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La partecipazione e contributo dei padri conciliari IMC Stampa E-mail
Scritto da P. Diamantino Guapo Antunes   

1.Il Vaticano II: un grande evento ecclesiale e missionario
L’evento del Concilio Vaticano II, annunciato da Papa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, ha segnato la Chiesa soprattutto nella sua dimensione missionaria. Tre fasi scandirono, infatti, l’evento conciliare: la fase antepreparatoria (dal 25 gennaio 1959 al 6 giugno 1960); la fase preparatoria (dal 6 giugno all’11 ottobre 1962); la fase conciliare, ripartita in quattro periodi (dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965).
Parteciparono di diritto e di fatto al Concilio alcuni missionari della Consolata: il P. Domenico Fiorina, Superiore Generale, Mons. A. Beltramino, Vicario Apostolico di Iringa (Tanganica); Mons. Lorenzo Bessone, Vicario Apostolico di Meru (Kenia), Mons. Carlo Cavallera, Vicario Apostolico di Nyeri (Kenia), Mons. Carlo Re, già Vicario Apostolico de Nyeri (1931-1946), e durante o Concilio vescovo di Ampurias-Tempio nella Sardegna (Italia);. Mons. Giuseppe Nepote Fus, prelato del Rio Branco (attuale diocesi del Roraima) nel Brasile; Mons. Angelo Cuniberti, Vicario Apostolico di Florencia; Mons. Servilio Conti, Bispo do Roraima (Brasil). In tutto, 8 persone. Una esigua minoranza, dunque rispetto ai 2300 Padri conciliari. Vedremo in seguito quale è stato il suo contributo nelle tre fasi ai lavori conciliari nelle sue tre fasi.

FASE ANTEPREPARATORIA
La prima preparazione del Concilio fu affidata ad una Commissione Antepreparatoria, nominata il 17 maggio 1959 e presieduta dal Segretario di Stato card. Domenico Tardini. Era suo compito di prendere contatto con tutto l’Episcopato, i Dicasteri della Curia Romana e le Facoltà e Università Cattoliche, al fine di raccogliere consigli, indicazioni e proposte, tracciare le linee generali degli argomenti da trattare e suggerire la composizione dei diversi organi che avrebbero avuto l’incarico di curare la preparazione prossima dal Concilio . O card. D. Tardini, dopo aver studiato con i membri della Commissione Antepreparatoria il modo con cui procedere, inviò in primo luogo, in data 18 giugno 1959, una lettera circolare ai Vescovi, Prelati e ai Superiori maggiori degli Istituti Religiosi attraverso la quale informava che il Papa intendeva conoscere la loro opinioni e raccogliere i loro suggerimenti, consigli e voti, in merito alla dottrina e alla disciplina della Chiesa nel momento storico che viveva; essi potevano anche servirsi del consiglio e dell’aiuto di persone ecclesiastiche competenti .
In modo analogo alla consultazione dei vescovi, Prelati e Superiori Maggiori il Papa volle che fossero consultate anche le Facoltà Teologiche e le Università Cattoliche. Il 18 luglio 1959, il card. Tardini inviò a tutte le Università, Atenei e Facoltà ecclesiastiche in Urbe et extra Urbe .
Da questa lunga consultazione dei Vescovi e Prelati, dei Dicasteri romani, delle Facoltà e Università ecclesiastiche, emerse una mole considerevole di indicazioni e proposte su una vastità di settori: dommatico, liturgico, biblico, pastorale, missionario, ecumenico, morale, disciplinare .


1.I “consilia et vota” dei Padri conciliari IMC
Alla lettera circolare inviata il 18 giugno del card. D. Tardini ai futuri Padri conciliari, risposero cinque Missionari della Consolata, inviando voti e proposte: Mons. C. Cavallera, Vescovo di Nyeri (Kenya), L. Bessone, Vescovo di Meru (Kenya), A. Beltramino, Vescovo di Iringa (Tanzania); C. Re, vescovo di Ampurias-Tempio (Italia); P. Domenico Fiorina, Superiore Generale dell’Istituto Missioni Consolata. Degli altri ordinari dell’Istituto non hanno risposto Mons. Giuseppe Nepote Fus, prelato del Rio Branco (Brasile) e Mons Antonio Torasso, Vicario Apostolico di Florencia (Colombia).
Il Superiore Generale, P. D. Fiorina é stato il primo a rispondere alla lettera del cardinale D. Tardini . Tra i “vota” IMC, il più completo e significativo, é senza dubbio quello de Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenia), il “vota” più breve e povero è quello di Mons. A. Beltramino (Iringa/Tanganica) .
Le risposte dell’episcopato raccolte e pubblicate dalla Commissione Antipreparatoria del Concilio sono un ottimo termometro per misurare la problematica sentita e presente nella vita della Chiesa, soprattutto delle giovani Chiese. Cosa pensavano i vescovi IMC in quelli anni cruciali per la vita delle loro chiese locali? Quale erano le sue aspettative ed esigenze pastorali? Quale voce erano disposti a portare al Concilio? Possiamo affermare che i suoi desideri e proposte difficilmente appontavano per un ampia e profonda riforma della Chiesa o per un autentico ripensamento eclesiologico. A parte una proposta più teologica di Mons. C. Re (Ampurias-Tempio/Italia), chiedeva che il Concilio elaborassi una costituzione dogmatica sulla Chiesa nella quale fossi sottoposto a esame più profondo la relazione tra il Corpo Mistico di Cristo e la Chiesa Visibile , le proposte presenti negli altri “vota” IMC sono soprattutto di carattere pastorale: adattamento liturgico, rapporto tra vescovo e istituti religiosi e missionari, formazione del clero locale, laici, dialogo ecumenico, ecc.

