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UN CAMMINO DI SANTITÁ: RIFLESSIONE Stampa E-mail
Scritto da P. Ottone Cantore   

PREMESSA

Nella Bibbia spesso sentiamo l’invito pressante alla Santità (Lev 19,2; 1Pt 1,13-16). Siccome Dio è santo, cioè speciale, totalmente differente da noi persone umane, che siamo stati scelti da questo Dio pieno d’amore ad essere i suoi figli e figlie, riceviamo l’invito pressante ad essere come Lui. In che modo possiamo esserlo?
Quando ero ragazzo, e volevo diventare Sacerdote, mi madre mi diceva: “Devi diventare un Prete Santo! Piuttosto che diventare un prete mediocre, lascia perdere!”. Ho sempre apprezzato molto queste parole di mia madre.
Nell’Istituto Missioni Consolata, in cui vivo da 35 anni, è spesso ripetuta la frase: “Prima santi e poi missionari!”. Anche questa frase sento che è molto vera, perché “nemo dat quod non habet” (Nessuno può dare ad altri, ciò che non ha), cioè se non si ha passione per Dio, per Cristo, come comunicarla agli altri?
A questo punto della mia vita (58 anni), mi chiedo in che cosa consista la santità.
E rispondo che la santità non è perfezione .
A me pare chiaro che la santità sia un concetto relativo. La santità dell’angelo è differente da quella della persona umana. La santità del bambino è differente da quella dell’adulto.
Riguardo alla “perfezione”, soltanto Cristo era perfetto. Le altre persone, anche quelli che noi consideriamo santi canonizzati e canonizzabili, ad un esame critico mostrano limiti e difetti. Ad esempio, Madre Teresa di Calcutta, pur con la sua innegabile generosità, abnegazione e carità, era troppo autoritaria nel decidere i dettagli anche minimi della vita delle sue suore, senza tenere conto della loro opinione. Ho alcune testimonianze indirette al riguardo.
Le vite di santi che mi attirano sono quelle dove i difetti non sono taciuti. Tali difetti e limiti rendono i santi più vicini a me, comune mortale. Al contrario, quando i santi vengono presentati senza difetti, quelle presentazioni mi sembrano non genuine, mi sembra che nascondano qualcosa.
Inoltre, se identifico la santità con la perfezione, mi condanno ad una insoddisfazione perenne , al cercare di raggiungere l’irraggiungibile, che nessun mortale (eccetto Cristo) ha mai raggiunto. Questa perenne insoddisfazione non credo sia la volontà di Dio! Lui vuole la nostra gioia!
In che cos’altro non consiste la santità? Certamente non consiste nell’onnipotenza.
Quando io voglio aiutare tutte le persone che trovo sul mio cammino, e soffro intensamente per non poterlo fare (o perché i miei consigli non sono seguiti, o perché non riesco a prestare intensa attenzione ed affetto a tutti, o perché non so calarmi nella loro realtà), non cedo forse alla tentazione dell’onnipotenza? Non è forse meglio tentare di aiutare solo qualcuno, raccomandando gli altri al buon Dio? Sono convinto che solo uno è Onnipotente.

ELEMENTI DI SANTITÀ

Credo che la santità consista nel mio scoprire ed accogliere, con tutte le forze, il dono di Dio che è dentro di me, cercando d’essere e di fare ciò che Lui vuole.

ATTENZIONE AI BISOGNI ESSENZIALI

Voglio però qualificare questa tensione. Ho bisogno di essere “realista”, di tenere conto dei miei bisogni.
Ho bisogno di cibo, di riposo e anche di divertimento. Non posso vivere e svilupparmi, senza tenere conto di questi miei bisogni.
Se non mangio, dopo breve tempo non riesco a far nulla. Se non mi riposo sufficientemente, dopo un po’ sono nervoso e non riesco a combinare nulla. Se i miei pensieri sono sempre seri, io non riesco a vivere bene. Anche le barzellette e i “Topolino” hanno una funzione importante!
Devo (e voglio) anche tenere conto del mio bisogno d’affetto, d’affermazione e di validità. Se vivo solo per il dovere, senza tenere conto di questi bisogni essenziali, io mi tarpo le ali. Posso anche fare molte “cose” per il Signore, ma non cresco come persona, e quindi non realizzo il capolavoro che Dio vuole in me! Mi castro, cioè impedisco il mio sviluppo e non uso i talenti che mi ha dato il Signore.
Dire questo non significa che io voglia venire meno al mio celibato, ma intendo manifestare l’importanza che io goda d’amicizia, d’affetto. Significa sforzarmi d’autoaffermarmi, cioè di esprimere le mie opinioni e i miei bisogni, anche quando so che possono non essere accolti. Significa che devo darmi spazio per “creare” qualcosa di bello: un corso scolastico, una conferenza, un articolo. Voglio coltivare il mio bisogno d’essere valido.
Significa anche accogliere i suoi doni con semplicità. Ad esempio, se mi offrono un frutto o un gelato e lo gradisco, mi pare bello accoglierlo come dono, senza preoccuparmi di come io possa essere giudicato da altri, o se quest’atto conduca alla santità. È un dono e lo accolgo con semplicità come tale. Ci saranno dei momenti che, per mia decisione, rinuncio a questo dono, per un altro motivo: per essere unito a Cristo sofferente, per autocontrollo o per altri motivi.
Se io faccio questo, cresco come persona ed acquisto energie e posso usare le mie energie per il progetto di Dio su di me e al servizio degli altri.

