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Identità e Interculturalità Stampa E-mail
Scritto da P. Francisco Lerma   

Introduzione

Sono due i temi indicati dal titolo di questo lavoro che tratterò separatamente: l’identità culturale(prima parte) e l’interculturalità (seconda parte). Ambedue i soggetti sono strettamente legati alla realtà e alla nozione di cultura, che dà unità e senso alle diverse problematiche in essi presenti.
La questione culturale, così viva nella società attuale, è particolarmente sentita sia nei nostri centri di formazione, sia nei centri vocazionali. Si parla e si fa esperienza della propria cultura, delle differenze culturali, degli incontri e degli scontri culturali, di una cultura universale, del rapporto tra cultura e fede, e anche della necessità di inculturare il nostro carisma. Tutto ciò suscita nuovi interrogativi e nuove sfide alla formazione dei futuri missionari della Consolata, che richiedono delle risposte adeguate.
Non possiamo dimenticare che la riflessione sulla cultura forma parte della nostra storia fin dai tempi della fondazione del nostro Istituto. Il Padre Fondatore lo aveva intuito molto presto e, nella formazione dei primi missionari, lui stesso trasmise degli insegnamenti molto validi ancor oggi, e che con piacere ritroviamo nella dottrina conciliare. L’Allamano parlava di rispetto delle persone e delle culture che gli evangelizzatori incontravano nel loro apostolato, raccomandando la necessità di studiare e di usare bene le lingue dei popoli delle terre di missione, con apertura di mente e di cuore. Sono tutti elementi di cui dobbiamo tener conto ancora oggi, in modo particolare nella formazione dei nostri giovani.
E’ molto importante per questo nostro studio sapere che cosa intendiamo per cultura. Il concetto di cultura é centrale per capire tutto il resto, per cui lo richiameremo al momento opportuno. Terremo presenti anche se brevemente, data la natura di questo studio, i vari processi culturali di enculturazione (endoculturazione) e di acculturazione, per non cadere nell’errore di concepire la cultura come se fosse una realtà fissa e inamovibile. Dobbiamo anche fare riferimento alla modernità e alla postmodenità, alla globalizzazione e alla locoglobalizzazione, per situarci storicamente in questo mondo, che è anche nostro, e rispondere alle sfide che esso pone nel momento presente.

I PARTE: IDENTITA’ CULTURALE

1. Una personalità fortemente scossa dalla storia e dall’oggi

La realtà: i nostri giovani
Siamo invitati a riflettere ancora una volta sulla “materia prima” che abbiamo di fronte nel nostro ruolo di formatori dei nuovi missionari, vale a dire delle persone che si stanno formando, che sono in cammino verso la loro maturità, nel senso pieno e globale della parola.
Il cammino verso la maturità deve passare necessariamente per la cultura. All’individuo senza maturità culturale, cioè, una persona che ancora non è competente e adulta nella propria cultura, mancano quelle fondamenta culturali, l’equilibrio psicologico e la serenità umana, indispensabili per le ulteriori opzioni che dovrà affrontare nella vita.
Nella maggior parte dei Paesi in cui operiamo sussistono ancora le conseguenze storiche di una personalità negata, perché l’identità di tanti popoli e nazioni è stata fortemente scossa dal disprezzo e dalla negazione del diritto ad essere se stessi. La rottura della catena di trasmissione dei valori di molte società ha portato a una crisi d’identità individuale e comunitaria. Se durante vari secoli gli anelli della catena culturale sono stati spezzati, l’anima del popolo non è però morta e si é mantenuta viva, nonostante il susseguirsi di umiliazioni e vessazioni di ogni tipo: le lingue, le istituzioni, la saggezza tradizionale e i riti sono riusciti a sopravvivere.
I profondi cambiamenti delle nostre società hanno poco a poco strappato i giovani dall’influenza degli anziani, veri detentori e mediatori della saggezza di un popolo. Inoltre, il fenomeno dell’urbanizzazione, proprio del nostro tempo, implica lo spopolamento progressivo dei villaggi dell’interno e l’esodo delle energie più vitali, perché sono soprattutto i giovani che fuggono verso la città. Possiamo facilmente immaginare le gravi conseguenze di tale fenomeno che compromettono seriamente lo sviluppo economico e la stabilità culturale dei popoli, dato che il frutto più evidente di tale situazione è quella di ritrovarci con “giovani senza radici e anziani senza eredi”.
Sovente, nel nostro tempo, possiamo trovarci davanti ad individui con una personalità fortemente scossa e in una situazione di grave dicotomia . Il Sinodo speciale per l’Africa descrive questa mancanza di sintesi e di profonda armonia culturale spiegandola in termini di schizofrenia.
Vediamone le cause, perché il fenomeno non è monocausale. Sono diversi gli elementi e le componenti che la producono:
· Il processo di maturità culturale (enculturazione o endoculturazione) non è stato completato a livello individuale. La persona non é ancora adulta e competente nella propria cultura, addirittura ne disprezza gli elementi, i valori e le espressioni, che non ha vissuto in pienezza, assumendone altri perché considerati migliori, soltanto perché nuovi e perché vengono dall’esterno.
· Le situazioni di conflitti violenti, guerre o rivoluzioni imposte (ne abbiamo diverse di queste situazioni nella geografia dell’IMC: Etiopia, Mozambico, Uganda, R.D. Congo, Costa d’Avorio, Sudafrica, Colombia), impediscono il normale sviluppo del “processo enculturativo” e spesso l’hanno stroncato alla radice o nelle prime fasi. Queste fasi iniziali sono le più importanti, perché permettono di gettare le basi della struttura psichica, vale a dire il fondamento dei valori di riferimento per il comportamento etico, morale e religioso.Chiamo questi fatti: “la degradazione rivoluzionaria” e “la distruzione violenta dei valori”.
· Il processo di maturità culturale è stato soppiantato da un processo di enculturazione atipico:un processo fatto senza un quadro di valori di riferimento, senza una visione globale del cosmos o con una visione che è incompleta o corrotta, che confonde e scambia i valori con gli anti-valori, fino all’assunzione di una “cultura della morte”.
· La modernitá propone, a sua volta, anche i propri elementi culturali e si sforza affinché le nuove generazioni li assimilino: la negazione della verità oggettiva, una propria scala di valori, la libertà morale assoluta e il conseguente permissivismo; la crescente secolarizzazione, il consenso come unica forma di moralità e di diritto, il consumismo illimitato, il riduzionismo economico e tecnologico, la globalizzazione intesa soltanto nella dimensione economica e commerciale. Si tratta di ciò che chiamiamo: l’impatto della modernità.
· Ma non possiamo dimenticare i diversi elementi positivi della nostra società e del nostro tempo: l’uomo oggi è più libero da pregiudizi ideologici e da chiusure intellettuali, che lo rendono più aperto ai valori del Regno -giustizia, pace, libertà, cooperazione, solidarietà, uguaglianza, dignità della persona umana, sete di verità e di bene, il rispetto per la natura – e al mondo, sempre più “villaggio globale”, grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione sociale.
· Anche a livello religioso si possono rilevare gravi lacune esistenti nei diversi processi di enculturazione, soprattutto a causa del diffuso disprezzo e senso di sospetto espresso nei confronti della esperienza religiosa di base, a livello filosofico, storico e scientifico.

