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Missione e Comunità Stampa E-mail
Scritto da P. Antonio Bellagamba IMC   

INTRODUZIONE

Il tema che intendo trattare ha sempre suscitato tra i missionari forti discussioni e dibattiti, in cui non sono mancati anche scambi di opinioni piuttosto vivaci. Le domande che sempre i missionari sa fanno in proposito sembrano essere: sono compatibili le due realtà di Missione e di Comunità o una elimina l’altra? C’è posto per la Comunità nella Missione, o per la Missione nella Comunità? Cosa è più importante: la Missione o la Comunità? In caso di conflitto, quale delle due dovrebbe cedere il posto all’altra?

Prima del Concilio Vaticano II la tendenza normale sembrava essere quella che dava priorità alla comunità sulla missione. Il Fondatore dei Missionari della Consolata scriveva ai primi missionari nel 1903 che ogni comunità doveva avere almeno tre membri. In caso di non poter compiere questa norma, era preferibile chiudere le missioni in più. Parole forti, indubbiamente. Ma furono esse seguite, anche quando il loro Fondatore era ancora in vita? Gli Atti dell’ultimo Capitolo Generale dei missionari stessi infatti commentano: “Questa norma, fin dagli inizi, ha avuto molte eccezioni e ancora oggi è ritenuta utopistica e impossibile da realizzare”. Di fatto, la maggior parte delle missioni gestite da Istituti Missionari ha comunità composte da due Missionari, e non è raro trovare il caso di Missionari soli.
Anche i Missionari Saveriani hanno incorporato questo principio di comunità composte di tre persone, nella loro Ratio Missionis, ma ammettono che ci sono tante difficoltà nella sua realizzazione.

Nei vent’anni che seguirono il Concilio, la tendenza dominante diventò quella di dare priorità alla Missione sulla Comunità. Si insisteva sulla Missione, e non si dava troppa importanza alla consistenza numerica delle comunità, o agli incontri per migliorare la vita comunitaria, o alla pianificazione comunitaria delle attività. Fin quando i missionari fossero impegnati nella loro missione, e producessero frutti in termini di conversioni, di sviluppo, di difesa dei diritti umani e della giustizia sociale, sarebbero stimati dagli altri, dai loro stessi Istituti e dalla Chiesa. Si pensava, o per lo meno si sperava, che finché la missione fosse andata bene, anche la comunità avrebbe seguito lo stesso cammino, prima o poi. I frutti stessi della Missione sarebbero andati ad arricchire la vita comunitaria, a renderla più efficace e più santa. Insistere troppo sulla vita comunitaria sarebbe sembrato puro narcisismo, quasi un tradimento del mandato missionario di: andare, predicare, battezzare, perdonare i peccati, annunciare e costruire il Regno. Nel documento di sintesi dell’Unione dei Superiori Generali in preparazione al Sinodo sulla vita consacrata, c’è un forte richiamo contro il “protagonismo attivo dei religiosi” Anche gli Atti dell’ultimo capitolo generale dei Missionari Comboniani, chiamano tutti i membri al rinnovamento contro “il pericolo di essere sopraffatti dall’attivismo crescente e da una mentalità efficientista”

Qualcosa cominciò a cambiare verso la metà degli anni ’80. Un cambio dettato dall’esperienza dei Missionari stessi, più che da riflessioni teologiche. I Missionari si resero conto che alcuni tra loro avevano finito per perdere la fede e il senso del divino, abbandonando perfino la loro vocazione religiosa e sacerdotale; altri si ritrovarono “bruciati”, esausti, senza più forza interiore, tanto da sentirsi, come uno di essi mi disse, dei “sacchi vuoti”, in balia del vento. La vita missionaria era diventata così complessa e difficile, così esigente da un punto di vista psicologico, culturale e religioso, da far sentire di nuovo, e con forza, l’esigenza di una vita comunitaria significativa, che permettesse un miglior equilibrio e una missione più sana. La Ratio Missionis Saveriana parla molto chiaramente di questa armonizzazione fra le due componenti essenziali del carisma missionario-religioso. “Tra comunità e apostolato sono necessarie interazioni ed equilibrio, nella consapevolezza che la comunità è depositaria della missione, garante della sua verifica, della sua continuità e delle sue realizzazioni. D’altra parte la comunità deve essere autenticamente apostolica e regolarsi sulle esigenze dell’apostolato. Il discernimento comunitario (comunità locale, regionale ed ecclesiale) e la comunicazione frequente sono gli strumenti di cui disponiamo perché le diversità si trasformino in ricchezza per la missione”.

Così i missionari stessi riscopersero il bisogno di armonizzare Missione e Comunità, pur con un approccio diverso ad ambedue. La Missione fu assumendo nuovi significati, e molti missionari cominciarono ad adottare un diverso stile di “fare missione”; la Comunità fu allargando il proprio orizzonte, fino ad includere non solo le comunità dell’Istituto al quale ogni missionario apparteneva, ma anche altri gruppi, con i quali ognuno veniva a trovarsi associato, per ragioni e bisogni specifici.

L’ESPERIENZA DEI MISSIONARI

Se Missione e Comunità sono essenziali requisiti della nostra vita religiosa e missionaria, dobbiamo anche chiederci: come sono queste due realtà vissute dai missionari nella vita d’ogni giorno? Vengono messe insieme in buon’armonia, oppure esistono serie tensioni tra loro? L’esperienza comune sembra affermare che i missionari sperimentano serie difficoltà all’ora di tenere insieme questi due poli della loro vita, specialmente quando si considera la comunità solo come il gruppetto di persone che – canonicamente – vivono sotto lo stesso tetto. Alcune difficoltà nascono dalle diverse personalità dei missionari; altre, dalla natura stessa della vita missionaria; altre ancora dal moderno sviluppo dello stile di vita religiosa; e infine altre dalla natura stessa della comunità.

