profeta vive un momento di disperazione ed esaurimento": La strada è lunga per le tue forze". Nel monte Sinaí si sente bene, ma deve scendere. Il profeta deve andare continuamente di un lato per altro, ma in un movimento discendente: re, vedova, monte Carmelo, deserto, trionfo sui sacerdoti di Baal, l’isolamento del minaccioso del deserto.
Un "kairós" della discesa.
La discesa verso il mondo dei poveri è irreversibile. Andare più verso il basso è stato lo sforzo che tanti uomini e donne hanno fatto in tempi scorsi. Oggi, con la situazione di fame e di morte in cui si trova la popolazione, Dio ci chiede, come ad Elías che abbassiamo più sotto che camminiamo all’incontro di questo paese. Senza abbandonare gli ideali di trasformazione, scendiamo più, per dare di mangiare e di bere ad un paese assetato ed affamato. Aspettare la trasformazione, è seminare il campo del Nordest di tanti e tanti morti, come già apparvero nelle pagine dei giornali.
L’esperienza mistica di Elías, c’insegna e c’invita a prendere un compromesso: "Carmelo-vedova-deserto-Horeb". La vita di Elías è un salire ed un scendere, ma un salire ed un scendere nel suo compromesso concreto coi più povero.
- Contemplazione e compromesso: Come realizzarli oggi, nella realtà concreta?
4. Jacob, entrare più dentro.
Il quarto personaggio biblico è il Patriarca Jacob, l’uomo che, durante la notte, lottò con Dio. La narrazione la troviamo in Genesi 32,23 -32. Secondo gli autori, abbiamo davanti un testo misterioso ed oscuro, dove troviamo parole chiave come: assolo, notte, lotta, alba, nome, benedizione… Jacob lo lascia tutto all’altro lato, tutto quello che ereditò, ingannando suo padre. Comincia nella notte ed incomincia la lotta con un personaggio sconosciuto e misterioso che all’inizio non parla. Jacob non si arrende. Lotta fino a che riesce ad entrare in dialogo con lo sconosciuto e gli fa parlare. Prima dell’alba, le parole pronunciate sono la prima luce.
Come Jacob, anche noi affrontiamo tempi oscuri. Tempi in cui le cose non sono chiare né per noi né per il paese. L’ombra della fame sta lì al lato. Jacob non abbandona la lotta, finché non gli sono rivelato il nome di chi lotta. Ama risposte le sue domande
Le domande che il paese che soffre è questi: - Come avere acqua e cibo? - Che cosa fare coi nostri figli e con gli animali?
E noi ci domandiamo: Che orientazione diamo alla nostra lotta, in questa notte di siccità e di miseria? Per aiutare la nostra riflessione enumero alcuni iniziative che possono servirci nel discernimento:
- condividere quello che abbiamo; - incoraggiare al paese nella ricerca dei mezzi che necessita; - dialogare e lottare con le autorità che hanno i mezzi per aiutare al paese; - invitare ed appoggiare lì la distribuzione degli alimenti dove si trovino.
I punti che ho presentato sono per dialogare e discernere insieme, affinché la nostra vita devota sia "parabola" in mezzo al nostro paese. "Lottare" nella notte non è facile; talvez possiamo ricevere qualche colpo, come passò a Jacob e rimaniamo zoppi per il resto della vita.
Per Gesù, narrare le parabole significava arrischiare la propria vita. Rappresentare le sue parabole significava mettere in gioco la vita. La vocazione liminare della nostra vocazione, qui ed ora, è quella di narrare una parabola che, dalla periferia, evento un grido verso il centro verso chi ha il potere; lanci anche un grido alle nostre istituzioni religiose, a case provinciali e generali nostre, affinché arrivi lì fino al grido dal nostro paese affamato ed assetato.
Essere religioso(a, nel campo del Nordest, ascoltare il grido che il paese ci lancia, senza usare parole, sapere quello che ha bisogno di questa chiesa locale, è la gran sfida di oggi e di sempre. Hai tu pena di un paese che non ti è costato niente che tu non sei stato a farlo crescere? Ed io, sarà che non ho pena di questo immenso territorio del Nordest, dove vivono più di seicento mille persone? , cf. Jon. 4,10-11.
II. - PROVOCAZIONI, PROVOCATORI E PROVOCATI
"È necessario che di nuovo profetizzi ai paesi, alle nazioni, alle lingue ed i re numerosi" (Ap 10,11).
