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Introduzione Prendiamo l’ispirazione dalla persona del Fondatore, visto come punto di riferimento per la nostra vita. C’è una sua caratteristica che ha grandemente favorito il contatto tra lui e i suoi figli e figlie: il Padre si è confidato con loro, coinvolgendoli nella propria vita. Di conseguenza, essi erano certi di conoscerlo nel suo intimo e, proprio per questo, lo stimavano, gli volevano bene, si fidavano di lui, lo seguivano volentieri.
Il Fondatore è vivo, oggi. Anche noi possiamo avere lo stesso atteggiamento che hanno avuto i nostri primi confratelli e consorelle e costruire con lui un rapporto spirituale che incida praticamente nella nostra vita. Cercherò di illustrare questo obiettivo in due punti di riflessione: anzitutto, guardando l’esperienza all’inizio dell’Istituto, cioè come fosse recepita la persona del Fondatore, quando comunicava se stesso; in secondo tempo, immaginando come sia possibile, anche oggi, vivere la stessa comunione con il Fondatore perenne.
1. IL FONDATORE COMUNICA SE STESSO
Nell’introduzione ai tre volumi delle Conferenze IMC, il P. I. Tubaldo offre alcuni criteri di lettura. Uno, in particolare, è pertinente al nostro tema, quello “teologico”, che fa notare come la fede dell’Allamano fosse sicura, schietta e soprattutto operosa, tendente alla pratica. Lo provano certe espressioni, quali: «Fate così…», «Felici voi se farete così…», «Provate anche voi…», ecc. Si nota come il Fondatore cercasse di trasmettere la propria esperienza, facendola diventare quasi una garanzia per suoi figli .
a. Il Fondatore comunica la propria esperienza. Quando inizia l’Istituto, il Fondatore è una persona matura, con una grande esperienza. Anche sul piano formativo gli riesce spontaneo trasferire la propria esperienza ai suoi figli. Questo è importante, perché ci garantisce che lui ha formato sulle stessa linea della sua maturazione. Le proposte che faceva (si pensi, per esempio, alle sue insistenze sulla santità) non erano teoriche, ma già filtrate dalla sua vita.
Questo criterio lo troviamo espresso dal Fondatore stesso. Ecco due esempi: uno all’inizio, il 2 marzo 1902. Negli appunti per il ritiro mensile, il Fondatore così conclude: «L’esperienza mia di comunità, di cui vissi tutta la vita, voglio applicarla a questo Istituto. Voi badate ai miei comandi, esortazioni ed anche desideri che ben conoscete» . Il secondo esempio, verso la fine, il 29 maggio 1921. Insegna a fare bene la visita al SS. Sacramento e, tra l’altro, dice: «Entrando, uno sguardo al tabernacolo, fare bene la genuflessione con una giaculatoria, coll’occhio verso il tabernacolo…Vi dico quello che sento…Vedete: a me piaceva tanto quando non c’era la tendina davanti al tabernacolo: pareva di essere più vicino al SS.» .
b. Il Fondatore “vuole” comunicare anche se stesso. Il Fondatore voleva andare più a fondo, per cui, oltre alla propria esperienza, intendeva comunicare se stesso. Credeva a questo metodo di comunicazione vitale, soprattutto basandosi sul fatto che la famiglia si costruisce partendo dal padre. Lo spirito di famiglia doveva essere vissuto prima con lui, che era il padre, e poi con tutti i fratelli. Tuttavia, il fatto che l’Allamano comunicasse se stesso non va visto tanto come “metodo pedagogico”, bensì piuttosto come “stile di vita”, come “spirito”. Conoscendolo, possiamo credere che in lui tutto ciò fu spontaneo, anzi che non sarebbe stato capace di fare diversamente, pur essendo una persona riservata, in costante comunione con Dio.
