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La Spiritualità dell'essere Chiamati e Inviati PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Antonio Bellagamba IMC   

INTRODUZIONE

“Essere inviati” è la seconda dimensione di quella spiritualità missionaria che il Capitolo ci invita a sviluppare. Essa ne è la dimensione orizzontale, quel movimento per il quale ci muoviamo fuori dal nostro centro per incontrare gli altri, per servirli, per fare unità con essi.
Le due dimensioni di questa spiritualità missionaria (“essere chiamati” ed “essere inviati”) sono intrinsecamente in relazione l’una con l’altra e sono interdipendenti. Nell’ultimo Capitolo è stata usata una preghiera, le cui parole dicono: “Signore, tu ci chaimi e ci invii; ci raduni e ci disperdi; ci fai comunità affinché noi possiamo essere comunione con il mondo”. Queste parole ci mostrano bene la mutua relazione e dipendenza delle due dimensioni della spiritualità di cui ci stiamo occupando. L’una non è in funzione dell’altra, come un mezzo è in funzione del fine, né l’una è più importante dell’altra. Tutte e due sono essenziali, si corroborano a vicenda, sono entrambe un aiuto di uguale importanza, per la santità del missionario.
Dal momento che la seconda dimensione è quella che normalmente viene sottolineata nelle varie spiritualità missionarie, cercherò di tratteggiare brevemente, in questa seconda parte del mio articolo, i suoi elementi più importanti e moderni.

ESSERE INVIATI: ELEMENTI DI SPIRITUALITA’

a. “Essere inviati” significa entrare in apprendistato circa Dio e la religione.
Eravamo soliti dire che i missionari sono inviati a fare, ad aiutare, a cambiare, a portare... qualcosa! La sottolineatura era sul missionario che, in qualche modo considerato superiore a coloro ai quali era inviato, faceva certe attività, in modo da aiutarli a migliorare. Ora invece si sottolinea il missionario inviato per “aprire i propri occhi”, in modo da scoprire ovunque, assieme a coloro ai quali è inviato, le meraviglie della presenza di Dio, le tracce della Parola in ogni cultura e religione, per vedere con maggior chiarezza i sentieri di Dio nella storia, e prendere maggior coscienza degli orientamenti di Dio nella vita dell’universo.
Il missionario è sempre uno scolaro, qualcuno che ricerca la verità su Dio, sapendo che tale verità non sarà mai completamente esaurita da nessuna religione o ideologia, e quindi considera parte naturale del suo “essere inviato” tale scoperta, tale crescita in conoscenza di quel Dio che agisce nella storia, che sempre torna all’umanità con novità e pieno di sfide.
Dice il X Capitolo Generale: “Evangelizzazione è scoprire i Semina verbi nel contesto in cui il Vangelo viene predicato. Oggi più che mai i Missionari riconoscono che Dio parla all’umanità attraverso il creato che “narra la gloria di Dio” (cf. Sal 118; Rm 1,20), il popolo delle prime alleanze, le religioni e le culture degli altri popoli”.

b. “Essere inviati” significa per i Missionari diventare testimoni, segni e sacramento di una realtà che è loro in maniera particolare: Gesù.
In Gesù, il Dio-fatto-uomo, i Missionari hanno un’esperienza decisiva del divino, ed è loro obbligo manifestarla nella loro vita, nei valori in base ai quali operano, negli atteggiamenti che assumono nelle loro relazioni ed attività. Il XCG invita tutti i Missionari a considerare la testimonianza non come un mezzo per l’evangelizzazione, ma come evangelizzazione stessa. “Evangelizzazione è testimoniare la verità della Parola con la vita degli annunciatori e la trasformazione dei suoi destinatari. La testimonianza dello stile di vita di Gesù e da Lui proposto ai suoi discepoli, anche senza annuncio esplicito del Vangelo, è evangelizzazione”.
Non sottolineeremo mai abbastanza questo aspetto del nostro “essere inviati”, in quanto i Missionari sono visti come persone di azione, di trasformazione, di cambio, di attività, e poco come persone che incarnano il messaggio e lo stile di vita di Cristo. E’ molto più facile, riconosciamolo, per i Missionari essere costruttori, organizzatori, riformatori, che essere testimoni, ma tutto quello è certamente meno efficace per la realizzazione della missione di Dio sulla terra. La Evangelii Nuntiandi (n. 76) e la Redemptoris Missio (n. 42, 43) non avrebbero potuto usare parole più forti, per convincere i Missionari dell’importanza di tale verità.
La nostra stessa esperienza di Missionari ce lo conferma. I Missionari più ricordati dalla gente non sono necessariamente coloro che hanno fatto, costruito, o beneficiato, ma coloro che hanno incarnato per il popolo il Messaggio e Colui che per primo lo proclamò. Essere testimone richiede un ampio e costante lavoro di controllo su noi stessi, un frequente esame dei nostri atteggiamenti, valori e principi con cui operiamo, un rigoroso controllo sul nostro comportamento. E tutto questo può diventare un campo di grande sacrificio e penitenza.
Quando i nostri sforzi, e la grazia del Signore soprattutto, ci avranno trasformati nell’immagine di Gesù, allora noi stessi saremo il messaggio più autentico della nostra evangelizzazione, noi la miglior lettera inviata da Dio al suo popolo, l’invito più poderoso ad altri, affinché anch’essi seguano Gesù.