Adattamento liturgico
Il tema dell’adattamento é onnipresente nei “vota” dell’episcopato di Africa, essendo quel ha raccolto maggiore unanimità. In un contesto di grandi trasformazioni socio-politiche era molto sentita la necessità dell’adattamento. Nelle osservazioni di Mons. C. Cavallera, vescovo di Nyeri (Kenia), e questa è una constante nei “vota” dell’episcopato dell’Africa anglofona, le esigenze e i criteri dell’adattamento sono motivate soprattutto dalla nova situazione politica e sociale . Era necessario svestire il cristianesimo del suo involucro occidentale mediante un effettivo adattamento alla realtà africana. La partecipazione cosciente e attiva dei fedeli nella liturgia esigeva la traduzione dei testi. L’uso della lingua vernacola nella liturgia è chiesto esplicitamente da diversi vescovi, tra questi Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenia) . Altri problemi connessi con il tema liturgico e che esigono adattamento sono: la pastorale dei sacramenti, feste di precetto, digiuno eucaristico, tempi della celebrazione della Messa, rituali nati in un contesto socio-culturale europeo, e che in Africa sono o controproducenti o difficili da attuare.

Rapporto Vescovi-Religiosi
Il problema dei rapporti tra vescovi e religiosi e la crisi della pratica del “ius commissionis” con i suoi inconvenienti appare nei “vota” di alcuni vescovi missionari. I vescovi desideravano vedere la sua autorità definita e rafforzata nelle loro chiese locali. Infatti, soprattutto in Africa, l’Ordinario del luogo, superiore ecclesiastico, e il superiore religioso costituivano molte volte un’autorità bicefala perciò la necessità di cercare l’unità nell’esercizio dell’apostolato. La legislazione in vigore ius commissionis bisognava essere aggiornata. L’aumento del clero diocesano e la necessità di consolidare la Chiesa locale esigevano che il potere effettivo fossi nelle mani dell’autorità diocesana. Era dunque necessario, come sottolineava Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenia), definire la figura giuridica dell’Ordinario del luogo nei territori affidati alla cura pastorale degli Istituti, visto che le Istruzione di Propaganda Fide (8-12-1929) che regolava il rapporto tra gli istituti missionari e l’ordinario del luogo era insufficiente .
Sempre, secondo Mons. C. Cavallera, un dei compiti del Concilio sarebbe quello di offrire gli elementi necessari per il rinnovo del ordinamento canonico delle missioni alla luce degli ultimi orientamenti missionari. Perciò, chiede che il diritto missionario fosse trattato come una parte speciale del Codice di Diritto Canonico con il dovuto adattamento ai bisogni delle giovani chiese di missione .
Mons. L. Bessone (Meru/Kenia), oltre a considera necessario che il Concilio chiarificasse i domini specifici dell’autorità diocesana e degli istituti religiosi, parla nel suo “vota” della necessaria renovatio degli istituti religiosi alla luce della loro primigenia inspiratio .

Clero locale: formazione e rapporto tra il clero missionario e il clero nativo
Il problema della formazione, spiritualità, sostentamento e distribuzione del clero locale occupa largo spazio nel “vota” di Mons. C. Cavallera. Sente che i seminari diocesani africani erano inadeguati per la formazione tanto spirituale quanto umano-filosofica-teologica del clero nativo. Chiede la riforma della ratio studiorum adeguandola alle necessità dei temi moderni e problematica attuale . Un altro problema sentito è quello del sostentamento del clero diocesano e del bisogno di educare le giovani cristianità al loro dovere di cooperare all’autosufficienza della Chiesa locale e al sostentamento del clero nativo e del bisogno di educare le giovani cristianità al loro dovere di cooperare all’autosufficienza della Chiesa locale e al sostentamento del loro clero. Mons. L. Bessone e C. Cavallera parlano addirittura di imporre gravi sanzioni ecclesiastiche contro quei cristiani che mancano in questo dovere di cooperazione . Mons. C. Cavallera riconosce che i rapporti fra i due cleri non sono i migliori. Parla addirittura de determinare la posizione giuridica del clero locale .

