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Questa mia relazione non vuole trattare specificatamente della formazione del missionario, oggi. Non intende nemmeno mettere in risalto la complessità della missione odierna nei suoi molteplici areopaghi e con le sue nuove sfide e frontiere. Ciò è già stato affrontato ampiamente a livello di Istituto nel corso degli ultimi dieci anni. Il compito che mi propongo è invece più modesto: partire dalle intuizioni e orientamenti degli ultimi nostri Capitoli Generali sulla spiritualità, carisma e missione, per descrivere poi quali dovrebbero essere, a mio avviso, le accentuazioni principali in campo formativo, per assicurare che il Missionario della Consolata che si appresta a dare vita ad un secondo secolo di evangelizzazione dell’Istituto possa essere creativamente fedele al carisma del Beato Allamano. Confido inoltre che queste mie riflessioni possano fare memoria e richiamare alcuni elementi formativi che ci toccano maggiormente e che sono già parte di una ricca letteratura esistente oggigiorno a livello di Chiesa. Formare ai valori del vangelo, della missione, del carisma costituisce l’arte delle arti, dove le sole risorse umane non bastano. Per questo chiedo per tutti voi quella saggezza che significa capacità di riflessione, pedagogia responsabile, disponibilità al dialogo ma soprattutto apertura allo Spirito. Senza una reale successione logica, farò un elenco di temi che mi ritornano con più insistenza alla mente quando penso alle sfide attuali della missione e alle qualifiche che un Missionario della Consolata dovrebbe avere per affrontarle convenientemente.
1. Missionario - discepolo di Cristo
“Poi Gesù salì sopra un monte, chiamò vicino a sé alcuni che aveva scelto ed essi andarono da lui. Questi erano dodici. Li scelse per averli con sé, per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,13-15). Mi piace partire da questo incisivo passo dell’evangelista Marco perché esso contiene gli elementi fondamentali ed essenziali della nostra vocazione. Il Missionario della Consolata è un chiamato a seguire Cristo e come Lui un consacrato al Padre per la causa del Regno. Questo elemento è basilare e fondamentale nella nostra vita e vocazione. Se da una parte lo si deve subito affrontare all’inizio del cammino vocazionale, dall’altra dobbiamo ricordare che esso segnerà e marcherà poi ogni passo e ogni tappa successiva della sua vita. Discepoli di Gesù noi restiamo per tutta la vita e il successo della nostra missione resta sempre proporzionato alla capacità di mantenerci alla scuola del Maestro. Prima infatti di abbozzare un programma formativo con i candidati all’Istituto o alla missione, noi dovremmo assicurarci che essi siano stati “chiamati”dal Signore e che in essi esista quella percezione di fede e quel legame di amicizia con il Cristo che rivelano che “qualcosa” è avvenuto nella loro vita. Il nome stesso di Gesù deve essere in grado di suscitare in loro, quasi istintivamente, quelle stesse sensazioni che il nome di una persona cara sempre causa. Sebbene l’occhio attento di un formatore riesca a percepire immediatamente e avere la sensazione chiara se il giovane che gli sta davanti è un chiamato, normalmente tale verifica, prima e fondamentale, avviene in tempi non brevi e non può esulare dall’utilizzo di mezzi quali: il dialogo e il discernimento, la sosta prolungata del candidato sul vangelo con il relativo insorgente affetto per la figura di Gesù, la verifica delle sue capacità di fare rinunce, di sognare “disinteressatamente” il proprio futuro e di volerlo rispondente alle esigenze del Maestro... Verificato che questo primo e indispensabile elemento esista, dobbiamo allora dare la mano al giovane e accompagnarlo sul cammino della sequela. In questo noi non possiamo fare da maestri, perché il vero Maestro è Gesù e noi possiamo essere soltanto dei co-discepoli, degli accompagnatori. Ricordo gli elementi principali che i nostri giovani dovranno coltivare con particolare attenzione in questo loro itinerario alla sequela del Cristo.
- Lasciarsi affascinare dalla persona di Gesù: È questo il carattere distintivo del discepolato di Gesù, perché proprio in questo esso si diversifica da altri discepolati. Non si segue Gesù per fare un corso accademico, per guadagni economici, per un carriera attraente. Il discepolo di Gesù si vincola alla persona del Maestro, aderisce al suo insegnamento, ne imita il progetto di vita, per sempre. Gesù poi diventa un Maestro esclusivo: non c’è posto per altri. Chiediamoci allora: quale itinerario facciamo fare ai nostri giovani perché si innamorino di Cristo? Quali mezzi utilizziamo? Crediamo che tale obiettivo sia realistico anche per il “discepolo” del 21° secolo?
- “Abbandonata ogni cosa, lo seguirono...”: Ogni vocazione evangelica implica una rottura con il passato e con le vecchie sicurezze. Il discepolo deve saper tagliare il ponte alle spalle per poter seguire Gesù. Lascia casa, affetti, cose importanti che gli danno sicurezza, una carriera che lo appassiona, gli hobbies per i tempi vuoti o il prestigio che lo attrae. Soltanto dopo avere fatto questo passo, si potrà veramente dare inizio alla sequela. Solo allora la vita del discepolo comincia a riempirsi di altri valori, ad appassionarsi per altre cose, ad amare altre persone, a lottare per raggiungere obiettivi che non sono stati sognati da lui. Che cosa lasciano alle spalle i giovani che bussano alle porte delle nostre case di formazione? Li sottoponiamo alla prova del “lasciare tutto...”? Forse che non ammorbidiamo troppo questa esigenza al punto che la sequela pare invece l’inizio di una carriera umana?
- Vita di fraternità: La fratellanza nasce come esigenza stessa della sequela. Non è una scelta opzionale. I fratelli me li dà Gesù e non sono quelli che io, normalmente, sceglierei. E la comunità in cui sono inserito presenta sempre limiti considerevoli. La sua è veramente una comunità alternativa, precaria e fragile. Per inserire i nostri giovani, noi non dobbiamo cercare comunità perfette, o comunque comunità studiate al computer. Però comunità di credenti, sì. Comunità di persone che non credono che sia un assurdo mettere tutta la loro vita al servizio degli altri, quelli che superano le difficoltà di ogni giorno con il perdono e che hanno la forza di ricominciare ogni mattino da capo...