2. Armonizzazione del processo

E’ indispensabile, anzitutto, prendere coscienza ed essere convinti del lavoro che abbiamo davanti. Bisogna fare un grande sforzo per aiutare a recuperare la propria identità a quanti l’hanno persa, per riprendere il processo enculturativo, completarlo o perfezionarlo, portandolo a maturità. Questo é un lavoro fondamentale se vogliamo costruire su basi solide. Occorre sanare le ferite del passato e riempire le lacune per completare il processo e arrivare alla maturità e all’equilibrio culturale desiderati. Soltanto così si potranno creare nelle persone quelle condizioni che rendono possibile l’opzione per Cristo, affinché questa sia solida, armoniosa ed equilibrata.
In tal genere di lavoro è imprescindibile avere presente con chiarezza il concetto dinamico di cultura e dei processi ad essa collegati, alla luce dell’antropologia culturale odierna e dell’insegnamento del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 53-62).

Cultura

Il termine cultura è usato nella nostra società con significati talvolta molto diversi tra di loro. Basta prendere un giornale, sentire una discussione o visitare internet, prestare attenzione a ciò che la gente dice o scrive, per renderci conto di questa diversità di usi e di significati del termine cultura. Persino gli specialisti ci offrono una infinità di definizioni, dimostrando così che ancora non si è arrivati a una sintesi comune.
Il concetto di cultura si è sviluppato attraverso la storia, assumendo spesso aspetti o accentuazioni particolari legati alle diverse epoche. Dal punto di vista della riflessione antropologica, teniamo presenti alcuni aspetti cruciali:
a) l’aspetto sistematico e i suoi percorsi rilevanti, che manifestano ed attestano la stabilità e l’identità culturale;
b) l’aspetto differenziale che evidenzia l’importanza dell’alterità e della diversità tra le culture;
c) l’aspetto dinamico che sottolinea i processi degli incontri interculturali, facendone risaltare la complementarietà, il cambiamento e la trasformazione che innescano nelle culture stesse.
Qualunque sia la definizione preferita, tra le centinaia che troviamo nei dizionari e nei manuali di antropologia, consideriamo la cultura come centrale rispetto al nostro agire e al nostro pensare. Cultura è tutto ciò che facciamo e il motivo per cui lo facciamo; ciò che desideriamo e perché lo desideriamo; ciò che percepiamo e come lo esprimiamo; ciò che viviamo e in che modo affrontiamo la morte. E’ il nostro mondo, il modo con cui lo vediamo e nel quale viviamo e comprendiamo la nostra rete di relazioni e i nostri modelli di comportamento.
La cultura fa riferimento ai valori e ai significati, alle relazioni con la natura, alle relazioni interpersonali, sociali e con il Trascendente, attraverso istituzioni ed espressioni adeguate. Queste relazioni sono molteplici e diversificate, secondo la varietà delle culture e il momento storico. Nel senso più ampio, la cultura può essere considerata come un insieme di tratti distintivi, spirituali e materiali, intellettuali ed affettivi, che caratterizzano una società.

Processi culturali

Parlare di processi culturali vuol dire mettere in evidenza l’aspetto dinamico della cultura. Le culture sono in continuo movimento, cambiano e si trasformano, comprese quelle che possono apparire ferme, chiuse o inerti. La cultura infatti deve essere considerata tra due estremi, quello della stabilità e quello del cambiamento, e tra i due opposti ci deve essere complementarietà e armonizzazione. Dai nasce un movimento che corrisponde, da una parte, al funzionamento; e, dall’altra alla trasformazione. Bisogna tener conto della stabilità e dei processi che la gestiscono (aspetto sincronico della cultura), come pure di quei processi che la trasformano (aspetto diacronico della cultura).