1. Difficoltà dovute alle diverse personalità

Ogni comunità è formata da persone di carattere diverso, i cui tratti sono spesso opposti e contraddittori. Ciò è causa di tensioni quotidiane, che pesano sulla vita comunitaria come sull’attività missionaria, corrodono la fiducia negli altri, e a volte perfino il rispetto che dobbiamo gli uni agli altri. Il carattere porta le persone ad agire in un modo che esse considerano naturale, e nel quale raramente esse riconoscono una possibile fonte di contrasti nella vita comunitaria.
Se aggiungiamo a queste differenze di carattere la diversa formazione spirituale ed intellettuale ricevuta dai membri della comunità, ecco che le fonti di contrasto aumentano. Ciò che per uno è quasi “materia di fede” per un altro è “semplice opinione”; ciò che per uno è “una seria questione morale” per un altro non è nient’altro che un’”affermazione della Curia Romana”; ciò che uno considera “obbedienza cieca all’autorità”, l’altro lo considera “incapacità di pensare con la propria testa”; ciò che per uno costituisce un “abuso nelle celebrazioni liturgiche”, per l’altro è “espressione di creatività”.
Possiamo facilmente immaginare gli infuocati dibattiti, i profondi sospetti e la sfiducia reciproca cui possono dare adito queste situazioni, che poi inevitabilmente si ripercuotono sul vivere in comune e sull’attività missionaria stessa.
Se Comunità e Missione sono essenziali alla nostra identità, e se uno per comunità intende solo il nostro tipo di comunità così carico di tensione e contrasti, come abbiamo visto, potrà questa comunità svolgere tutte le funzioni che dovrebbe, e che vedremo nel proseguimento di quest’articolo?

2. Difficoltà nate dalla natura stessa della vita missionaria

La comprensione e gli elementi della missione stanno cambiando così rapidamente che anche un missionario equilibrato, con solide basi per un ministero inter-culturale, può trovarsi in difficoltà nel seguire tali cambi, nel discernere cosa è veramente prodotto dallo Spirito e cosa è invece spurio, e nel cercare di assumerli e metterli in pratica.

Il pendolo della teologia della missione è oscillato dall’interesse esclusivo per la salvezza delle anime, a un concetto olistico di salvezza; dal costruire la chiesa come istituzione, alla formazione di comunità cristiane; da una missione riservata quasi esclusivamente ai religiosi e ai sacerdoti, ad una missione esercitata con altre forze, inclusi i laici; dal ricercare un cammino esclusivamente “cattolico”, alla condivisione del cammino con altri cristiani ed altre religioni; dall’isolazionismo al dialogo; dal solo dare allo scambio; dallo sviluppo delle popolazioni, all’impegno per la Giustizia e la Pace; da una Chiesa Occidentale ad una Chiesa globale, inculturata nei diversi popoli.

Questi e altri cambi simili, creando divisioni tra i missionari, hanno finito per dividere anche le comunità locali, quelle regionali, e le stesse Conferenze o Capitoli Regionali. Gli effetti di questi cambi sui missionari sono ben descritti negli Atti del X Capitolo Generale dei Missionari della Consolata: “Molti missionari, con immutato amore alla missione percepiscono il valore del “nuovo” e lo vorrebbero coniugare con la tradizione, ma non sanno come fare e oscillano tra un atteggiamento e l’altro. Alcuni ricorrono istintivamente alla tradizione e ritengono inopportuno ogni discorso di adattamento e rinnovamento, appellandosi a una lettura letterale o a una interpretazione superata del Vangelo e del Fondatore. Altri si collocano tra coloro che cercano solo la novità e accolgono qualunque cambiamento, senza domandarsi se corrisponda o meno alla nostra identità. Vi è pure chi non si ritrova più e soffre in silenzio e chi si ritira in disparte, creando sacche di isolamento, indifferenza o mediocrità, che pesano negativamente sulla comunità.”

E’ ovvio che tutto questo abbia un influsso sulle nostre comunità, renda più difficile la loro vita, complichi le relazioni. Può un solo tipo di comunità soddisfare tutti i bisogni dei missionari, ed essere di aiuto per la loro crescita e il loro ministero? Credo proprio di no!

3. Difficoltà derivate dall’internazionalità

Negli ultimi trent’anni, la maggior parte delle Regioni e comunità missionarie sono diventate internazionali. Ciò è ancor più evidente nelle Regioni con pochi missionari. I quattordici Missionari della Consolata in Venezuela, per esempio, appartengono a sette nazionalità diverse; i dieci missionari in Costa d’Avorio, a quattro; e i dieci in Corea a sei. E’ ovvio che ciò si ripercuota a livello locale, dove possiamo trovare comunità di tre missionari, appartenenti a tre nazionalità diverse.