Vediamo, anzitutto, in che modo il Fondatore comunicava se stesso. Tra i mille esempi che troviamo nelle conferenze, ne riporto uno che trovo molto bello, desunto dalla circolare ai missionari e alle missionarie, in occasione del 50° di sacerdozio. In essa, per prima cosa, riconosce che la sua lunga vita è stata tutta intessuta di grazie. Ricorda le principali, sottolineando la celebrazione di innumerevoli SS. Messe ed esclamando: «Enumera stellas si potes [Gen 15,5]». Di fronte alle molteplici responsabilità che gravarono sul suo capo (e anche di queste indica le principali), commenta con semplicità: «Se al mio posto fosse stato un santo quanto maggior bene avrebbe operato, ed acquistatisi più meriti! Mi consola però che cercai sempre di fare la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il secreto mio fu di cercare Dio solo e la Sua Santa Volontà, manifestatami dai miei Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita e la mia confidenza al tribunale di Dio». E dopo avere ringraziato tutti per le preghiere, le felicitazioni e le feste, conclude: «Attribuisco a voi se non sono deceduto nel passato inverno; ma con sufficiente salute giunsi al bel giorno […]. Continuate a pregare perché in me ed in voi si compia sempre la S. Volontà di Dio» . Così parlava il nostro Padre e i figli lo capivano.
Non c’è dubbio che l’Allamano si sia reso conto di questa sua spontaneità e apertura verso gli allievi, immaginando che ciò poteva stupire, almeno qualcuno. Qualche volta lo ha fatto notare. Probabilmente, con questo, ha inteso aiutare gli allievi a capirlo. Per esempio, dopo aver parlato a lungo del suo viaggio a Roma, il 12 novembre 1914, scendendo a diversi particolari, appare persino compiaciuto e commenta: «Vi conto tutto come un Padre di famiglia» . In una conferenza su “Gli Angeli Custodi”, il 26 settembre 1916, inserisce molti fatti sulla guerra e osserva: «[…] io vi conto tutto quello che consola e anche le spine» .
c. Il Fondatore non nasconde il proprio stato d’animo. Un ultimo aspetto che sottolineo è che il Fondatore non mimetizzava i propri sentimenti. Siccome sia lui che gli ascoltatori si trovavano a proprio agio, non era il caso di comportarsi in modo formale. L’Allamano non è mai scaduto in banalità, ma ha permesso che dai suoi atteggiamenti si potessero vedere i movimenti del suo spirito.
Si potrebbe illustrare questo aspetto esaminando le sue parole. Sia nelle conferenze che nelle lettere troviamo un’infinità di espressioni che manifestano il suo stato d’animo. Qui voglio, invece, far notare un’abitudine che gli allievi, specialmente le suore, avevano preso. Mentre scrivevano le parole del Fondatore, durante le conferenze, alcune volte, tra parentesi, annotavano anche il suo stato d’animo: se sorrideva, se si dimostrava preoccupato, volitivo, triste, sereno, addolorato, ecc. Ciò fa capire la “corrente” affettiva che intercorreva tra il padre e i figli e le figlie e come il Fondatore si sentisse libero di fronte a loro, certo di essere compreso. Gli esempi sarebbero molti, alcuni anche curiosi. Ne riporto solo due, per illustrare questo aspetto della personalità dell’Allamano e come veniva percepito.
In una conferenza sulla “Collaborazione con l’IMC” del 28 gennaio 1917 alle suore, si legge: «Vedete (tira fuori di tasca una lettera e, con un bel sorriso di compiacenza, la depone sul tavolo) ci sono i nostri missionari che sono a fare il soldato e che scrivono una lettera (con un’aria di soddisfazione la tira fuori dalla busta, la spiega con calma e poi, adattandosi gli occhiali sul naso, comincia a leggerla. Al punto ove in modo particolare i Revv. Confratelli ringraziano per i pacchi loro preparati, pacchi contenenti un po’ di vitto che loro si preparano per il viaggio quando han finito la breve licenza che di tanto in tanto viene loro concessa, il nostro Ven.mo Padre soggiunge:) […] . Finora nessuno è andato a combattere; adesso però sono due tra i combattenti…(Finisce di leggere la lettera e poi, con un sorriso:) Questo è l’affetto che ci deve essere tra fratelli e sorelle…ciascuno dalla sua parte, ma…affetto di cuore. Voi siete come le pie donne (e qui, facendoci ben notare quanto dice)» .
