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| Scritto da P. Darci Vilarinho, imc | |
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“Siate santi perché Io sono Santo” ( )
Più che fare una lunga riflessione sulla ricchezza dei consigli evangelici per la nostra vita personale e comunitaria intendo semplicemente esprimere come i voti mi aiutano nel mio cammino di santità. L’uso della prima persona serve appunto ad indicare il carattere esperienziale. Mi rendo conto che i voti della mia consacrazione religiosa sono prima di tutto un dono della Trinità santa e santificatrice. Sono espressione dell’amore di Dio Padre, fonte di ogni santità che vuole configurarmi a Cristo affinché come lui, con cuore indiviso, mi consacri alla diffusione del suo Regno. È la Trinità Santa che mi santifica e mi ha chiamato a vivere nella sua intimità. Non c’è santità senza una piena adesione al disegno del Padre che, per grazia, mi permette di entrare nel mistero della sua intimità. Non c’è santità senza la configurazione a Cristo. È qui che trova senso l’espressione del Fondatore prima santi, poi missionari, perché sono cosciente che è nell’intima unione con la Trinità e nella configurazione a Cristo, modello e testimone di ogni santità, che trovo la ragione della mia chiamata alla missione. Infatti “la missionarietà è insita nel cuore stesso di ogni forma di vita consacrata. Nella misura in cui il consacrato vive una vita unicamente dedita al Padre, afferrata da Cristo e animata dallo Spirito, egli coopera efficacemente alla missione del Signore Gesù, contribuendo in modo particolarmente profondo al rinnovamento del mondo” (VC 25). Credo fermamente che “il primo compito missionario, le persone consacrate lo hanno verso se stesse, e lo adempiono aprendo il proprio cuore all’azione dello Spirito di Cristo”. Prima santi, poi missionari. Aveva ragione il Beato Allamano. Dilatare il cuore “Ho trovato colui che cercavo, lo tengo fortemente e non lo lascerò più”. Lo dice la sposa del Cantico dei Cantici (3, 4) e, nell’umiltà e nella gioia, lo dico anch’io, perché in Lui ho trovato la pienezza della vita. Cristo è la vita piena, l’amore più alto e più bello, che solo può appagare totalmente una vita. Sono consapevole che scegliendo Lui, non rinuncio all’amore, ma scopro l’amore. Perciò ho scelto di seguirlo “più da vicino”, essere simile a Lui, anche in questo. Lui, tutto preso dalle cose del Padre, Lui che ha assunto la forma della vita verginale. Nel giorno del suo matrimonio il ragazzo non piange perché deve rinunciare a tante altre ragazze, ma è raggiante di gioia perché ha trovato la ragazza che ama. Così il voto di castità consacrata l’ho fatto per legarmi in modo più stretto e definitivo a colui che amo e di cui mi sento amato. Il suo progetto di vita diventa il mio progetto di vita. Quante sciocchezze si sentono a questo riguardo: così facendo hai spento l’amore, hai represso l’amore. Sono cosciente, invece, che consacrandomi a Dio nella castità perfetta non solo non spengo né reprimo l’amore, non solo non chiudo il cuore, ma lo spalanco, lo dilato sulla misura del cuore di Cristo, lasciandomi invadere e condurre dalla pienezza del suo amore. Con Lui e per Lui mi apro all’umanità intera. È Lui che mi dilata il cuore per amare non una persona soltanto, ma per amare di più e per amare tutti, per mettermi a servizio di tutti. Per questo sento il bisogno di mantenere in cuore la castità di Dio, mantenere cioè l’amore in cuore come Gesù ama. “E come basta un’ostia santa dei miliardi di ostie sulla terra per cibarsi di Dio, così basta un fratello – quello che la volontà di Dio ci pone accanto – per comunicarci con l’umanità che è Gesù mistico” (Chiara Lubich). Diceva con ragione Giovanni Paolo II che “l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e no lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente”. La nostra è una vocazione all’amore casto, che fa vedere Dio nella dignità di ogni persona e ci fa amare sulla lunghezza d’onda della carità divina, con cuore umano. Non dimentico che la vita di castità richiede un dominio su me stesso e che può anche comportare delle rinunce. Non dimentico che la castità si radica nella temperanza. Non dimentico che la castità è un cammino di santità che si costruisce ogni giorno con numerose libere scelte, con la custodia del cuore, dei sensi e dell’immaginazione. Ma preferisco vederla come un dono. “È Cristo che ci fa casti, come Lui è casto” dice S. Agostino, il quale nelle sue Confessioni rivela il suo travaglio, prima di capire che è dono da ricercare nel Signore: “Pensavo che la continenza si ottiene con le proprie forze e delle mie non ero sicuro. A tal segno ero stolto da ignorare che, come sta scritto, nessuno può essere continente, se tu non lo concedi”. Nel nostro mondo, dove si gioca sull’«uomo naturale», per il quale sono follia le cose dello Spirito, occorre alzare la voce della testimonianza di quelli che “vedono secondo Dio” perché hanno scoperto il senso della bellezza della vita e del desiderio di donarla. Un nuovo rapporto con le cose Vivo in un mondo avido di possesso, “disattento verso le esigenze e le sofferenze dei più deboli e privo di ogni considerazione per lo stesso equilibrio delle risorse naturali” (VC 89). In questo contesto, il mio voto di povertà appare come necessità di seguire Cristo povero e di configurami con lui, sapendo che solo Lui può riempire il cuore. Non c?