L’internazionalità può ben arricchire una comunità, come ci ricorda lo stesso Capitolo Generale dei Missionari della Consolata: “L’internazionalità delle nostre comunità esprime la cattolicità della Chiesa e la rende visibile… anticipa la realizzazione del Regno futuro… testimonia che è possibile vivere in fraternità, superando ogni barriera razziale, culturale, sociale… adempie in modo più perfetto il compito di promuovere e realizzare la comunione come valore del Vangelo”. Raramente, però, tutto questo diventa realtà. Più spesso l’internazionalità crea malumori nei missionari, fa avere una percezione distorta gli uni degli altri, crea conflitti. I valori culturali sono diversi, e spesso non vengono compresi; i diversi atteggiamenti culturali vengono mal giudicati e condannati; gli sforzi di inculturazione sono presi come stravaganze di qualcuno.
In quei casi, capita di sentir dire dai missionari: “Sono iper-attivi” oppure “Sono pigri”; “Quelli vogliono cambiare l’Istituto” o “Quelli là proprio non si muovono”; “Non vogliono abbandonare il loro potere” o “Sono ancora troppo giovani per guidare l’Istituto”…
Il Capitolo dei Missionari della Consolata analizza più a fondo questo fenomeno e afferma: “A motivo della nostra internazionalità, la fatica dell’inculturazione non è limitata solamente alle culture tradizionali, indigene, o comunque lontane da quella originaria di ognuno. Ne è coinvolto anche il mondo occidentale e interroga chi vi è nato, come chi vi si inserisce per qualunque ragione… Specialmente quando comunichiamo coi giovani, i nostri concetti, le nostre parole e perfino le nostre testimonianze, percepiamo di non riuscire a comunicare, di parlare linguaggi diversi…” Il Capitolo Generale del PIME fa pure notare l’arricchimento che l’internazionalità potrebbe portare ad una comunità, ma anche le enormi difficoltà che i membri di tali comunità sperimentano, quando scrive: “L’evangelizzazione, fatta come servizio di comunione, in chiese incarnate in diverso contesto sociale e da persone di differenti nazioni, culture e situazioni ecclesiali, pone a ciascuno profonde esigenze di kenosi e apertura sia verso la comunità ecclesiale di arrivo, che verso i confratelli. La formazione all’internazionalità ottiene i suoi effetti quando scende nella profondità della persona e la rende capace di un radicale spogliamento di sé in una reale e serena apertura alla accoglienza di tutti.”

Concludendo questa sezione, facciamoci ancora la stessa domanda, su una più ampia scala: “Se tutte le comunità religiose e missionarie sperimentano le stesse tensioni e difficoltà, potranno esse DA SOLE compiere nei riguardi dei missionari tutto ciò che si suppone una comunità debba fare?”. In altre parole: “Possono i missionari trovare in quelle comunità, DA SOLE, tutti i mezzi necessari per la loro crescita umana, psicologica, spirituale, religiosa e ministeriale? Potranno in esse esprimere liberamente i propri problemi e bisogni, condividere se stessi in totale apertura e profondità? Possono sperare di trovare comprensione ed accettazione nella propria ricerca di identità, in comunità piene di tensioni, incomprensioni, pregiudizi nazionalisti o addirittura razziali? O dovrebbero i missionari cercare di dare il meglio di sé, lealmente, alla loro comunità canonica di appartenenza, potendo allo stesso tempo ricercare altrove altre comunità, che svolgano per essi altre funzioni non coperte dalla loro comunità di appartenenza?”.
Prima di rispondere a queste domande, vorrei rivisitare brevemente concetti quali la natura della comunità, e riandare all’esempio di Gesù, per trarre ispirazione e giustificazioni alla tesi che sottoporrò nella parte finale di questo articolo.


NATURA DELLA COMUNITA’

Molto si è scritto sulla vita comunitaria. Ci sono libri molto conosciuti, come quelli di p. Amedeo Cencini , come quelli di Fabio Ciardi . O sussidi preparati per le Assemblee dell’Unione dei Superiori Generali. Sono lavori di presentazione ideale della vita comunitaria e, soprattutto, non prendono in considerazione il tema che stiamo discutendo qui. Essi promuovono la comunità “canonica”, ma non dicono una parola su cosa fare se quella comunità non riesce ad espletare tutte le funzioni della vita comunitaria. Un libro più realistico sul tema è quello di Jean Vanier .

Ad ogni modo è utile cercare di sintetizzare, seppure brevemente, le caratteristiche della vita comunitaria, per tenerle presenti quando chiederemo: Può una comunità SOLA offrire possibilità reali di crescita personale, ministeriale, professionale, e religiosa, in terra di missione?

Ci sono tre modelli costitutivi di comunità religiosa: il modello antropologico, il modello teologico e quello ecclesiale . Ognuno di essi propone elevati criteri di vita.

Il modello antropologico richiede che un religioso, come qualsiasi altro essere umano, sia aperto alla relazione interpersonale. “Il Dio Creatore che si è rivelato come Amore, Trinità, comunione, ha chiamato l’uomo a entrare in intimo rapporto con lui e alla comunione interpersonale, cioè alla fraternità universale” .

Il modello teologico muove la vita di comunità al seno stesso della Trinità: “la vita fraterna intende rispecchiare la profondità e la ricchezza di tale mistero, configurandosi come spazio umano abitato dalla Trinità, che estende così nella storia i doni della comunione propri delle tre Persone divine” .

Il modello ecclesiale cerca di “integrare tendenze opposte, come la spinta ad intra e quella ad extra (comunione e missione), la realizzazione sia dell’individuo che della comunità, la libertà personale e la costruzione della fraternità, preghiera e missione…” .

Vediamo quindi quanto elevati sono gli ideali della vita comunitaria, e quanto difficile sia anche solo avvicinarsi ad una loro realizzazione pratica. D’altra parte, possiamo guardare alla vita comunitaria da un punto di vista molto pragmatico, e potremmo arrivare alle stesse conclusioni.