Per il Camisassa: prima della morte, il 23 luglio 1922, tra parentesi è annotato: «(Il nostro Ven.mo Padre ci parla affettuosamente dell’amato Sig. Vice Rettore e poi, con un nodo alla gola, dice:) Ho telegrafato a tutte le missioni: “Il Vice Rettore è gravemente ammalato: Bisogna pregare”» . Dopo la morte, il 3 dicembre 1922: «C’era un po’ il Sig. Vice Rettore per me…ma ci siamo sempre amati nel Signore…(nel dir questo il nostro amatissimo Padre posa lo sguardo sulla fotografia del nostro carissimo Sig. Vice Rettore, appesa alla parete, e prende un aspetto mesto e profondamente addolorato)» . Da come le testimoni si esprimono si comprende l’alto grado della loro partecipazione. Sembra che vivano gli stessi sentimenti. E si tenga presente che, nonostante che a volte riferiscano anche reazioni di fragilità, le suore non si scandalizzano mai, perché conoscono bene la sua fortezza interiore .
2. COME COMUNICARE CON IL FONDATORE PERENNE
Vi propongo tre piste di riflessione sul nostro rapporto, oggi, con il Fondatore, di modo che tra lui e noi ci sia comunione, che incida sul nostro modo di vivere e anche sul servizio che compiamo.
a. Conoscere il Fondatore. Teniamo presente che l’Allamano ha vissuto in un preciso momento storico, che ha avuto un influsso su di lui. Per capirlo bene occorre, quindi, conoscere la sua “storicità”. Ciò significa conoscere la sua vita e il suo pensiero, senza lasciarci condizionare dalle circostanze o dallo stile del tempo.
La conoscenza della vita non si limita agli avvenimenti e neppure alle opere da lui compiute.Ciò che più conta è capire l’esperienza interiore che ha fatto in ogni situazione e in ogni attività. Come esempio, riporto una sua riflessione espressa rispondendo agli auguri per il 62° compleanno, nella conferenza del 19 gennaio 1913. Fra l’altro disse: «In Seminario dove stetti ben 14 anni ascoltavo la voce di Mons. Gastaldi che mi chiamò a Dr. Sp.le, e più tardi la stessa voce che mi voleva alla Consolata […]. Vedete quindi com’io ora dando uno sguardo al passato possa con santa compiacenza rallegrarmi di avere ubbidito alla volontà di Dio manifestatami dai Superiori; ed ora godo della certezza di aver sempre camminato per la via da Dio assegnatami» . Quindi, conoscere gli avvenimenti della vita ed il dinamismo apostolico del Fondatore significa conoscere come egli ha percepito e risposto alla propria vocazione.
Conoscere il suo pensiero per noi è relativamente facile. Abbiamo la fortuna di possedere le sue parole ed i suoi scritti, grazie alle pubblicazioni delle conferenze e delle lettere. Se vogliamo essere in grado di viverlo prima e poi comunicarlo, è indispensabile conoscerli bene. Lui stesso è stato cosciente di averci dato in eredità il suo pensiero. Quando consegnò al P. Nepote, allora Maestro dei Novizi, i sedici quaderni degli appunti, disse: «Questi Manoscritti delle Conferenze contengono il vero mio pensiero». Siccome sapeva che le conferenze venivano stenografate, aggiunse: «Il resto ha la sostanza, parlando io alla buona con voi» .
b. Confrontarsi con il Fondatore. Possiamo immaginare il Fondatore “in dialogo” con i suoi figli e figlie. Confrontarsi con lui significa porsi di fronte e interrogarlo, magari discutere per poi rispondergli. Il contenuto del confronto è la nostra vita e l’attività che compiamo. Non conviene dire leggermente “il Fondatore, oggi, direbbe così e così”, inventando noi le sue risposte. Il confronto è vero se c’è conoscenza, stima e soprattutto amore. Il confronto è atto di sapienza e si fa in clima di meditazione e preghiera.