- Al servizio del Regno: Per noi il Regno si chiama “missione”, cioè la missione stessa di Gesù. Non la nostra missione ma la sua, progettata da Lui, voluta da lui, “pagata” da lui. “Predicare” e “scacciare i demoni” sono i due elementi della missione attraverso cui il Regno di Dio avanza nel mondo. La nostra stessa vita è annuncio e fa missione: quando ha lo stile di quella di Gesù, riflette la sua povertà e il suo distacco, ripete il rapporto di intimità con il Padre. Il giovane che chiede di diventare Missionario della Consolata deve avere chiaro che il suo impegno per il Regno si identifica con la missione dell’Istituto, nella disponibilità massima a uscire dal proprio Paese e ad andare dove più grandi sono le necessità e le sfide. Sottomettiamo i nostri allievi, fin dall’inizio del loro cammino formativo, al test dei “tre ad”: ad gentes, ad vitam, ad extra.
2. Missionario – capace di armoniosa integrazione tra consacrazione, vita fraterna e missione
Il Sinodo sulla vita consacrata e l’esortazione apostolica postsinodale considerano la consacrazione come base formativa per ogni Religioso, sia per quanto concerne la vita comunitaria come per il ministero apostolico. Infatti chi va in missione non va tanto perché chiamato dalle situazioni sociali o da altre motivazioni, ma solo perché è inviato da Cristo. Più la sua relazione con Cristo sarà autentica e profonda, tanto più diventerà significativa la vita comunitaria e incisiva la sua azione apostolica. Altrettanto dicasi della vita fraterna: essa diventerà missionariamente significativa e feconda nella proporzione con cui i membri di essa sapranno mantenere viva la presenza del Risorto tra loro. Il nostro Istituto ha finalmente messo un punto fermo all’inutile discussione, che purtroppo si è protratta per tanti anni, se noi Missionari della Consolata siamo prima missionari e poi religiosi o viceversa. Il Capitolo Generale del ’93 ha affermato: “Confessiamo, con l’Allamano, che la vita religiosa è fonte profetica e potenziamento della missione da cui, a sua volta, viene arricchita. Sorretta da senso di appartenenza all’Istituto e dallo spirito di famiglia, la vita religiosa forma comunità finalizzate al dinamismo e alla fecondità apostolica” (p. 53). Per un intero sessennio abbiamo riflettuto e approfondito questa verità, scoprendo in essa il segreto dinamico di una vita missionaria come voluta e sognata dal Beato Allamano . Tornando al nostro tema specifico, dobbiamo confessare che il raggiungimento di questo obiettivo è di cruciale importanza per una formazione armonica e ben integrata nel nostro progetto di vita. Armoniosa integrazione indica che nessuno dei tre aspetti deve essere assolutizzato a scapito degli altri due, anche se il primo costituisce l’elemento sorgivo. Essa indica ancora che nelle varie fasi formative, i tre elementi devono procedere assieme, senza destinarne uno ad una data fase e un altro all’altra. Così ad esempio, non è opportuno che in Noviziato si parli solo di vita consacrata e dei voti, senza toccare gli elementi relativi alla comunità-famiglia e alla missione. Mi permetto ora di sottolineare, su ognuno dei tre aspetti, alcune esigenze che, a mio parere, i formatori dovranno tenere opportunamente presenti: 1. Non permettiamo mai che le nostre comunità perdano il gusto della preghiera ben fatta. Il Papa Giovanni Paolo II, nella Novo Millennio Ineunte, prospetta con coraggio, alla Chiesa che inizia un nuovo millennio, la vita di santità e di preghiera. Afferma che c’è bisogno oggi dell’arte della preghiera, che uno dei segni dei tempi è un rinnovato bisogno di preghiera, che ogni comunità cristiana (e più ancora quella religiosa) dovrebbe diventare un’autentica scuola di preghiera... Come è mai possibile che quell’intensità di preghiera che caratterizza i primi stadi formativi e il noviziato in modo particolare, vada via via affievolendosi con il passare degli anni di formazione? Accettare questa situazione quasi fosse qualcosa di inevitabile significa portare avanti un progetto formativo destinato al fallimento. 2. Penso che l’Eucaristia, celebrata quotidianamente in tutte le nostre comunità formative, unita all’uso frequente del sacramento della Riconciliazione, sia il mezzo indispensabile che permette al giovane di raggiungere quell’armoniosa integrazione dei tre elementi: vita consacrata, comunità e missione. Non si tratta soltanto di convinzioni: bisogna usare i mezzi adatti perché un ideale si trasformi in vita. 3. La lectio divina o l’uso meditato e pregato della Parola di Dio sta diventando sempre più spesso la meditazione della persona consacrata. Essa permette di incarnare i due valori su cui tanto sovente sostava il Fondatore: la Parola di Dio e la meditazione quotidiana. Così si esprimo le Costituzioni al riguardo: “La meditazione quotidiana, momento privilegiato della preghiera personale, è indispensabile per l’approfondimento della vita interiore e anche per la vera partecipazione alla liturgia, tanto da doversi «ritenere come perduto» il giorno in cui non la si compie” (61). 4. Sforziamoci di trasformare le nostre comunità in fraternità. Non mi dilungo a spiegarne la motivazione. Resta in me l’impressione che a volte i nostri seminari siano considerati comunità “buone” quando orari e programmi funzionano in maniera ordinata, mentre forse non ci si preoccupa sufficientemente se manca il clima di vera fraternità che dovrebbe invece caratterizzarli ed essere palese. 5. Lo zelo e la passione per la missione si ottengono mettendo assieme vari elementi: non basta la preghiera da sola, non sono sufficienti le letture, e anche le attività apostoliche da sole non bastano. Viviamo inoltre in un tempo in cui anche la riflessione teologica sulla missione pare suggerire più dubbi che sicurezze tanto da smorzare nei giovani l’entusiasmo per la missione. Il Seminario allora deve supplire con apposite iniziative ed esperienze per tenere desto nei giovani lo zelo missionario.
