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INTRODUZIONE Un saluto affettuoso a tutti i membri di SEDOS. Permettetemi di iniziare parlando di numeri. Il numero uno indica sempre il vincitore, il campione, il potente. Ma, quando a questo numero si aggiungono altri due, si forma il 111 che non è un numero grande bensì il numero più triste che possa concepirsi oggi. In effetti, “durante il secolo XX e parte del XXI sono morti approssimativamente 111 milioni di persone in guerra, la maggioranza di esse civili. Inoltre la prima decada degli anni novanta ha abbondato in aberrazioni provocate dagli scontri tra gli esseri umani, come i genocidi della Bosnia e Rwanda, i massacri di civili in Algeria e tanti altri casi che... non sono entrati in via di pacificazione solo dopo molti anni, troppi (1) “Solo nel continente africano, nelle quattro decadi che vanno da 1955 a 1995 ci sono stati circa otto milioni di morti in conflitti armati, con megacifre di due milioni di vittime in Nigeria, un milione in Angola, Etiopia ed Algeria, e più di mezzo milione in Rwanda, Sudan ed Eritrea”(2). La fine della guerra fredda favorì la scomparsa di alcuni conflitti nel sud, che si trovavano ancorati precisamente nella politica di controllo degli Stati Uniti e della internazionale comunista dell’Unione Sovietica. Gli anni ottanta, gli ultimi della guerra fredda, denominati anni d’insicurezza controllata, si caratterizzarono per la presenza di guerre di bassa intensità, con proliferare di guerriglie. Gli anni novanta videro affiorare altri conflitti o nuove forme di esprimersi dei conflitti anteriori che non erano stati risolti convenientemente. I conflitti etnici, confessionali e sociali apparvero, dando corso alle guerre civili che possono chiamarsi fratricide (3), che hanno implicato le potenze mondiali e hanno dato un nuovo protagonismo alle Nazioni Unite nella scena internazionale. Da 1989 fino a 1996 si sono prodotti nel mondo 101 conflitti dei quali solo sei sono stati tra Stati, ed il resto all’interno degli Stati, di 71 paesi (4). In mezzo a questi conflitti (5) sia tra nazioni, sia dentro una stessa nazione, si trova la Chiesa. Molti di questi conflitti non ancora risolti sono conflitti bellici e stanno accadendo nelle così chiamate aree di missione, concetto oggi molto relativizzato per la diversa concezione delle frontiere, e nei paesi in via di sviluppo: opzione privilegiata, ma non esclusiva, dell’azione missionaria. Così ci addentriamo in pieno nel nostro tema: Come vivere la missione in mezzo alla guerra? Ci domandiamo quali gli atteggiamenti personali, quali le strategie pastorali e quale dimensione spirituale ci permetteranno vivere la missione in mezzo alla guerra. Vorrei raggruppare questi atteggiamenti, strategie e spiritualità in 15 esigenze che oggi si possono rivolgere al missionario, chiamato a vivere la missione in situazione di guerra. Ovviamente, è inevitabile che parli soprattutto dalla mia propria esperienza. 1. PRESENZA > ASSENZA Ricordo con piacere un incontro che feci durante la visita pastorale ad un piccolo paese nell’Amazzonia colombiana. Una mattina, un gruppo di persone mi si avvicinò ed uno di essi mi disse: “Ieri sera finalmente abbiamo potuto dormire bene, perché sapevamo che lei stava qui”. La presenza del vescovo infondeva loro sicurezza, tranquillità, serenità. “Essendoci il vescovo, nessuno oserà attaccarci”: era il sentimento intimo che esprimevano con quella frase. Il valore di questa presenza può essere visto da diversi angoli. Il più chiaro è che la presenza del missionario in qualche modo è segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Se il missionario non c’abbandona, Dio neanche. Se il missionario sta con noi, vuole dire che si ripete la storia della salvezza nella nostra terra. Dio è sempre accanto all’uomo che soffre (Sal 91,15); Dioè vicino all’uomo che lo invoca (Is. 58,9; Sal 145,18). Questa presenza nei momenti più difficili come sono quelli della guerra, è una forma di incarnazione e di partecipazione alla sofferenza di coloro ai quali si è stati inviati. Si tratta di una sofferenza non cercata ma accolta con coraggio; come il P. Damiano non cercò la sofferenza della lebbra, ma la accolse come una maniera di intensificare non tanto la sua presenza quanto quella di Gesù in mezzo ai suoi fratelli lebbrosi. Rimanere o partire? La risposta alle volte non è facile. Ciò che sì è facile è dire che la presenza è un grande fattore di consolazione, di forza, di unità e di fede. È importante segnalare, per concludere questo punto, che essere segno della presenza di Dio in mezzo ad un popolo minacciato e torturato dalla guerra, comporta pure certi pericoli, dei quali voglio rilevarne uno: collocare Dio da una parte del conflitto, ed escluderlo totalmente dall’altra. Le chiese nazionali che si sono identificati totalmente con le cause del proprio paese, finiscono perdendo di vista la realtà dell’universalità dell’amore di Dio. Mi spiegherò con una racconto e con alcuni fatti concreti. La racconto proviene da un commento rabbinico sul passaggio del Mar Rosso. Gli Israeliti attraversarono incolumi il Mare Rosso. E gli egiziani quando entrarono furono sommersi. Nel cielo gli angeli fecero una gran festa; ma Dio li fece tacere immediatamente: “Cosa capita? L’Egitto, mio popolo, sta perendo e voi vi mettete a cantare?”. Israele è popolo di Diom, ma anche Egitto, e pure il suo nemico, l’ Assiria. E non solo, Israele è chiamato a mediare tra questi due nemici e perciò il profeta Isaia lo colloca al terzo posto: “Benedetto Egitto il mio popolo, Assira, opera delle mie mani, ed Israele il mio erede” (Is 19,25). Perché Dio è Dio di tutti i popoli, la sua presenza non può nazionalizzarsi. E’ esattamente questo quanto accade a volte. Gregory Baum annota: “Non è un’esagerazione affermare che è difficile per una chiesa veramente incarnata in una determinata comunità, prendere una distanza critica da quella comunità, per formularsi un punto di vista non unilaterale del conflitto in cui si trova coinvolta. Studi fatti sulla predicazione nelle comunità cristiane durante la prima e la seconda guerra mondiale rivelano il grado di identificazione a cui è arrivato il clero coi propri paesi e le loro aspirazioni politiche (6). La spiegazione non è solo sociologica ma anche teologica (7). Bisogna imparare a guardare teologicamente dall’altra sponda, quella dello straniero, e non solo dalla propria. Anche questo sforzo ha dovuto fare la teologia della missione, per togliersi di dosso la terminologia con cui denominava le altre tradizioni religiose come i “non cristiani”. Lo stesso sforzo si deve fare per non presentare la realtà dell’amore di Dio come esclusività di coloro che stanno nella sponda del conflitto alla quale io appartengo, demonizzando l’altra sponda ed eliminando l’universalità del peccato, che diventa esclusività della sponda opposta. Questo è semplicemente contribuire all’intensificare i conflitti; e non aiutare alla loro superazione e alla ricerca di una giusta riconciliazione. Queste difficoltà devono essere tenute presenti, anche se non diminuiscono l’esigenza di una presenza incarnata, come segno della presenza dell’amore di Dio in mezzo al popolo abbattuto dalla guerra. 