La vita comunitaria è uno spazio in cui alcune persone vivono insieme, condividono con altre ciò che possiedono, pregano assieme, preparano il Progetto Comunitario di Vita, e il Progetto di Missione che intendono realizzare. La loro vita è orientata dalle Costituzioni e dal Direttorio Generale, i superiori vi esercitano alcune funzioni di animazione, coordinamento e controllo; e la visita canonica fa una revisione della situazione e suggerisce correttivi. Ma, soprattutto, la vita comunitaria è uno stile di vita, un modo di vivere in cui Dio è l’Assoluto, oggetto unico dell’amore e dell’attenzione dei membri; dove Gesù è il Fratello e tutti si sentono fratelli in Lui; dove ogni aspetto della persona trova un ambiente adatto per crescere; dove la correzione fraterna e l’aiuto mutuo, sono normalmente offerti ed accolti; dove regolarmente regna la gioia e la felicità; dove la condivisione dei beni materiali, psicologici e spirituali arricchisce i membri; dove la missione condivisa diventa la forza che guida la comunità; dove l’ospitalità viene praticata con finezza e gentilezza; dove il dialogo è la via normale per risolvere discrepanze e diversità; dove il cuore umano può sentirsi libero ed amato, e tutti i suoi bisogni vengono nutriti .
“Oggi più che in altri tempi, la comunità religiosa è chiamata ad essere ‘segno di fraternità’… Per questo la fraternità religiosa dev’essere vissuta in modo pieno e radicale, ma anche visibile e attraente. La comunità deve saper dire che è possibile vivere uniti nella diversità, crescere e santificarsi insieme; deve testimoniare che non è solo possibile, ma anche bello, condividere lavoro e abitazione, gioie e preoccupazioni, affetti e amicizie, preghiere e Parola, doni di natura e dello Spirito” .

Non si potevano scrivere parole migliori. Ma la nostra esperienza di comunità corrisponde davvero a queste descrizioni? Abbiamo sperimentato davvero qualche volta, nella nostra vita missionaria, questo tipo di comunità? Nei miei cinquant’anni di vita comunitaria, trenta dei quali passati in contatto con missionari di tutti gli Istituti e nazionalità, ho fatto questa domanda molte volte. La risposta è stata che sarebbe molto bello avere tale esperienza, ma è estremamente difficile, oppure praticamente impossibile, specie nella vita missionaria, per le ragioni che abbiamo già indicato sopra. Quante volte ho sentito qualche nostro missionario dire: non portare gli aspiranti da quella, o quell’altra comunità, altrimenti saranno scandalizzati. Oppure: non portare i laici nella nostra comunità, perché resterebbero delusi da quanto potrebbero vedere. Ciò non significa che i missionari sono cattivi, o non si interessano della comunità religiosa, ma semplicemente che le condizioni delle comunità religiose in terra di missione sono così precarie, così difficili, che l’esistenza di comunità ideali, quali quelle descritte sopra, è praticamente impossibile.

Le parole che Cencini dice sulle difficoltà che le comunità religiose incontrano, sono ancor più applicabili alle comunità di missione. “Forse la comunità è il luogo in cui, realisticamente, certi limiti sono ancor più sollecitati e provocati, e dove la vulnerabilità si rende ancor più visibile e a volte minacciosa. La vita comunitaria è la rivelazione penosissima, spesso inattesa, delle debolezze e delle tenebre personali, dei ‘mostri’ nascosti in noi, è il luogo in cui si scopre la profonda ferita del proprio essere e in cui si impara ad accettarla” .


L’ESPERIENZA DI COMUNITA’ DI GESU’

Una lettura anche superficiale del Vangelo ci rivelerà il fatto che Gesù era una persona molto socievole. Apparteneva a diversi gruppi, da dove derivava forza, appoggio, intimità, che poi gli servivano nel ministero verso i bisogni della gente, da lui sempre accolti con tutto il cuore, anche quando sperimentava difficoltà, e qualche agonia.

1. Gesù era molto socievole e amabile

Gesù fu amico di tutti e non escluse mai nessuno dalla sua amicizia (Mt 12:48-50). Si trovava a suo agio con i bambini, che istintivamente si raggruppavano intorno a lui (Mt 18:2; 19:13-15;
Lc 18:15-17); provava compassione per i poveri, gli abbandonati, gli emarginati, (Mc 1:29-39) e coloro che soffrivano (Lc 7:11-17); stava volentieri con uomini e donne (Lc 8:1-3; Gv 4); visitava e pranzava con coloro che erano considerati peccatori nella società e li invitò a diventare suoi discepoli (Mt 8:9-13). La gente lo considerava un uomo straordinario, eppure non aveva paura di entrare in contatto con lui, toccarlo, andare da lui (Lc 6:19). Gesù era una persona socievole e trovò nella gente qualcosa della sua gioia, della sua forza e della sua crescita umana (Gv 2:1-12).
Questo cammino, cominciato nella sua stessa famiglia (Lc 2:39-40.51), lo portò ad essere circondato dalla gente durante la sua vita pubblica. La normale amicizia era un momento di grazia per lui, e tutte le persone che lo seguivano erano veicoli dell’amore di Dio per lui, così come lui lo era per esse (Gv 2:11-13).

2. Gesù era membro di una comunità evangelizzatrice

Tra i suoi seguaci, Gesù ne scelse settantadue che ritenne più vicini a sé, li inviò in missioni di evangelizzazione, dopo averli istruiti a lungo, ne ascoltò il racconto al loro ritorno, corresse qualche loro comportamento, condivise con essi in maniera più profonda qualche suo principio fondamentale di azione (Lc 10:1-21). Con questo gruppo Gesù è più aperto, più diretto, più vicino che con il resto della gente. Era un gruppo numeroso, ma non tanto da impedire qualche vincolo stretto, una condivisione più profonda, un considerarli suoi interlocutori circa la sua missione ricevuta dal Padre.
In termini moderni, noi li chiameremmo affiliati, aggregati, volontari part-time, persone che non hanno ricevuto la chiamata a divenire pienamente membri degli Istituti Missionari, o non possono impegnarsi a vita perché hanno già altri impegni presi, eppure sono influenzati dal carisma di ogni Istituto, dalla loro spiritualità, e desiderano partecipare in quanto possibile a certe attività di questi Istituti.

