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| Quale santità per il Missionario della Consolata? |
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| Scritto da P. Giorgio Marengo, imc | |
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Il presidente della Mongolia in una recente intervista a un giornalista russo, parlando degli anni trascorsi all’universita’ di Mosca raccontava di come gli piacesse, tra gli altri passatempi, visitare le gallerie d’arte dove erano esposte icone antiche, da cui – diceva – traspariva una luce particolare. Si’, l’oro intenso degli sfondi di Rublev emette una luminosita’ che avvolge, senza stancare. Forse possiamo riferirci a questi toni di oro e luce per abbozzare una riflessione sulla santita’. Perche’ della santita’ di Dio altissimo innanzitutto si tratta; e la Sua luce invade nell’intimo, ma senza forzare, semplicemente in chi l’accoglie ha il potere di riportare la vita e di elevarla ad altezze mai sperimentate altrove.
Le icone sono un invito ad entrare in questa luce e cosi’ lo sono i santi, in modo tanto piu’ efficace. Penso che chi tra i nostri confratelli e consorelle ebbe la grazia di incontrare il Fondatore percepi’ in lui quella luce particolare e se ne senti’ attratto/a personalmente, in modo che il diventare missionario/a della Consolata significo’ – quasi inconsciamente – assumere i tratti di quella fisionomia da cui erano stati toccati. 1. Pregiudizi sulla santita’ C’e’ pero’ forse da sgombrare il campo da qualche fraintendimento sulla santita’, per evitare che si ingeneri una sorta di insofferenza al riguardo. Sembra infatti che una parte di noi stessi reagisca con fastidio a discorsi sulla santita’; in ognuno di noi possono sorgere commenti non detti del tipo “non fa’ certo per me!”, “questi sono bei discorsi per tenerci buoni, ma in realta’ sono fuori della nostra portata”, “in noviziato si parlava cosi’, poi la missione ha mostrato la realta’!”… Penso che queste posizioni siano riconducibili a un equivoco: la santita’ e’ vista come qualcosa di elitario, riservato a pochi e se ci confrontiamo con questi pochi il senso di frustrazione aumenta e non viene voglia che di evitare tali discorsi. Forse una presentazione troppo melliflua di alcune figure di santi non aiuta, ma c’e’ da dire che se diamo ascolto a queste voci interiori dobbiamo renderci conto che in fondo stiamo dimenticando quello che dice la Lumen Gentium al n. 40, e cioe’ che “i seguaci di Cristo […] sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e percio’ realmente santi”. Questo solo per citare un documento ufficiale che sintetizza il credo della Chiesa, ma basterebbe soffermarsi sul Nuovo Testamento, dove il Figlio di Dio fatto uomo alita il suo Spirito Santo sui suoi discepoli per partecipare loro la vita divina (Gv 20,22), dove Paolo ha costruito le sue lettere sulla dinamica “diventa cio’ che sei!” (parte dottrinale - parte parenetica), dove Pietro esorta a diventare santi “ad immagine del Santo che vi ha chiamati” (1Pt 1,15). In altre parole occorre probabilmente che tutti riscopriamo la dimensione ontologica della santita’: solo Dio e’ santo, tre volte santo e inavvicinabile (si vedano le teofanie dell’Antico Testamento), ma ha scelto per pura sua grazia di rivelarsi a noi e di parteciparci la sua vita e dunque ci rende santi. E’ l’immagine del carbone ardente con cui il serafino tocca la bocca del profeta: “e’ scomparsa la tua iniquita’, e il tuo peccato e’ espiato” (Is 6,7). Allora si capisce anche la sfumatura di separazione contenuta nel termine ebraico, che indica appunto l’elezione da parte di Dio e dunque il venir in qualche modo “messo a parte”, “tirato fuori” dalla confusione della materia per vivere nel mondo ma non del mondo. Non una separazione che fa’ dei destinatari un gruppo esclusivo di