2. ASCOLTO CREATIVO > INCOMPRENSIONE STERILE. In un piccolo paese della Colombia chiamato Solano, sulle rive del fiume Caquetá, un missionario ascoltava la storia drammatica dei fatti di guerra accaduti negli anni ottanta. Le persone raccontavano e raccontavano a contare e non si stancavano di narrare la loro storia di dolore. Che fortuna per queste persone poter contare su qualcuno che sapesse ascoltare! Il compito della violenza è riuscire a contagiare il racconto della verità della propria vita, con la narrazione della menzogna propria della violenza. È doveroso aiutare la purificazione di quel racconto della menzogna, che è stato accolto forse in in momento di bisogno onde evitare di vivere in una situazione di caos, o di non senso. La liturgia, la preghiera, il lavoro comunitario sono perni per questa purificazione. Ma è, soprattutto, la capacità di ascolto propria del missionario che permette alla persona che è stata violentata, far sì che il suo racconto della menzogna e della violenza diventi liberatare e s’ inserisca in un contesto narrativo liberatore più ampio, come è quello della passione e morte del Signore. La persona o la comunità violentata non raccontano la sua storia in qualche modo né a qualunque persona; narra per recuperare la verità del suo essere, persa con la bugia della violenza che l’ ha invasa; e, finalmente, narra a chi sa che può illuminare con una storia più ampia e decisiva. Accade allora quanto il filosofo tedesco Hans George Gadamer chiama “la fusione d’orizzonti”: “La mia storia, narrata ed ascoltata, e la storia proclamata di Cristo, passione, morte e resurrezione, si fondono in una sola storia piena di senso e di verità” (8). Si palpa allora la verità proclamata da Paolo: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28), tutto, anche il dolore, la violenza patita e lo stesso martirio (9). In certi momenti difficili, quando la violenza si è scagliata contro le persone con le quali vive il missionario, è importante che egli si unisca alla preghiera che Salomone rivolgeva a Dio: “Dammi un cuore che sappia ascoltare”. Se alla presenza si aggiunge l’ascolto creativo che è anche illuminazione creativa, il passo verso la riconciliazione si va facilitando. 3. MEMORIA > AMNESIA Sono stato in Guatemala alcuni mesi fa, e m’ impressionarono due cose: la grande lista di tutti i catechisti assassinati nei tempi della violenza, i loro nomi potevano leggersi prima di entrare in cattedrale. Questa lista è semplicemente uno sforzo per mantenere viva la memoria di quei martiri. E l’altra fu che mi misero a dormire nella stanza di Mons. Gerardi, il vescovo assassinato per il suo compito di mantenere viva la memoria dei fatti dolorosi accaduti e per la sua insistenza per chiedere la verità dei fatti (10). E’ stato per me un messaggio per mantenere viva la memoria delle sofferenze della comunità alla quale sono inviato. Alla presenza e all’ ascolto creativo, è necessario aggiungere il mantenere viva la memoria. Gesù diceva del suo sacrificio attualizzato ogni giorno: “Fate questo in memoria di me”. Il fare memoria delle sofferenze della comunità non è solo un esercizio storico. È un dovere morale che alimenta la coscienza di fronte ad una valanga di sofferenze che, come meccanismo di difesa, vuole generare insensibilità. È opportuno ricordare in questo momento la legge del rospo. Si può immaginare, senza necessità di portarlo alla pratica, un esperimento molto semplice. Se si riscalda un po’di acqua fino alla sua massima ebollizione e vi si introduce un rospo, il piccolo animale salterà e fuggirà dal caldo e dal finire completamente bruciato. Ma se il rospo è posto in un recipiente di acqua tiepida, gradevole, e soavemente si incomincia ad elevare la temperatura, lì rimarrà. Si va adattando alla temperatura crescente fino a diventare un brodino delizioso e nutritivo di …rospo. La memoria c’impedisce di adattarci alla sempre più crescente temperatura della violenza che ci circonda. Mantenere viva la memoria è anche compito missionario a patto che questa memoria sia unita a due realtà fondamentali: La verità e la riconciliazione. La sola memoria non garantisce il superamento della violenza. Una giovane guerrigliera mi scrisse una lettera molto lunga nella quale mi narrava come decise di farsi guerrigliera dopo che i paramilitari assassinarono suo papà. La memoria di suo papà assassinato alimentava la sua opzione per la violenza. La memoria dei suoi parenti assassinati dalla guerriglia, far sì che molti paramilitari quando assassinano lo facciano con la maggiore crudeltà. Alfredo Molano faceva notare che sono così crudeli, che non solo vogliono ammazzare il corpo, ma soprattutto l’anima (11). A questo punto, rileviamo l’importanza del messaggio di Giovanni Paolo II sulla purificazione della memoria, non solo per superare fatti tristi del passato bensì per costruire un futuro differente, un futuro di pace (12). La memoria si alimenta nella vita civile con gli anniversari che rafforzano la propria identità e le radici storiche dei propri valori. Si può dire con tutta certezza che “per i loro anniversari li conoscerete”. Tuttavia, spesso sono cariche di nazionalismo e d’emozioni ostili verso l’altra sponda cosicché poco contribuiscono alla riconciliazione (13). La visione più planetaria, più sensibile alla diversità delle culture ed alla fraternità universale che caratterizza il missionario, contribuisce a dare un altro senso alla memoria. 