3. Missionario - capace di attingere al pozzo del carisma
Penso che nessuno di noi abbia dubbi circa l’importanza del carisma nella formazione del missionario. Esso è l’elemento fontale e generativo della nostra famiglia, è il segreto della sua fecondità e perennità, garanzia di autenticità. Per un Missionario della Consolata, carisma significa quel nucleo originale e genuino dell’eredità del Beato Allamano che l’usura del tempo non corrompe o invecchia e che i diversi elementi culturali non devono né possono modificare o meno ancora annullare. Il giovane religioso deve mettersi pertanto davanti al carisma con la mente e con il cuore aperti: deve infatti imparare a leggerlo, interpretarlo e viverlo. Egli dovrà trovare nel formatore la persona capace di accompagnarlo a dissetarsi a quest’acqua fresca di vita, una memoria costante che suggerisce, consiglia e propone. Ricordo che lo studio del carisma non deve essere limitato alla sola tappa del Noviziato: ogni fase formativa del giovane deve trovare nel carisma del Fondatore un riferimento fisso e indispensabile. Vorrei ora soffermarmi brevemente su alcuni aspetti relativi allo studio del carisma:
- Il carisma ha bisogno di inculturazione Penso che i formatori oggi, nell’Istituto, ne sentano un particolare bisogno avendo a che fare con una crescente internazionalità delle loro comunità. Bisogna che essi stessi abbiano innanzitutto chiaro quale sia il nucleo fondamentale e irrinunciabile dello stesso carisma. In secondo luogo devono riuscire ad esprimerlo in maniera comprensibile e con riferimenti alla cultura del Paese in cui si trovano. Già alcuni tentativi sono stati fatti in passato per esprimere il nostro carisma nelle categorie culturali e linguistiche dei Paesi di origine dei confratelli. Forse la stessa metodologia usata in quelle occasioni potrebbe offrire suggerimenti interessanti ai formatori per un lavoro in profondità nelle loro comunità .
- Impariamo a fare del carisma una lettura più aperta ed ecclesiale In passato il carisma veniva visto e considerato come un dono dello Spirito che ha dato origine alla nostra Famiglia e ad essa restava vincolato, per non dire quasi monopolizzato. Oggi invece, siamo invitati a fare del carisma una lettura più aperta, ecclesiale e universale. Non è una eredità che deve restare all’interno delle nostre comunità: esso è piuttosto un dono dello Spirito che ha come confini il mondo intero. Pertanto, con coraggio comunichiamolo, proponiamolo, condividiamolo. Imparino i nostri giovani a considerarlo così, a trasmetterlo con gioia durante le loro esperienze pastorali, mentre interagiscono con i propri coetanei. Si accorgeranno presto come a contatto con altri contesti il carisma assumerà una freschezza nuova e un significato anche più pieno e profondo. Non perderà di mordente, non verrà annacquato, né diventerà irenico. Ad es. non dobbiamo avere paura che i nostri giovani si relazionino in profondità con altri religiosi. La vicinanza ad altri carismi porta con sé il desiderio di approfondire il proprio, di dare ad esso maggiore consistenza. I carismi non si mescolano tra loro, ma si armonizzano e si arricchiscono vicendevolmente.
- Il carisma vissuto crea famiglia Lo spirito di famiglia, il sentirsi identificati pienamente con una comunità, il senso di appartenenza ad una famiglia religiosa – elementi tutti molto importanti e che il Fondatore non si stancava di richiamare – non nascono da un vago sentimentalismo o dalla sola riflessione. Vivendolo in pienezza, il giovane si identifica inconsapevolmente con tutti i valori e gli ideali della nostra Famiglia, matura una carica apostolica, sente di appartenere ad un gruppo umano che gli dà identità, gioia, e una sana fierezza. Anche la ricca eredità storica dell’Istituto è “carisma” e merita di essere conosciuta: diventa “maestra” di vita per le nuove generazioni. Alcune recenti richieste di uscire dall’Istituto da parte di giovani missionari, neo sacerdoti o professi perpetui, hanno non solo causato tristezza ma ci hanno seriamente interrogati se la loro appartenenza all’Istituto ha mai messo radici profonde, se la loro formazione allo spirito di famiglia sia mai stata oggetto di seria considerazione. Una famiglia non la si abbandona in quel modo...