Enculturazione (endoculturazione)

Parlando di enculturazione o endoculturazione ci riferiamo al processo antropologico d’acquisizione della propria cultura, mediante il quale i membri di una società prendendone coscienza n diventano anche partecipi. Si tratta di un processo di adeguamento delle risposte individuali ai modelli culturali di una determinata società. Per mezzo di questo processo l’individuo se abitua al modello di vita della sua società, imparandone le forme di comportamento. Questo processo è il meccanismo dominante in ordine alla formazione della stabilità culturale e gioca un ruolo molto importante nella formazione della personalità dell’individuo.
Il processo di enculturazione comporta i seguenti passi:
a) assimilazione dei comportamenti dominanti nella società;
b) conformazione del comportamento individuale ai paradigmi culturali assimilati;
c) acquisizione di abitudini, usi e costumi;
d) interpretazione dei fenomeni biologici e psicologici alla luce dei significati trasmessi dalla cultura.
Tale processo é individuale e dura tutta la vita. Nell’infanzia è molto intenso e notevolmente ricettivo, poiché tende ad accettare facilmente tutti i messaggi culturali. Nell’età adulta perde di intensità nella misura in cui cresce la coscienza e la capacità critica dell’individuo, anche se quest’ultimo difficilmente è disponibile a una riformulazione culturale.

I processi d’acculturazione e inculturazione a livello comunitario li analizzeremo più avanti, nella seconda parte di questo studio.

3. Inculturazione individuale

L’inculturazione é un processo teologico e pastorale che si riferisce all’incontro e all’interazione tra fede e cultura. Per ora ci riferiamo solo al livello individuale del processo, lasciando per un’altro momento quello comunitario e la problematica generale sul tema. In questo senso, si può affermare che ciascuno attua l’inculturazione a partire della propria cultura e nessuno la può portare a termine al posto di un’altro. I giovani formandi sono chiamati a fare la loro opzione fondamentale per Cristo: una decisione basilare e radicale nella vita di un cristiano, che si realizza al livello più profondo della personalità dell’individuo. Questo ci aiuta a capire dove situare ciò che chiamiamo “l’inculturazione personale”, sintesi tra la chiamata personale di Cristo e la propria cultura, che i nostri giovani sono chiamati a compiere.
L’inculturazione incomincia, in primo luogo, nella coscienza dell’individuo. E’ a questo livello che la persona risponde alla chiamata di Cristo e dove ognuno realizza l’incontro tra la fede che gli è proposta ed i valori che lo identificano culturalmente. A tale livello la persona coinvolta nel processo può sapere esperienzialmente se si danno le condizioni per concretizzare quella sintesi armoniosa ed equilibrata tra la sua cultura e la fede, superando anche le contraddizioni ed gli antagonismi che, a prima vista, possono sussistere tra Vangelo e cultura nella mente del formando o in quella dei formatori.

4. Esperienza da adulto

Questo progressivo incontro tra fede e cultura che i giovani sono chiamati a realizzare, deve essere accompagnato da “qualcuno che è competente (adulto) nella propria cultura” e che vive l’esperienza religiosa, come la componente culturale che unisce tutte le altre. Non si può partire da zero, vale a dire con quanti ancora non hanno raggiunto la maturità, l’equilibrio e l’armonia culturale, e tanto meno con coloro che negano assolutamente e rigettano la propria cultura. Con più o meno intensità, ognuno ha sperimentato l’esistenza di Dio, del mistero e del mondo spirituale nell’ambiente dov’è nato e cresciuto. Dalla tappa iniziale e fondamentale dell’esperienza culturale dell’assoluto, si passa a quella dell’esperienza cristiana che, senza sottovalutare i valori della tradizione culturale e alla luce della fede in Cristo, li purificherà e li svilupperà fino alla loro pienezza.
La cultura include ed esprime una struttura religiosa di base, un modo di sentire e di aprirsi all’assoluto come Essere Supremo; un modo di relazionarsi e di dirigersi a Dio, inteso come sorgente e meta di tutto il ciclo vitale. La cultura propone anche delle esigenze etiche, quali punti di riferimento per il comportamento, come il senso del bene e del male, della giustizia, del rispetto dei beni e della vita altrui, del sacrificio, del perdono, dell’aiuto ai poveri, del rispetto dell’intimità, dell’amicizia… Sono tutte regole di vita che nascono dalla relazione con il Trascendente e con il mondo spirituale. Esistono valori specificamente religiosi che vengono espressi nella concezione del cosmo e della creazione, nella venerazione degli essere spirituali e di Dio, nella preghiera e nei riti. E’ in tale contesto e nel vissuto dei valori appena ricordati –quindi un contesto culturale sperimentato- che si deve realizzare l’incontro con Gesù, il Maestro che chiama a lavorare nella sua vigna.

5. Linea vitale

Il processo di inculturazione personale deve basarsi sull’esperienza religiosa dell’individuo e sulla presa di coscienza dei propri valori religiosi, profondamente conosciuti e sentiti. A questo livello della coscienza nessuno può arrivare, se non l’individuo stesso. Questa maturazione può essere raggiunta solo dalla persona che scopre il ruolo e il messaggio di Dio nella propria vita, nei momenti cruciali dell’esistenza, nella sofferenza, nell’amore, nella donazione di sé.
L’individuo deve porsi davanti a questi interrogativi: Dio é vita per me o è solo una tradizione da dimenticare? Il mondo spirituale e religioso con i suoi simboli, riti e cerimonie è da rigettare perché ormai è superato dalla società moderna? Dio è solo un mito?