3. Gesù era membro della comunità dei Dodici, sua comunità di appartenenza

Tra tutti i suoi discepoli, Gesù mise a parte dodici uomini, che chiamò apostoli (Mc 3:13-19) e che divennero la comunità normale della sua vita e del suo ministero (Lc 6:12-18). Visse con loro costantemente, li istruì in tutti i segreti della sua vita e missione (Mt 10:5-15), condivise con essi tutte le sue attività (Atti 1:21-22). Diede loro i suoi stessi poteri (Mt 10:1; 28:18-20), e condivise con loro la sua vita in maniera molto più profonda che con qualsiasi altro (Mc 4:33-34). Li costituì suoi amici e collaboratori (Lc 9:1-6) e viaggiò costantemente con essi. Essi erano la “famiglia allargata” di Gesù, la sua comunità di appartenenza, i testimoni di tutto quanto Egli fece, lotte, successi e sconfitte, momenti belli e brutti (Lc 10:23-24). Essi erano parte di lui, come lui era parte di essi. Il legame di amicizia tra Gesù e gli apostoli divenne profondo, e la fiducia mutua era così forte, che Gesù li può tranquillamente rimproverare (Mt 16:5-11); essi possono lanciargli domande difficili, e Gesù può dare loro risposte dure (Mt 16:22-23).
Perfino tra gli apostoli Gesù ne aveva tre con cui condivideva a un livello ancor più profondo, e che rese testimoni di alcune esperienze-limite della sua vita, come la Trasfigurazione (Lc 9:28-36), la preghiera nell’orto degli olivi (Mc 14:32-41).

4. Gesù era membro di una comunità mista

Anche le donne sono parte della vita e del ministero di Gesù. Spesso Egli le guarisce (Lc 13:10-13; Mt 8:14-15; 9:18-26), le loda in pubblico per le loro opere buone (Lc 21:1-4), si sente a proprio agio con loro e non ha nessuna difficoltà alla condivisione con esse, anche in privato, nonostante lo stupore degli apostoli (Gv 4:1-27). Ma Gesù è qualcosa di più che un amico delle donne.
Non ci sono solo uomini, nelle comunità di cui Gesù è parte, ma anche donne (Lc 8:1.3). Esse ne sono membri attivi, eccezionali nella fedeltà, forti in momenti di sofferenza (Lc 23:54; Gv 19:25), generose con i loro beni (Lc 8:3). Esse seguono Gesù, come gli apostoli, venivano certamente istruite da lui come loro e, in genere, divennero una presenza importante. Forse esse erano ispirate a seguire Gesù e ad entrare in relazione con lui dalla Madre di Gesù. Maria è costantemente presente, assieme alle donne; e il suo nome è espressamente menzionato quasi ogni volta che il Vangelo parla delle donne, probabilmente come loro modello e ispirazione.
Tale comunità mista ha certamente aggiunto qualcosa di speciale nella vita di Gesù e nella sua comprensione delle relazioni e comportamenti umani. Certo la sua personalità ha le caratteristiche di un individuo che è riuscito a mettere insieme armoniosamente il maschile e il femminile: è forte e gentile, affabile ed esigente, estroverso e introverso, attivo e contemplativo, un sognatore e un realista, totalmente impegnato nel presente eppure capace di trascenderlo, pensieroso ed amabile, amico di tutti eppure capace di amicizie particolari, che non escludono nessuno ma con certe preferenze notabili, tanto da provocare la reazione di altri intorno a sé (Mc 10:41).

5. Gesù era membro di una comunità intima

Gesù era davvero un essere umano, e quindi aveva bisogno di qualcuno che soddisfacesse anche i suoi bisogni emozionali. Trovò risposta nei membri della famiglia di Lazzaro. Maria, Marta e Lazzaro divennero la sua famiglia intima, lo spazio dove rilassarsi, riposare, amare ed essere amato. Con queste tre persone Gesù poteva sentirsi libero di scaricare tutte le sue preoccupazioni, problemi, difficoltà, sicuro di avere da essi un’attenzione solidale. Queste persone potevano andargli vicino, trattare Gesù come uno di loro, toccarlo e ridere con lui. Gesù si sentiva libero anche di rimproverarli dolcemente, come essi stessi facevano con lui (Lc 10:38-42; Gv 12:1-3).
E’ una meravigliosa storia umana di persone che stanno insieme perché si amano davvero l’un l’altro e, attraverso questo amore, trovano conforto, consolazione, forza e gioia per la loro vita. Sono capaci di piangere d’amore, di fare richieste che solo l’amore può suggerire, di accogliere risposte che solo l’amore può dare, di credere oltre ogni limite umano (Gv 11:1-44).
Non mi meraviglia che l’ultimo film della TV su Gesù abbia sottolineato così fortemente questo aspetto della sua vita. Che poi abbiano esagerato nel presentare la relazione di Gesù con Maria al punto di convertirla in un amore romantico, è un tema di discussione. Però certamente i Vangeli hanno messo alcune basi per questo tipo di interpretazione, con la maniera in cui dipingono la relazione di Gesù con questa famiglia, e con questa donna.

Concludendo questa parte dell’articolo possiamo, sulla base dei testi del Vangelo, trarre alcune conclusioni di estrema importanza per la nostra tesi.
Nella vita di Gesù, comunità e missione si includono a vicenda, e non si escludono. Gesù fa della missione e della comunità due elementi costitutivi del discepolo, così come essi sono costitutivi della sua propria vita. Gesù è chiamato e inviato; costruisce la vita comunitaria ed esercita la missione allo stesso tempo; Egli sta con i membri della comunità, prega insieme, discute i problemi insieme, pianifica e lavora insieme con essi; insieme evangelizzano, curano, aiutano. E’ Lui che chiede ai suoi discepoli di vegliare in preghiera nella “stanza superiore”, in attesa dello Spirito, per poter cominciare bene la missione. I discepoli continuarono a riunirsi, per spezzare il pane, e per uscire di nuovo ad evangelizzare, a fare missione. E le donne erano là anch’esse.
Se la comunità è di carattere costitutivo per Gesù e per i suoi discepoli, ci possiamo chiedere: Che tipo di comunità è? E’ solo una comunità, o sono varie? La risposta dei Vangeli mi sembra chiara: Gesù ha scelto di essere parte di varie comunità. Non potrebbe essere questa la scelta anche dei suoi discepoli, lungo i secoli? Gesù risolve la tensione comunità-missione non con una soluzione di “o… o…”, ma di “e… e…”.