4. Missionario – di oggi e per il mondo d’oggi
Confesso che rimango smarrito ogniqualvolta leggo sull’antropologia postmoderna, caratterizzata dal cosiddetto pensiero debole, che non solo nega il valore dell’essere, ma anche il “senso” dell’essere, la cui possibile preghiera non sembra non essere altro che: “Niente, e così sia”. L’uomo d’oggi si troverebbe così in balia di verità mutevoli, adattabili, tolleranti, per cui é costretto a costruirsi la propria verità. L’irrazionalità è l’unico “pensiero forte” a cui la persona possa aspirare, mentre dovrà tentare in tutti i modi di allontanare da sé lo spauracchio di qualsiasi verità come parametro assoluto. Ecco allora emergere nelle masse giovanili, come logica conseguenza, fenomeni come l’insicurezza, la mediocrità, lo scetticismo, la fuga nel privato, il soggettivismo etico. Sul piano collettivo, poi, si afferma con tranquillità che la storia non fa più da maestra a nessuno, in quanto altro non è che una serie di avvenimenti messi l’uno accanto all’altro. Le mie perplessità si accrescono quando continuo a leggere che in questo orizzonte la sola cultura che vale è quella del “frammento”, ben rappresentato dall’utilizzo dei mass media. Anche la persona si sente “frantumata”, impersonale. Il tutto, subito e a nessun costo diventa allora l’obiettivo a cui le masse giovanili paiono tendere. Matura inoltre in questo contesto la precarietà delle relazioni a tutti i livelli, sia in quello interpersonale, come in quello familiare e sociale. A confermarci in questa constatazione basta considerare il numero limitato di nostri giovani che provengano da famiglie sane, forti e ben identificate, come era invece normale nei decenni passati... Il mio disorientamento si accentua infine quando penso che non solo questo è il mondo in cui viviamo, di cui fanno parte in buona parte tutti i popoli e tutte le culture, ma da questa società e da questa cultura devono sorgere le vocazioni per il nostro Istituto. A questi giovani che bussano alle nostre comunità, noi dovremmo far fare un cammino formativo che li renda forti e per equipaggiati di fronte alle grandi sfide della missione, capaci di vibrare di passione per la gente a cui saranno inviati, identificati con la vocazione non facile di consacrazione alla missione. Chiediamoci allora: come potrà la formazione che impartiamo nei nostri seminari essere una risposta adeguata alle tante difficoltà poste dal mondo fin qui descritto, che in modo più o meno accentuato, corrisponde a quello in cui ciascuno di noi opera? Come potremo condurre i nostri giovani a quella statura di missionario voluta dal Beato Allamano nel nostro Istituto? Non pretendo di dare delle risposte, quando piuttosto formulare, come esempio, alcuni quesiti che ci possano accompagnare nel corso di questo convegno e che prendo a prestito da coloro che sono più addentro in questa tematica:
- I voti religiosi, nel loro approfondimento teorico e nella loro concretizzazione nel quotidiano dei nostri giovani, devono necessariamente fare riferimento costante alla cultura d’oggi. Così la povertà dovrà fare emergere i valori che l’economicismo esasperato d’oggi sta ignorando o disprezzando. L’obbedienza religiosa deve essere risposta alle concezioni sbagliate ed estreme di una libertà senza leggi e senza freni. Così il nostro amore casto dovrà predicare che esiste un’alternativa al principio del piacere, che esiste gioia in questo modo di amare.
- La nostra vita di consacrati e di missionari deve inoltre sapere dare risalto a valori forti e nobili dell’umanesimo passato che il postmoderno pare avere fatalmente spazzato via. Nessuna cultura e nessuno ideologia può infatti arrogarsi il diritto di fare tabula rasa di tutto ciò che l’ha preceduta. Menzioniamo anche solo, ad esempio, la premura per la persona, il valore della dignità umana, il senso della libertà, la difesa dei diritti umani, il significato della libertà vera.
- Una sfida grande ad ogni processo formativo è la capacità di confrontare gli atteggiamenti che sottostanno a queste forme di pensiero moderno con i valori del vangelo, della consacrazione, della missione. Non ci si difende da essi semplicemente ignorando o condannando queste forme di pensiero. Meglio coglierne l’intento e la sostanza e accostarli al vangelo stesso, alla nostra spiritualità, o richiamandoli nel contesto vissuto della missione.
5. Missionario - esperto di comunione
Ritorno su questo argomento in maniera più specifica dopo di avervi già accennato qua e là nei numeri precedenti. Non solo perché esso nasce dalla forte insistenza del Fondatore sullo spirito di famiglia, non solo perché esso viene alla ribalta dal bisogno di dare una risposta alla sfida che il Papa ha lanciato alla Chiesa nella NMI di essere cioè “casa e scuola di comunione”, ma perché esso nasce dall’indole stessa della nostra vocazione cristiana e religiosa. La spiritualità ecclesiale di oggi la postula in maniera insistente, il mondo vede in questo anelito alla comunione e alla fraternità universale uno dei messaggi più forti che il cristiano possa dare. Nella missione odierna della Chiesa si fa sempre più strada l’esigenza che il missionario sia un “esperto di comunione e di dialogo” con le religioni e con la società. Ogni dinamica formativa che punti a fare dei nostri giovani dei missionari esperti di comunione, nel mondo attuale che sarà il loro campo di lavoro, deve partire innanzitutto da esperienze forti di fraternità all’interno delle nostre comunità. Ce lo esigono le Costituzioni quando affermano: «Nell’Istituto, famiglia riunita nel nome del Signore, tutti si sentono e si accolgono come fratelli, si interessano gli uni degli altri, vivono la missione in unità di intenti, fanno proprie le gioie, sofferenze e speranze dell’Istituto, in qualunque parte esso sia e lavori. Questa comunione è “l’anima e la vita” della nostra Famiglia» (Cost 15). In un’intensa vita di comunione e di fraternità all’interno delle nostre comunità il missionario troverà la forza propulsiva per seminare comunione, fraternità e pace nella Chiesa e ovunque. Ecco ora alcuni obiettivi che, a mio modo di vedere, ogni comunità dovrebbe considerare irrinunciabili e a cui i nostri giovani devono prepararvisi con impegno:
- L’ultimo Capitolo Generale ha deciso che le comunità IMC debbano avere come minimo tre confratelli (cf. XCG, p. 29). I nostri allievi siano aiutati a capire che se vogliono diventare Missionari della Consolata dovranno escludere la possibilità di essere poi dei “liberi battitori”. L’essere in comunità non dovrebbe mai essere considerato un peso, ma invece un impareggiabile beneficio che l’Istituto offre loro.
- Ogni comunità deve avere, al suo interno, alcuni punti di riferimento ben chiari e irrinunciabili, quali: momenti di preghiera quotidiana, incontri comunitari settimanali, un piano di vita e di lavoro, ruolo chiaro di animazione del superiore locale. Senza l’uso di questi mezzi che favoriscono l’ascolto e il dialogo, e creano comunione, i missionari correrebbero il rischio di condurre esistenze contrapposte e parallele, negazione cioè di qualsiasi fraternità. E ognuno deve capire che questi mezzi non sono da “seminaristi”, ma per ogni “Missionario della Consolata”.
- La comunità dovrà poi essere segno chiaro di comunione, vera “schola amoris”. Assieme all’evangelizzazione al cui servizio dedichiamo tutta la nostra vita, sarà questo il dono più bello che potremo fare alle genti in mezzo a cui lavoriamo. Noi infatti non siamo inviati soltanto a predicare, ma innanzitutto a testimoniare la carità fraterna “affinché il mondo creda” (Gv 17, 21).