4. MEDIAZIONE > PARZIALITA’ Ebbi occasione di trovarmi tra i due bandi, con quelli della guerriglia e con il governo, cercando di avvicinarli per la liberazione di 80 soldati in mano ai sovversivi. Furono sei mesi di negoziati segreti e di continui viaggi dal bando del governo a quello della guerriglia e viceversa; per dire al governo che la guerriglia era sincera in ciò che proponeva e dire alla guerriglia che il governo era disposto a mantenere la sua parola. La mediazione ebbe successo, per la felicità degli 80 soldati e delle loro famiglie che poterono abbracciare nuovamente. Mediare è stare in mezzo, è ciò non è sempre facile. È più facile e sicuro rimanersi su una sponda per sparare all’altra. E’ dovere di una pastorale di comunione rimanere in mezzo per generare avvicinamento tra i due bandi. Tra Assiria ed Egitto, Israele era chiamato a rimanere in mezzo come mediatore (Is 19,25). Israele era chiamato ad essere come la pentola. Tra il fuoco che serve per fare il cibo e l’acqua che deve scaldarsi per fare il tè, è necessario collocare la pentola. Essa è in mezzo, permettendo al fuoco arrivare all’ acqua e la bontà dell’acqua arrivare a chi la prende. Stare in mezzo significa assumere i rischi propri della pentola ma vuole dire anche generare avvicinamenti tra i due bandi in conflitto. I macroconflitti ed i microconflitti affrontati da un’intenzione di mediazione, continuano a formare una cultura differente, una cultura di dialogo e di vita invece di una cultura d’intolleranza e di morte. Non serve alla soluzione dal conflitto il fatto che il missionario si situi in un bando per aiutare a sparare all’altro bando. A quest’atteggiamento allusi già quando parlando della presenza feci vedere che un’incarnazione troppo localizzata e troppo concorde con una sponda del conflitto, porta a perdere di vista le possibilità di mediazione d’una chiesa o di un apostolo. Inoltre, ciò può alimentare ancor più il conflitto, invece d’essere fattore di riconciliazione. Tale fu il cristianesimo dei cattolici croati contro i serbi; e tale fu quello degli ortodossi serbi contro i croati: le due chiese convertite in difensori dell’identità nazionale, e per questo inabilitate per essere mediatrici. Sembra che la stessa difficoltà si vivesse nel conflitto etnico tra i Hutu ed i Tutsi in Rwanda (14). La mediazione è la grande sfida alla cattolicità, intesa come apertura ad ogni verità ed a ogni valore, da qualunque parte venga (15). 5. PRECISIONE NEL LINGUAGGIO > CONFUSIONE DI LIVELLI O CONTENUTI Il missionario che vuole annunciare il Vangelo e denunciare ciò che a questo si oppone, finisce per essere dichiarato nemico di qualche gruppo e, a volte, anche degli stessi amici, semplicemente perché non sa essere preciso nel linguaggio che usa. In situazioni di conflitti, di violenza e di guerra, bisogna sapere usare con la massima attenzione il linguaggio più appropriato. Specialmente quando si tenta di fare denunce, è necessario mantenere la qualità dell’apostolo, nella spiritualità e nei sentimenti, per denunciare dal Vangelo e dalla carità e non dal risentimento o dalla vendetta. E’ anche necessaria l’altezza nel linguaggio, badando la precisione per non generare confusioni. Per ciò, è necessario che i concetti che si usano siano chiari e precisi. Confondere stato e governo, guerriglia e paramilitarismo, corruzione con errori amministrativi, l’integrità morale delle persone coi suoi possibili errori, etc., può creare ingiusti apprezzamenti. Il potere pastorale che di per se è buono, può dare un’immagine negativa e generare allontanamenti e tensioni. Tale precisione del linguaggio evita al missionario di passare per demagogo. “La prima legge del demagogo è non sfumare i concetti, utilizzarli in blocco, di forma ambigua, per emergere in ogni momento l’aspetto che gli interessa e lasciare gli altri in ombra. Non sfumando, il senso dei concetti s’impoverisce, e si fa vano. Un linguaggio vano implica semplificare, ridurre di valore, ribassare, svilire” (16). Precisione e non aumento di confusione è quanto si aspetta da un missionario in situazioni di guerra. La dottrina sociale della chiesa, la teologia assimilata rettamente, la riflessione comunitaria coi collaboratori, dovrebbero essere una guida in queste situazioni, specialmente per non lasciarsi travolgere da generalizzazioni non pertinenti.
6. SPERANZA > DISPERAZIONE E PESSIMISMO Quando la gente di San Vicente, mia sede episcopale, indotta dalla disperazione, arrivò a pensare che tutto era perduto, io annunciai che avrei costruito un piccolo edificio con la collaborazione di tutti per i diversi servizi pastorali. “Allora, se il Vescovo costruisce, significa che il mondo non finisce e che c’ è ancora speranza”, conclusero. È un segno positivo molto grande, ma se ne possono dare altri più piccoli ed ugualmente significativi (17). Nelle situazioni di conflitto armato, specialmente quando dura da molto tempo, si può perder la speranza e dare spazio ad atteggiamenti di disperazione. Una trappola contro la speranza è la paura che porta a dire: “Qui non c’è più niente da fare”. Un’altra trappola è la durata: “E’ da tanto tempo che siamo in guerra, e nessuna soluzione appare all’ orizzonte”. Un’altra trappola è l’impotenza: “Ma chi io sono per fare qualcosa ?, fossi ministro o presidente, sarebbe diverso”. Mi piace narrare alla gente la storia del piccolo granello di sabbia che s’introdussi in una grossa macchina e la fermò. La macchina mostruosa della violenza può fermarsi con qualcosa di tanto piccolo, come il granello di sabbia che ognuno è ed offre. Un’altra trappola è il ripiegarsi su se stessi, in forma difensiva: “M’interesso dei miei problemi e basta; ho fatto tutto quello che potevo, ora non tocca a me costruire la pace”. Per ultima, la più pericolosa, è la trappola dell’insonnia. Non si tratta di non dormire di notte, bensì rinunciare a sognare un futuro differente. Non si ha più la voglia di sognare, come Isaia, che le spade si trasformeranno in aratri, le lance in falci, e nessun popolo tornerà a prendere le armi contro altri né riceverà istruzioni per la guerra (Is. 2,4). Per questo, è importante da un lato avvertire i fedeli sulle trappole contro la speranza, e mostrare dei segni positivi di speranza basati nelle proprie capacità. Quando i giornalisti mi domandano: Che fai per la pace? La mia risposta è sempre: Infondere speranza. Così lo esprimevo nel titolo di un mio libro sulla pace: “Non è mai così buio, come quando arriva l’alba” (18). 