COME APPLICARE QUESTI MODELLI ALLE NOSTRE SITUAZIONI

Data la necessità di preservare sia la comunione che la missione, viste le difficoltà di combinarle assieme quando si insiste sull’appartenenza ad una singola comunità, e considerando l’esempio di Gesù che appartenne a varie comunità e con tutte praticò la missione, ricevendone aiuto per tutti i suoi bisogni, ci chiediamo ora se questo esempio può servirci di ispirazione, in modo che, seguendolo, possiamo arrivare anche noi alle stesse altezze di vita comunitaria e di attività missionaria.
Cerchiamo di elencare brevemente i tipi di comunità che sono aperti davanti a noi e che potrebbero portarci a creare nella nostra vita quella stessa armonia tra comunità e missione che ci fu nella vita di Gesù.

1. La nostra comunità religiosa

Noi missionari siamo membri di una comunità “canonica” . E’ il primo tipo di comunità che ci deve concernere, e con essa siamo chiamati a fare ogni sforzo, perché diventi la migliore possibile. La nostra prima lealtà è dovuta ai confratelli o consorelle che si dedicano alla stessa vocazione, nella stessa famiglia, con lo stesso spirito del Fondatore/Fondatrice. La mancanza di attivo interesse per questa comunità, o la mancanza di un impegno serio in suo favore, renderebbe inutile ogni altro sforzo per diventare membri di altre comunità. Ogni intento di sostituire questa comunità canonica con altri gruppi, sarebbe un tradimento dell’impegno assunto, sigillato con la nostra professione religiosa, o dal giuramento di vita comune.
Se questa comunità soddisfa i nostri bisogni, ed è capace di sostenere i nostri migliori sforzi nel lavoro missionario, dobbiamo restarci completamente attaccati e farne la nostra unica, o almeno la nostra più preziosa, comunità di appartenenza. Anche nel caso che questa comunità canonica non possa esprimere tutti i ruoli descritti sopra, dobbiamo lo stesso mettere in pratica tutto ciò che le Costituzioni ci richiedono, con gioia e fedeltà, come: pregare assieme; elaborare il PCV; mantenere cordiali relazioni con gli altri confratelli/consorelle; fare le eventuali revisioni della nostra vita comunitaria… Una volta fatto tutto questo, però, possiamo ritenerci liberi di far parte anche di altre comunità, che completino i ruoli e l’influenza della nostra comunità, pur senza sostituirla.

2. Altre comunità

§ Basate su bisogni spirituali
Tutti i missionari hanno una spiritualità che il rispettivo Fondatore visse e sviluppò per ogni Istituto dalla sua esperienza e quella dei primi suoi membri. Purtroppo, per una ragione o l’altra, alcuni elementi di quella spiritualità non sono ben sviluppati in determinate comunità, nonostante gli sforzi, come: devozione Mariana, vita di preghiera, spirito di famiglia… I membri delle comunità dove questi, o altri, elementi spirituali non sono propriamente sviluppati, si possono sentire chiamati alla realizzazione più profonda di qualche aspetto particolare della rispettiva spiritualità, e pertanto dovrebbero sentirsi liberi di aderire a gruppi o movimenti che sviluppino quel particolare aspetto. Tutti i confratelli/consorelle hanno il diritto di avere i mezzi migliori a disposizione per sviluppare/praticare tutti gli aspetti della spiritualità propria ad ogni Istituto. Se questi mezzi dovessero essere scarsi in una comunità particolare, un membro ha la responsabilità di cercarli altrove.
Sappiamo che alcuni missionari nutrono il loro spirito di famiglia alla sorgente del Movimento dei Focolari, o la devozione mariana alle fonti dei Montfortiani, o la libertà e la gioia dello Spirito nel Movimento Carismatico. A volte si fanno commenti negativi su di essi, e vengono visti come disertori dallo spirito dell’Istituto. Non dovremmo invece appoggiare i loro sforzi per diventare migliori Missionari del proprio Istituto mediante l’approfondimento di elementi costitutivi della loro spiritualità, che però essi non riescono a trovare a sufficienza nelle loro comunità?