- Le nostre comunità del presente e del futuro dovranno essere ricche di comunicazione. È esigenza del tempo presente, lo richiede una fraternità partecipativa e autentica dove il conoscersi in profondità è essenziale alla comunione. Tale comunicazione si concretizzerà negli incontri ad ogni livello, con i notiziari periodici, le comunicazioni tempestive, le visite frequenti dei responsabili.
- Le nostre comunità stanno diventando sempre più internazionali. Le sue espressioni di comunione dovranno trovare vie nuove anche se poi tutte dovranno attingere alle nostre sorgenti di sempre, quali: condivisione della Parola e dell’esperienza di Dio, discernimento comunitario, progetto comunitario di vita, revisione e correzione fraterna. L’internazionalità non deve essere intesa soltanto come un fatto, ma deve implicare una scelta di valore e condurre ad un atteggiamento di vita.
- Anche la nostra consacrazione religiosa, espressa nei consigli evangelici, dovrà avere una forte dimensione comunitaria. La risposta alla chiamata di Dio, pur avendo un carattere personale e individuale, ci convoca assieme e ci costituisce in comunità. I voti, che della nostra consacrazione sono gli elementi più caratteristici, dovranno essere assunti in una dimensione comunitaria e sostenuti dalla fraternità. È questa una sfida che i formatori dovranno cogliere per aiutare i giovani a dare delle risposte adeguate. Dell’obbedienza, della castità e della povertà ognuno deve imparare a rendere conto non solo a Dio, ma anche alla propria comunità.
- Le comunità del futuro utilizzeranno il termine “famiglia” non solo per includere i fratelli legati dagli vincoli dei voti religiosi, ma anche le Missionarie della Consolata e i Laici Missionari della Consolata. E noi dovremo imparare ad estendere la nostra fraternità a tutti loro, e, nel rispetto della loro peculiarità vocazionale, saper utilizzare tutti i mezzi che favoriscono l’autentico spirito di famiglia che ci diede il Beato Fondatore.
6. Missionario – ministro di consolazione
Il Fondatore ha voluto mettere la Consolata nel nome stesso dell’Istituto. Commentava a questo riguardo: “Ne portiamo il titolo come un nome e un cognome” (Conf I, 568), il “genere e la specie” (VS 687). Aggiungeva inoltre: “Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere...” (VS 688). Parlando pertanto della nostra spiritualità e degli atteggiamenti propri del nostro ministero, il riferimento alla “consolazione” non può mancare. Esso sta anzi al centro del nostro essere Missionari della Consolata: ci identifica, ci propone un ideale, suggerisce atteggiamenti di vita, ci indica anche itinerari di prassi missionaria. Leggendo la nostra storia centenaria, ci accorgiamo come i nostri Missionari dei primi tempi e dei decenni posteriori siano stati fedeli alla consegna ricevuta dal Fondatore, di essere cioè persone capaci di portare al mondo la vera consolazione che è Cristo, sull’esempio di Maria. Essi hanno realizzato questa missione con l’annuncio del vangelo, con la testimonianza di vita, mettendosi vicini ai poveri, con uno stile che si richiama costantemente alla Madre di Gesù. Iniziando il secondo secolo di vita, l’Istituto non deve correre il rischio di perdere questa fondamentale sua caratteristica. Tocca ai formatori di oggi riproporre questo valore carismatico, non solo per affidarlo alle giovani generazioni, ma anche “rileggendolo” in maniera creativa nel contesto odierno del mondo e in sintonia con il magistero della Chiesa. Richiamo e commento brevemente gli itinerari più importanti di questo nostro ministero di consolazione.
- Evangelizzazione: Noi Missionari della Consolata siamo coscienti che il nostro ministero di consolazione si realizza innanzitutto nell’annunciare alle genti Cristo Signore e testimoniarne il vangelo con la nostra vita. Proprio l’esplicito mandato di Cristo: “Andate, fate diventare miei discepoli tutti gli uomini del mondo, battezzateli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro ad ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato” (Mt 28, 19-20) dà pieno valore al nostro servizio missionario e rende vera la consolazione che offriamo ai popoli. Ci ricorda Paolo VI nella EN: “Evangelizzare è la grazia, la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (14). Il formatore sia attento che nessuna dottrina e nessun insegnamento scalfisca questo elemento essenziale e costitutivo della nostra vocazione, nostro “fine supremo” (cf. Lett. di G. Allamano, 18-12-1920) e diminuisca la sua importanza agli occhi dei nostri giovani. Nuove forme di evangelizzazione vengono oggi suscitate dallo Spirito che arricchiscono la missione della Chiesa. Lo studio e l’impegno dei giovani nella preparazione accademica abbiano esclusivamente come obiettivo una migliore abilitazione per evangelizzare. Non sarebbe nello spirito dell’Allamano una ricerca di titoli accademici come fine a se stessa.
- Scelta dei poveri «Riteniamo che la missione è scelta preferenziale dei poveri, nella loro realtà di sofferenza, anelito di giustizia e apertura a Dio» (IXCG, 32). Questa scelta, che oggi esprimiamo forse in termini più moderni, fu già del Fondatore quando ci inviò in Africa e ci chiese di elevare l’ambiente in cui ci venivamo a trovare. È una vera scelta di campo ed essa deve diventare spontanea per noi Missionari della Consolata poiché è evangelica, perché è una risposta puntuale all’appello della Chiesa, perché è parte del nostro specifico carisma di consolazione. Come vengono aiutati i nostri giovani a fare questa opzione? Vengono sufficientemente istruiti sulla necessità di distinguere tra scelte politiche da quelle evangeliche? Durante la formazione di base, viene offerta loro la possibilità di fare esperienze significative a questo riguardo?