Laici
Il tema del laicato è pure presente nei “vota”.
In rapporto all’educazione affiora il problema della scuola cattolica in Africa, al quale soprattutto i vescovi del Kenia avevano dedicato grandi energie negli anni del dopo guerra. Adesso le scuole cattoliche si trovavano in difficoltà. Con la prossimità dell’indipendenza politica del dominio britannico, Mons. L. Bessone chiede che le scuole siano aiutate attraverso il sistema concordatario . È in questo contesto che Mons. C. Cavallera chiede lo studio dei rapporti Chiesa-Stato .

Dialogo ecumenico
La sensibilità ecumenica è presente nei “vota”. Si nota che le comunità cattoliche, soprattutto in Kenia, vivono in contatto con il mondo protestante, soprattutto anglicano. I due vescovi della Consolata del Kenia, Mons. C. Cavallera e L. Bessone, toccano il problema dell’unità della Chiesa con i fratelli separati in senso positivo: ricerca del dialogo, aspettative, cooperazione in campo biblico, sociale e culturale. Così Mons. L. Bessone, vescovo di Meru (Kenia) parla di media excogitanda ad comprehensionem fovendam et opiniones praeiudicatas extirpandas inter catholicos et protestantes Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenia) dedica un paragrafo all’unione della Chiesa e suggerisce anche criteri e metodi per il dialogo ecumenico e conclude: Agendi ratio fraterna cum fratribus saparatis promovenda est. Riconosce, senza complessi, che la vigente legislazione ecclesiastica non è atta a fomentare questo dialogo e conclude: Praevalere deberet spiritus comprehensionis, cooperationis, conatus quidam redeundi ad communem modum sentendi qui, incipendo a re sociali, oeconomica et sic dicta “sportiva”, extendere se possit etiam ad religionem. Promovendae sunt consociationes studiorum, activitates sociales in communi, communes manifestationes culturales… Manifestando propria principia possibilis est unio

Come abbiamo visto prima, oltre ai vescovi e superiori generali, la consulta ha impegnato anche le università cattoliche e le facoltà di teologia. Le proposte provenienti degli atenei di teologia costituiscono un materiale interessante, perché i suoi redattori, oltre a proporre temi ritenuti degni di interesse per la Chiesa, ne forniscono anche la giustificazione scientifica e la motivazione teologica. Il Pontificio Ateneo di Propaganda Fide (Urbaniana), in cui corpo docente e discenti c’erano dei missionari della Consolata, ha inviato il suo “vota” alla Commissione Antepreparatoria. Nel corpo docente figurava o P. Ugo Viglino, il quale fu incaricato di redigere, insieme al professore T. Piacentini, la parte referente alla tematica sociale.
Il parere si intitola Principi fondamentali riguardo al lavoro umano” . Caratterizzando la natura e fini del lavoro umano, affermano che il lavoro é buono, perché contribuisce decisamente alla perfezione della persona. “Il lavoro, pertanto, non è in sé stesso, come pretende Marx, l’alienazione dell’uomo fuori di sé, ma un vero mezzo per la propria realizzazione, strumento di interiorizzazione spirituale. La piena umanizzazione del lavoro si converte in sicura divinizzazione, giacché la dimensione soprannaturale è, in qualche modo, intrinseca all’uomo nello stato presente” Umanizzare il lavoro significa in definitiva fare il primo passo per divinizzarlo, giacché tutto l’uomo è stato divinizzato attraverso l’incarnazione del Figlio di Dio.
Alcuni paragrafi successivi vengono dedicati a sviluppare il significato del lavoro professionale. Vi si afferma che, attraverso la “personale vocazione terrena”, la persona umana assume un significato proprio, originario, inalienabile e insostituibile nella costruzione storica della civiltà umana e, pertanto, della glorificazione divina . Il lavoro professionale è associato ad una “vocazione”, che consente all’uomo di collaborare con Dio.
Dopo avere parlato del lavoro come essenziale cooperazione dell’uomo all’opera della creazione, in base al testo di Gn 1, 26, gli autori trattano del suo valore ascetico . Alla fine del parere dell’Urbaniana, a modo di sommario, si riassumevano le idee precedenti con le seguenti parole: “La Rivelazione divina offre i princìpi teologici mediante i quali il lavoro acquista significato: il lavoro é cooperazione umana all’opera della creazione divina e, dopo il peccato originale, all’opera della restaurazione cristiana dell’uomo. La Rivelazione eleva il lavoro professionale all’esercizio delle virtù morali e soprannaturali in modo che tutti gli uomini possano vivere come fratelli nella vita del corpo Mistico di Cristo” .

Conclusione
La fase Anteprepratoria (1959-1960) può essere definita come il periodo della preparazione della preparazione. Questo sondaggio a vasto raggio ha contribuito non tanto alla stesura dei Documenti da discutere in Concilio, quanto piuttosto a richiamare e a fare circolare l’idea che stava accadendo un fatto importante per la Chiesa e che tutti dovevano sentirsi coinvolti.