Inoltre, il confronto ha come base teologica la “vocazione comune”. Ognuno è chiamato, in forza della personale vocazione, a vivere il carisma dell’Allamano, non da solo, ma con i confratelli e consorelle. Da questo punto di vista, il confronto diventa una garanzia di autenticità. Gli aiuti per realizzare la vocazione non sono da cercarsi altrove, in altri carismi, perché ognuno è chiamato dallo Spirito a vivere questo carisma e non un altro. Non per nulla il Fondatore, cosciente di questa realtà, insisteva sulla necessità di formarsi bene “qui”, e “secondo lo spirito dell’Istituto” .
Infine, confrontarsi con il Fondatore significa non demoralizzarsi mai. L’Allamano è un educatore che incoraggia sempre. Al riguardo pensiamo al valore che dava al famoso versetto 11 del salmo 76: “Nunc coepi”.
c. Educare con la vita. Tenuto conto di quanto abbiamo detto, vorrei concludere queste riflessioni riaffermando il valore della testimonianza, anche per il ruolo di formatore. Il Fondatore ha parlato molto, con ordine e costanza, in pubblico e in privato. Noi lo conosciamo attraverso questo suo modo di comunicare. I missionari e le missionarie che hanno avuto la fortuna di fare con lui il loro cammino formativo, se teniamo conto delle loro testimonianze, sono stati attratti prima dalla sua vita e poi dalle sue parole. Questa è una sfida anche per noi.
Introduzione: prendiamo l’ispirazione dalla persona del Fondatore, visto come punto di riferimento per la nostra vita. C’è una sua caratteristica che ha grandemente favorito il contatto tra lui e i suoi figli e figlie: il Padre si è confidato con loro, coinvolgendoli nella propria vita. Di conseguenza, essi erano certi di conoscerlo nel suo intimo e, proprio per questo, lo stimavano, gli volevano bene, si fidavano di lui, lo seguivano volentieri.
Il Fondatore è vivo, oggi. Anche noi possiamo avere lo stesso atteggiamento che hanno avuto i nostri primi confratelli e consorelle e costruire con lui un rapporto spirituale che incida praticamente nella nostra vita. Cercherò di illustrare questo obiettivo in due punti di riflessione: anzitutto, guardando l’esperienza all’inizio dell’Istituto, cioè come fosse recepita la persona del Fondatore, quando comunicava se stesso; in secondo tempo, immaginando come sia possibile, anche oggi, vivere la stessa comunione con il Fondatore perenne.
1. IL FONDATORE COMUNICA SE STESSO
Nell’introduzione ai tre volumi delle Conferenze IMC, il P. I. Tubaldo offre alcuni criteri di lettura. Uno, in particolare, è pertinente al nostro tema, quello “teologico”, che fa notare come la fede dell’Allamano fosse sicura, schietta e soprattutto operosa, tendente alla pratica. Lo provano certe espressioni, quali: «Fate così…», «Felici voi se farete così…», «Provate anche voi…», ecc. Si nota come il Fondatore cercasse di trasmettere la propria esperienza, facendola diventare quasi una garanzia per suoi figli .
a. Il Fondatore comunica la propria esperienza. Quando inizia l’Istituto, il Fondatore è una persona matura, con una grande esperienza. Anche sul piano formativo gli riesce spontaneo trasferire la propria esperienza ai suoi figli. Questo è importante, perché ci garantisce che lui ha formato sulle stessa linea della sua maturazione. Le proposte che faceva (si pensi, per esempio, alle sue insistenze sulla santità) non erano teoriche, ma già filtrate dalla sua vita.