c. “Essere inviati” significa annunciare, proclamare, condividere la Buona Notizia.
La Parola di Dio ascoltata nella meditazione, il Siglio di Dio testimoniato dalla nostra vita, deve essere annunciato a chiunque è pronto ad ascoltare, con tutte le forme possibili. Noi crediamo di avere una forma esclusiva di conoscenza ed esperienza della Parola trasmessa nelle Scritture e in Gesù fatto carne. Se così è, quella conoscenza ed esperienza avranno un tale impatto sulla nostra vita, che non potremo non sentire il bisogno di condividerlo con altri, desiderosi di ascoltarci ed attratti dalla nostra testimonianza su Gesù.
Se Gesù significa veramente un grande cambio per la nostra vita, se abbiamo sperimentato che Lui ci trasforma in persone migliori, riempie la nostra anima di grazia, il nostro cuore d’amore, la nostra vita di pienezza, allora non potremo far altro che condividere tutto ciò con altri che non conoscono ancora Gesù, o non lo seguono più, o non ne hanno la possibilità. L’annuncio può non essere la prima attività, in ordine cronologico, del missionario, ma certamente è la sua attività più preziosa, perché gli permette di dire apertamente ciò che già manifesta con la sua vita e il suo comportamento.
Naturalmente, questo condividere la nostra esperienza di Gesù non è semplicemente un ripetere una “dottrina”, o un messaggio standard, legalista e moralista, ma è il frutto della nostra esperienza personale, sempre rinnovata. Deve uscire dal cuore, dove il messaggio è sempre meditato e l’esperienza sempre rivissuta. Deve essere un messaggio che “faccia la differenza” per la gente, nella loro vocazione, nel loro posto di lavoro, nella loro vita di famiglia. Deve essere immerso nelle situazioni reali che la gente sta vivendo, per trasformarle in situazioni che siano sorgente di vita, promotrici e costruttrici di vita. Deve essere un messaggio che tira sù, rinvigorisce e da nuova forza all’ascoltatore, e non un bollettino di notizie. Deve essere un messaggio elettrizzante, non per il tono della voce o per la bontà dell’oratoria, ma perché è annunciato nel potere dello Spirito e basato sull’autenticità dell’esperienza personale.
Il XCG ci ricorda tutto questo, quando dice: “Evangelizzazione è annunciare esplicitamente il Vangelo e Gesù Cristo come unico Salvatore; è molto di più che insegnare una dottrina, una morale, un insieme di verità alle quali aderire. L’annuncio mira a cambiare le persone dal di dentro e condurle a vivere, pensare e operare secondo gli ideali evangelici del Regno di Dio, fino alla formazione di comunità cristiane e Chiese locali”.
d. “Essere inviati” significa essere i ministri di una comunità cristiana.
Ovunque i Missionari siano inviati, essi saranno ministri. E’ irrilevante di ché tipo sarà invece il loro ministero: se di autorità, di cooperazione o di complementarietà. Essi devono diventare i servi della comunità alla quale sono inviati. Gli atteggiamenti richiesti e sviluppati nella parte dedicata alla spiritualità dell’essere “chiamati” e quelli sviluppati finora, della spiritualità dell’essere “inviati” devono aiutare i Missionari a diventare servi della missione di Dio sulla terra.
Il ministero è un servizio ai credenti della comunità, e non un privilegio, o una posizione di prestigio che da onore e status al ministro. Servizio significa un’autentica preoccupazione per coloro ai quali è diretto, amore per essi, attenzione ad essi, raggiungendoli nella situazione in cui si trovano. Ministri che sono veri servitori, cercano il bene del popolo, e non il proprio guadagno, l’essere riconosciuti, la propria promozione. Nè li fermano umiliazioni, mancanza di successo esterno, il non essere apprezzati. Naturalmente, apprezzo e cooperazione, se ci sono, vanno accettati; ma la loro mancanza non può fermare i Missionari. Nella comunità cristiana, autorità e carismi, sono per il servizio.
Il ministero, oggigiorno, non è un’impresa o avventura personali, bensì un’operazione collettiva. Si realizza in gruppi nei quali ci sono sacerdoti, religiosi e laici, uomini e donne, giovani e anziani. Tutti i membri del gruppo sono ministri. Ecco ciò che li segna e li muove a trattarsi mutuamente da uguali, a mettersi sullo stesso livello, ad interagire con rispetto ed amore. L’uguaglianza non nega la varietà dei servizi all’interno del gruppo ministeriale, i ruoli diversi, ma sottolinea il loro comune denominatore: il fatto che tutti sono servi, chiamati dallo Spirito per servire la comunità con un dono particolare, e sono riconosciuti come tali dalla comunità stessa, attraverso un’elezione o una delega.
Dal momento che tutti i membri del gruppo sono ministri, tutti partecipano nella responsabilità di prendere decisioni, con e per la comunità che servono. Servire nel mondo pluralista e nelle complesse situazioni che incontriamo oggigiorno, richiede una buona comprensione delle diversità, un piano adeguato e un’esecuzione accurata. Bisogna ascoltare l’esperienza della comunità a cui si serve, studiare attentamente le situazioni, pianificare un’azione intelligente e significativa. Le situazioni vanno diagnosticate con un’attenta analisi teologica, sociologica e culturale. Le decisioni vanno prese con logica trasparente ed accuratezza. Daqui il bisogno che ogni membro del gruppo apporti la propria professionalità, esperienza, intuito, nel processo di prendere delle decisioni.
Una volta il piano di operazioni è stato approvato e le decisioni sono state prese, ognuno deve sentirsi responsabile dell’esecuzione del piano, per quella parte dello stesso che corrisponde al proprio ministero. Ognuno deve poter agire, e realizzare le decisioni prese, con libertà personale, secondo il proprio giudizio, stile e modo d’azione. Non ci dovrebbe essere l’interferenza di altri ministri, e neppure dal leader del gruppo. La responsabilità che ogni ministro ha davanti al gruppo è relativa al contenuto delle decisioni prese insieme, e alla filosofia che le regge. Ma nessuno deve sentirsi privato della libertà di operare in uno stile personale. Senza questa libertà, i ministri vedrebbero limitata la spontaneità della propria azione, e il popolo che essi servono sarebbe privato della necessaria varietà di approccio al ministero, così utile per una comunità che voglia essere creativa e aggiornata.