II. FASE PREPARATORIA
Col Motu proprio Superno Dei nutu del 5 giugno 1960 il papa Giovanni XXIII dichiarava terminato il compito della Commissione Antepreparatoria e istituiva le commissioni preparatorie (in numero di dieci, più la Commissione Preparatoria Centrale) e dava l’avvio all’immediata preparazione del Concilio . Le commissioni erano incaricate di elaborare, sulla base dei suggerimenti ricevuti, gli schemi che sarebbero serviti come materie di discussione in Concilio. Queste erano composte da cardinali, vescovi e diversi membri, scelti fra il clero secolare e religioso, secondo le proprie qualificazioni . In vista alla istituzione delle commissioni preparatorie, gli organi competenti del Vaticano promossero soprattutto tra gli Istituti religiosi una ricerca di persone qualificate. Sembra tuttavia che non sia pervenuta al Superiore Generale alcuna richiesta. Infatti, nessuno missionario della Consolata ha fatto parte come consultore di alcuna commissione.
Al vertice di tutto stava la Commissione Centrale presieduta dal Papa, col compito di seguire e coordinare i lavori delle singole commissioni per riferirne al Pontefice, al fine di stabilire gli argomenti da trattarsi nel Concilio Ecumenico, come pure di proporre norme riguardanti lo sviluppo di esso . In due anni di lavoro, le Commissioni approntarono 75 schemi, che, esaminati dalla Commissione Centrale in 7 adunanze plenarie, vennero rinviati alle Commissioni per successive elaborazioni, che portarono il numero complessivo degli schemi a 22. Nell’estate 1962, i primi testi pronti furono spediti ai padri conciliari in modo che potessero iniziare il Concilio dopo averli studiati.
Nelle commissioni e nelle sottocommissioni ferve un intenso lavoro di catalogazione e di esame delle osservazioni e degli emendamenti pervenuti. Il lavoro di catalogazione delle osservazioni e di rielaborazione dei testi degli schemi era fatto dai periti e dalle sottocommissioni e era in seguito esaminato dalle Commissioni.. In ottemperanza alle richieste di emendamenti, le commissioni modificavano i testi, e trasmetteva ai Padri conciliari il nuovo testo, in due colonne: nella prima riprendeva il testo precedente; nella seconda colonna presentava il nuovo testo corretto. Nella relazione che accompagnava il documento si motivavano gli emendamenti introdotti e si dava ragione dell’accettazione o meno delle osservazioni mosse dai Padri conciliari.

III. FASE CONCILIARE
Nelle quattro sessioni del Concilio hanno partecipato 8 Padri conciliari IMC: 3 dell’America Latina: Mons. Giuseppe Nepote-Fus, prelato di Rio Branco, a partire di 1963 si passa a chiamare Roraima (1948-1965) nel Brasile; Mons. Servilio Conti, vescovo di Roraima a partire di 1965; Mons. Angelo Cuniberti, Vicario Apostolico di Florencia (Colombia), nominato in 1961. 3 dell’Africa: Mons. Carlo Cavallera, vescovo di Nyeri fino a 1964 e dopo vescovo di Marsabit (Kenya), Mons. Lorenzo Bessone, vescovo di Meru e Mons. Attilio Beltramino, vescovo di Iringa. 2 Europa: Mons. Carlo Re, vescovo di Ampurias-Tempio e Padre Domenico Fiorina Superiore Generale dell’Istituto. Appena Mons. C. Cavallera, L. Bessone, A. Cuniberti, G. Nepote-Fus, Carlo Re e D. Fiorina parteciparono in tutte le sessioni conciliari. Mons. A. Beltramino (Iringa/Tanzania) morì durante il Concilio (3-10-1965) .
Diamo in seguito a conoscere il contributo di questi nostri confratelli al dibattito di alcuni documenti conciliare. Seguiremo l’ordine di promulgazioni dei medesimi.

1.Costituzione Sacrosanctum Concilio sulla Sacra Liturgia (4-12-1963)
Lo schema De Liturgia fu il primo schema ad essere discusso e approvato dal Concilio. La discussione ha avuto inizio nella prima sessione, tra il 22 ottobre e 13 novembre di 1962. Introdotte alcune alterazioni, la seconda redazione dello schema fu approvata parzialmente nella Iª sessione. La Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilio (SC) fu approvata dai Padri conciliari in 22 novembre 1963 e in modo solenne in 4 dicembre. C’è stato appena un Padre conciliare IMC a prendere parte nel dibattito del schema liturgico, Mons. G. Nepote-Fus (Roraima/Brasil), sottoscrivendo un intervento do cardinale J. De Barros Câmara (Rio de Janeiro/Brasile) sul cap. IV sull’Officio Divino durante la Iª sessione (29ª Congregazione Generale: 28 novembre 1962), nel quale viene sottolineato l’importanza della liturgia delle ore nella vita spirituale .