Questo criterio lo troviamo espresso dal Fondatore stesso. Ecco due esempi: uno all’inizio, il 2 marzo 1902. Negli appunti per il ritiro mensile, il Fondatore così conclude: «L’esperienza mia di comunità, di cui vissi tutta la vita, voglio applicarla a questo Istituto. Voi badate ai miei comandi, esortazioni ed anche desideri che ben conoscete» . Il secondo esempio, verso la fine, il 29 maggio 1921. Insegna a fare bene la visita al SS. Sacramento e, tra l’altro, dice: «Entrando, uno sguardo al tabernacolo, fare bene la genuflessione con una giaculatoria, coll’occhio verso il tabernacolo…Vi dico quello che sento…Vedete: a me piaceva tanto quando non c’era la tendina davanti al tabernacolo: pareva di essere più vicino al SS.» .
b. Il Fondatore “vuole” comunicare anche se stesso. Il Fondatore voleva andare più a fondo, per cui, oltre alla propria esperienza, intendeva comunicare se stesso. Credeva a questo metodo di comunicazione vitale, soprattutto basandosi sul fatto che la famiglia si costruisce partendo dal padre. Lo spirito di famiglia doveva essere vissuto prima con lui, che era il padre, e poi con tutti i fratelli. Tuttavia, il fatto che l’Allamano comunicasse se stesso non va visto tanto come “metodo pedagogico”, bensì piuttosto come “stile di vita”, come “spirito”. Conoscendolo, possiamo credere che in lui tutto ciò fu spontaneo, anzi che non sarebbe stato capace di fare diversamente, pur essendo una persona riservata, in costante comunione con Dio.
Vediamo, anzitutto, in che modo il Fondatore comunicava se stesso. Tra i mille esempi che troviamo nelle conferenze, ne riporto uno che trovo molto bello, desunto dalla circolare ai missionari e alle missionarie, in occasione del 50° di sacerdozio. In essa, per prima cosa, riconosce che la sua lunga vita è stata tutta intessuta di grazie. Ricorda le principali, sottolineando la celebrazione di innumerevoli SS. Messe ed esclamando: «Enumera stellas si potes [Gen 15,5]». Di fronte alle molteplici responsabilità che gravarono sul suo capo (e anche di queste indica le principali), commenta con semplicità: «Se al mio posto fosse stato un santo quanto maggior bene avrebbe operato, ed acquistatisi più meriti! Mi consola però che cercai sempre di fare la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il secreto mio fu di cercare Dio solo e la Sua Santa Volontà, manifestatami dai miei Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita e la mia confidenza al tribunale di Dio». E dopo avere ringraziato tutti per le preghiere, le felicitazioni e le feste, conclude: «Attribuisco a voi se non sono deceduto nel passato inverno; ma con sufficiente salute giunsi al bel giorno […]. Continuate a pregare perché in me ed in voi si compia sempre la S. Volontà di Dio» . Così parlava il nostro Padre e i figli lo capivano.
Non c’è dubbio che l’Allamano si sia reso conto di questa sua spontaneità e apertura verso gli allievi, immaginando che ciò poteva stupire, almeno qualcuno. Qualche volta lo ha fatto notare. Probabilmente, con questo, ha inteso aiutare gli allievi a capirlo. Per esempio, dopo aver parlato a lungo del suo viaggio a Roma, il 12 novembre 1914, scendendo a diversi particolari, appare persino compiaciuto e commenta: «Vi conto tutto come un Padre di famiglia» . In una conferenza su “Gli Angeli Custodi”, il 26 settembre 1916, inserisce molti fatti sulla guerra e osserva: «[…] io vi conto tutto quello che consola e anche le spine» .
c. Il Fondatore non nasconde il proprio stato d’animo. Un ultimo aspetto che sottolineo è che il Fondatore non mimetizzava i propri sentimenti. Siccome sia lui che gli ascoltatori si trovavano a proprio agio, non era il caso di comportarsi in modo formale. L’Allamano non è mai scaduto in banalità, ma ha permesso che dai suoi atteggiamenti si potessero vedere i movimenti del suo spirito.