§ Basate su bisogni ministeriali
I Missionari sono coinvolti in un mucchio di attività e svolgono molti servizi. Per un periodo, non troppo tempo fa, essi svolgevano tutti i ministeri propri di una Chiesa. Grazie a Dio, ora c’è varietà ed abbondanza di ministri e ministeri, ordinati e non ordinati, religiosi e laici, giovani ed adulti, semplici o specializzati, a tempo pieno o parziale. Tutti i Capitoli Generali recenti degli Istituti Missionari Italiani, fanno riferimento a questo cambiamento radicale della base ministeriale della missione odierna, e tutti fanno appello ai membri di fare spazio nella comunità ministeriale a questi nuovi agenti della missione. La Missione è portata avanti attraverso questi ministri e il loro rispettivo carisma. Tutti questi ministri hanno bisogno di pianificare le attività insieme, di pregare assieme, di fare una revisione del loro lavoro, di appoggiarsi mutuamente. In altre parole, hanno bisogno di una comunità costruita attorno i bisogni di una vita ed attività ministeriale. La frammentazione dei ministeri porta al caos; cooperazione nella complementarietà invece genera fiducia, energia ed efficacia.
I missionari possono promuovere lo stabilirsi di comunità formate dai ministri, ed esserne parte essi stessi. Essi infatti nutrono la vita dei ministri, promuovono la loro crescita nel servizio, sono concentrati sul comune denominatore dell’attività ministeriale. Il tempo in cui i ministeri erano basati innanzitutto, se non esclusivamente, su una preparazione intellettuale che dava prominenza e una posizione di superiorità ai ministri, facendone i soli leaders della comunità, è passato. E’ venuto il tempo di appoggiare i ministeri su carismi, sulla chiamata dello Spirito ad offrire un certo servizio. Così, tutti i ministri sono eguali; possono imparare gli uni dagli altri e stimolare mutuamente la propria crescita.
Il Capitolo ultimo ce lo ha ricordato e ci ha chiesto di formare queste “comunità apostoliche. “Per il Fondatore, la missione è affidata a una ‘comunità apostolica’, che include tutti gli agenti della pastorale. Il suo ‘progetto missionario’ procede sulla strada maestra della comunione tra coloro che sono impegnati nelle varie attività. Di qui la necessità di discernere insieme la realtà, programmare il da farsi e verificare l’attuazione… Questa comunione si estende alle Missionarie della Consolata, ai laici IMC, agli aggregati, ai collaboratori, catechisti, membri più sensibili e attivi delle comunità cristiane.” Le Costituzioni stesse ce lo raccomandano: ”Vogliamo distinguerci per la capacità di lavorare nell’apostolato in spirito di comunione e corresponsabilità tra noi e con le altre forze pastorali; avendo come punto di riferimento il piano e i criteri della Chiesa locale. L’impegno pastorale deve essere oggetto di discernimento, programmazione e verifica comunitaria.”

I missionari, rinunciando al proprio complesso di superiorità e riconoscendo il carisma, ovunque esso sia suscitato dallo Spirito, possono divenire membri di queste comunità, partecipare alla loro vita e programmazione come eguali, imparare dagli altri e contribuire agli altri nella stessa misura. Così facendo essi potranno migliorare continuamente la loro spiritualità ministeriale, il rendimento nel servizio richiesto loro, e trovare in queste comunità un aiuto appropriato al proprio ministero.
Una parola va detta anche su quelle comunità formate da membri che condividono lo stesso ministero, come professori, direttori spirituali, formatori, … Essi non possono beneficiare dell’apporto della varietà dei carismi, ma possono approfondire il carisma comune incontrandosi periodicamente, condividendo gli ultimi ritrovati nel loro campo professionale, e sviluppando quel tipo di relazione che li arricchisca nel loro servizio.

§ Basate sulla partecipazione di uomini e donne
Le comunità formate da soli uomini o da sole donne, sono oggigiorno quasi esclusivamente quelle religiose. La maggior parte delle altre comunità includono sia uomini che donne. La presenza di ambedue i sessi offre un’opportunità unica per l’arricchimento mutuo. Nell’interagire di uomini e donne incontriamo la miglior possibilità di diventare quel tipo di persona androgena di cui la società moderna ha bisogno.
Gli uomini impareranno a domare il loro machismo, il loro senso di superiorità, la tendenza innata a mettersi ai posti di comando, e a crescere nella delicatezza dei sentimenti, nel desiderio di condividere, nel bisogno di dipendenza, per correggere ed arricchire la loro personalità.
Le donne impareranno a superare il loro senso di dipendenza e subordinazione, a diventare più sicure di sé negli incontri e sessioni di pianificazione, più libere nella propria espressione di sé.
Ognuno ha bisogno di credere nell’altro, di fidarsi dell’altro, di ascoltare con mente e cuore aperti a ciò che l’altro ha da dire, ad unire in armonia il maschile e il femminile, per sviluppare una personalità che sia forte e gentile, attiva e contemplativa, aggressiva e recettiva, estroversa ed interiore, allo stesso tempo. Una simile comunità mista può diventare la miglior scuola per un ministero e una vita ben integrati.
Istituti maschili e femminili che hanno lo stesso Fondatore e lo stesso spirito, e che inoltre operano pastoralmente nelle stesse parrocchie/missioni od istituzioni, dovrebbero provvedere ai propri candidati programmi congiunti, per integrare in essi i tratti migliori di ambedue i sessi, e per diventare capaci di vivere e cooperare armoniosamente nel loro futuro apostolato. Anche per i rispettivi membri più anziani ci dovrebbe essere la possibilità, attraverso appositi mezzi di Formazione Permanente, per ottenere lo stesso risultato. Molte situazioni tragiche potrebbero essere evitate, e una testimonianza migliore di comunione e apostolato fatto insieme verrebbe offerta a società divise in tribù, classi, caste… che hanno estremo bisogno di avere modelli di comunione tra persone di sesso diverso. Molti missionari che si sono impegnati a fare questo cammino hanno sperimentato una grande libertà nel loro apostolato, una grande crescita nella loro maturità psicologica e spirituale e, soprattutto, la gioia profonda di riscoprire gli uni le altre, e di diventare canali della grazia, gli uni per le altre.