"Non avete appena una storia gloriosa per ricordare e narrare, bensì una gran storia per costruire" (VC 110).
A partire dal Vaticano II la dimensione ecclesiale della vita religiosa fu fortemente riaffermata e sottolineata. Secondo il Lumen Gentium non si può parlare della vita religiosa, a non essere dentro il contesto ecclesiale, e non si può parlare di Chiesa senza tenere in conto la vita religiosa.
Per conoscere la dimensione ecclesiale della vita religiosa è di somma importanza il documento Mutue Relaciones, di 1978, dove si regge che gli Istituti religiosi nacquero nella Chiesa e per la Chiesa, e che la sua ricchezza carismatica deve impiegarsi al servizio della Chiesa; e per quel motivo, la propria gerarchia difende e protegge questa pluralità di carismi, MR 14, 2; 15; 11.
L’eclesialidad della vita religiosa generò, attraverso la storia, tensioni e sfide: tensione tra la vita religiosa e la gerarchia; tensione tra la Chiesa universale e questione; tensione tra vita religiosa e laicato; tensione tra vita religiosa e giovani; sfide della vita religiosa davanti alla donna; tensione tra la vita religiosa e le culture; tensione tra la vita religiosa ed i poveri.
Vediamo alcuni fatti.
3. le sorelle della Parola in Wafawaka, nel Niger, aprirono una comunità dove i confessori e predicatori di ritiri della comunità doveva essere approvati dalla Madre Generale che viveva ad Atene, non partecipano mai alle iniziative della Chiesa diocesana, non necessitavano, evitavano l’inquinamento ecclesiale per salvare il proprio carisma, Tentazione di formare "ghetti" e di isolarsi.
2. il vescovo di Thsusu, in Etiopia, aveva bisogno di un amministratore. Nel monastero di Sheshemane aveva un monaco certosino che era stato gran economista nella sua epoca di laica. Il vescovo mise l’alternativa all’abate, affinché quello monaco lasciasse il monetario per amministrare l’economia della diocesi. (Tentazione di prescindere dal carisma e livellarlo con l’uniformità) o di utilizzarlo di forma utilitario y/o autoritario, manipolazione dei carismi.
I vescovi desiderano che la vita religiosa Lei insiera nella Chiesa locale, ma molte volte ella si mantiene al margine del pastorale di insieme. Con la falsa scusa di fedeltà al proprio carisma.
Questa tensione, antica, diventa più acuta con la mancanza di clero, specialmente nella nostra America Latina: la vita religiosa non può essere mai una specie di riserva pastorale, per riempire le mancanze di agenti di pastorale delle s parrocchie.
Potrebbe cadere nella tentazione dalla clericalización e "parroquialización" della vita religiosa, compreso la femminile, col pericolo di perdere l’identità carismatica e privare a tutta la Chiesa del suo ricchezza pluriforme. D’altra parte, la generosità poco discreta a volte della vita religiosa in assumere funzioni che non corrispondono al carisma, finisce per frenare l’iniziativa della Chiesa universale nella ricerca di alternativa alla crisi attuale di ministri ordinati.
La vita religiosa, benché stia al servizio della Chiesa universale, deve inserirse nella Chiesa locale, deve risentire membro della Chiesa diocesana, ma questa inserzione si deve fare rispettando la sua identità carismatica. La Chiesa locale non può, a nome di questa inserzione, chiudersi all’universalità e ricchezza dei carismi della vita religiosa, MR 18; 23; In 64.
3. i Genitori di Jericó a guardare intorno a suo. Stavano morendo. Lasa vocazioni dove fu sempre un posto fecondo per essi, si esaurirono. Fecero il suo discernimento e diventarono missionari, la vita missionaria presenta più incentivo ai giovani. Andarono a regioni feconde e deposi di trenta giorni avevano già 10 postulanti. Naturalmente che i metodi erano quelli di Jericó. La sopravvivenza congregazionale stava per in cima dell’evangelizzazione y/o delle necessità del paese.
La vita religiosa in altre culture, e nonostante più nel nostro campo del Nordest, ha tutto il diritto di essere qualcosa più che una semplice filiale della vita religiosa di S. Pablo, Madrid o Londra.
È una sfida per tutte le refundación della vita religiosa a partire dalle culture non occidentali, fare strade affinché nascano forme autoctone di vita religiosa. Il tema della vita religiosa nelle culture popolari, rurali, tra i poveri, è qui una sfida ed ora, per tutti i presenti. Talvez questo sia una delle sfide più forti che c’obbliga ad approfondire nelle esperienze della Chiesa che nasce in Pentecoste che si apre alle culture dei "altre" in Pablo, dei "differente", e che vuole riconoscere le sementi del Verbo in tutte le culture, Sacra domenica, Documento Finale, Conclusioni, 17; 138; 245.