e. “Essere inviati” significa rispondere a una continua chiamata.
Oggigiorno, questa disponibilità a cambiare luogo e servizio è detta “itineranza”, ed è proposta come un atteggiamento importante per il Missionario. Si può discutere se tale atteggiamento sia di carattere universale, valido per tutti i Missionari e per tutte le circostanze. Ma certamente, se ci devono essere eccezioni, esse sono poche, per lo più dovute a una non buona gestione del personale o a una ancora insufficiente preparazione dei leaders locali. Comunque, l’atteggiamento del “lasciare un posto per andare in un altro”, di per sé, è un dovere missionario nella maggior parte dei casi. Questo atteggiamento richiede due disposizioni, che lo rendono più facile e più efficace:
Lo spirito di distacco. I Missionari dovrebbero diventare “indifferenti” al luogo dove esercitano il loro ministero, al popolo che servono, al tipo di servizio che stanno offrendo. Tutto ciò sembra andare in senso esattamente contrario all’atteggiamento richiesto dai ministri: di buttarsi con tutto se stessi, corpo ed anima, nel servizio che è stato loro affidato, nel dare il meglio di sé, tempo, qualità ed energie, al popolo e nel luogo in cui si trovano. Tutto questo è vero, ed ognuno è chiamato a servire con passione, con impegno, con dedicazione totale. Eppure ciò non toglie l’apertura ad altri luoghi, ad altri servizi compatibili con la formazione del Missionario, ad altre persone, ad altre necessità dell’Istituto.
Il distacco è un difficile e ascetico atto di santità, eppure esso sta alla base di ogni impresa missionaria. Il XCG afferma: “Alcuni Missionari resistono all’uscire. Altri fanno difficoltà ad inserirsi in un progetto di Missione fuori del proprio ambiente. Altri ancora si sentono a disagio in uno stile univoco, individualista, ripetitivo di fare Missione, poco attento ai cammini della Chiesa locale”.
Spirito di itineranza. Una volta staccati da noi stessi, dai nostri ministeri, posti, gente, allora diventiamo disponibili ai bisogni della Missione, così come sono sentiti e proposti dall’Istituto, o fatti oggetto di discernimenti tra l’Istituto e i Missionari stessi. Questa apertura e prontezza nel seguire le indicazioni dell’Istituto per pianificare la propria attività missionaria, è segno di una sana partecipazione all’Istituto stesso, di interesse in ciò che l’Istituto sta facendo nel mondo, e di buona cooperazione al progetto missionario comune.
L’Istituto ha bisogno di Missionari che si rendano disponibili, seppure con un sano senso critico, e siano pronti ad andare dove le necessità lo richiedono. Con le nostre comunità ogni volta più internazionali, con i bisogni del mondo e il modo di essere Missionari in continuo cambio, l’itineranza può benissimo diventare una delle più essenziali virtù del Missionario. L’essere radicati deve cambiare nell’essere sradicati, l’essere stagnanti nell’essere in movimento, l’essere permanenti nell’essere itineranti, l’andare in un posto e mai più lasciarlo, nell’essere in partenza la maggior parte del tempo.