- Liberazione e promozione umana Afferma Giovanni Paolo II nel messaggio inviato al nostro Istituto in occasione del Centenario: «All’annuncio esplicito del Vangelo, va coniugato pertanto lo sforzo di liberazione e di promozione umana, di tutela della giustizia e di ricerca delle possibili vie per una pace stabile e solidale. Sono questi gli aspetti di un’efficace azione apostolica, che mira a rispondere alle molteplici esigenze dell’essere umano. Su questa strada, che contraddistingue la vostra Famiglia religiosa, proseguite fiduciosi, sempre coerenti con il vostro tipico metodo di essere missionari» (4). Tale coerenza deve esplicitarsi oggi in forme e maniere nuove, in consonanza con l’insegnamento della Chiesa e i segni dei tempi. Insegniamo ai nostri giovani a fare una lettura dei segni dei tempi, evitando di essere semplici ripetitori di metodi passati di promozione umana?
- Giustizia e pace «Nel mondo d’oggi si manifesta una convergenza dei popoli per il rifiuto della violenza e della guerra, il rispetto della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, il conseguimento degli ideali di libertà, giustizia e fraternità, il superamento di razzismi e nazionalismi, la sensibilità per la salvaguardia del creato (cf. RM 86). Queste dimensioni sono parte costitutiva dell’evangelizzazione ad gentes e del nostro ministero di consolazione che comporta scelte e gesti concreti di solidarietà con i poveri e l’impegno per la riconciliazione» (XCG 46). Mentre le tematiche relative alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato stanno entrando sempre più profondamente nel tessuto del nostro ministero di consolazione, pur con le inevitabili incoerenze a livello di testimonianza di vita, ci possiamo chiedere: i nostri giovani vibrano di fronte a questi ideali? Stimoliamo la loro sensibilità per questi temi solo a livello teorico, oppure esponendoli anche a iniziative concrete?
- Presenza mariana Il nostro ministero di consolazione trova un impareggiabile modello in Maria Consolata. Servire in questo campo significa per noi non solo offrire la nostra prestazione a chi è nel bisogno, ma anche stare prossimi ai poveri con uno stile di presenza che potremmo chiamare “mariano”. Tale stile parla di amorosa sollecitudine e di generoso servizio, portati avanti con discrezione e tanto amore, con dolcezza materna e finezza, con riferimento costante all’amore gratuito del Padre e nel nascondimento. Il Beato Fondatore ha incarnato in sé, con mirabile fedeltà, questi atteggiamenti mariani e continua a riproporceli anche oggi. Essi possono causare una vera rivoluzione copernicana nella nostra vita e attività apostolica. Ci invitano infatti a intraprendere il cammino che conduce dal centro alla periferia per essere solo ciò che, per vocazione, siamo chiamati ad essere: puro servizio, amore gratuito, sperimentando sempre “la beatitudine di essere secondi”.
7. Missionario - capace di fedeltà creativa nel contesto di internazionalità e di incontro tra le generazioni proprio dell’Istituto, oggi
I giovani missionari che escono dai nostri seminari al termine della formazione di base si inseriscono in comunità missionarie caratterizzate da una accentuata internazionalità. Essi inoltre si troveranno ad interagire con confratelli di generazioni anteriori, numerosi e attivi nella vita comunitaria e nelle scelte apostoliche. La formazione di base dovrà pertanto tenere molto presente questa realtà ed equipaggiare i giovani in maniera tale che il loro passaggio da una realtà “protetta” come può essere il Seminario, a quelle successive non risulti traumatico, ma sia affrontato in maniera matura e serena. La vita consacrata, a differenza di altre istituzioni sociali odierne, crede che ogni età abbia la sua missione da svolgere, sia quella che sta iniziando un cammino come quelle che si apprestano ad “ammainare le vele”. Il segreto della “rifondazione della vita consacrata”, a cui tante volte i Religiosi fanno riferimento, sta proprio nella circolarità vitale di valori tra le varie generazioni presenti nelle nostre comunità. È questa la giovinezza dello spirito (o la fedeltà creativa) che non deve mai mancare al nostro Istituto. Altrettanto si può dire della convivenza nella stessa comunità o circoscrizione di missionari di varia estrazione razziale e culturale. Lungi dall’essere un impedimento alla convivenza o un rallentamento nelle attività, tale varietà culturale che noi chiamiamo “internazionalità” viene da noi considerata un valore e viene scelta come elemento che caratterizza la nostra Famiglia: «L’Istituto, formato da membri di diversi Paesi, è internazionale. Il missionario deve educarsi a vivere e a lavorare con confratelli di altre culture, cercando la comunione negli elementi che caratterizzano la nostra famiglia» (Cost 23). Partendo da questo duplice atto di fede, mi limito ad elencare alcune piste di lavoro che considero utili per i formatori e per i nostri giovani missionari. 1. Tutti sappiamo come il confronto con nuove sfide o problemi offra sempre l’occasione per compiere nuovi passi in avanti verso una maggiore maturazione. L’importante è che sappiamo applicare il principio evangelico del “perdere per vincere” o del “morire per vivere”. Questa fu la dinamica che Gesù ha applicato nella formazione dei suoi discepoli. E se noi sappiamo usarla nella preparazione dei nostri giovani, l’incontro che essi avranno con altre generazioni o con le inedite sfide interculturali, nel loro futuro campo di lavoro, sarà senza dubbio benefico e positivo. E costateremo che anche dalla nostre comunità formative di oggi potranno uscire missionari capaci non solo di organizzazione o di tecniche operative, quanto piuttosto persone pronte all’ascolto, alla cordialità, alla compassione, alla gratuità. 2. Per vivere e crescere positivamente nelle relazioni intergenerazionali o interculturali, è necessario che ogni persona sappia rinnovare costantemente le opzioni della propria vocazione. Lo farà se sarà capace di monitorare attentamente le scelte di ogni giorno e quelle più impegnative che sono proprie delle svolte importanti della sua vita. Il missionario di qualsiasi generazione non potrà pertanto essere una persona isolata nelle sue decisioni, poiché solo il confronto, la richiesta di consiglio, il riferimento comunitario, la giusta considerazione per il parere di ogni persona, la perseveranza negli impegni presi, potranno assicurare consistenza e sicurezza alla sua vita missionaria. 3. Altra dimensione indispensabile sarà il senso di appartenenza alla comunità, alla circoscrizione, all’Istituto. Esso produce infatti la disponibilità e la partecipazione attiva e responsabile di ogni missionario di ogni età ed estrazione culturale ai progetti comuni. Questo senso di appartenenza non può essere solo affettivo o a livello intellettuale. Esso deve assumere risvolti concreti e creare uno spirito di famiglia che sappia appoggiare, orientare e valutare il lavoro di ogni suo membro. Un grande amore all’Istituto e una buona dose di ascesi saranno necessari affinché ciò possa avvenire! 4. L’empatia è la dote che mi apre all’altro e permette che l’altro entri nel mio mondo, e così io sarò in grado di dare e ricevere allo stesso tempo. Essa è indispensabile e non si improvvisa. Un giovane missionario dovrà cimentarsi su questo banco di prova fin dagli anni della sua formazione di base per imparare il perdono e la gratuità, a gestire le responsabilità e il dovere quotidiano, il successo e gli smacchi, a superare i conflitti inevitabili. Va da sé che questa carrellata di qualità che filtra nella vita dei nostri giovani potrà pure costituire la cartina di tornasole per giudicare il grado di maturità di un allievo e della sua qualifica per affrontare le tappe impegnative della sua vocazione, quali la Professione perpetua o gli Ordini sacri.