6. Espressione dell’esperienza

Come avviene per qualunque altra esperienza, anche quella religiosa ha bisogno di essere condivisa con i membri della comunità alla quale si appartiene. Nei nostri ambienti formativi si tratta di descrivere le diverse espressioni religiose legate alle culture di origine, verbalizzando ed manifestando quello che accade interiormente. Come è vissuta questa realtà nei nostri seminari? Che incidenza comunitaria ha l’esperienza religiosa dell’altro?
Anche su questo punto la cultura e i suoi elementi hanno una singolare importanza. La persona che sperimenta Dio e la vita interiore, avverte il bisogno di narrare agli altri l’esperienza vissuta e necessariamente, affinché ciò avvenga, deve far ricorso a un linguaggio comune e che meglio conosce. Entriamo così nel mondo dei simboli e di riti, una realtà che facilmente ignoriamo e minimizziamo. Di fatto esiste un codice di interpretazione che cambia da gruppo a gruppo e a cui dobbiamo prestare molta attenzione per poter veramente capire le persone che lo impiegano per raccontare il loro vissuto in campo religioso.
Dobbiamo essere coscienti e sensibili all’esperienza che ognuno ha della multiforme azione di Dio e delle sue espressioni, per potervi inserire quella di Cristo. Siamo chiamati a realizzare una condivisione dell’esperienza religiosa di tutti i membri delle nostre comunità formative, per conoscerli e capirli meglio, promovendo un vero e reciproco arricchimento e una comunione profonda tra le persone.

7. Atteggiamenti

Davanti all’esperienza religiosa dei nostri giovani, possiamo riscontrare una varietà di comportamenti, che dipende non solo dalle diverse origini culturali, ma anche dalle culture che hanno incontrato nella loro ancor breve ma intensa esperienza, dai messaggi che ricevono nelle sedi accademiche che frequentano e dalla vita spirituale di ciascuno.
Per non dilungarmi ad analizzare tutti questi comportamenti, mi limito a indicarne tre, dal punto di vista culturale.

Anzitutto il modello etnocentrista: è il più negativo perché racchiude complessi di superiorità, che si manifestano con espressioni tali come “solo la mia cultura” (anche nei confronti dello stesso Vangelo) e con atteggiamenti di disprezzo o di completa ignoranza degli altri.
C’è poi il modello dell’adattamento: è meno negativo del precedente perché cerca di accomodarsi, senza offendere, né separarsi o rigettare l’altro; è un modello limitato perché incapace di sviluppare una sintesi negli individui tra i diversi valori presentati nel contesto comunitario.
In terzo luogo, il modello dell’incarnazione: è il più positivo perché aperto e disponibile a riconoscere e ad accogliere i valori e il bene dell’altro, dimostra capacità di assimilazione e di ulteriori sintesi, originando nelle persone un nuovo di pensare e di agire.

8. Linee di azione coordinate

Per capire adeguatamente la realtà socioculturale e storica dei nostri giovani e trovare un cammino formativo liberatore, profondo e realistico, bisogna partire necessariamente dalla cultura e dai processi anteriormente segnalati: enculturazione, inculturazione e acculturazione (oggi: multiculturalità).

Incontro verticale: Parola – cultura

Fondamenti culturali propri
I processi devono essere radicati nel patrimonio culturale dell’individuo, là dove nasce la cultura più autentica che non si limita a ripetere il passato, ma che si proietta verso l’avvenire, con la capacità di rinnovarsi e di equipaggiarsi in modo appropriato per vivere la modernità. In questo senso Giovanni Paolo II afferma: “L’incarnazione umana del Figlio di Dio é anche un’incarnazione culturale” (Discorso all’Università di Coimbra, 1988).

Adesione a Cristo
La fede in Cristo bisogna intenderla nel suo significato più genuino: accogliere la Parola di Dio e aderire a Cristo, testimoniandolo. Questo processo è impossibile senza la cultura. Se è vero che la Parola di Dio non si identifica con una cultura, è altrettanto vero che essa, come la fede, non si presenta in un ipotetico stato puro. Sempre si è servita di mediazioni culturali, determinate dallo spazio e dal tempo. Gesù, l’uomo universale, nacque in una determinata area culturale, fu autentico ebreo, parlò la lingua del suo popolo, ne seguì le tradizioni e fece uso delle sue espressioni, anche se non per questo i suoi atteggiamenti, il suo messaggio ed i valori che proclamò rimasero rinchiusi nella cultura ebraica.

Incontro orizzontale
La negazione e l’esclusione sono effetti perniciosi che possono apparire facilmente nei processi culturali. Nella sua maturazione umana, religiosa, cristiana, missionaria, l’individuo non può prescindere totalmente dalla culture. La negazione della cultura crea delle persone senza radici e senza personalità, e allo stesso tempo, impedisce seriamente il genuino processo di inculturazione, perché nega una delle sue irrinunciabili basi.

Incontro ricettivo
I processi devono essere accoglienti, secondo la dinamica del dare e del ricevere, dell’apertura, del rispetto e del rinnovamento. La cultura, infatti é selettiva e si riformula continuamente.


II PARTE: INTERCULTURALITA’

Introduzione

Educazione all’interculturalità: attualità del tema

Nei nostri centri formativi si fa sempre più presente e incalzante il tema dell’interculturalità per diversi motivi:
* le nostre comunità formative, come del resto anche quelle apostoliche, sono ormai internazionali e pluriculturali;
* i Paesi in cui svolgiamo la nostra missione sono aumentati di numero e di conseguenza anche le diversità culturali; basti pensare alle recenti aperture: Corea del Sud, Mongolia e Gibuti;
* la società attuale, nel contesto della globalizzazione, è caratterizzata dall’interculturalità; l’incontro tra diverse culture é una delle sue componenti dominanti;
* il mondo globalizzato di oggi, spesso così tormentato da divisioni, settarismi e fondamentalismi, può incontrare la novità del Regno di Dio proprio nella testimonianza di una comunione che sa armonizzare le diversità. Questa dovrebbe essere un’esigenza insopprimibile della nostra vocazione missionaria.