super-uomini, ma un dono allo stato puro, che pero’ e’ realissimo e puo’ innescare quel principio di vita nuova che i santi canonizzati hanno mirabilmente saputo conservare ed alimentare, irradiando vero fuoco, quello che Gesu’ e’ venuto a portare sulla terra. C’e’ tuttavia anche un altro fraintendimento, forse piu’ sottile, che talvolta possiamo ritrovare in noi stessi riguardo la santita’. Probabilmente noi missionari siamo meno soggetti a questo tipo di confusione, ma forse non del tutto immuni. Mi riferisco all’errore di scambiare la santita’ con forme piu’ o meno eccentriche di spiritualita’, magari desunte da filosofie e pratiche non cristiane. Il santo sarebbe allora una specie di eroe o campione costruito su tecniche sofisticate (controllo di se’, atarassia, diete alimentari, potenziamento della memoria e delle facolta’ immaginative, ecc.). Il criterio di valutazione di queste persone sarebbe la fedelta’ a tali pratiche, che fa’ di questi devoti degli individui fuori del comune, e proprio per questo spesso inavvicinabili e convinti della propria eccellenza. Questo tipo di confusione su che cosa sia veramente la santita’ si puo’ tuttavia facilmente diagnosticare dai suoi stessi frutti: se al posto della carita’ senza limiti di chi segue Gesu’ mite e umile di cuore si trovano arroganza, disprezzo dei piccoli e snobismo, l’inganno e’ presto svelato e l’unica via d’uscita e’ il tornare al Vangelo e ai poveri. Ma allora di quale santita’ stiamo parlando? Quale santita’ per il Missionario della Consolata? 2. Santita’ che ci chiedono il Vangelo, la Chiesa e il Fondatore Forse vale la pena rimettersi in umile ascolto del Vangelo e penetrare nello Spirito il mistero della nostra vocazione, per scoprirvi la chiamata alla santita’. Perche’ in fondo vale anche per noi quello che sperimento’ il Beato Charles de Foucauld, quando affermava: “Se Dio c’e’, non posso che vivere per Lui!”. E se siamo disposti a percorrere questo cammino di verita’, scopriremo che la strada in realta’ e’ gia’ ben segnata dal Vangelo, da quello che la Chiesa si aspetta da noi e da quanto il nostro Fondatore sognava per l’Istituto. 2.1 Santita’ che ci chiede il Vangelo Partiamo da quello che dice S. Paolo ai Tessalonicesi: “Questa e’ a volonta’ di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3). All’Apostolo delle Genti era diventato evidente che questo doveva diventare il programma del cristiano, non gia’ in virtu’ di uno sforzo volontaristico tirato all’eccesso, bensi’ come risposta di amore al dono dello Spirito effuso nel cuore dei credenti. E infatti lo studio del termine aghios (santo) nel Nuovo Testamento fa’ emergere che mentre nell’Antico Testamento il termine veniva usato prevalentemente per riferirsi all’assoluta trascendenza di Dio, che pur decide di relazionarsi con Israele e lo sceglie con atto di elezione, nei vangeli e negli altri scritti del Nuovo Testamento “piu’ di un terzo di tute le presenze di questo termine e dei suoi derivati riguardano lo Spirito Santo come dono salvifico concesso da Dio alla fine dei tempi, e in circa un quarto di tutti i casi il riferimento va’ ai credenti come santi o destinati alla santificazione”(1). La santita’ del Trisagio di Isaia ci viene incontro in Gesu’; in Lui la presenza di Dio si e’ fatta tangibile in modo assolutamente unico e, tramite il dono dello Spirito Santo, si e’ venuta a creare per la persona una nuova, concreta possibilita’ di partecipare della vita trinitaria. “E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23); lo Spirito di Verita’ “dimora presso di voi e sara’ in voi” (Gv 14, 17); “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4): queste ed altre espressioni dell’evangelista Giovanni ci invitano a prendere coscienza del mistero della vita divina partecipata a noi e questo e’ il principio della nostra