2.Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa (21-11-1964)
Il primo schema De Ecclesia fu consegnato ai Padri conciliari a 23 novembre di 1962, e discusso durante la Iª sessione (1-7 dicembre 1962). La forte critica dei Padri conciliari alla struttura e contenuto dello schema portò alla sua bocciatura. In seguito, la Commissione Teologica elaborò un nuovo schema – De Ecclesia: Textus Prior (1963) - il quale fu discusso nella IIª sessione, tra 30 di settembre e 31 di ottobre 1963. Si è seguito ancora una nuova rielaborazione fu votato. L’assemblea promulgò la Costituzione dogmatica Lumen Gentium in 21 novembre 1964.
Nel dibattito dello secondo schema De Ecclesia: Textus Prior (1963), 51ª Congregazione Generale (18 ottobre 1963), Mons. G. Nepote-Fus (Roraima/Brasil), ha sottoscritto l’intervento del cardinale J. Barros Câmara (Rio de Janeiro/Brasile) sul Cap.III: De Populo Dei et speciatim de Laicis. A suo avviso, il capitolo contiene principi ottimi e splendide affermazioni, manca però di sobrietà, chiarezza e disposizione logica. Esso andrebbe diviso in due parti, in armonia con il parere già espresso della Commissione di coordinamento. Necessita di un’illustrazione più chiara della partecipazione al sacerdozio di Cristo mediante i sacramenti del battesimo e della cresima, in maniera da rendere più evidente che l’essenza della comunità sacerdotale si fonda proprio sui caratteri impresi dai sacramenti. A tale scopo formulò alcune proposte concrete di emendamenti da apportare al paragrafo 24: de sacerdotio universali, necnon de sensu fidei et de charismatibus christifidelium; per sottolineare gli effetti specifici dei sacramenti del battesimo e della cresima e i compiti che ne derivano, in rapporto alla vita cristiana e all’apostolato. Inoltre, sottolineò che il munus pastorale deve essere considerato come un servizio .
Poco tempo dopo, 57ª Congregazione Generale (29 ottobre 1963), l’arcivescovo di Rio de Janeiro ha fatto un altro intervento nel dibattito dello schema “De Ecclesia”, nuovamente sottoscritto da Mons. G. Nepote-Fus. Esaminando il cap.IV del De Ecclesia, che trattava della universale vocazione alla santità, affermò che il capitolo meritava più di un consenso, anche se, per quanto riguardava i fondamenti della vocazione alla santità e per una certa confusione di elementi teologici e giuridici, suscitasse qualche riserva. Sono state formulate diverse proposte, allo scopo di illustrare meglio il fondamento di una vocazione generale alla santità, all’esercizio della virtù, e per sottolineare il dovere particolare dei vescovi di eccellere nella pratica della perfezione evangelica, particolarmente nello spirito di carità, nonché per eliminare taluni elementi giuridici dello schema che più opportunamente potevano essere inseriti nello schema “De statibus perfectionis”. Conclude il suo intervento affermando che il capitolo doveva ricordare che la santità trova la sua origine e il suo fine ultimo nella S.ma Trinità .
Alcuni vescovi IMC presentarono osservazioni/emendamenti scritti a titolo personale oppure sottoscrivendo altre presentate da altri padri. Per esempio, Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenya) presentò una proposta di alterazione al cap.I del De Ecclesia: Textus Prior (1963), con l’inserzione di un novo paragrafo: De Ecclesiae catholicitate, i.e. de eius unitate in diversitate Da parte sua, l’altro ordinario IMC del Kenya, Mons. L. Bessone (Meru) presentò osservazioni al cap. II del De Ecclesia: Textus Prior (1963), sottoscritte da Mons. A. Beltramino (Iringa/Tanzania) .
I Padri conciliari IMC, di solito hanno sottoscritto osservazioni e proposte presentate da altri Padri collettivamente o individualmente. Essendo religiosi, hanno difeso la sua vocazione ed identità, appoggiando l’inserzione di un capitolo sui religiosi nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa proposta da un numeroso gruppo di Padri conciliari. Infatti, tra i Padri non c’era unanimità su questa questione. Nel secondo schema De Ecclesia: Textus Prior (1963), il tema dei religiosi era trattato nel cap.IV: De vocatione ad sanctitatem in Ecclesia. La questione fondamentale sollevata nel dibattito conciliare era il seguente: a che titolo lo stato di perfezione (religiosi) doveva essere inserito nella costituzione sulla Chiesa? La risposta dei Padri era duplice: un gruppo considerava che era necessario parlare dei religiosi nel capitolo sulla vocazione universale alla santità. Altri, consideravano necessario un capitolo particolare sui religiosi. Perciò, un consistente gruppo di Padri conciliari, tra questi tutti i vescovi IMC insieme a P. D. Fiorina, sottoscriverò una richiesta indirizzata al Papa Paolo IV, consegnata alla segretaria del Concilio in 26 novembre 1963, che esigeva un capitolo specifico sui religiosi nel De Ecclesia tendo in conta la posizione speciale che hanno nella Chiesa . Paulo VI ha trasmesso questa richiesta alla Commissione Teologica la quale ha rivisto il cap.IV: De vocatione ad sanctitatem in Ecclesia e dedicò un capitolo a parte ai religiosi: l’attuale cap.VI: De Religiosis della Costituzione Lumen Gentium.
Mons. G. Nepote Fus ha sottoscritto inoltre alcune altre suggestioni/emendamenti presentati per scritto da alcuni Padri conciliari. Durante a IIIª sessione ha firmato le osservazioni fatte dal cardinale M. Gonçalves Cerejeirade, cardinale patriarca di Lisbona (Portogallo), al cap. VIII . Mons. A. Cuniberti (Florencia/Colombia) a sottoscritto le osservazioni scritte avanzate da Mons. G. Proença Sigaud (Diamantina/Brasile) e A. Silva Santiago (Concépción/Chile) .
3. Decreto Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo (21-11-1964)
La formazione del decreto Unitatis Redintegratio, sull’ecumenismo è molto complessa. Dei tre schemi preparatori (cap. XI: De Oecumenismo del schema De Ecclesia, schema De Ecclesia Unitate: ut Omnes Unum Sit, schema De unione fovenda inter Christianos) che trattavano la questione dell’unità dei cristiani solamente lo schema De Ecclesia Unitate: ut Omnes Unum Sit è stato discusso durante la Iª sessione del Concilio (27ª-30ª Congregazione Generale: 26-30 novembre 1962). Nell’inter-sessione (1963) una Commissione Mista formata da membri del Segretariato per l’Unità e dalle commissioni Teologica e delle Chiese Orientali ha redatto un nuovo schema: De Oecumenismo. Questo schema fu esaminato nella IIª sessione (69ª-79ª Congregazione Generale: 19 novembre a 2 dicembre 1963). In seguito, lo schema fu rivisto alla luce delle osservazioni fatte dai Padri conciliari. Il decreto Unitatis Redintegratio fu promulgato nella IIIª sessione (21 novembre 1964).
Durante il dibattito di questo decreto Mons. A. Cuniberti e Mons. G. Nepote-Fus sottoscrissero un intervento fatto nella aula conciliare da Mons. H. Golland Trindade (Botucatu/Brasile) nella 77ª Congregazione Generale (28-11-1963) . In questo intervento, l’arcivescovo di Botucau, prendeva in esame il cap. III: I cristiani separati della Chiesa Cattolica dello schema “De Oecumenismo”. Secondo lui, i suggerimenti contenuti nel paragrafo 6º, a proposito del rinnovamento interiore, sono lodevoli, ed é auspicabile che essi non restino lettera morta, consegnata agli archivi, ma si trasformino in realtà di vita, soprattutto da parte dei pastori i quali sono tenuti a dare per primi esempio. Il Concilio può essere considerato una vera grazia, non fosse altro che per il richiamo alla santità che esso fa sentire in modo così impegnativo ed urgente. L’opinione pubblica, il mondo, aspettano dalla Chiesa solo e soprattutto una presenza di santità. Difficilmente potremmo influenzarli con i mezzi della propaganda. Ma è possibile edificarli con un esempio di vita, come ha fatto Giovanni XXIII. L’esercizio dell’ecumenismo consiste soprattutto in una vita aderente allo spirito del Vangelo, in una testimonianza travolgente alle virtù insegnateci da Cristo, all’amore ai poveri, alla castità, all’obbedienza effettiva .
Sempre durante l’iter dello schema sull’ecumenismo, Mons. A. Cuniberti e G. Nepote-Fus hanno firmato un intervento scritto presentato da un gruppo di Padri conciliari dell’America Latina .