1. Un tema presente nella fondazione dell’Istituto

Un tema strettamente connesso al nostro carisma

L’intuizione del Fondatore
L’internazionalità e il parallelo processo dell’acculturazione, sono temi presenti nella mente e negli insegnamenti pratici che l’Allamano, sin dagli inizi, dava ai suoi missionari.
Anche se è nato come Istituto regionale e solo successivamente si è sviluppato a livello nazionale, l’IMC ha dovuto affrontare subito la problematica dell’incontro con persone di altre culture. Non mi riferisco alla cultura dei primi membri della nostra comunità, che era logicamente omogenea, quanto piuttosto alle culture con le quali i primi missionari della Consolata si imbatterono nelle loro iniziali esperienze apostoliche. Questa fu un’intuizione chiara del Padre Fondatore, che con insistenza invitava i suoi discepoli anzitutto al rispetto delle persone e delle culture che mano a mano incontravano, offrendo loro anche delle indicazioni concrete circa lo studio e l’uso delle lingue locali, quali necessità specifiche della vocazione missionaria. Senz’altro l’Allamano ebbe un’intuizione profetica diceva ai missionari: “Quanto perciò sarebbe desiderabile che poteste fin da qui imparare il kykuju”. Un uomo, che non era mai uscito dall’Italia, parlava così ai suoi missionari, agli inizi del secolo scorso! Siamo nel 1907, ad appena sei anni della fondazione dell’Istituto. Un insegnamento così chiaro e simile lo troveremo cinquant’anni dopo nella dottrina conciliare, quando Il Vaticano II si esprime sulla formazione dei missionari: “…chiunque sta per recarsi presso un altro popolo, deve stimarne molto il patrimonio, le lingue ed i costumi…”(AG 26).

La nostra tradizione
Lo studio delle culture e l’uso delle lingue dei popoli tra i quali ci rechiamo, devono continuare a formar parte della nostra tradizione più genuina e permanente. I nostri primi missionari hanno studiato le culture e usato la lingua del posto nei contatti con la gente, nella liturgia e nella catechesi. Anzi, hanno raccolto abbondante e prezioso materiale etnografico e hanno redatto le prime grammatiche e i dizionari di diverse lingue africane, come, per esempio, quelli kikuyu, emakakhuwa, xitshwa... A questo proposito ricordo un piccolo, ma significativo aneddoto. Durante una celebrazione nella cattedrale di Maputo, il Vicario generale, Mons. Mabuiangue, dirigendosi alla comunità cristiana ci ha presentati con queste parole: “Questi sono i missionari della Consolata, quelli che parlano la nostra lingua”. Oggi una simile e costante tradizione è chiamata ad allargare il proprio orizzonte verso le grandi sfide poste dall’inculturazione della fede e del carisma.

Dal cuore della missione
L’IMC aprendo le porte a nuovi membri non italiani –europei, americani, africani e oggi anche agli asiatici-, è diventato sempre più internazionale nella sua composizione. Si tratta di un processo che continua nei nostri giorni, un cammino nato dal cuore della missione, che si è trasformato in una realtà molto concreta: l’internazionalità e la multiculturalità formano ora parte dell’identità della nostra famiglia missionaria. L’Istituto non tornerà mai più ad essere monoculturale, bensì è chiamato a vivere e a testimoniare una comunione che armonizza la diversità.

2. L’integrazione delle diversità culturali

Sono maturi i tempi affinché la nostra famiglia missionaria continui a crescere secondo la linea della nostra tradizione e alla luce delle nuove realtà.

Il processo di acculturazione

L’incontro e la convivenza all’interno dell’Istituto tra persone provenienti da culture diverse possono arricchirci mutuamente, come individui, come gruppo umano e come comunità religiosa, nella misura in cui si attiva e si porta a termine il processo di acculturazione. Cosa intendiamo per acculturazione nel nostro caso? Come si svolge? Al proposito, vediamo che cosa ci dice l’antropologia culturale.

Anzitutto, di che cosa si tratta? Ci riferiamo qui al processo antropologico degli scambi culturali, cioè di quella trasmissione ed interazione culturale in atto tra gruppi o individui, che, interagendo tra di loro, danno origine a nuovi fenomeni e cambiamenti nei rispettivi modelli culturali originari di riferimento.

Come si svolge questo processo? In ogni contatto culturale, i gruppi e le persone si scambiano ed assumono mutuamente dei tratti. Ciò significa che gli individui e i gruppi a cui appartengono non sono totalmente passivi. Nei processi di cui parliamo ci sono sempre delle influenze vicendevoli, anche nel caso di culture dominanti. La storia è ricca di situazioni in cui piccoli gruppi hanno influenzato gruppi maggiori; e anche di epoche in cui gli imperi più potenti non sono riusciti ad imporre la loro cultura alle minoranze.

Dobbiamo ricordare a questo punto che cosa succede all’interno del processo. Il concetto che ci può aiutare a capire meglio l’evoluzione dell’acculturazione è quello della selettività, che implica fondamentalmente una riformulazione della cultura o delle culture chiamate in causa. Accade che alcuni valori propri vengono messi da parte o addirittura abbandonati, mentre altri, provenienti dalla cultura con cui si viene in contatto, sono integrati come valori nuovi nella vita delle persone. Altri valori invece rimangono invariati e vengono mantenuti, quali componenti del nucleo permanente della cultura originaria. Questa operazione ha come risultato una nuova sintesi culturale, che si concretizza nella formazione di un modello di vita diverso dal precedente e di un comportamento culturale nuovo.