santita’, il dato che aspetta solo di essere sviluppato nella nostra esistenza concreta. Se dai vangeli ci spostiamo alle lettere di S. Paolo, e’ impressionante verificare quante volte ritorni l’espressione “in voi” riferita a Cristo e al suo Spirito: “lo Spirito di Dio abita veramente in voi” (Rm 8,9); “Cristo e’ in voi” (Rm 8,10); “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3,16); “Non riconoscete che Gesu’ Cristo e’ in voi?” (2Cor 13,5); “Cristo in voi, la speranza della gloria” (Col 1,27). Nella Sua infinita misericordia Dio ha voluto abbassarsi sulla sua creatura e infonderle la propria santita’, cosi’ che essa si realizzi pienamente in una relazione autentica di amore. E’ importante che manteniamo questo ordine: il dono diventa compito, l’immagine somiglianza, la presenza testimonianza. Solo cosi’ possiamo uscire dagli spazi angusti di una santita’ considerata come lavorio solo umano di auto-perfezionamento; ma perche’ questo si realizzi occorre tornare all’inabitazione della Trinita’ nel cuore dei credenti, la dimenticanza della quale, dall’Illuminismo in poi, ha contribuito a trasformare il Cristianesimo – che e’ una religione mistica - in una religione morale (2). Un bilancio esegetico sul Nuovo Testamento porta alla seguente conclusione: “La santita’, o la santificazione, e’ dunque l’accettazione globale della santita’ di Dio da parte dei credenti, cosi’ che essi possano porsi in comunione con lui, non un graduale procedere verso una perfezione etico-religiosa” (3). 2.2 Santita’ che ci chiede la Chiesa Se nel nostro percorso di riflessione su “quale santita’” ci soffermiamo sui documenti della Chiesa degli ultimi anni verremo ancor piu’ confermati nella convinzione che la santita’ definisce il cuore stesso del discepolo di Cristo e sta alla radice della sua missione. Riprendo qui soltanto alcune espressioni particolarmente forti, ma ci sarebbe materiale per una tesi di licenza: “Ogni missionario e’ autenticamente tale solo se si impegna nella via della santita’. […] Il missionario deve essere un 'contemplativo in azione'; […] Il contatto con i rappresentanti delle tradizioni spirituali non cristiane, in particolare di quelle dell’Asia, mi ha dato conferma che il futuro della missione dipende in gran parte dalla contemplazione. Il missionario, se non e’ un contemplativo, non puo’ annunciare il Cristo in modo credibile. Egli e’ un testimone dell’esperienza di Dio” (Redemptoris Missio, 90-91). “La prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale e’ quella della santita’. […] E’ ora di riproporre a tutti con convinzione questa 'misura alta' della vita cristiana ordinaria” (Novo millennio ineunte, 30-31). Non e’ solo piu’ questione di coerenza, una sottolineatura che si era imposta ai tempi del Vaticano II per smuovere gli animi di una Chiesa che rischiava di rimanere spettatrice della storia del mondo. Paolo VI aveva espresso un’intuizione fondamentale quando diceva che “l’uomo contemporaneo ascolta piu’ volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri, lo fa perche’ sono dei testimoni” (Evangelii nuntiandi, 41). Nel Magistero piu’ recente si aggiunge a questa convinzione quella che solo un autentico cammino di santita’ e’ proporzionato alla chiamata ad essere discepoli di Cristo e che in esso e’ riposta una luminosita’ che attira sorelle e fratelli del nostro tempo verso la fonte della luce vera. E non potrebbe che essere cosi’, in un momento storico in cui si parla molto di evangelizzazione, definendola anche “nuova”; ma se non e’ supportata da uno stile evangelico e da molta preghiera, si corre il rischio di seguire percorsi troppo mondani, “nella manifestazione di potenza, che significa assunzione di metodologie da marketing, le quali comportano condivisioni di logiche che hanno esiti alla fine sproporzionati