RELAZIONI TRA QUESTA SPIRITUALITA’ E LA NOSTRA

Nella parte finale di questo articolo, vorrei mostrare la relazione che esiste tra il tipo di spiritualità sopra descritto e quella che noi riconosciamo come la spiritualità lasciataci in eredità dal Beato Allamano. Un compito non difficile, in realtà, ma che può aiutare alcuni ad “aprire gli occhi”. Naturalmente, tracciando il parallelismo tra le due spiritualità, mi limiterò agli elementi essenziali, più che ai modi concreti in cui quegli elementi andrebbero espressi. Questo perché i termini veri e propri della spiritualità fin qui descritta non si ritrovano in bocca all’Allamano. Egli non ha mai parlato, per esempio, di “preghiera di concentrazione”, o di “itineranza”, o di altre cose ancora. Ma certamente egli ha parlato, e molto, di “vivere alla presenza di Dio”, di “eseguire cordialmente i desideri dei superiori”, e di altri degli elementi essenziali che abbiamo sopra descritto.

La spiritualità dell’essere “chiamati” trova una forte corrispondenza nella nostra spiritualità, attraverso i seguenti elementi:

Contemplazione. Il Fondatore passò molto tempo in preghiera personale e silenziosa nel “coretto” del Santuario della Consolata. Quante volte ha raccomandato ai sacerdoti del Convitto: “Quel coretto sia la nostra gioia, prima al SS., poi la nostra Consolata”. Parecchi testimoni affermano: “Lo vedevo sovente recarsi nei coretti del santuario, ove si fermava a lungo, in raccolta e divota preghiera”. Avrà praticato la contemplazione? Non lo so. Egli non ha mai usato il termine “contemplazione diretta”, ma certamente l’ha praticata a modo suo.
P. Igino Tubaldo, uno dei Missionari che meglio conoscono la figura e la storia dell’Allamano, afferma: “Anche se non contemplativo in senso tecnico, l’Allamano fu piuttosto un uomo riflessivo, che delle varie forme che può assumere la preghiera, predilesse la meditazione”. Parlando ai suoi Missionari della lettura spirituale, soleva dire: “La lettura offre alla bocca come un solido cibo, la meditazione lo mastica e lo macina, l’orazione ne acquista il sapore, la contemplazione è la dolcezza stessa, che rallegra e ristora [...] Questi atti [lettura, meditazione, orazione, contemplazione] formano un’unica linea di armonioso sviluppo e sono intimamente concatenati”.
L’insegnamento dell’Allamano circa il “primato di Dio”, e l’assoluta necessità della santità, per il Missionario, sono un’ulteriore dimostrazione dell’importanza da lui attribuita alla dimensione verticale della spiritualità, che porta con naturalità, alla contemplazione del divino. Il Capitolo lo dice in chiari termini: “L’insistenza del Fondatore sul primato di Dio e sulla santità ci rende attenti alla dimensione contemplativa della Missione. Essa comporta di avere forte il senso di Dio, della sua presenza in noi e negli altri, della continua ricerca di Lui e della sua volontà. L’accentuazione su Dio ci rende capaci di amare il mondo con il suo cuore. Infatti, avendo il Dio di Gesù Cristo al primo posto, si fa largo spazio anche ai fratelli. Solamente l’uomo di Dio è veramente per gli altri”.
L’insistenza del Fondatore di “vivere alla presenza di Dio”, di vedere in tutto la sua immagine, di usare tutto per ascendere alla divinità, sono accenni chiari ad una contemplazione indiretta: per visibilia ad invisibilia.