7. RICONCILIAZIONE > SOLO SOLUZIONE DEI CONFLITTI Poco tempo fa abbiamo avuto il congresso nazionale di riconciliazione nel quale sono intervenuto con il tema “Riconciliazione e politica”. Una delle parole più proclamate oggi in Colombia è riconciliazione, benché la si veda molto lontana. Alcuni vedevano la riconciliazione come un punto di partenza; altri la vedevano come un punto d’arrivo. Questo mi sembra più reale, quando si vede il programma di riconciliazione del dopoguerra del Mozambico e del Sudafrica (19), tanti anni dopo il conflitto. E’ giusto che sia così. Una guerra superata che non includa la riconciliazione può ritornare alla violenza. Di lì i conflitti in Cile dove tuttora non si sono chiarite certe verità della guerra, ed è stato difficile cedere il passo a una vera riconciliazione. Senza dubbio, la riconciliazione deve apparire all’orizzonte come il gran punto d’arrivo. Una riconciliazione che non sia girare pagina, lasciando da parte e senza considerazione la sofferenza anteriore e l’esigenza di verità. Una riconciliazione che viene dopo la liberazione dei mali e non è accettazione degli stessi mali, è una falsa riconciliazione. Una riconciliazione che non sia appena un tema tecnico di soluzione di conflitti, ma è molto più: una spiritualità, un atteggiamento di vita, una maniera di vivere la Parola di Dio, che ci dice, da un lato, che la riconciliazione viene da Dio che ci ha riconciliato in Cristo; e, dall’altro, che è opera di Cristo che ha abbattuto il muro di separazione tra i nemici (20). Siamo nel campo più genuino dell’attività missionaria che è opera di comunione. È bello costatare che oggi, in mezzo alle guerre più crudeli, sorgono iniziative di riconciliazione che si presentano come semi di un futuro di pace. Benché si sia accumulata una gran quantità di aggressività, ancora è possibile sperimentare situazioni in cui il dialogo prevalga sull’ostilità e la violenza fisica (21). Uno dei risultati di una riconciliazione raggiunta ha a che fare con la storia. Le parti in conflitto devono essere disposte ad esaminare la propria storia in maniera critica. La riconciliazione esige che la storia si scriva di nuovo, in maniera condivisa, per offrire spazio a entrambi le parti. Ricordiamo, per esempio, la Commissione congiunta di Francia e Germania, stabilita per scrivere una storia che avesse l’accettazione delle due parti e che potesse essere insegnata nelle scuole dei due paesi favorendo l’amicizia degli stessi. Uguale lavoro si fece tra Germania e Polonia (22). Sia nello sforzo di riconciliazione, come in quello del perdono, ci deve essere spazio per la creazione, non solo di nuove relazioni, bensì di una nuova storia. La riconciliazione, come appare della storia di tante guerre superate, deve contenere come ingrediente essenziale lo sviluppo socioeconomico per il quale, come successe in Europa col piano Marshall, la cooperazione internazionale ha un notevole peso. Se non c’è questa spinta socioeconomica, si sfocerà nelll’aumento della violenza criminale - come è il caso del Guatemala -; o, se si sono creati aspettative troppo alte e poco realistiche, dopo il conflitto apparirà il fenomeno deplorevole di terrorismo, come accadde in altri posti. In queste situazioni, è necessario rinforzare il laccio stretto tra evangelizzazione e promozione umana, come apporti alla costruzione di una civiltà dell’amore. 8. PROMOZIONE DEI LAICI > CLERICALISMO E’ stata la storia dei missionari in Mozambico, che ci ha insegnato in maniera inequivocabile, che una chiesa che promuove i laici può affrontare tutte le guerre per lunghe che siano. Il lavoro continuo e delicato coi catechisti diede, come frutto, animatori delle comunità cristiane, che rimpiazzarono il missionario confinato in una casa o in uno stretto territorio. Una storia differente, opposta, si visse in Cuba, dove, l’assenza di promozione dei laici, li trovò impreparati per assumere la leadership della pastorale nel momento opportuno; e molti pensarono di andarsene dal paese. Questo lo dice uno storiografo di Cuba. Egli afferma che la chiesa cubana, in quei momenti tanto difficili dell’inizio della rivoluzione marxista, per salvare i propri membri dal comunismo, si preoccupò di più per farli emigrare, che per esercitare la sua missione dentro la società in cui si trovava (23). Non è mio interesse certificare se tale affermazione risponda o no ai fatti. Mi riferisco alla stessa per insistere sulla necessità della formazione apostolica dei laici di fronte e dentro i profondi cambi sociali, e non nell’evadere dalla realtà. Il passo da passivo ad attivo, d’attivo a partecipante e da partecipante ad appartenente, è necessario darlo nella formazione dei laici in ogni momento, ma in maniera speciale nelle situazioni di guerra, quando la stabilità del missionario diventa troppo fragile. Continuiamo a costatare come la formazione politica del laico è troppo povera per i compiti tanto grandi da affrontare. L’inculturazione, come comunione tra fede e cultura, si deve tradurre nel cuore di ogni laico come comunione tra fede e politica. Invece la realtà ci fa credere che ancora ci troviamo in due mondi differenti, poco integrati, poco dialoganti tra loro, poco reciprocamente critici. Molti laici vivono la divisione interiore di essere religiosi, da una parte, ed essere politici, dall’altra, come piani completamente separati. Un senatore molto cattolico, al quale gli avevo chiesto il perché aveva appoggiato leggi antireligiose, diceva: “Una cosa è la politica ed un’altra molto differente la religione”. Continua ad essere verità quanto diceva Paolo VI: la separazione tra fede e cultura è il dramma del nostro tempo e la grande sfida alla nostra azione missionaria e pastorale. 9. PROFETISMO COME COSCIENZA ALTERNATIVA > ACCOMODAMENTO ALLA MENTALITA’ DOMINANTE