8. Missionario - capace di formazione permanente
Innanzitutto, perché parliamo in questa sede di formazione permanente? Perché la formazione o tende ad essere permanente o non esiste affatto. Inoltre le radici di una formazione che sia globale e che duri per tutta la vita devono essere messe nel corso della formazione di base. Vorrei iniziare, presentando alcune sensazioni maturate all’interno della Direzione Generale. - Notiamo che sono pochi i Missionari che hanno interesse per una lettura costante e soda sui temi che toccano la nostra vita e la missione. Anche le riviste teologiche presenti nelle nostre comunità locali sono scarse o comunque sono poco lette. - Molti sono i Missionari giovani che chiedono di migliorare la loro preparazione accademica. A noi sembra che le motivazioni consistano sovente nel desiderio di avere un ulteriore titolo di studio, oppure semplicemente per avere una interruzione nel loro lavoro missionario. Prova di questo è il fatto che sono scarsi coloro che, terminata questa ulteriore preparazione accademica, continuano ad approfondire il tema di loro competenza. - Troppo diffusa è l’identificazione della formazione permanente con gli studi accademici. Notiamo infatti scarsa ricerca di itinerari alternativi di formazione permanente che potrebbero avere un’attinenza maggiore alle necessità della persona (es. periodi di spiritualità, esperienze significative, scuole di vita...). Questi avvengono normalmente e solo su proposta della Direzione Generale o Regionale. Parlando a persone che hanno responsabilità nella formazione di base, desidero sollevare la questione: come instillare nei giovani il gusto dell’approfondimento costante delle tematiche che hanno a che fare con la nostra vocazione e la missione? Come aiutare i nostri allievi a capire che la sapienza è più importante della scienza, e che la formazione deve nutrire tutte le dimensioni della nostra vita e non solo la mente? Come fare sì che, terminata la formazione di base, il Missionario continui a sentirsi sempre in formazione? Mi permetto a questo punto di richiamare alcuni passi del succoso capitolo sulla Formazione Permanente, che troviamo al termine della nostra Ratio Studiorum del 1993. - Importanza: “La formazione permanente prepara il missionario a essere capace di far fronte alle realtà nuove con cui si incontra; a essere fedele alla sua vocazione, alle sfide della missione ad gentes e alla storia; a prendere il suo posto nella chiesa e nella società. Questo gli chiede di formarsi al senso dinamico della vita e ad attingere dalla propria ricchezza interiore risposte sempre nuove e significative” (250). - Obiettivo generale: “maturare in ogni missionario la necessità di mantenersi in stato di rinnovamento spirituale e di aggiornamento professionale per essere in condizione di offrire alla missione ad gentes una testimonianza di vita evangelica e un servizio pastorale qualificato” (252). - Criteri generali: continuità; globalità; fedeltà; partecipazione. “Così intesa e vissuta, la formazione permanente diventa il principio che orienta e dà dinamicità alla vita di ogni missionario e comunità” (254). - Contenuto del progetto formativo: La formazione permanente interessa tutti gli aspetti della vita e attività del missionario, coinvolgendone l’essere, il sapere e l’operare. È destinata, perciò, a garantirgli la crescita umana e spirituale, la fedeltà al carisma e all’identità dell’Istituto, l’aggiornamento culturale, il rinnovamento pastorale e la riqualificazione professionale come risposta alle esigenze di maturazione della persona e della comunità e alle sfide del servizio missionario” (256). - Metodo e mezzi: “La formazione permanente come sequela di Gesù Cristo ci mantiene in cammino. Ciò non è possibile senza un metodo e dei mezzi che aiutino a mantenersi fedeli alla propria identità di consacrati a Dio nel servizio alla missione” (266). “Nella pianificazione e nello sviluppo delle iniziative e dei programmi di formazione permanente si tengano presenti l’indirizzo missionario e il metodo proprio dell’Istituto...” (267).
9. Missionario: persona di dialogo
Nell’istruzione “Dialogo e Annuncio” leggiamo: «Il dialogo può essere compreso in vari modi. In primo luogo, a livello puramente umano, significa comunicazione reciproca per raggiungere un fine comune o, a un livello più profondo, una comunione interpersonale. In secondo luogo, il dialogo può essere considerato come un atteggiamento di rispetto e di amicizia, che penetra o dovrebbe penetrare in tutte le attività che costituiscono la missione evangelizzatrice della Chiesa. Questo può essere – a ragione – lo spirito del dialogo». Affermava Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam: “La Chiesa è dialogo”. Dialogo ecumenico, dialogo interreligioso sono aspetti e parte intrinseca della missione della Chiesa, come riaffermati ripetutamente dalla Redemptoris Missio. Del dialogo interreligioso ha parlato poi il nostro ultimo Capitolo Generale dedicandovi una specifica trattazione. In particolare ha esortato tutti a diventare autentiche persone di dialogo, quando afferma: “Il Missionario... si formi al dialogo e agli atteggiamenti necessari per praticarlo. Bandisca ogni atteggiamento di autosufficienza, chiusura, intolleranza ideologica, fondamentalismo, ponendosi, invece, in stato di conversione per vivere la propria fede in profondità e con convinzione. Educhi la gente a rispettare le religioni” (p. 73). Siamo coscienti che il cammino di maturazione di una persona si possa proprio misurare sulla capacità di un individuo di uscire da se stesso e avventurarsi verso l’altro. Questo processo non prende mai forma in noi in maniera spontanea, ma è il risultato di studio e impegno, cioè di un vero processo formativo. Ecco allora che nel cammino di formazione di un missionario non possiamo fare a meno di parlare di dialogo e dedicarvi una particolare attenzione. Mi limito in questo contesto ad evidenziare due itinerari – per noi necessari – di dialogo, senza pretendere di essere esauriente a riguardo di una tematica tanto vasta e complessa.