La Parola di Dio, la Scrittura per la crescita spirituale, riceve dal Fondatore più importanza di quanto non le fosse concessa ai suoi tempi. E’ sufficiente ricordare qui la famosa frase dell’Allamano: “La S. Scrittura sarà in missione la vostra consolazione; chi saprà meditarla bene, vi troverà il suo conforto... E’ per questo che in questa casa la S. Scrittura ha sempre avuto il primo posto; e sarà sempre così”. Il Capitolo sottolinea con forza questo punto: “Il Missionario faccia della Sacra Scrittura “il suo libro”, su cui chinarsi ogni giorno a meditare; annunciatore della Parola, egli ne è il primo destinatario”.

La necessità di una robusta vita religiosa e comunitaria, come luogo di discernimento, di esperienza di Dio e di pianificazione pastorale, è ben documentata negli scritti del Fondatore, e testimoniata da coloro che egli stesso formò alla vita religiosa e missionaria. Il Capitolo ce lo ricorda: “Per il Fondatore, la Missione è affidata ad una “comunità apostolica”, che include tutti gli agenti della pastorale. Il suo “progetto missionario” procede sulla strada maestra della comunione tra coloro che sono impegnati nelle varie attività. Di qui la necessità di discernere insieme la realtà, programmare il da farsi e verificarne l’attuazione. La Missione dell’Istituto si qualifica, agli occhi del Fondatore, per “l’unità d’intenti”: espressione operativa dello spirito di famiglia. E’ il fondamento del metodo missionario da lui voluto. [...] Questa comunione si estende alle Missionarie della Consolata, ai laici IMC, agli aggregati, ai collaboratori, catechisti, membri più sensibili e attivi delle comunità cristiane”.

Il Fondatore fu perfetto esempio della persona missionaria nel cuore, sempre e in tutto. Fin dai giorni del seminario, quando desiderava ardentemente di farsi missionario , agli sforzi fatti per la fondazione dei due Istituti Missionari della Consolata e per la formazione di sacerdoti, fratelli e suore , fino alla fine della sua vita , egli fu una persona attiva, dedita interamente alla Missione ad gentes, che era diventata la sua ragion d’essere.
Allamano visse in modo perfetto e costante, per tutta la vita, di ciò che avrebbe inculcato ai suoi Missionari: “Siete voi Missionari, nella testa, nella bocca, nel cuore? Siete tali cogitatione, verbo et opere?”
La spiritualità dell’essere “chiamati” riflette bene quella dell’Allamano e dei suoi Missionari. I suoi insegnamenti e il suo esempio offrono una spiritualità centrata in Dio, ispirata da Dio, che conduce a Dio. Una spiritualità nutrita dalla Parola di Dio, che ha trovato il suo nido naturale nella vita religiosa e comunitaria, e il suo sbocco finale nella Missione.


Anche gli elementi della spiritualità dell’essere “inviati” trovano una perfetta armonia e corrispondenza nella spiritualità dell’Allamano.
Gli insegnamenti e l’esempio del Fondatore su questa seconda parte della spiritualità sono eccellenti. P. Tubaldo ancora una volta li sintetizza bene, scrivendo: “La spiritualità dell’azione, la più indicata per un istituto missionario, armonizza il rapporto tra Marta e Maria, tanto discusso. Bernanos, nel suo romanzo “Diario di un curato di campagna” riferisce le parole che al povero curato di campagna rivolge un suo confratello: “Quando sarai rapito in Dio, se un malato ti chiede una tazza di brodo, scendi dal settimo cielo e dagli quello che ti domanda”.

Ai tempi del Fondatore, “ascoltare ed imparare” non era un aspetto importante della spiritualità. I Missionari erano inviati principalmente ad agire. Eppure, l’Allamano è attento anche a questi aspetti. I suoi Missionari dovevano stare con la gente, visitarla, conoscere a fondo le loro credenze e le loro tradizioni culturali. Era questo uno sforzo per imparare, non in vista della perfezione, ma per il bene dell’evangelizzazione. Eppure il fatto rimane che tali credenze e tradizioni potessero contenere verità e valori degni di rispetto, una specie di Semina verbi.
Il Capitolo ci dice: “Il Fondatore e i primi Missionari intuirono che il vero dialogo di salvezza è favorito da un’amichevole condivisione di vita. [...] Le nostre Costituzioni lo confermano: “Desideriamo essere presenti tra la gente con cui lavoriamo in modo semplice e fraterno, con contatti personali e con attenzione ai loro problemi e necessità concrete” (n. 73). Per stare con la gente occorre essere capaci di dialogo onesto con la cultura, gli usi e costumi della gente”. E ancora: “Evangelizzazione e scoprire i Semina verbi nel contesto in cui il Vangelo viene predicato. Oggi più che mai i Missionari riconoscono che Dio parla all’umanità attraverso ... le religioni e le culture degli altri popoli”. Infatti, il Capitolo insiste che i Missionari devono “riconoscere e accogliere la verità presente nell’altro, come tutto ciò che di buono e santo c’è nelle religioni non cristiane. [...] Riconoscere nell’altro una autentica ricerca di Dio e nella sua esperienza religiosa, la presenza dello Spirito di Dio e dei semina verbi”.