In questi mesi in Colombia abbiamo ascoltato tanti che hanno perso la pazienza. Chiedono misure di forza, una prassi di sangue e fuoco, una guerra forte e ipoteticamente breve. Il famoso “fujimorazo” del Perù, che entusiasmò tanti, fu esattamente prescindere dal tempo necessario al dialogo, per mancanza di pazienza, e scegliere l’aggressione sanguinante, causando un grande numero di vittime. Il mentalità di guerriglia vuole risolvere tutto rapidamente. Invece la realtà delle cose è che i dialoghi nella guerra richiedono molto tempo, molta pazienza, molta resistenza. Tutto ciò non ha niente a che vedere con la rassegnazione, bensì con la comprensione dei ritmi propri di una storia dei conflitti non risolti positivamente. Di fronte alla violenza, alla guerra, all’occhio per occhio e dente per dente, bisogna creare una coscienza alternativa con visione di vangelo. Adattarsi alla mentalità presente è un pericolo contro il quale c’avvertiva San Paolo (24). Per questo, il missionario deve assumere la sfida della nonviolenza attiva e deve sapere difendersi dalle lusinghe di una rivoluzione immediata. 10. COMUNIONE CON IL VESCOVO E PRESBITERIO > CECCHINO Era curiosa l’affermazione d’alcuni guerriglieri nella zona dove lavoravo nel sud della Colombia. Essi, col massimo della sfacciataggine, dicevano ai sacerdoti: “Voi dite la messa, che noi predichiamo!!!”. L’ostilità contro i catechisti laici era notoria. Oltre l’atteggiamento insolente, ciò rivela qualcosa ancora più profondo. Accanto alla guerra fatta d’armi e di morti, si sviluppa un’altra guerra molto differente ma non meno decisiva. È la guerra culturale. Specialmente le forze sovversive che hanno un’ispirazione marxista, lottano per creare una nuova cultura con tutti i postulati che sono loro caratteristici. Per molti anni mi sono sforzato per creare una serie di scuole con collegio in villaggi e paesi dell’Amazzonia colombiana. Il governo mai mi diede il suo appoggio per tale iniziativa. La guerriglia invece sì; cominciò coi collegi, ma voleva che i bambini fossero completamente separati dei genitori. Il motivo era molto chiaro: non potendo identificarsi coi genitori assenti, il bambino si va identificando con un altro papà che è l’ideologia, o il partito, o il movimento; ed il suo impegno avrà una carica di affettività e di donazione totale, come quella che vive un figlio adulto normale per proteggere la vita dai suoi genitori.. Una nuova cultura si va generando con una visione di collettivismo molto speciale, che ricorda esperienze passate sia in contesti di oppressione, come nell’Unione Sovietica, sia in contesti di libertà come nei kibbutz di Israele. In momenti di guerra, e per l’unità ideologica che richiede il momento, è quando deve risplendere di più la comunione di criteri tra il Vescovo ed i suoi sacerdoti. Se qualcuno, che non ne vuole sapere di comunione, incomincia con un protagonismo stonato, a sparare affermazioni che contraddicono quelle del Vescovo, o del presbiterio, o dei laici, suscita l’impressione di un corpo confuso, indebolito ed internamente diviso. Tale situazione sarebbe deplorevole in tempi di guerra. 11. CATTOLICITA’ COME APERTURA AD OGNI VALORE > INTOLLERANZA La convivenza cittadina, punto algido nella Colombia oggi, fallisce dovuto all’intolleranza; essa genera esclusione, violenza fisica, migrazione, morte. Il missionario deve muoversi dentro due parametri molto chiari: In primo luogo, l’etica minima che si sintetizza nei diritti umani validi per tutti gli esseri umani e che offre la piattaforma per il rispetto alla vita e all’ integrità di tutti. La maniera di concepire i diritti umani cambia secondo le ideologie. Noi li consideriamo radicati nella stessa natura umana che chiede di essere trattata con rispetto (25). Il secondo parametro è la morale massima, che per noi non è altro che l’identità cristiana con tutte le sue esigenze in termini di santità, di amore senza frontiere e di donazione totale. Dentro questi due parametri può salvarsi quello che è comune a tutti e quello che è proprio a ciascuno; e, allo stesso tempo, si coltiva la tolleranza come accettazione della diversità e soprattutto come cattolicità nel suo senso più basilare di apertura radicale a tutta la verità ed ad ogni valore, con la convinzione missionaria che già San Ambrogio e San Tommaso alimentavano, che ogni valore, qualunque sia e venga da dove venga, è frutto dell’azione dello Spirito Santo. 12. VISIONE DI FUTURO > IMMAGINAZIONE STERILE O CATASTROFICA In certi momenti critici della guerra, la situazione diventa peggiore non per ciò che accade bensì per ciò che ci si immagina e si trasmette agli altri. Tutto un paese può cadere semplicemente nel panico, solo perché per telefono si diffonde la possibilità di un pericolo alle porte. “I nostri nemici stanno arrivando al ponte, che cosa facciamo?”. Ma se si va immediatamente al ponte, non c’è nessuno. La gente ha la tendenza ad usare la sua immaginazione nella maniera meno produttiva. Sempre si sta immaginando il peggio, la cosa più catastrofica. Tuttavia, l’immaginazione è fondamentale per sognare un futuro, per ricreare il mondo, per fissarsi obiettivi belli che diano coraggio per lavorare, per indicare vie nuove. La profezia di Gioele, ripresa da Pietro, con l’immagine dei giovani che sogneranno sogni e gli anziani che avranno visioni, vuole indicare l’importanza per una chiesa nascente di persone capaci di scorgere vie per il futuro. Il missionario, che sempre sta aiutando alla nascita della comunità, deve sapere dire con Isaia: “Quest’è la strada, percorretela” (Is 30,21). Il missionario non può cadere nel catastrofismo. Al contrario, quando la comunità non sa che cosa fare, egli deve prendere l’iniziativa di invitarla a sognare il futuro, a prendere decisioni per breve o lunga portata, a trasformare i problemi che si immaginano come tragedie in sfide alle quali bisogna rispondere con fede ed in forma coraggiosa e comunitaria. 