§ Basate sul bisogno di intimità
Intimità è quella vicinanza, stabilita tra i membri di un gruppo, che permette ad ognuno di essi di condividere dal profondo del cuore, di piangere quando la situazione è dolorosa, di ridere quando le cose vanno bene, di essere aperti alle normali espressioni di amore e solidarietà, di sentire quel legame dell’amore che penetra il cuore e lo riscalda. L’intimità è ciò che rende una comunità una famiglia, un focolare, la propria casa. Intimità è ciò che aiuta le persone ad accogliersi l’un l’altro così come sono, stimolando la crescita di tutti, senza provocare la paura di mostrarsi così come ognuno è, con i propri difetti, limiti e perfino peccati. L’intimità allevia il dolore, rinfresca dal calore del cammino, stimola ognuno a diventare migliore.
Questa intimità esiste tra i membri di un gruppo, e non è da confondersi con un altro tipo di intimità che invece si sviluppa tra due persone di sesso diverso, e che qui non prendiamo in considerazione. L’intimità di cui parliamo qui, si sviluppa tra almeno tre, o anche più, persone; viene espressa all’interno del gruppo stesso; è la manifestazione dell’amore, della fiducia, della confidenza che esiste tra i suoi membri.
Una comunità così può divenire una necessità in terra di missione, dove la solitudine è la norma, dove le comunità sono fatte di due o tre membri dello stesso Istituto e dello stesso sesso, e normalmente non lasciano molto spazio all’intimità. In tali comunità, di solito, la vita è mescolata con l’attività, sorgono ogni giorno frizioni e differenze che tendono a dividere più che a unire, a ferire le persone, più che aiutarle a guarire. Come può una persona compiere bene la propria missione, se non riesce ad esprimere i propri sentimenti liberamente, se non può confessare le proprie paure, e sentire che le proprie ansietà vengono assunte e portate insieme dal resto della comunità?
Una comunità di intimità serve appunto per questo. E senza una comunità così strutturata, le conseguenze potrebbero essere serie. Una persona potrebbe ritrarsi in se stessa al punto di diventare un misantropo, o cercare affetto da qualche altra persona, con le possibili conseguenze che tutti conosciamo, o soffrire qualche tipo di esaurimento nervoso…
Ricordo che, quando arrivai in Kenya per la seconda volta nel 1985, ho incontrato un caro amico con cui avevo lavorato per anni negli USA. L’avevo conosciuto come una persona brillante, fin troppo dedicato al suo lavoro, un organizzatore di prima classe, un missionario entusiasta. E adesso quasi non lo riconoscevo! Abulico, assente, pieno di paura, deluso di tutto e di tutti, amareggiato e caustico. Qualche settimana dopo fu portato all’ospedale, con un tremendo esaurimento nervoso. Gli feci visita e gli chiesi cosa era successo. Mi rispose: non c’era nessuno con cui potessi parlare, condividere, esprimere i miei sentimenti, e alla fine sono scoppiato. Venne rimpatriato, passò da un psichiatra all’altro, da un ospedale all’altro, ma non tornò mai ad essere quello che era.
Questa esperienza suonò un campanello d’allarme per me. Ne parlai con altri amici, riflettendo su questo tipo di situazioni, e decidemmo formare un gruppo che si incontrava una volta al mese, la domenica pomeriggio. Pregavamo insieme, con amore; mettevamo in comune la nostra vita, le nostre preoccupazioni e gioie, le nostre lotte, i malintesi che ognuno soffriva nella propria comunità o nel proprio ministero. A volte abbracciavamo chi stava piangendo, o scherzavamo con qualcuno che sembrava troppo serio, o pregavamo per qualcuno in particolare bisogno. La sera mettevamo in comune qualcosa per la cena, poi continuavamo a stare insieme, cercando di stare vicini a qualcuno che attraversava particolari momenti di difficoltà, ed essendo così di valido aiuto gli uni per gli altri. I legami stabiliti con quel gruppo sono vivi ancor oggi, e continuiamo a scriverci, a farci visita quando è possibile, ad aiutarci gli uni gli altri. Certamente il gruppo ci aiutò ad andare avanti, ad essere felici, ad essere impegnati, e ci aiutò a conservarci integri e santi nella nostra vita.


CONCLUSIONE

Questo studio su comunità e missione ci ha portato alla conclusione che ambedue queste realtà devono essere presenti nella vita del religioso-missionario. Non come alternativa l’una dell’altra, ma integrate assieme. Separarle, sarebbe andare contro l’insegnamento e l’esempio di Gesù e dei Fondatori di Istituti Missionari che hanno sempre insistito sulla integrazione delle due..
L’esperienza quotidiana di missionari che cercano di armonizzare la vita comunitaria con la vita missionaria ci dice che è un compito molto difficile, se non quasi del tutto impossibile. Le comunità di missione sono di solito molto piccole, e i caratteri delle persone diversi; i frequenti contrasti che vengono dal vivere e dal lavorare insieme, rendono difficile pregare bene, essere aperti, condividere fino in fondo. Le comunità di missione non ce la fanno a soddisfare tutti i bisogni delle persone, anche se si richiede loro di fare ciò. Infatti una comunità è un gruppo di persone che si stringono assieme per raggiungere la santità, per offrire dei servizi nella maniera migliore possibile, e per soddisfare i bisogni di ogni membro. Ciò non può certo essere fatto da una comunità sola. Da qui la necessità, per i missionari, di partecipare a comunità differenti, ciascuna delle quali li aiuterà a crescere in una delle diverse aree della loro vita religiosa-spirituale, del loro ministero, e la soddisfazione dei bisogni basici della persona.
Allargando l’orizzonte della comunità, e accettando di far parte di una molteplicità di comunità varie, c’è una maggior possibilità per i missionari di mettere armonia tra i due poli della propria vita, e di essere fedeli a ciascuno di essi.
Noi missionari dobbiamo essere un po’ più creativi nell’affrontare questa questione, ed essere più coraggiosi nella sua soluzione, permettendo ai confratelli di fare questi tipi di esperienza e di condividere tali esperienze poi, per il bene di tutti. E’ del tutto inutile invece continuare a scrivere sulla necessità della vita comunitaria senza affrontare le vere difficoltà che troviamo nel viverla. Può perfino essere controproducente, se non offriamo una via di uscita da questo dilemma. Ed è mia opinione che la via di uscita consiste proprio nella vita comunitaria a diversi “livelli”, ciascuno dei quali può provvedere al missionario quella ricchezza e quella pienezza che permetterà alla sua missione di diventare una bella avventura, una sfida meravigliosa e un’attività soddisfacente.

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Domenica Missionaria

I dom Avvento - B
I Domenica Avvento B

Nell’attesa della sua venuta

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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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