La necessità per i Missionari di essere testimoni, con la loro vita, della verità che predicano con le labbra, trova nell’Allamano una eco di assoluta adesione.
L’Allamano voleva che tutto l’Istituto fosse una testimonianza. “Ho per massima che l’Istituto, più che di denari, ha bisogno di stima, di buona fama”. Ma vuole pure i suoi Missionari santi, laboriosi, gentili, educati, cortesi, forti in altre parole, testimoni del messaggio che essi stessi portano. Soleva infatti dire loro: “Sì, che gli indigeni possano dire di voi quel che i gentili dicevano degli antichi cristiani: Come si amano i Missionari! E questo amore lo infonderete negli altri”. Ancora, egli ricordava ai suoi Missionari che i non cristiani “sono da ridursi all’osservanza dei divini comandamenti e alla vita cristiana. Questo è il più difficile, per cui non basta la predicazione, ma sono necessari i miracoli. [...] I vostri miracoli saranno la vostra pazienza, la carità, lo spirito di sacrificio”.

L’annuncio, la proclamazione, la condivisione della Buona Notizia con i non cristiani, attraverso l’evangelizzazione, è sempre stato il centro della spiritualità del Beato Allamano e del suo Istituto. Una proclamazione però che non fosse una dottrina trita, la ripetizione di vecchie formule, ma un messaggio fresco, che nasce dall’esperienza dell’evangelizzatore, in stretto contatto con l’evangelizzato, riflesso della luce delle Scritture sui contesti attuali della tribù, nazione, umanità.
Il Capitolo ce lo ricorda quando dice: “Il Missionario consideri la Parola di Dio, i documenti della Chiesa, gli avvenimenti, le persone, le culture, la natura, l’arte, come un libro continuamente da rileggere e su cui pregare, anche insieme alla comunità cristiana, per crescere spiritualmente e compiere una evangelizzazione viva e contestualizzata”.
Ma il Fondatore è stato più esplicito ancora, su questo aspetto della spiritualità missionaria. In una delle cerimonie di invio di missionari, egli ricorda ai partenti: “Nostro Signor Gesù Cristo da quest’altare rivolge a voi, carissimi figli, le solenni parole che disse un giorno agli Apostoli; andate, predicate alle genti, battezzatele: ecco che io sarò con voi tutti i giorni”.
L’Allamano paragona la vita missionaria con quella di San Giovanni Battista, e dice: “Vedete, S. Giovanni si può dire che fu missionario, primo missionario, quindi nostro modello; fu missus a Deo, e per che cosa? Per annunziare la venuta di nostro Signore, per mostrarlo, per preparare la strada. ... S. Giovanni doveva preparare la via al Messia, e così voi”. Alle Missionarie commentava: “Quando il Signore è venuto a questo mondo, non è venuto come Trappista, ma come missionario, come apostolo...”. E ancora: “Salvare quelle anime che nessuno vuole salvare, a cui nessuno pensa, è l’apogeo del ministero”. ù
Il Capitolo generale, conscio dell’eredità lasciataci dal Fondatore su questo aspetto dell’evangelizzazione, insiste molto sulla priorità del lavoro missionario nelle nostre comunità: “Ogni comunità privilegi il primo annuncio e riveda periodicamente la sua azione per mantenersi fedele a questa priorità ed eventualmente ripensare il suo piano e i metodi di evangelizzazione. Ogni comunità si interroghi seriamente su quanto spazio riserva all’evangelizzazione diretta”. Rivolgendosi alle circoscrizioni, inoltre, il Capitolo chiede che esse “incoraggino la formazione di comunità più esplicitamente dedite all’evangelizzazione e allo studio dei problemi e metodi ad essa collegati; ... riducano l’impiego di Missionari addetti alla conduzione di opere e progetti di sviluppo che possono essere seguiti da altre persone, in modo che riservino più tempo all’evangelizzazione esplicita e alla sua preparazione”.
Circa il ministero e lo stile di ministero, l’Allamano è stato un innovatore, con il suo esempio, le sue parole e il suo incoraggiamento. Egli stesso è stato un ministro-servitore, non ricercò mai vantaggi dalla sua posizione per fare carriera, ma sempre ed esclusivamente operò per il bene degli altri. Secondo lui, la dignità del ministro era superiore a quella degli angeli, per cui una adeguata preparazione ad esso era di estrema importanza, per se stesso, per i sacerdoti diocesani di cui era formatori e, naturalmente, per i suoi Missionari. Inoltre l’Allamano diede un esempio di collaborazione nel ministero tale da essere eccezionale per i suoi tempi, e ancora ispira noi, dopo così molti anni. Egli seppe formare quello che oggigiorno chiameremmo una “équipe di ministero” con coloro con i quali lavorava, specialmente con il Canonico Camisassa, il quale divenne la sua mano destra in tutto, e per il quale l’Allamano nutriva piena fiducia e sostegno.
Questo concetto e stile di ministero sono penetrati nei primi Missionari inviati al Kenya. Nel loro primo raduno generale, infatti, tenuto a Murang’a nel 1904, essi decisero di incontrarsi nelle stazioni di missione ogni giorno per valutare il lavoro svolto e programmare i lavori da farsi il giorno dopo. Tale prassi fu codificata dall’Allamano nella sua lettera ai Missionari (25 dicembre 1907), e quindi sviluppata definitivamente nel suo “Foglietto n. 70”, diventando così la magna charta per lo stile di ministero dei Missionari della Consolata.
Il XCG conferma l’importanza di questo stile ministeriale quando afferma, in un testo già citato in precedenza: “Per il Fondatore, la Missione è affidata a una “comunità apostolica”, che include tutti gli agenti della pastorale. Il suo “progetto missionario” procede sulla strada maestra della comunione tra coloro che sono impegnati nelle varie attività. Di qui la necessità di discernere insieme la realtà, programmare il da farsi e verificarne l’attuazione. La Missione dell’Istituto si qualifica, agli occhi del Fondatore, per “l’unità di intenti”: espressione operativa dello spirito di famiglia. E’ il fondamento del metodo missionario da lui voluto. [...] Questa comunione si estende alle Missionarie della Consolata, ai Laici IMC, agli aggregati, ai collaboratori, catechisti, membri più sensibili e attivi delle comunità cristiane”.