13. CAPACITÀ DI PERDONO > VIOLENZA E VENDETTA Il perdono nell’ambiente socio-politico può sembrare qualcosa di strano. L’ abbiamo associato con l’aspetto religioso, e sembra qualcosa che sfugge al realismo dei conflitti socio-politici, e per questo poco si considera. Un’eccezione è la visione di Hannah Arendt per il quale il perdono è una delle due capacità umane che possono produrre un cambio sociale. L’altra è la nostra capacità per formulare nuove promesse e nuovi accordi. Se questo è così, molti teorici si domandano perché i nemici non ricorrono a queste due capacità? Si vede che c’è un rifiuto paralizzante del perdono nella sfera politica. Per cui, è urgente far sì che il perdono passi da essere esclusività religiosa ad essere parte dell’insieme delle virtù politiche ordinarie (26). Nelle situazioni di violenza e di guerra, uno dei compiti più importanti del missionario è quello di favorire il perdono, predicare il perdono e perdonare. Ma devo pure aggiungere che nel perdono sociale e politico, così come in quello personale, deve esserci chiarezza, affinché non generi un ingiusto rifiuto. Perdonare non è dimenticare ed abbandonare ogni interesse per i crimini del nemico bensì tutto il contrario, è ricordare di una maniera nuova (27), qualcosa di peculiare della memoria (28). Perdonare non è semplicemente scusare, perchè il perdono implica un giudizio morale sul male, sull’ingiustizia, sui fatti dolorosi. E anche, perdonare non è minimizzare il fatto, dicendo che non è stato niente. Perdonare non è rinunciare a far giustizia. Perdono e giustizia possono stare insieme. Perdonare è inventare una nuova relazione tra le persone che hanno causato danni; un tornare a stare faccia a faccia col nemico, ma questa volta ad un livello di mutua e positiva affermazione. Perdonare è la maniera di uscire dalla catena della violenza. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono, dice Giovanni Paolo II (29). La vendetta è la fine catastrofica della politica; così come la giustizia incorniciata nel perdono, ne è suo inizio fruttifero (30). La formazione dei laici nella vita politica deve includere questa realtà del perdono, che va oltre all’atteggiamento spirituale, giunge a chiari accordi di coesistenza e alla costruzione concordata di una nuova storia. Basterebbe lasciarsi ispirare in profondità dal Vangelo di Gesù ed dal suo comandamento dell’amore. 14. PAZIENZA STORICA > PRECIPITAZIONE IMPAZIENTE. Mi è sembrata una “bestialità” e così lo dichiarai ai mezzi di comunicazione, il fatto che si sia interrotto il processo di pace in Colombia. Si è persa di vista la complessità dell’iter del processo e siamo entrati nel pessimismo più terribile, accentuandosi fino a giungere ad azioni di sequestro e di crimine. Quanti persero la pazienza storica ed incominciarono a chiedere misure di forza, di sangue e fuoco, cioè una guerra forte e ipoteticamente breve nel tempo. Il famoso “fujimorazo”, che entusiasmò tanti nel Perù, fu esattamente il passare sopra al tempo necessario ad ogni dialogo, e , per mancanza di pazienza, cambiarlo con l’aggressione cruenta di gran numero di vittime. La pazienza che Dio ci chiede dobbiamo capirla. Non è facile perché può confondersi con la rassegnazione. Ma non è questo. Si tratta di accettare i ritmi propri della storia di ogni giorno. Le cose grandi abbisognano di molto tempo, diceva il cardinale Newman. Arrivare ad una soluzione di pace dopo tante decadi di guerra, non è cosa di mesi ma di anni. Se la chiesa perde il senso della pazienza storica e si lascia spingere dalla precipitazione impaziente, diventa complice della guerra e non della pace. La conquista paziente di obiettivi, anche se piccoli, alimenta la pazienza ed aiuta a vedere la guerra nel processo di dissoluzione. Mentre il formulare obiettivi ad un esagerato lungo termine produce un senso di inutilità per qualunque processo di pace. E’ quello che è successo in Colombia (31). Ci sono lentezze che devono accettarsi per dare spazio alla crescita e non rompere definitivamente con tutto. Lo sa molto bene ogni missionario. Il suo processo d’inserimento, d’incarnazione non comincia con una testimonianza quotidiana di vita missionaria, autentica e santa, è fondamentale, per aiutare i fedeli a dimostrazione spettacolare, che può cambiare tutto nel più breve tempo possibile. Chi ha fatto così, subito è caduto in uno dei tre grandi difetti: accettare acriticamente tutto ciò che vede, cosicché tutto gli sembra gli perfetto; non accettare assolutamente niente, tutto è negativo; o semplicemente ritirarsi. Per il missionario, vivere la pazienza storica è garanzia di retta incarnazione e di positiva continuità per un processo che porta dalla guerra alla pace. 15. MARTIRIO QUOTIDIANO > CONTROTESTIMONIANZA
San Bernardo dice che il soldato lotta con più coraggio quando vedi le ferite del suo buon capitano. Io sintetizzerei questa testimonianza in quattro parole: Vita spirituale, coraggio, vigilanza e prudenza. La testimonianza quotidiana di vita missionaria, autentica e santa, è fondamentale per aiutare i fedeli a rimanere negli atteggiamenti propri del Vangelo, per aiutare a chi non crede in Cristo a capire il senso della croce ed ad evitare, in alcuni ed in altri, atteggiamenti che generano violenza o disperazione. Quanti grandi uomini e donne con il loro modo di fare, semplicemente sacro, hanno incoraggiato grandemente coloro che soffrivano per la guerra. Quanti campi di concentrazione possono parlare di queste persone meravigliose in mezzo alla barbarie ed il dolore. Il coraggio appare come un dono dello Spirito alla Chiesa nei momenti in cui deve affrontare l’opposizione. Non è solo coraggio ma parresia, cioè, un miscuglio di coraggio, fiducia nel Signore e schiettezza. La mancanza di parresia porta a ridurre la pastorale ad azioni molto individuali e senza vero impatto evangelizzatore. Il coraggio è la virtù apostolica più grande in mezzo alla guerra. La santità e il coraggio esigono stare continuamente coi piedi per terra e con gli occhi aperti. “Da’ fiato alla tromba! Come un’aquila sulla casa del Signore…” (Os 8,1). L’essere vigilante è necessario in ogni momento, ma più in situazioni di minaccia, di conflitto, di opposizione ed insicurezza. Per un missionario è fondamentale osservare i segni dei tempi, i segni d’incertezza e di insicurezza del presente, per prevenire per quanto possibile. Nella guerra non si può dare il lusso di vivere nella distrazione permanente o nell’evasione in un mondo forse molto spirituale, ma estraneo al mondo del dolore reale. In modo speciale, il missionario deve essere attento all’osservanza dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario per denunciare con obiettività e precisione i possibili abusi. Finalmente, la testimonianza di vita che si vuol dare con coraggio e vigilanza esige anche la prudenza che scarta ogni falso eroismo che non misura il pericolo. Quanti leaders colombiani sono oggi in mano alla guerriglia perché erano sicuri che non sarebbe capitato niente a loro e si sono esposti troppo imprudentemente. Porsi in situazioni di pericolo senza vere ragioni, significa non stimare la vita, o non rendersi conto del pericolo. In entrambi i casi c’è una miopia inadeguata alla situazione. Un missionario miope commette molte sciocchezze. CONCLUSIONE La missione in mezzo alla guerra. E’ quello che si chiama in realtà vivere in tempi brutti. I tempi brutti possono far sì che tanta gente sia brutta. Ma i tempi brutti sono anche una stupenda prova missionaria. A tempi brutti, missionari buoni. I tempi brutti sono come la pressione enorme alla quale è sottomesso il carbone, che poi diventa diamante. I tempi brutti sono come le alte temperature a cui si sottomette il ferro, ma di lì esce trasformato in acciaio. I tempi brutti sono come il fuoco del crogiolo, dove si mette l’oro impuro, affinché di lì esca un oro di elevati carati. A tempi brutti, missionari buoni e missionari che sanno tirare fuori dalla prova, tanto dura come è la guerra, le migliori opportunità per crescere e per aiutare le loro comunità a crescere. Col salmista, i missionari possiamo esclamare: “Dio, tu ci hai messi alla prova; ci hai passati al crogiuolo, come l’argento” (Sal. 66,10). Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, IMC. Arcivescovo di Tunja (Colombia)
NOTE 1 Fisas, Vicenç, Cultura di Pace e gestione di Conflitti, Ed. Icaria, Antrazyt, Unesco, Barcellona, 1998, p.39. 2 Idem, p.39. 3 Debray, Dirigete, Guerre fratricidi, Fundaciò La Caixa, Barcelona, 1966, p.43. 4 Questi conflitti possono dividersi in diverse categorie: Conflitti dovuti ai fallimenti in processi di integrazione per l’assenza di fattori di unificazione nazionale. Conflitti risultanti dall’eredità coloniale o dalle difficoltà della decolonizzazione e che hanno a che vedere con frontiere, possesso di terre, etc. Conflitti legati alla Guerra fredda e che prendono la forma di guerre di liberazione, Angola, Mozambico, El Salvador, Nicaragua, Vietnam, Afghanistan, etc. Conflitti di carattere religioso come risultato delle manipolazioni dei leader politici o religiosi. Conflitti di carattere socioeconomico dovuto all’assenza di democrazia o alla mancanza di spazi per la partecipazione politica come alla disuguale distribuzione della terra e degli altri beni (Chiapa, Colombia ed in generale America Latina). 5 Stiamo parlando di conflitti senza avere definito prima in che cosa consiste un conflitto. È un processo interattivo e, come tale, una costruzione umana, che genera un antagonismo in termini di valori e visioni del mondo ed un’incompatibilità in due o più parti, che si ubicano in sponde differenti. L’immagine del fiume con due bordi ognuna delle quali alberga una delle parti del conflitto può essere molto utile per la comprensione del conflitto. Quando questo conflitto si supera positivamente si trasforma in pace. Quando si vuole superare in maniera negativa, si traduce frequentemente in violenza, colpita da dinamiche di scalata dovuto alle frustrazioni e polarizzazioni crescenti e per fattori di accelerazione come la propaganda desinformatrice e la retorica della guerra che moltiplicano da un lato le paure e per un altro le ostilità. Il processo di conquista della pace diventa faticoso così come il mantenimento posteriore della stessa. 6 Baum, Gregory, A Theological Afterword, in Baum G. E Wells H., The Reconciliation of Peoples, Orbis Books, Maryknoll, New York, 1997 p.186. 7 Dice Baum: “È necessario fare fronte all’enorme ambiguità che presenta la Scrittura, quando si riferisce all’atteggiamento di Dio con quelli di fuori, siano essi individui o comunità.... La solidarietà con gli stranieri che stanno dentro la comunità si estende poco agli stranieri che stanno fuori della comunità.... Questa eredità teologica ambigua ha spinto la chiesa a guardare gli “altri” solo dalla propria prospettiva. La chiesa ha avuto la tendenza di definire gli “altri” nei suoi propri termini, invece di ascoltare in primo luogo e con pazienza come si definiscono se stessi; e dopo, in secondo luogo, riflettere su come essi sono alla luce della fede cristiana”, Baum, o.c., 186. 8 Un ampio studio di questa realtà dell’ascoltare chi ha sofferto la violenza si può vedere in Castro, Luis Augusto, Riconciliazione, individuo e comunità in Colombia, in Moralia, rivista di scienze morali, Vo LXXIV - 2001 -2/3 p 219-246. 9 Questa fusione di orizzonti la manifestava un catechista di Kinkala (Congo) come racconto del Vescovo Mons. Anatole Milndou: “Ora che viviamo nella propria carne le ferite della dispersione, la fame, della malattia, della morte di amici, parenti e conosciuti, l’umiliazione, la paura, la dimenticanza, la disperazione, la Bibbia mi si è fatta più vicina; la storia del paese d’Israele, tante volte deportato e schiacciato, mi parla ancora di più”. Milandou, Anatole, Un vescovo nel cuore del temporale, in Spiritus, Ed. Hispano-americana, Sep.bre 2000, p.160. 10 La Conferenza Episcopale del Guatemala in ottobre di 1994, assunse il progetto REMHI (recupero della memoria storica), un progetto per raccogliere testimonianze sulle violazioni dei diritti umani, successi durante il conflitto armato interno. “Il fondamento della relazione, risultato dall’ascolto delle testimonianze, sotto il titolo “Guatemala mai più”, è quello di preservare la memoria storica sulla violenza politica, le gravi violazioni dei diritti umani di persone e comunità indigene, durante 36 anni di lotta fratricida, che produsse una polarizzazione sociale senza limiti”, Paloschi, Rosi, Memoria e Perdono, in Guatemala, in Spiritus, Ed. Hispano-americana, Marzo di 2001, p.132. 11 Un giornalista colombiano molto impegnato nei temi della pace e che dovette abbandonare il paese per le minacce dei paramilitari. 12 Succede che la sofferenza della guerra può ledere la memoria di due maniere: Con la dimenticanza del passato o con la chiusura nel passato. Si può dire: Troppo orribile per ricordarlo o troppo orribile per dimenticarlo. Ma nessuna di queste due posizioni è utile per le nuove generazioni. Le generazioni seguenti si deteriorano tanto della dimenticanza come della ripetizione compulsata di quel passato. Forse li colpisce negativamente più questa ripetizione, che la dimenticanza. È una ripetizione di morte, non di vita. Basta pensare che i soldati serbi in piena guerra in 1993 avevano nelle sue menti ancor viva la Battaglia di Kosovo dell’anno 1389. Alimentata continuamente con un risentimento intergenerazionale, la memoria degli orrori del passato serviva da terreno per la sua ripetizione nel futuro. 13 Cfr Shriver, Donal, W, An Ethic for Enemis, Oxford University Press, New York 1995, p.93. 