rispetto agli investimenti” (4). E’ di amore vero che il mondo e’ assetato; e questo amore diventa possibile “grazie alla piu’ intima unione con Dio, in virtu’ della quale si e’ totalmente pervasi da Lui — una condizione che permette a chi ha bevuto alla fonte dell'amore di Dio di diventare egli stesso una sorgente « da cui sgorgano fiumi di acqua viva » (cfr Gv 7, 38)” (Deus Caritas est, 42). Quello che dovrebbe trasparire dal missionario della Consolata e’ quell’orientamento di fondo di tutta la sua vita che ne fa’ un “uomo di Dio”: “chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Deus Caritas est, 42). 2.3 Santita’ che ci chiedono il Fondatore e l’Istituto Avendo esplorato - almeno in parte – la teologia biblica del concetto di santita’ e il Magistero ecclesiale al riguardo, quando arriviamo al Fondatore la sua insistenza sulla santita’ appare del tutto appropriata e piu’ che mai attuale. Per lui e’ questione di prendere la forma di Colui che invia: “Far in modo che si possa applicare le parole di S. Paolo: Vivo autem jam non ego, vivit vero in me Christus. S. Paolo era sol piu’ come una maschera. Vedete com'e’ bello! C'e’ da fare una meditazione” (5). I missionari sono “Ambasciatori di Dio, … uomini soprannaturali” (6) “Dobbiamo rappresentare la divinità’ al vero” (7). E questo puo’ avvenire solo lasciando “che ci giri e rigiri a suo talento, e per tal modo diverremo veri santi missionari” (8) Il “prima santi, poi missionari”, divenuto nostro motto, non e’ isolabile dalla convinzione del Fondatore del primato di Dio e della strumentalità’ attiva del missionario. La grande dignità’ dell’opera missionaria (“stessa missione”, “stessa promessa”, “continuare la missione del Padre”, “divinorum divinissimum” (9) ) esige per l’Allamano di assumere la santità’ come orizzonte connaturale al servizio del vangelo, visto che si tratta di trasparenza massima all’azione dello Spirito Santo. Dio si serve di strumenti vivi, di persone che si lasciano plasmare dallo Spirito di Cristo che le inabita per diventare prolungamento della sua opera di salvezza. Un cammino di santità’ che tenga lontana la mediocrità’ e la confusione su che cosa e’ piu’ importante: “Non bisogna scambiare il punto: prima farsi santi “ma sono venuto per farmi Missionario” - No, prima di tutto, finis primarius la santificazione. Certa gente per un po' di poesia pensano solo alla seconda, no, prima alla prima cosa e poi alla seconda. […] “Oh, là’ ci sono tanti, io andro’ un po' piu’ un po' meno dietro” No, tutti e tutto deve essere disposto a fare tutti santi” (10). Direi che questa eredita’ del Fondatore non possiamo non prenderla sul serio e neppure relegarla a qualcosa di puramente edificante per fervorini di circostanza; dovrebbe invece trasparire dal nostro modo di essere e di fare, dalle nostre scelte concrete di missione e di vita fraterna, dal nostro comportamento con le persone che incontriamo. A questo proposito mi sembra che le nostre Costituzioni siano estremamente chiare nel suggerirci un cammino concreto di santita’ nel quotidiano: “La preghiera e’ il nostro 'primo dovere' (cfr. VS 530): infatti l’evangelizzazione scaturisce dall’esperienza di Dio, conosciuto e familiare (EN 76), ed e’ ordinata a riunire gli uomini, perche’ lodino Dio nella Chiesa e prendano parte alla mensa del Signore (SC 10)” (11). “Tendiamo ad acquistare lo spirito della preghiera continua (Lc 18,1), affinche’ ogni nostra attivita’ sia ispirata da Dio, abbia in lui il suo principio, si compia alla sua presenza e per lui solo. La ricerca di Dio nella preghiera e l’aiuto dei fratelli nell’apostolato si sostengono a vicenda e ci fanno crescere in santita’” (12). “Ogni missionario ritenga essenziale dedicare ogni giorno un tempo conveniente alla preghiera personale, alla meditazione e alla lettura spirituale” (13). Ci