La spiritualità dell’essere “inviati” richiede apertura alla novità, e disponibilità ai cambi fisici, morali e di servizio pastorale. Senza lo spirito di itineranza, il distacco da se stessi, la disponibilità di fronte ai vari bisogni della Missione e del popolo che serve, il Missionario non può considerarsi perfetto. Il Fondatore ha sottolineato questi aspetti, anche senza usarne i termini specifici. L’Allamano presenta S. Francisco Xavier come modello di distacco per i suoi Missionari, così che anch’essi fossero sempre pronti per i cambi e per nuovi servizi. Secondo l’Allamano, egli era “totus Dei, totus proximi, totus sui”. E il suo distacco deve essere praticato anche nei confronti degli stessi genitori: “Guai a chi è troppo attaccato ai parenti ed ai beni della famiglia; si espone a non corrispondere alla vocazione e poi a perderla. Togliete subito quella tenerezza verso di loro, quel troppo pensare a loro, prendere troppa parte alle loro peripezie, quello scrivere troppo sovente e cercare di vederli”. Egli ricorda che nelle missioni “ci deve essere l’unione di tutte le forze, e la loro completa sottomissione a coloro che Dio ha chiamato a guidarli”. Un missionario che non sia totalmente distaccato e disponibile, è come un uccello che “se è tenuto anche solo da un filo, tuttavia è attaccato lo stesso, e non può volare”.
Il X Capitolo Generale ha riconosciuto che, “di fronte a un mondo in rapida evoluzione ... non possiamo assumere l’atteggiamento di chi elude gli interrogativi che mettono in questione. A volte siamo indifferenti al cambiamento del mondo circostante e lasciamo ad altri il compito di analisi che metterebbe in dubbio il valore di quanto facciamo e provocherebbe il confronto con quello che dovremmo essere. L’Allamano invece esorta spesso al confronto con il nostro “dover essere”. [...] Nonostante queste resistenze e le sue debolezze, l’Istituto ha la forza e la capacità di affrontare le problematiche poste dal mondo d’oggi. Gli vengono dal carisma, dalla passione per la Missione, dalla sua storia centenaria, dall’ispirazione del Fondatore, che indica come rispondere concretamente alla chiamata di Dio a collaborare al suo piano di salvezza universale”.
Tutto ciò è positivo ed è bello sentirsi incoraggiati su questa strada. Ma il Capitolo, allo stesso tempo, riconosce che a volte i Missionari rispondono alla sfida del nuovo, dei cambi, della mobilità richiesta dalla Missione, con atteggiamenti negativi: “Molti Missionari, con immutato amore alla Missione, percepiscono il vaore del “nuovo” e lo vorrebbero coniugare con la tradizione, ma non sanno come fare e oscillano tra un atteggiamento e l’altro; alcuni ricorrono istintivamente alla tradizione e ritengono inopportuno ogni discorso di adattamento e rinnovamento...; altri si collocano tra coloro che cercano solo la novità e accolgono qualunque cambiamento, senza domandarsi se corrisponda o meno alla nostra identità; vi è pure chi non si ritrova più e soffre in silenzio e chi si ritira in disparte, creando sacche di isolamento, indifferenza o mediocrità, che pesano negativamente sulla comunità”.
Questa apertura e “disponibilità ad extra, a uscire dai confini territoriali, culturali e anche della propria area religiosa, per andare in ogni parte della terra ed annunciare il Vangelo negli avamposti della Missione”, è certamente parte integrante e costitutiva del nostro carisma.