Affinché tale processo abbia esito positivo, bisogna lasciarsi condurre dai principi antropologici che aiutano a superare l’etnocentrismo, i complessi di inferiorità e di superiorità tra gruppi o culture, il relativismo assoluto, come pure ogni riduzionismo. Allo stesso tempo si rendono indispensabili gli atteggiamenti di tolleranza e di accoglienza critica davanti a tutto ciò che è culturalmente diverso e nuovo, respingendo ogni concezione negativa di cultura.

In quanto missionari della Consolata dobbiamo integrare e armonizzare le nostre diversità culturali. L’umanità, così spesso caratterizzata da divisioni e settarismi, ha bisogno della nostra testimonianza di comunione. É un’esigenza insopprimibile per un istituto missionario. Dobbiamo essere scuola di stili di apertura all’altro, culturalmente, facendo nostri gli atteggiamenti di stima, attenzione, accoglienza, rispetto, valorizzazione e integrazione.

3. Il processo di inculturazione del carisma

In questo contesto il carisma dell’Istituto deve essere riletto attraverso il processo d’inculturazione, nel confronto con le diverse culture, in una relazione dinamica e critica, e incarnarsi nella realtà pluriculturale dei sui membri. Questo processo, che il Sinodo Speciale per l’Africa considera come “una priorità e una urgenza nella vita delle Chiese particolari” , lo é anche per un Istituto missionario, se si vuole fare un cammino verso una valida evangelizzazione: così com’è indispensabile all’evangelizzazione, lo è anche per l’Istituto. Vediamo anzitutto di che cosa si tratta e quali sono i principi che la reggono, per poi applicarli al tema dell’inculturazione del nostro carisma.

L’inculturazione non è un semplice adattamento esteriore del messaggio evangelico, poiché presuppone l’intima trasformazione dei valori culturali più genuini, mediante la loro integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle culture.
E’ un processo teologico-culturale di incontro tra fede e cultura, che P Pedro Arrupe definisce così: “L’inculturazione è l’incarnazione della vita e del messaggio cristiano in una concreta area culturale, in modo tale che questa vita e questo messaggio non solo riescano ad esprimersi con elementi propri della cultura in questione, ma ne diventino il principio ispiratore, normativo e unificante, che la trasforma e la ricrea, dando origine ad una nuova creazione” .
Elementi fondamentali del processo d’inculturazione sono due:
la fede, nel nostro caso parliamo di “carisma”: un nucleo che è stato interpretato storicamente, che si presenta radicato in una determinata cultura, si è sviluppato parallelamente alla crescita dell’Istituto; da una intuizione personale ed individuale, il carisma è divenuto patrimonio condiviso e comunitario, che deve raggiungere e illuminare tutti gli aspetti della vita dei singoli e di tutta la comunità: pensiero, comportamento, espressioni ed istituzioni;
la cultura: in senso dinamico e storico (sincrónico e diacrónico), in termini di stabilità, identità e funzionamento, ma anche di cambiamento e di trasformazione.
A questo punto, bisogna ricordare che il nostro Istituto non sarà mai più monoculturale, date le diversità culturali dei suoi membri. Ricordiamo la riflessione sul concetto di cultura fatta nella prima parte di questo studio.

L’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Africa indica i quattro fondamenti teologici del processo dell’inculturazione:
1) il mistero dell’incarnazione del Verbo, il Dio che si fa veramente uomo; tutto é assunto, tutto è redento: allo stesso modo deve inserirsi il Vangelo nelle culture;
2) il mistero della Croce, che ci indica il cammino da seguire, la kenosi, l’annientamento di sé, perché senza passione non c’è salvezza: è alla luce della croce che si deve fare il discernimento tra ciò che è un valore e ciò che non lo è;
3) il mistero della Pasqua del Signore, che sta a indicare la funzione trasformatrice del vangelo in una determinata cultura; le culture, incontrandosi con il Cristo non possono rimanere come prima, ma si rinnovano e rinascono;
4) il mistero de la Pentecoste, che ci indica il risultato e il frutto di tutto il processo, cioè la comunione universale nel rispetto delle diversità.

L’inculturazione del carisma è la conseguenza logica e urgente di quella realizzata dalla fede: l’ispirazione fondazionale dell’Allamano deve essere continuamente riletta e richiamata, in modo da poter interpretare il nostro carisma in modo significativo nei nuovi contesti socioculturali dell’Istituto, della Chiesa e della società.

Il momento storico che stiamo vivendo come Istituto è quello della creatività e della sperimentazione, perché l’inculturazione del carisma è una questione aperta, che non offre soluzioni uniche o ricette preordinate e sicure.
Certamente é anche questione di tempo. L’antropologia ci insegna che il fattore tempo è una componente essenziale dei cambiamenti culturali, per cui, nel nostro caso, si esige pazienza storica. Bisogna saper sperare attivamente e cominciare il cammino dell’inculturazione del nostro carisma, consapevoli che lo Spirito Santo ci è vicino e ci guida in tutto il processo.
Per poter iniziare questo nuovo tratto di strada siamo chiamati, secondo la logica evangelica, ad abbandonare ciò che è vecchio, superato o che ostacola il cammino. Per noi è tempo di kenosi, di liberarci da quelle incrostazioni che possono, anche solo in parte, avere deformato il carisma fondazionale.