sono anche indicazioni piuttosto pratiche che ci aiutano gia’ a stilare il nostro programma quotidiano: “il missionario si applichi ogni giorno alla meditazione per mezz’ora. Si riservi anche periodi prolungati di riflessione e di preghiera” (14); “l’Eucaristia deve permeare durante tutto il giorno pensieri, intenzioni, attivita’; dalla ricchezza e profondita’ della nostra vita eucaristica si alimenta la forza del nostro apostolato, l’irradiazione della fede, l’attrazione al Cristo. […] Il missionario si riservi ogni giorno un tempo di preghiera e adorazione personale davanti al Santissimo Sacramento” (15). Ora tutto questo ci e’ familiare, suppongo, non c’e’ nulla di nuovo; sarebbe bello che si respirasse di piu’ nelle nostre comunita’ la naturalezza di questo stile, invece di considerarlo una rarita’… A questo riguardo mi sembra di poter dire per esperienza che tra le nostre sorelle Missionarie della Consolata l’attenersi a un ritmo di vita impostato su tempi fissi di preghiera, silenzio e studio sia piu’ consolidato e considerata la regola. 3. Santita’ che ci chiede il mondo C’e’ un’ultima considerazione che vorrei qui accennare e la sintetizzerei cosi’: “quale santita’ per il missionario della Consolata? Quella di cui il mondo ha sete e fame”! Il mondo e’ cosi’: da una parte fa’ di tutto per disincantare, sminuire, relativizzare; “Ma quale santita’? Viva la trasgressione! Viva la mediocrita’! Quello che importa e’ il mio interesse…”. Dall’altra pero’ spera che non cadiamo in queste trappole, per vedere finalmente qualcuno vero, autentico, coraggioso, puro, tutto d’un pezzo, alternativo alle logiche dominanti. Il mondo cerca persone luminose, che non si lasciano appiattire dai ritmi delle consuetudini; che scelgono di non lasciarsi narcotizzare dalle false promesse di felicita’ della societa’ dei consumi e che non si scoraggiano di fronte agli scenari sconsolanti delle ingiustizie del mondo. Non e’ vero che dobbiamo a tutti i costi renderci “piacevoli”, “alla moda” per sperare di venire ascoltati; al contrario, penso che dovremmo essere si’ attenti alle voci del mondo, ma pur sempre liberi e noi stessi, colati nella forma di Cristo e dei santi piu’ che dei grandi comunicatori del nostro tempo. “Come comunicare il vangelo oggi?” Avendolo noi per primi impresso nel cuore e nella mente! C’e’ anche un’altra sfumatura dello stesso tema, sulla quale il Beato Allamano insistette molto: sono i destinatari dell’annuncio missionario che ci chiedono di essere santi. Infatti coloro ai quali i missionari sono mandati “vedono piu’ di quel che sentono, vedono il nostro esempio, […] bisogna che vedano un uomo di Dio: “Homo Dei”. Per rappresentare Iddio bisogna essere santi; la conversione delle anime e’ tutta cosa soprannaturale; e’ tutto inutile se non fa lui, Dio: "Divinorum divinissimum" ed e’ certo che se noi siamo veri suoi amici Egli di piu’ interviene. Santità’ alta…” (16). Il Nunzio apostolico in Corea e Mongolia, mons. Tscherrig, nel suo discorso inaugurale in occasione della sua prima visita in Mongolia ebbe a dire che se noi ci vergognamo del vangelo (come direbbe s. Paolo), cioe’ stentiamo a dare una testimonianza gioiosa della nostra fede, anche in mezzo a difficolta’ e minacce, che immagine si fara’ la gente di Colui che ci ha mandati? Perche’ cosi’ ci presentiamo: “inviati di Cristo”, suoi ambasciatori, rappresentanti della comunione ecclesiale; ma se da noi non traspare l’amore appassionato per il Signore, noi saremo considerati meschini e Colui che rappresentiamo un personaggio che non vale la pena di conoscere e seguire (17). I poveri, gli ultimi, ogni persona che attende Cristo ci chiede la santita’. Nel mondo asiatico sembra che una categoria culturale piuttosto condivisa sia quella della relazione maestro-discepolo; lo ricordava