Si potrebbe illustrare questo aspetto esaminando le sue parole. Sia nelle conferenze che nelle lettere troviamo un’infinità di espressioni che manifestano il suo stato d’animo. Qui voglio, invece, far notare un’abitudine che gli allievi, specialmente le suore, avevano preso. Mentre scrivevano le parole del Fondatore, durante le conferenze, alcune volte, tra parentesi, annotavano anche il suo stato d’animo: se sorrideva, se si dimostrava preoccupato, volitivo, triste, sereno, addolorato, ecc. Ciò fa capire la “corrente” affettiva che intercorreva tra il padre e i figli e le figlie e come il Fondatore si sentisse libero di fronte a loro, certo di essere compreso. Gli esempi sarebbero molti, alcuni anche curiosi. Ne riporto solo due, per illustrare questo aspetto della personalità dell’Allamano e come veniva percepito.
In una conferenza sulla “Collaborazione con l’IMC” del 28 gennaio 1917 alle suore, si legge: «Vedete (tira fuori di tasca una lettera e, con un bel sorriso di compiacenza, la depone sul tavolo) ci sono i nostri missionari che sono a fare il soldato e che scrivono una lettera (con un’aria di soddisfazione la tira fuori dalla busta, la spiega con calma e poi, adattandosi gli occhiali sul naso, comincia a leggerla. Al punto ove in modo particolare i Revv. Confratelli ringraziano per i pacchi loro preparati, pacchi contenenti un po’ di vitto che loro si preparano per il viaggio quando han finito la breve licenza che di tanto in tanto viene loro concessa, il nostro Ven.mo Padre soggiunge:) […] . Finora nessuno è andato a combattere; adesso però sono due tra i combattenti…(Finisce di leggere la lettera e poi, con un sorriso:) Questo è l’affetto che ci deve essere tra fratelli e sorelle…ciascuno dalla sua parte, ma…affetto di cuore. Voi siete come le pie donne (e qui, facendoci ben notare quanto dice)» .
Per il Camisassa: prima della morte, il 23 luglio 1922, tra parentesi è annotato: «(Il nostro Ven.mo Padre ci parla affettuosamente dell’amato Sig. Vice Rettore e poi, con un nodo alla gola, dice:) Ho telegrafato a tutte le missioni: “Il Vice Rettore è gravemente ammalato: Bisogna pregare”» . Dopo la morte, il 3 dicembre 1922: «C’era un po’ il Sig. Vice Rettore per me…ma ci siamo sempre amati nel Signore…(nel dir questo il nostro amatissimo Padre posa lo sguardo sulla fotografia del nostro carissimo Sig. Vice Rettore, appesa alla parete, e prende un aspetto mesto e profondamente addolorato)» . Da come le testimoni si esprimono si comprende l’alto grado della loro partecipazione. Sembra che vivano gli stessi sentimenti. E si tenga presente che, nonostante che a volte riferiscano anche reazioni di fragilità, le suore non si scandalizzano mai, perché conoscono bene la sua fortezza interiore .
2. COME COMUNICARE CON IL FONDATORE PERENNE
Vi propongo tre piste di riflessione sul nostro rapporto, oggi, con il Fondatore, di modo che tra lui e noi ci sia comunione, che incida sul nostro modo di vivere e anche sul servizio che compiamo.
a. Conoscere il Fondatore. Teniamo presente che l’Allamano ha vissuto in un preciso momento storico, che ha avuto un influsso su di lui. Per capirlo bene occorre, quindi, conoscere la sua “storicità”. Ciò significa conoscere la sua vita e il suo pensiero, senza lasciarci condizionare dalle circostanze o dallo stile del tempo.