14 Che il conflitto sia stato etnico lo facevano vedere i mezzi di comunicazione o più politico come lo presentava la chiesa, il caso è che è stato tra cristiani. Così il padre bianco Bernard Ugeux narrava la situazione: “Nella nostra comunità parrocchiale ci furono atti di violenza tra cristiani hutu e tutsi. Era una violenza tra nostri stessi parrocchiani, una realtà difficile da credere”. Che difficile una mediazione in questo contesto, ma quanto necessaria! 15 Sulla cattolicità come nucleo della spiritualità missionaria si può vedere: Castro, Luis Augusto, Allarga lo spazio della tua tenda, Ed. Paulinas, Bogotà, 1998. 16 López Quinti, Alfonso, La rivoluzione nascosta, PPC, Madrid, 1998, p.18. 17 Il Vescovo Milandou, della diocesi di Kinkala (Congo), cercò la maniera di dare speranza: “Confesso che è difficile dare o mostrare segni di speranza a questi cristiani stanchi, ma un avvenimento trascendentale centra la mia attenzione: l’imminenza della celebrazione del gran giubileo dell’anno 2000. Come pastore, io dovevo aiutar questi cristiani a cercare e trovare ragioni di rallegrarsi! Milandou, o.c., p.21. 18 Castro Luis Augusto, Nunca es màs oscuro que cuando va a amanecer, Ed. Paulinas, Bogotà, 1998. 19 Sulla riconciliazione come compito del post conflitto può vedersi: Bosch, Annemie, L’ aprés apartheid, le dédi de la nouvelle société sud-africaine: annuler le passé et costruire 1’avenir, in Spiritus, Septembre 1996, pp. 258-268. 20 Questo è il tema del libro di Schreiter, Robert, J., Violencia y Reconciliaciòn, Ed. Sal Terrae, Santander, 1992. 21 Di esperienze di riconciliazione significative tratta l’opera anteriormente citata di Gregory Baum e Harold Wells. 22 Baum, Gregory e Wells, Harold, ed. The reconciliation of peoples, Ed. Orbis, New York, 1997, p.191. 23 Gómez Treto, Raúl, Dal conflitto al Dialogo, la Chiesa a Cuba, Ed. EMI, Bologna, 1988, p.62, 24 Eravamo così abituati a vedere ostilità contro il popolo ebreo, che abbiamo avuto bisogno di tutta una tragedia per svegliarci come fu la Shoa, il tentativo nazista di distruggere tutto il popolo ebreo. Si veda al riguardo: Lefebure, Leo, Revelation, the religions and violence, Orbis, New York, 2000, p. 3. 25 Il Parlamento delle religioni mondiali insisté in una realtà molto simile all’etica minima e che chiama una etica mondiale: “Non ci sarà un ordine mondiale nuovo senza una etica mondiale. Per etica mondiale non capiamo una nuova ideologia mondiale e neanche una religione mondiale unitaria, che si ubica al di sopra di tutte le religioni esistenti, né molto meno il dominio una religione su tutte le altre. Per etica mondiale intendiamo un accordo di fondo di relazione coi valori vincolanti, con le norme immutabili e coi comportamenti fondamentali personali già esistenti. Senza un consenso di fondo nell’etica, ogni comunità sarà minacciata prima o dopo dal caos o dalla dittatura e le persone perderanno la speranza.” Hüng, H., Kuschel, K., Per un’etica mondiale, Ed. Rizzoli, Milano, 1995, p.22. 26 Vede Lei, Shriver; Donald, o.c., p., 7. 27 “Il perdono non è cancellare passato. Non può perdonarsi e dimenticare, perché dimenticare sarebbe un tradimento del passato. Il perdono non è né dimenticare del passato, né minimizzarlo - cioè, banalizzare il danno che il fatto ha significato e lasciarlo perdere. Il perdono ha a che vedere con ricordare il passato in una maniera differente” Schreiter, Robert, Scusa, perdono e riparazione, in Spiritus, Ed. Latinoamericana, Marzo di 2001, p.83. 28 La memoria ha due strati di funzionamento. Il più comune è il funzionale per il quale l’organismo ha l’abilità di immagazzinare informazione imparata e farla disponibile nella condotta presente. Il secondo, va oltre il fissarsi qualcosa nella memoria ed è la capacità di trascenderla. Uno dei poteri fondamentali dell’essere umano è il creare una situazione più ampia, un nuovo orizzonte dentro il quale ciò che è ricordato torna ad esistere in una maniera nuova. I risultati di questo potere sono meravigliosi, come una ri-creazione della storia della persona e delle sue origini. Tutto ciò che è passato è ricostituito, apparendo sul fondo delle presenti convinzioni, sentimenti, valori ed altre circostanze. Nessuna esperienza passata è un’assoluto. Il passato in quanto passato non si può modificare. Il passato in quanto ricordato sì si può modificare.Cfr al riguardo: Gratton, Carolyn, Tha Art of Spiritual Guidance, Crossroad, New York, 1992, p.81. 29 Nel contesto politico il perdonare è un atto nel quale si coniugano diversi elementi: La verità morale non si può occultare né dimenticare. La rinuncia alla vendetta, benché abbia molte giustificazioni morali, è un atteggiamento che può sorprendere il nemico. L’empatia, è un altro elemento che può suscitare perplessità. Si tratta di empatia per l’umanità del nemico e che differisce molto della simpatia che senza dubbio è stata assente . Sembra strana questa dura combinazione di giudizio morale per i fatti commessi, e di empatia per l’umanità di chi li ha commessi. E’ questa la base per arrivare in primo luogo a nuove relazioni positive, ad una possibilità di vivere nuovamente insieme in una coesistenza pacifica; e poi, alla volontà di riparare con giustizia alla frattura causata, senza che tale giustizia abbia in nessun modo sapore di vendetta. 30 Shriver, Donald, o.c., p.12 e ss. 31 È necessario situarsi sulla sua sponda per capire la sua visione del mondo, la sua ideologia, i suoi obiettivi di potere. Tutto questo aiuta a capire la complessità del conflitto e contemporaneamente il perché della lentezza dello stesso. Quando il dialogo diventa di sordi, e più che di sordi di ciechi: da una parte si parla di pace ma non se ne vuole sapere delle profonde riforme che significano giustizia; e , dall’altra, si parla molto di giustizia ma al di sopra di qualunque rispetto ai diritti umani e l’esigenza di un contesto di pace per ottenere quella giustizia, il processo diventa tremendamente lento. Ma è nello stesso processo dove si genera l’apprendistato mutuo e la conversione mutua, è necessario accettare i ritmi degli stessi senza cadere nell’accettazione dalla pura sterilità, e perciò si deve parlare anche della pazienza storica davanti al conflitto. Paolo diceva nella sua narrazione del viaggio verso Roma: “Navigavamo lentamente”.
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