La riflessione personale e comunitaria che dobbiamo sistematicamente realizzare, oltre ad esigere da noi una profonda conoscenza del Fondatore, della nostra storia e tradizione, comporta anche lo studio e l’acquisizione di dati sulle culture dei membri dell’Istituto, sui Paesi in cui operiamo, sui segni dei tempi presenti nella società odierna e nella vita della Chiesa. Davanti a tutte queste informazioni, ci porremo domande concrete: come costruire l’unità nella diversità delle nostre comunità sparse per i quattro continenti? Come vivere e condividere l’unico carisma fondazionale tra missionari di origini così diverse e operanti in situazioni ecclesiali e sociali con caratteristiche proprie e differenziate? Con le nostre risposte apriremo nuovi cammini per l’Istituto.

4. Verso una sensibilità interculturale

Per educarci alla sensibilità interculturale è importante essere consapevoli della relatività culturale. Il relativismo culturale è sorto inizialmente, come reazione all’assolutizzazione etnocentrica (relativismo assoluto) di una particolare cultura, per poi giungere a una così forte rivendicazione delle diversità culturali da negare persino l’esistenza a livello culturale di elementi universali e comuni. Solo in un terzo momento la riflessione ha messo a fuoco e formulato una relatività più equilibrata (relativismo relativo), che coniuga insieme gli aspetti culturali universali con quelli specifici e particolari. Questo tipo di relatività culturale che rispetta l’integrità delle differenze culturali è fondamentale per una comunità pluriculturale come la nostra.
In sintesi, da una parte si afferma il riconoscimento della diversità di cultura e di valori, mantenendo l’apertura alle altre culture, come componente strutturale e come fattore dinamico, dall’altra si nega la superiorità di qualunque cultura sulle altre e l’incomunicabilità tra le culture.
Avere una sensibilità interculturale significa riconoscere ed accogliere le nostre diversità come ricchezza, prendere coscienza dei propri valori culturali e apprezzare quelli altrui, nella consapevolezza che le diversità non sono degli assoluti.
Ad ognuno di noi si presentano allora alcuni interrogativi: Come vivo tale diversità? Come educhiamo e formiamo alla sensibilità interculturale? Come ci confrontiamo con quanto ci è culturalmente lontano e diverso?
Percorriamo alcune tappe che ci possono servire da guida nella nostra riflessione. Iniziamo da quelle più negative (etnocentriche: rifiuto, difesa, e minimizzazione), per poi passare a quelle positive (etnorelative: accettazione, adattamento, integrazione).

5. Fasi etnocentriche

Fase di rifiuto

E’ la fase più negativa che possiamo sperimentare di fronte alla cultura dell’altro. In questa situazione non si é capaci di pensare né di capire le diversità culturali o di mantenere dei rapporti positivi con l’altro.
Gli atteggiamenti che caratterizzano questo stadio di rifiuto culturale sono l’isolamento dal gruppo, la chiusura intellettuale, la costruzione di barriere e i meccanismi di difesa che producono la separazione e l’accentuazione delle distanze. Nello sforzo per superare questa fase, si devono stabilire chiaramente la finalità, che in questo caso sarà quella di giungere al riconoscimento delle differenze culturali presenti nella comunità in cui si è inseriti.
A livello concettuale, dobbiamo aprire la mente per cambiare la visione negativa che ci impedisce di guardare positivamente all’altro in quanto portatore di valori e persona con la quale è possibile costruire relazioni interculturali. L’obiettivo del nostro lavoro pedagogico consisterà nel raccogliere un’abbondante informazione sulla nostra e sulle culture delle persone con cui conviviamo, facendo spazio agli atteggiamenti di fiducia, disponibilità e cooperazione.

Fase di difesa.

Ci troviamo a un livello superiore rispetto a quello del rifiuto, ma si tratta di un atteggiamento ancora chiaramente negativo. Come stadio entnocentrico, la difesa consiste nel considerare la propria cultura così superiore a tutte le altre che dobbiamo difenderla dai potenziali nemici. La difesa culturale è caratterizzata dai complessi di superiorità e di inferiorità, dai pregiudizi che portano a una valutazione negativa delle altre culture.
Le nostre iniziative pedagogiche punteranno al superamento di questa fase, facendo enfasi sui valori universali, l’uguaglianza e le somiglianze culturali. Questo sforzo formativo ci sfida a vivere eperienzialmente la diversità culturale, a riflettere sui contesti storici e sociali delle altre persone che convivono con noi, e a scoprire i bisogni e le mete comuni, nonostante la diversa origine culturale. Tutti infatti condividiamo le stesse necessità fondamentali come individui e come membri della comunità religiosa e della società civile. Dal punto di vista pedagogico ci proporremo l’obiettivo dell’autocontrollo emotivo, dell’educazione alla tolleranza e al rispetto dei ritmi culturali diversi dai nostri.

Minimizzare

C’è sempre in noi la forte tendenza a semplificare le diversità culturali e persino a negarle: in fondo, diciamo, siamo tutti uguali. Questa tendenza a minimizzare la differenziazione è caratterizzata da una visione superficiale dei tratti culturali, soprattutto perché non sono approfonditi e non vengono considerati alla radice. Non si può negare che biologicamente siamo tutti uguali, che tutti abbiamo una cultura di riferimento e che, dal punto di vista dei valori, non esiste una cultura superiore all’altra. Effettivamente, non ci sono culture superiori e culture inferiori, anche se si danno culture tecnicamente più sviluppate. Ma con tutto ciò non si possono negare le differenze culturali, cioè le risposte che ogni popolo ha adottato di fronte alle necessità fondamentali delle persone. La diversità é un fatto e, allo stesso tempo, una ricchezza per l’umanità.
La finalità del nostro sforzo educativo sarà quella di sviluppare elementi di autocoscienza culturale, affinché l’individuo riconosca, accetti ed integri armoniosamente la propria cultura, e, allo stesso tempo, sappia comportarsi criticamente con la cultura dominante.
Dal punto di vista pedagogico ci impegneremo a coltivare l’apertura della mente e della volontà, lo studio e la riflessione sulla propria cultura, l’ascolto e la percezione dell’altro, in una relazione liberata dai preconcetti e dai giudizi di valore.