La conoscenza della vita non si limita agli avvenimenti e neppure alle opere da lui compiute.Ciò che più conta è capire l’esperienza interiore che ha fatto in ogni situazione e in ogni attività. Come esempio, riporto una sua riflessione espressa rispondendo agli auguri per il 62° compleanno, nella conferenza del 19 gennaio 1913. Fra l’altro disse: «In Seminario dove stetti ben 14 anni ascoltavo la voce di Mons. Gastaldi che mi chiamò a Dr. Sp.le, e più tardi la stessa voce che mi voleva alla Consolata […]. Vedete quindi com’io ora dando uno sguardo al passato possa con santa compiacenza rallegrarmi di avere ubbidito alla volontà di Dio manifestatami dai Superiori; ed ora godo della certezza di aver sempre camminato per la via da Dio assegnatami» . Quindi, conoscere gli avvenimenti della vita ed il dinamismo apostolico del Fondatore significa conoscere come egli ha percepito e risposto alla propria vocazione.
Conoscere il suo pensiero per noi è relativamente facile. Abbiamo la fortuna di possedere le sue parole ed i suoi scritti, grazie alle pubblicazioni delle conferenze e delle lettere. Se vogliamo essere in grado di viverlo prima e poi comunicarlo, è indispensabile conoscerli bene. Lui stesso è stato cosciente di averci dato in eredità il suo pensiero. Quando consegnò al P. Nepote, allora Maestro dei Novizi, i sedici quaderni degli appunti, disse: «Questi Manoscritti delle Conferenze contengono il vero mio pensiero». Siccome sapeva che le conferenze venivano stenografate, aggiunse: «Il resto ha la sostanza, parlando io alla buona con voi» .
b. Confrontarsi con il Fondatore. Possiamo immaginare il Fondatore “in dialogo” con i suoi figli e figlie. Confrontarsi con lui significa porsi di fronte e interrogarlo, magari discutere per poi rispondergli. Il contenuto del confronto è la nostra vita e l’attività che compiamo. Non conviene dire leggermente “il Fondatore, oggi, direbbe così e così”, inventando noi le sue risposte. Il confronto è vero se c’è conoscenza, stima e soprattutto amore. Il confronto è atto di sapienza e si fa in clima di meditazione e preghiera.
Inoltre, il confronto ha come base teologica la “vocazione comune”. Ognuno è chiamato, in forza della personale vocazione, a vivere il carisma dell’Allamano, non da solo, ma con i confratelli e consorelle. Da questo punto di vista, il confronto diventa una garanzia di autenticità. Gli aiuti per realizzare la vocazione non sono da cercarsi altrove, in altri carismi, perché ognuno è chiamato dallo Spirito a vivere questo carisma e non un altro. Non per nulla il Fondatore, cosciente di questa realtà, insisteva sulla necessità di formarsi bene “qui”, e “secondo lo spirito dell’Istituto” .
Infine, confrontarsi con il Fondatore significa non demoralizzarsi mai. L’Allamano è un educatore che incoraggia sempre. Al riguardo pensiamo al valore che dava al famoso versetto 11 del salmo 76: “Nunc coepi”.
c. Educare con la vita. Tenuto conto di quanto abbiamo detto, vorrei concludere queste riflessioni riaffermando il valore della testimonianza, anche per il ruolo di formatore. Il Fondatore ha parlato molto, con ordine e costanza, in pubblico e in privato. Noi lo conosciamo attraverso questo suo modo di comunicare. I missionari e le missionarie che hanno avuto la fortuna di fare con lui il loro cammino formativo, se teniamo conto delle loro testimonianze, sono stati attratti prima dalla sua vita e poi dalle sue parole. Questa è una sfida anche per noi.
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