l’Ecclesia in Asia e lo ha riaffermato il primo congresso missionario asiatico tenuto in Thailandia lo scorso ottobre 2006. E la gente riconosce subito se il maestro parla di quello che ha dentro o se mena il can per l’aia; la gente vuole vedere maestri veri, non ripetitori di luoghi comuni; la gente e’ pronta a seguire maestri santi. Conclusione “Corro la via dei tuoi comandamenti poiche’ Tu hai dilatato il mio cuore”. Il Salmo dice “Corro”, e non “tiro avanti”! Se Dio veramente ci dilata il cuore, cioe’ vi abita portandovi il cielo, la nostra vita di discepoli (e ancor piu’ di missionari!) dovrebbe veramente avere il dinamismo della corsa, intesa non come affanno o fretta, ma come slancio, entusiasmo, gioia. C’e’ una tendenza generale, condivisa un po’ da tutte le culture, a minimizzare la gioia, almeno esteriormente, o per evitare di apparire eccessivi, o per scongiurare il suo opposto. Si vede subito se il sorriso sulle labbra e’ costruito, finto; quante situazioni tragiche siamo chiamati a condividere nel cammino dei popoli, e certamente il dolore e le contraddizioni della societa’ non si possono portare a cuor leggero. Eppure il missionario della Consolata scopre ogni giorno, nell’intimita’ del colloquio con il Signore, il motivo di una gioia donata che supera ogni immaginazione e si sente spinto a farne partecipi gli altri, quelli a cui e’ mandato perche’ accolgano il vangelo, la vera “bella notizia”; non e’ sorriso di circostanza, fastidiosa ingenuita’, ma virtu’ della speranza, convinzione sempre rinnovata della presenza del Dio-con-noi. E’ questa, credo, la santita’ che si addice alla nostra vocazione missionaria e in particolare di Missionari della Consolata; una santita’ concreta, creduta, tradotta in uno stile di vita. Non un ideale lontano, ma l’orizzonte prossimo, quotidiano. Una santita’ che assomigli a quella concretissima del Beato Allamano, che faccia trasparire il primato di Dio nella vita, che ci renda persone sempre meno centrate su noi stessi, per essere centrati in Dio. E mi sembra anche che tutto questo non sia possibile senza un ritmo quotidiano imperniato sulla preghiera. “Dall’ora tale all’ora tale il padre/fratello e’ in cappella…” Questa non e’ ostentazione, ma semplice coerenza; e questo parla molto alla gente. Personalmente credo di esser stato attirato alla vita nell’Istituto proprio dall’esempio di missionari che pregavano e trasmettevano pace, serenita’, verita’. “Nella loro vita c’e’ qualcosa che vale la pena, qualcosa di unico”, mi dicevo quando, negli anni dell’adolescenza, frequentavo i missionari a Torino. Qui torniamo alle riflessioni di Giovanni Paolo II contenute nella Redemptoris Missio: “Il missionario, se non e’ un contemplativo, non puo’ annunciare il Cristo in modo credibile. Egli e’ un testimone dell’esperienza di Dio” (n. 91). (1) H. Balz – G. Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, I, Paideia, Brescia 1995, p. 48. (2) Riflessioni di E. Biser, citate da F. Ardusso nel suo saggio, “Santita’ e missione della Chiesa”, contenuto in V. Danna – R. Repole (a cura di), La fede provata, Effata’, Cantalupa (TO) 2006, p. 337. (3) H. Balz – G. Schneider, op. cit., p. 53. (4) G. Canobbio, Esigenze della missione e imagine di Chiesa, in «La Rivista del Clero italiano», 84 (2003), p. 186. (5) Conf. III, 403. (6) Conf. I, 129. (7) Conf. I, 620. (8) Conf. I, 54. (9) Espressioni usate dall’Allamano per sottolineare che la missione che riceviamo e’ misteriosamente continuazione - nello Spirito - della missione di Gesu’. (10) L. Sales, La vita spirituale, p. 619. (11) Cost. N. 56. (12) Cost. N. 57. (13) Cost. N. 61. (14) Cost. N. 61.1. (15) Cost. N. 63 e 63.2. (16) Conf. I, 620-621. (17) Pensieri ripresi da un discorso tenuto a Ulaanbaatar nel dicembre 2005. |
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