è posto per Lui in un cuore riempito di cose. Sono consapevole che con la mia professione di povertà non ho tanto scelto un Istituto missionario come forma di vita, ho scelto una persona – Gesù – come via di santità. Ho scelto di essere povero come Lui è povero. Ho scelto la libertà dalle cose e dai bisogni artificiali a cui mi spinge la società dei consumi. Ho scelto un cammino di santità che passa per il rispetto delle cose secondo il disegno del Creatore. Ho scelto un cammino che mi permetta di raggiungere la santità passando per l’impegno attivo nella promozione della solidarietà e della carità. Ho davanti a me modelli eccezionali di persone consacrate – santi dei nostri giorni – che si spendono senza risparmio di energie per gli ultimi della terra. Come a loro, sono cosciente che Dio chiede anche a me una testimonianza evangelica di semplicità e sobrietà come provocazione a un mondo avido di possesso. Cristo povero mi chiama a questa forma di santità che consiste nell’investire la mia vita come profezia della gratuità e dell’essenzialità, strada maestra di santificazione per il Regno. Perdermi nel volere di Dio Entrando nel mondo, Cristo dice: “Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 5-7). Configurarmi a Cristo obbediente è il cammino di santità che la Chiesa mi offre. Sento che bisogna assaporare quest’obbedienza di Gesù per diventare, a mia volta, innamorato della volontà di Dio. Ho davanti a me l’immagine di Gesù che vive in obbedienza (ob-audire), in ascolto del Padre, il quale gli comunica man mano le vie attraverso cui passa il suo disegno di salvare l’intera umanità. “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8, 29). La professione del voto d’obbedienza mi libera dalle velleità e dai capricci personali, dai progetti d’orizzonti limitati, per affidarmi alla creatività inventiva di Dio e al suo disegno d’amore per me e per quelli che dipendono dalle mie scelte. Riconosco che anche qui non c’è santità senza ascesi, rinuncia, olocausto. Senza perdermi nell’obbedienza di Cristo. L’apostolo Pietro mi conferma in questa via di santità, quando dice: “Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma a immagine del santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta” (1Pt 1, 14-15). Sento la ricchezza che abbiamo nell’obbedienza reciproca dentro la comunità, sottomettendoci gli uni agli altri, perdendo i nostri progetti gli uni negli altri. “La vita fraterna è il luogo privilegiato per discernere il volere di Dio e camminare insieme in unione di mente e di cuore. L’obbedienza, vivificata dalla carità, unifica i membri di un Istituto nella medesima testimonianza e nella medesima missione” (VC 92). È questa la strada di santità che Dio mi propone ogni giorno: vivere nell’obbedienza la profezia della multiculturalità, scoprendo assieme la volontà di Dio, andando oltre i piani isolati ed egoistici, cercando la volontà di Dio nella volontà della comunità. Nell’obbedienza non c’è spazio per quelli che sanno - solo loro - come le cose dovrebbero andare, e allora c’è una sola via: stare insieme, lasciandoci portare dalla stessa corrente. È in questa corrente del disegno di Dio che mi santifico dicendo il mio proprio “eccomi” nell’adesione al Signore e nella disponibilità ai fratelli. Il mio “eccomi” unito al “eccomi” di ogni fratello della comunità costruisce quella santità di comunione voluta anche dal nostro Fondatore: “Spesso qualcuno fa un po' troppo da sé, pensa solo a sé, a santificare se stesso, senza pensare ad aiutare i compagni. Questo non è spirito di famiglia così utile in una comunità… Noi dobbiamo desiderare la santità degli altri come la propria santità”. A esempio della schiera di uomini e donne che si sono santificati per questa strada, cerco di santificarmi anch’io nella risposta quotidiana. Lo sguardo di Gesù si rivolge a me nella quotidianità e m’invita a seguirlo vivendo come Lui. È uno sradicamento totale, ma è facile per chi ama lasciarsi guidare dall’Amore, perché dell’Amato ci si può fidare. Maria, la prima discepola, casta, povera e obbediente, mi aiuterà a mettermi, come Lei, al servizio del disegno divino con il dono totale di me stesso. Nell’umiltà potrò così compiere l’aspirazione del Fondatore prima santi, poi missionari, sapendo perfettamente che, per garantire la propria santità, bisogna santificarsi per gli altri. |
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