4.Decreto Cristus Dominus sul munus pastorale dei vescovi (28-9-1965)
Grande parte della materia contenuta in questo decreto fu discusso nell’aula conciliare durante la IIº sessione (5-18 novembre di 1963) quando fu presentato e dibattuto lo schema De Episcopis ac de Dioecesium Regimine La Commissione dei Vescovi e del Governo delle Diocesi, seguendo le indicazioni ricevute, in 1964 unificò i schemi di decreti su il Regime delle Diocesi e su la Cura delle Anime in un nuovo schema di decreto su l’Officio Pastorale dei Vescovi nella Chiesa. Il dibattito conciliare sul nuovo schema si è realizzato di 18 a 24 di settembre di 1964. Prendendo in considerazione le osservazioni dei Padri conciliari la Commissione presentò una nuova redazione di questo schema alla fine di Ottobre di 1964. Il decreto sul Munus Pastorale dei Vescovi Cristus Dominus fu promulgato a 28 settembre di 1965.
A maggioranza dei Padri conciliari si era cosciente dell’importanza delle conferenze episcopale. Questo tema fu trattato durante il dibattito dello schema De Episcopis ac de Dioecesium Regimine (1963), il cui cap. III: De Nationali Episcoporum Coetu seu Conferentia facceva esplicito riferimento. Il dibattito su questo capitolo – dalla 65ª alla 67ª Congregazione Generale – si è sviluppata attorno alla questione della natura, fondamento e struttura delle conferenze episcopali. Un gruppo di Padri voleva fondare il potere delle conferenze episcopali nella collegialità episcopale. Questa tendenza è combattuta fortemente nell’aula conciliare da un altro gruppo di Padri capeggiati da Mons. L. Carli (Segni/Itália). Nel suo intervento orale, sottoscritto da Mons. G. Nepote-Fus (Roraima/Brasil) l’azione congiunta di un determinato episcopato non ha il suo fondamento nella collegialità episcopale. Per essere un’azione collegiale, secondo Mons. L. Carli erano richiesti tre elementi essenziali che non si trovano nella conferenza episcopale: 1.raduno di tutto il collegio episcopale, 2.partecipazione del capo del collegio, il Romano Pontefice, 3.trattamento di questioni che riguardassero tutta la Chiesa. Inoltre, si le conferenze episcopali avessero il suo fondamento nella collegialità episcopale, avverrebbe che il potere del vescovo diocesano, oltre a essere limitato dal Romano Pontefice, passava ad essere anche limitato dai vescovi di ogni regioni o nazione membri della conferenza episcopale. Questo, dunque è inaccettabile a suo avviso .