6. Fasi etnorelative

Accettazione

L’accettazione delle diversità culturali é la prima fra le tre fasi etnorelative. Ha come base il relativismo relativo: nessuna cultura è considerata superiore all’altra e allo stesso tempo si afferma l’intercomunicabilità e la complementarietà tra le culture. Questa tappa implica un rispetto tale per le differenze da suscitare un comportamento conseguente, nel contesto socioculturale concreto, e la consapevolezza dei propri riferimenti etici e della loro accettazione.
In questa fase si devono analizzare i contrasti culturali presenti nel gruppo, riflettendo sull’identità dei medesimi, le cause e le incidenze, e prospettare delle soluzioni. E’ importante fare uso delle categorie culturali proprie e specifiche, andando alla ricerca delle motivazioni per favorire il confronto all’interno del gruppo. Potremmo servirci, in questo caso, dei mezzi della riflessione, del dialogo personale e del lavoro gruppo.
In questa fase ci proponiamo l’obiettivo di arrivare a una conoscenza più specifica delle culture dei membri della comunità, nel rispetto dei valori e delle credenze che esse contengono, tollerando le possibili ambiguità.

Adattamento

La fase dell’adattamento indica l’acquisizione della capacità di far convivere all’interno del gruppo diversi contesti di riferimento. Bisogna sviluppare atteggiamenti di adattamento e di comunicazione interculturale; aiutare a capire, sentire e condividere i pensieri e le emozioni degli altri, accettando che coesistano molteplici tendenze e ideali culturali all’interno della comunità.
Il nostro compito sarà quello di sviluppare termini fondamentali di comportamento e di orientamento per poter fare delle scelte. Sarà anche necessario sviluppare l’identità culturale dei membri della comunità, facendo sì che siano consapevoli dei propri modelli e sensibilità culturali, per predisporsi alla condivisione delle esperienze vissute.
L’obiettivo che ci proponiamo sarà quello di affrontare rischi, cercare soluzioni e gestire le dinamiche delle relazioni interpersonali all’interno della comunità.

Integrazione

La fase dell’integrazione è l’ultima del percorso iniziato. Si trova al vertice della piramide dei vari stadi culturali presentati finora. Consiste nell’interiorizzazione regolare e progressiva dei diversi contesti di idee e significati, nella coscienza che la propria persona é un processo dinamico (un essere in formazione permanente); e che, allo stesso tempo, la propria identità può essere considerata marginale in relazione alle altre culture. Gli atteggiamenti che distinguono questa fase sono la capacità di passare attraverso diverse percezioni del mondo e di metterle in comunicazione fra di loro.
Sarà nostro compito mettere in evidenzia le caratteristiche dell’identità multiculturale per l’arricchimento vicendevole dei membri della comunità. Ci sforzeremo di acquisire modelli di mediazione culturale tali come la comprensione delle modalità pluriculturali riferite alla persona e alla società; e la comprensione di modelli di sviluppo etico.
L’obiettivo a cui puntare in questa tappa sarà quello di cercare la flessibilità dei ruoli di ciascuno e della propria identità, facendo ricorso anche nella svalutazione di sé stessi, del proprio pensiero e della propria condizione, in modo che ognuno si dimostri particolarmente ricettivo nei confronti delle diversità culturale dell’altro.

7. Sfida e urgenza

Nessuna appartenenza culturale prevale in maniera assoluta. Se esiste una certa gerarchia fra gli elementi che costituiscono l’identità di ciascuno, essa non è immutabile, cambia con il tempo e modifica in profondità i comportamenti (Amin Maaluouf, 1999).
L’integrazione a cui dobbiamo puntare come meta di tutti i processi, non ha per scopo salvaguardare qualcosa di caduco, ma arricchirsi con la diversità dei valori e con il dinamismo critico del Vangelo, per creare il nuovo, l’uomo nuovo.

Conclusione

Siamo arrivati alla conclusione della nostra riflessione.
Ho voluto offrirvi delle piste aperte di riflessioni di fronte al cammino così entusiasmante delle problematiche culturali. Ci interessa la cultura in quanto riferimento alla nostra identità, come individui e come membri di una determinata società. Ci interessa la cultura in quanto persone chiamate a vivere in comunità pluriculturali, coltivando atteggiamenti di tolleranza e di accoglienza. Ci interessa la cultura in quanto noi stessi dobbiamo fare una sintesi personale tra fede e cultura. Ci interessa la cultura perché siamo degli evangelizzatori, chiamati a scoprire i semi del Verbo presenti nelle culture di tutti i popoli.
Ho cercato di presentare in primo luogo la problematica dell’identità culturale e dei processi che le sono propri, che interessano direttamente il mondo della formazione, perché senza maturità culturale non è possibile arrivare alla maturità integrale dell’individuo e a una opzione vocazionale profonda e armoniosa.
Nella seconda parte ho tentato di riflettere sul tema della multiculturalità e dei processi ad essa connessi: ci coinvolge tutti in quanto membri di una società globalizzata e di un istituto missionario ormai multiculturale nella sua composizione interna e nei contesti socio-culturali in cui evangelizza. Ho cercato, anche se brevemente, di indicare delle vie per iniziare un cammino di inculturazione permanente del carisma fondazionale . Il carisma deve essere continuamente inculturato per renderlo attuale e operante con la vitalità sempre nuova del Vangelo.


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