Lo sguardo della Chiesa locale e della vita religiosa
Gli occhi della gerarchia e dei religiosos/as si orientano nella stessa direzione: il paese. Ma come gli occhi non sono uguali, logicamente le percezioni sono differenti benché complementares. Gli strabismi, miopie e viste stanche, di entrambi i lati, possono disturbare la visione che si tiene del paese. Sta bene che la Chiesa locale, i religiosi e religiose si guardino ai propri occhi per conoscere la profondità dell’anima. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, sta bene che fermiamo per guardarci mutuamente.
Lo sguardo della Chiesa locale
La Chiesa locale deve definire chiaramente le necessità reali del paese, le carenze esistenti. Di accordo con ciò, deve suscitare, appoggiare e sostentare i carismi che possono andare all’incontro di tali carenze e necessità. Deve potenziare la fedeltà carismatica al di sopra delle necessità dell’istituzione. La Chiesa locale è più ricca e può evangelizzare con maggiore profondità, quando i religiosos/as vive radicalmente i suoi propri carismi.
Il vescovo è il promotore e sentinella dei carismi nella Chiesa diocesana. Il suo sguardo deve fissarsi nella grazia ("carisma", non nella forma o nella legge, o nell’inmediatismo delle necessità che bisogna soddisfare. Deve offrire spazi specifici affinché i carismi possano evidenziarsi e possa qualificarsi il servizio pastorale. Vigili affinché i religiosos/as "cerchi la giustizia, la pietà, la fede, l’amore, la pazienza, la mansuetudine" (1Tim 6) 11. "Predichi la parola, insista in tempo ed inopportunamente, rimprovera, vitupera, esorta con tutta la longanimità e dottrina" (2Tm 4,2).
Lo sguardo della vita religiosa
La vita religiosa deve guardare affettuosamente ed amore verso la terra del Nordest, verso questa Chiesa ed il suo paese: studiando la storia, quello verso il paese; lasciandosi discutere per le situazioni limiti che qui si vivono; discernendo come potrebbe aiutarsi a questa Chiesa e paese; e come assumere la terra, il paese, la Chiesa per darloro dalla propria identità. Guardare continuamente per Manaus, dove vive la Provincia, o ferma Roma, dove risiede il Padre Generale, può originare bene la malattia del "torcicollus carismaticus"…Esta ricordare che la Chiesa diocesana ha il suo "areópagos" che noi - religiosi - dobbiamo scoprire, affinché ci comprendano e credano in quello che diciamo e facciamo, ed anche per produrre frutti di evangelizzazione.
Alcuni elementi che la vita religiosa deve avere presenti in questa Chiesa diocesana.
- Non si vive solo di pane, farina e fagioli, ma anche di fiori, di estetica, di cultura. "Se hai due monete, consumati un’in pane e l’altra in fiori" (proverbio cinese). - Recuperare le dimensioni di cultura e religiosità, di festa, di gratuità, di esperienza religiosa, di mistero, di trascendenza. - Accettare i visi differenti che sorgono tra i poveri da questa terra: donne, giovani, bambini, anziano, afroamericani, disoccupati, senza-terra. - Superare il rischio del messianismo, di sapore milenarista, voluntarista e moralizante. - Recuperare la dimensione dello Spirito, senza la quale tutti i compromessi si trasformano in legalismi o horizontalismos. - Passare del "Esodo" al "Esilio", cioè, di una situazione dove si vede chiaramente l’obiettivo che si vuole ottenere, terra promessa, e la strategia che bisogna seguire, uscire dall’Egitto ed attraversare il Mare Rosso, ad una situazione di impotenza, in una cultura ed in un impero tutto poderoso dove non ci sono alternative chiare né leader ("esilio". nonostante tutto il "esilio" è tempo di purificazione, di speranza, di profezia, di spiritualità. - Passare della gran liberazione alle piccole liberazioni di giorno per giorno il, alla profezia di Elías vicino alla vedova di Sarepta, un po’ di olio ed un pugno di farina,; passare delle grandi imprese profetiche, Amos, alla profezia ordinaria, Ossee ed i Sapienziali, senza perdere diedi vista la gran utopia del Regno.
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