5.Decreto Ad Gentes sull’attività missionaria della Chiesa (7-12-1965)
La genesi storica del decreto Ad Gentes fu lunga tanto che è stato l’ultimo documento conciliare ad essere approvato. Lo schema De Missionibus preparato dalla Commissione pre-conciliare delle Missioni non è stato discusso nell’aula conciliare. Durante le prime sessioni del Concilio, la Commissione conciliare avvertì la necessità la necessità di elaborare un nuovo schema che rispondesse di modo soddisfacente alle aspettative dei Padri conciliari. La Commissione per le Missioni, aumentato il numero dei suoi membri durante la seconda sessione del Concilio, redige un nuovo Schema “De Missionibus” tenendo presente che nel “De Ecclesia” era stato inserito un testo sulla natura missionaria della Chiesa e delle numerose sollecitazioni provenienti dagli interventi in aula dei Padri conciliari. Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenya) é un dei membri della rinnovata Commissione delle Missioni essendo stato nominato direttamente da Papa Paolo VI . Il nuovo Schema De Missionibus fu inviato il 17 gennaio 1964 a tutti i Padri conciliari affinché, dopo averlo esaminato, potessero inviare le loro osservazioni. Lo Schema era costituito da un Proemio e da quattro capitoli. Tuttavia, alcuni mesi dopo, il Segretariato Generale del Concilio a deliberato che lo schema De Missionibus fosse ridotto solamente ad alcune proposizioni. A questo punto la Commissione delle Missioni a deciso preparare un testo minimum intitolato Schema Propositionum de Activitate Missionali Ecclesiae. Un testo povero inviato in seguito ai Padri conciliari. Infatti, la materia del primo capitolo “De Principiis doctrinalibus”, dal precedente Schema “De Missionibus”, é stata omessa, poiché, secondo la Commissione, già abbastanza diffusamente esposti nel De Ecclesia. I Padri conciliari, nella terza sessione, iniziano il dibattito consapevoli che la Chiesa ha ricevuto da Cristo il compito irrinunciabile di annunziare il Vangelo alle genti. Il 6 novembre 1964, Paulo VI per sottolineare l’importanza delle missioni, volle essere presente in Aula e parlare sul tema. Lo Schema fu discusso in seguito – 116ª-118ª Congregazioni Generali: 6-9 novembre 1964 – e apparve subito chiaro che il testo non piaceva ai vescovi, soprattutto ai vescovi missionari, per cui si ritenne opportuno ritirarlo per un rifacimento radicale. Vogliono un documento conciliare con un adeguata base teologica atto a dare nuovo impulso all’attività missionaria. Perciò lo schema dovrebbe fondarsi sul “de Ecclesia”, e precisamente sulla natura missionaria della Chiesa. I Padri conciliari IMC, soprattutto quelli del Kenya, tramite i porta parole dell’episcopato africano hanno lamentato che il tema della missione, così fondamentale nella vita della Chiesa, fosse trattato di modo così superficiale e senza un solido fondamento teologico.
Bocciato lo schema Propositionum De activitate missionali Ecclesiae e dopo il suo ritiro,, la Commissione per le Missioni si mise al lavoro. Sotto la presidenza dal Superiore Generale dei Missionari del Verbo Divino, P. Schutte, i lavori ebbero inizio il 12 gennaio 1965 e si protrassero fino al 27 dello stesso mese. Messo a punto, in seduta plenaria, dal 23 marzo a 3 aprile, lo Schema Decreti De Activitate Missionali Ecclesiae: Textus Prior fu approvato all’unanimità dalla Commissione, e, ottenuta, il 28 maggio, l’autorizzazione pontificia, fu inviato a tutti i Padri conciliari. Il testo comprendeva il Proemio, 5 Capitoli e la conclusione. Vengono enucleati, soprattutto nel cap.I: De principiis doctrinalibus, i fondamenti teologici della missione:
1.Origine trinitaria: il fondamento teologico dell’attività missionaria si deduce innanzitutto dall’origine trinitaria della missione della Chiesa;
2.Aspetto ecclesiologico: il secondo fondamento teologico è la dimensione ecclesiologica della missione e l’intima connessione con la costituzione De Ecclesia. È affermato che l’esercizio della “missione” universale della Chiesa, che appartiene alla sua stessa essenza, è l’espressione necessaria della sua missione salvifica universale.
3.La nozione di “missione”: la “missione” si fonda nella stessa missione degli Apostoli. Le iniziative particolari con cui la Chiesa esercita il suo compito di penetrazione cristiana presso i popoli e gruppi ancora non evangelizzati sono chiamate comunemente “missioni”, vengono effettuate particolarmente per l’attività missionaria. É quindi il disegno di Dio a cui Cristo si consacrò per la gloria del Padre che lo aveva mandato, il motivo dell’attività missionaria della Chiesa. Ed è per realizzare questo disegno di salvezza che tale attività è imprescindibile. Similmente si deduce la necessità della cooperazione da parte di tutta la Chiesa: il compito missionario è di tutto il Popolo di Dio, dei Vescovi, dei presbiteri, dei Laici, degli Istituti di perfezione e delle comunità cristiane.
In sintesi la ricca teologia della missione presente in questo nuovo schema si fonda sulla dottrina Trinitaria, ed è strettamente connessa con la missione universale della Chiesa. Questo arricchimento si deve soprattutto all’apporto teologico di Yves Congar e Joseph Ratzinger, due periti conciliari, che avevano già dato un contributo significativo all’ecclesiologia della Lumen Gentium, e che, in quanto periti della subcommissione incaricata di elaborare il capitolo I: De principiis doctrinalibus del decreto missionario lo hanno arricchito con la rinnovata ecclesiologia sorta nel concilio. Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenya) era uno dei 5 vescovi membri della subcommissione De principiis doctrinalibus. Gli altri vescovi erano: S. Lokuang (Taiwan), E. D’Souza (India), B. Yago (Costa d’Avorio), M. Perrin (Tunisia). Erano periti-teologi di questa subcommissione, oltre a Y. Congar e J. Ratzinger, i gesuiti D. Grasso e J. Neuer, l’oblato A. Seumois e V. Che. Non sono state ancora pubblicate le atte delle commissioni conciliari, perciò non possiamo realmente sapere quale è stato il contributo reale del nostro Mons. C. Cavallera (Nyeri/Kenya) alla elaborazione dell’importante capitolo dottrinale del decreto Ad Gentes. Ma secondo la testimonianza del diario di Y. Congar, principale redattore del capitolo, l’atteggiamento dell’ex ordinario del Nyeri, e già allora vescovo del Marsabit, è stato di accettazione in relazione alla sua ecclesiologia .
Nella quarta sessione del Concilio, fra il 7 e il 13 ottobre 1965, dalla 144ª alla 148ª, Congregazione Generale avviene la seconda discussione in aula . Furono richiesti dai vescovi ancora alcuni cambiamenti, ma il testo dello Schema Decreti De Activitate Missionali Ecclesiae: Textus Prior venne sostanzialmente approvato come base di una nuova redazione corretta da ripresentare ai Padri, secondo la procedura dei documenti conciliari. A 7 di dicembre, giorno della chiusura del Concilio, fu promulgato il Decretum De Activitate Missionali Ecclesiae: Ad Gentes.