CONCLUSIONE

Il X Capitolo Generale ha invitato all’Istituto, e i suoi membri, a sviluppare una spiritualità basata sui due aspetti della vita religiosa e missionaria che abbiamo preso in considerazione: “essere chiamati” ed “essere inviati”.
Nel tentativo di rispondere a questo invito, ho cercato di riflettere e di meditare, su come tale spiritualità potrebbe essere delineata. Ho preso i due pilastri suggeriti dal Capitolo, ho cercato di vedere come essi contengano in sé la maggior parte degli elementi già presenti nelle più comuni spiritualità cristiane, ho provato a tirarne fuori gli atteggiamenti e le attività che ne derivano, e li ho presentati ai miei confratelli, per averne reazioni e ulteriori suggerimenti. Naturalmente, ho cercato di sviluppare il tutto alla luce della vita missionaria, in modo che la spiritualità che ne esce possa essere appropriata per dei Missionari o, almeno, possa aiutarli a divenire persone migliori e ministri più capaci di interculturalità.
L’articolo ha innanzitutto offerto una descrizione generale di cos’è una spiritualità e varie forme di spiritualità presenti nella Chiesa. Quindi mi sono chiesto: esiste una spiritualità propria per dei Missionari? Certamente esiste. Ma qui si tratta di costruirne una sui due pilastri dell’essere chiamati e dell’essere inviati.
“Essere chiamati” è la dimensione verticale della spiritualità, e tocca quegli aspetti che fanno diretto riferimento a Dio, agli altri, alla comunità, alla vita religiosa, al ministero nel tempo del ritiro nella terza età, o nel tempo della fase di preparazione alla vita missionaria. Ho dedicato in particolar modo un ampio spazio al tema della contemplazione, perché sembra proprio che i Missionari ne abbiano un gran bisogno, per sostenere e nutrire la loro relazione con il “Dio in se stesso” e con il “Dio negli altri”; oltre che per evitare il senso di vuoto nella loro vita e la superficialità nel ministero. Ho proceduto poi a delle presentazioni più sobrie del bisogno di nutrirci con la Parola di Dio, dell’importanza di condividere vita, preghiera, luogo, sogni, visioni, estasi ed agonie della vita religiosa, e del bisogno di lasciare che lo Spirito ci rinnovi continuamente, se vogliamo essere santi e sentirci all’altezza dei veloci cambi che si producono nel mondo circostante.

“Essere inviati” è la dimensione orizzontale della spiritualità, cioè di tutti quegli aspetti che hanno influenza diretta sulla vita missionaria e sulle attività. I Missionari sono inviati a scoprire Dio, a condividere Dio, ad annunciare Gesù come l’esperienza del divino più cara ai cristiani, a servire le necessità della comunità cristiana, con atteggiamenti di disponibilità ad andare sempre in nuovi luoghi, a nuova gente, in nuovi servizi.

Questa è stata la mia risposta all’invito del Capitolo. Sono pronto e disponibile a condividere questa mia esperienza con chiunque lo voglia fare, a discuterne con i confratelli, a parlarne nei programmi di formazione permanente, a dialogarne con chiunque sia interessato a farlo. Io spero che, con l’aiuto di tutti, possiamo giungere al prossimo Capitolo con il desiderio di una spiritualità che dia il primato assoluto a Dio in Gesù, alla Missione per il Regno, a dei servizi ministeriali fatti con lo stile e con gli atteggiamenti di Gesù.

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Domenica Missionaria

XXII Domenica TO
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“Perdere la vita per trovarla
nella via della croce”

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Missione Oggi

"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
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