1. Dialogo con se stessi. Una vera comunicazione con l’esterno deve fare i conti innanzitutto in casa propria. Il primo “prossimo” siamo noi stessi e dentro di noi dobbiamo sapere trovare un “altro da noi” quando ci addentriamo nel nostro io, con serietà e verità. Ogni individuo, infatti, deve saper dialogare e comunicare in profondità con se stesso prima di mettere in moto un autentico dialogo con l’altro. Ognuno deve innanzitutto conoscere la verità su se stesso, sui propri valori e sui propri limiti, sugli ostacoli che possono eventualmente impedire relazioni vere e costruttive, su quelle allergie che ogni persona può avere e che impediscono o troncano qualsiasi rapporto. Il vero dialogo parte sempre da un atteggiamento di umiltà e di verità tale da rendere una persona cosciente che non è essa il centro dell’universo, ma semplicemente un essere bisognoso dell’altro, che non può gestire la propria vita da solo, che ha bisogno di relazionarsi e avvicinarsi all’altro per poter crescere e maturare. Guai ai blocchi egoistici che non ci permettono di stabilire vere e sane relazioni! Ricordo in questo contesto l’importanza che possono avere, in un cammino formativo dei giovani verso la comunicazione con se stessi, l’uso e la pratica della meditazione, la capacità di esame personale di vita, il progetto personale di vita, la direzione spirituale e una autentica vita di preghiera personale. Quanti di questi mezzi continueranno ad essere utilizzati dai missionari, una volta terminata la formazione di base?
2. Dialogo con l’altro Accenno innanzitutto alle barriere che possono esistere e che possono impedire la comunicazione. Il primo passo è la loro rimozione o almeno il tentativo di diminuirne la pericolosità, attraverso l’azione formativa. - Il linguaggio corrotto: è quello che non lascia passare la verità, che non comunica cose autentiche, che è fumogeno, non trasparente, ambiguo. Qui non si tratta di estetica ma di morale. - Ambiguità del discorso: quando una persona parla ma non dice, quando non lascia trasparire la propria interiorità, quando non rivela se stessa. Il discorso vero è sempre un atto di risonanza spirituale, non nasce dalle labbra ma parte dal cuore. È sempre un atto eminentemente personale. - La sordità: anche nel contesto delle nostre comunità ci può essere il pericolo di una sordità che crea l’incomunicabilità, impedendo l’ascolto reciproco. Tale sordità può avere le sue cause in ferite lontane, scuse varie, interessi personali occulti o inconsci. Affinché il dialogo con l’altro possa avvenire, è necessario innanzitutto agire sulle barriere e poi metterlo in atto, cioè praticarlo. Per un esame della sua autenticità, dobbiamo badare che esso: - sia coinvolgente, poiché la comunicazione vera coinvolge la vita; - favorisca l’incontro tra persone, promovendo rapporti interpersonali sani e sereni; - non si preoccupi solo di informare, ma soprattutto di formare; - trasmetta qualcosa di significativo che tocca la vita, gli ideali e gli interessi degli interlocutori; - apra la via per una comprensione più profonda dell’altro.
Fin dalla formazione di base, il Missionario sia abituato alla comunicazione vera con gli altri, valorizzando i mezzi tradizionali, quali gli incontri comunitari; la revisioni di vita; i progetti di vita; la lectio divina; la valorizzazione dei mezzi moderni di comunicazione. In particolare egli sia introdotto, in maniera corretta ma decisa, alla comunicazione profonda della propria vita di fede. Se questa è una frontiera a cui forse non potranno più giungere i missionari di una data età, essa deve essere alla portata delle generazioni più giovani. Non posso qui tacere il reale pericolo di un uso non sano dei mezzi informatici. Chiedo a tutti voi, formatori, di pronunciarvi chiaramente a questo riguardo e suggerire orientamenti che valgano per tutte le nostre case di formazione. È necessario educare correttamente all’uso di questi moderni mezzi di comunicazione, tanto preziosi se usati correttamente ma altrettanto pericolosi, se usati impropriamente tanto da diventare per alcuni una vera droga.
CONCLUSIONE
Vorrei terminare rileggendo con voi il n. 92 delle nostre Costituzioni: «Il cammino formativo avviene in contesto comunitario, in cui si inserisce la mediazione degli educatori. Essi hanno il compito di formare i candidati a conoscere, accettare e vivere la loro vocazione nell’Istituto. Vivono costantemente accanto ai giovani, li hanno presenti nella preghiera e si interessano di loro come “padri nel Signore”, “consci della responsabilità che hanno davanti all’Istituto, alla Chiesa e a Dio” (VS 70)». Penso che concorderete con me nell’affermare che questa vostra “paternità” nei confronti dei giovani in formazione è senza dubbio qualcosa di sublime, ma che, allo stesso tempo, comporta una formidabile responsabilità. Per questo motivo vorrei in questo momento assicurarvi della gratitudine della Direzione Generale e di tutto l’Istituto per il vostro generoso servizio. Vi seguiamo con la preghiera incessante allo Spirito perché vi doni sempre quella sapienza, senza la quale il vostro lavoro sarebbe impossibile. Vi accompagna dal Cielo l’intercessione del Padre Fondatore, padre e maestro di missionari.
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