I Padri conciliari IMC hanno dato ancora il suo contributo a altri documenti conciliari. Non volendo allungarmi troppo passo a citare gli interventi orali e scritti sottoscritti referenti alla costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium Spes ; decreto Presbyterorum ordinis sul ministero e vita dei sacerdoti

Conclusione
Come abbiamo potuto constatare la presenza numerica di missionari della Consolata nel Concilio Vaticano II e il contributo dei Padri conciliare IMC, pure facendo un paragone con altri istituti missionari, è stato modesto. Certamente che hanno ricevuto molto di più di quello che hanno dato. Il sufficiente per, dopo il ritorno alle sue chiese locali, portare avanti con dedizione e entusiasmo l’opera missionaria.
I nostri rappresentanti erano pastori di comunità cristiane di recente fondazione, il suo ministero si concentrava quasi esclusivamente nel lavoro di impianto delle strutture indispensabili per la sua crescita e consolidamento. Soprattutto erano uomini pratici, conoscitori del popolo di Dio di che erano pastori e animati da un grande zelo pastorali. Sebbene non molto abituati alla riflessione teologica, comunque non stavano chiusi al nuovo. Erano coscienti della loro missione, stando disposti ad abdicare del loro posto in favore dei vescovi locali. Ripresentando nel Concilio le sue chiese locali cercarono essere i porta-parole delle sue esigenze e a loro hanno portato e trasmesso quello che hanno appreso durante o Concilio.

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Domenica Missionaria

I dom Avvento - B
I Domenica Avvento B

Nell’attesa della sua venuta

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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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