COMPAGNO DI VIAGGIO

Sono convinto che Dio esiste e che mi ama inmensamente! È lui che mi ha plasmato e mi ha messo in cuore questa passione per lui. È lui che ha fatto me e tutti gli altri non certo come uno sgorbio, bensì come un capolavoro che è a sua immagine e somiglianza. È lui anche che mi ha dato molti compagni e compagne di viaggio con il loro fardello di dolore, di peso, ma anche con la loro bellezza, con il desiderio di bene in cuore, generosità, affetto, amore. Questi possono appartenere a tutte le religioni. I miei contatti con persone di altre religioni (specialmente Ebrei), che mi sforzo di avere senza pregiudizi, mi confermano nella convinzione che siamo tutti compagni di viaggio. Anche i miei studi attuali sul dialogo interreligioso mi confermano in questa convinzione.
Mi pare importante vivere in comunione con questi compagni di viaggio, aiutandoci a vicenda. È necessario quindi un animo generoso, che non si ferma sulle offese (vere o presunte), ma che si sforza di perdonare le offese che ci possiamo fare e chiederci perdono. Se siamo compagni di viaggio, facilmente possiamo urtarci.
È importante, con i compagni di viaggio, ricuperare di tanto in tanto il sogno iniziale. Come si vive negli Incontri Matrimoniali, questo si apprende specialmente attraverso il dialogo, la tenerezza e la preghiera.

FIDARSI DI DIO

Se il Signore è, come credo, pazzo d’amore per me, allora non devo aver paura d’avvicinarmi a lui, anche quando ho peccato, e ricominciare da capo il cammino verso di lui. Voglio aprirmi a lui in un dialogo di preghiera che vede le persone, le cose, le circostanze della vita come suoi doni. Il dialogo intimo con il Signore, l’essere “nudo” di fronte a Lui, è il momento più importante della mia giornata!
Vedo importante focalizzare la mia attenzione sugli elementi positivi della vita, non su quelli negativi. Quelli negativi saltano subito all’occhio, ma – se pongo la mia attenzione su di essi – mi “tirano giù”. Quelli positivi m’incoraggiano e stimolano a crescere.
Inoltre voglio spesso ricordarmi che la storia è nelle mani di Dio. Io devo certo impegnarmi per fare trionfare — per quanto mi è possibile — la giustizia e l’amore, ma in ultima analisi, devo fidarmi di lui.
Voglio anche integrare nella mia vita le cose e le esperienze che mi danno fastidio, in cui sento la mia debolezza e limite.
Un esempio. Feci un lungo viaggio in Eurostar da Milano a Roma. Arrivato al posto che mi era stato assegnato, trovai di fronte a me un giovane. Feci un accenno di saluto. Cominciai a leggere. Poi salì una coppia che si sedette accanto a me. Parlavano animatamente tra loro. Dopo un po’ li salutai, mi presentai, cenammo assieme, parlammo molto assieme, diventammo amici (anche se eravamo consci che ci saremmo lasciati dopo poche ore). Nel frattempo il giovane era per conto suo, isolato. Non leggeva neanche. Di tanto in tanto lo guardavo con uno sguardo che, nella mia intenzione, voleva essere interrogativo. Non accennava ad una risposta. Quando arrivammo a destinazione, salutai con effusione quella coppia di nuovi amici. Mi sentivo benissimo, perché li avevo accolti ed ero stato accolto. Avevamo fatto un bel viaggio assieme, anche se lungo e un po’ pesante. Avevamo comunicato su aspetti importanti della nostra vita (Dio, affettività, amore, Terra Santa, lavoro, matrimonio). Avevamo anche fatto una bella preghiera assieme. Mi ero anche permesso di chiedermi la mia privacy, per pregare e leggere un po’, come anche fece la coppia. Insomma, mi sentivo veramente bene quando ci salutammo. Dopo che noi tre ci salutammo, il giovane che era seduto di fronte a me, mi salutò dicendomi: “Buona sera”. Ricambiai il saluto. Mi sentii raggelare da quel saluto, perché penso di aver letto la sua sofferenza di solitudine e anche perché era chiaro che io ero Prete (l’avevo detto in molti modi nella conversazione con i nuovi amici). Mi vergognavo di non averlo accolto come avevo fatto con gli altri. Come integrare quest’esperienza che ho sentito penosa e dolorosa nella mia vita? Credo anzitutto che devo rendermi conto — in concreto — che non ce la faccio a raggiungere tutti. Cioè voglio sforzarmi di dominare la tentazione all’onnipotenza. Voglio essere contento di essere riuscito a comunicare bene con due persone, totalmente sconosciute! In futuro, cercherò se si presenterà un’occasione simile, di dare un saluto diretto ed accettarne il risultato, senza preoccuparmi oltre.

CONCLUSIONE

Questo è quanto penso adesso circa il cammino di santità. Sono certo che ci sono altri elementi che ora non mi vengono in mente. Sono convinto che la strada è lunga e lo sarà sempre, anche al momento della morte.
Sono anche convinto che sarà Dio ad accogliermi con gioia e a dirmi: “Bravo, Ottone, ti ho reso un capolavoro e tu ti sei dato da fare per sviluppare questo capolavoro che sei tu! Nella tua debolezza hai aiutato altri a diventare un capolavoro e ti sei fatto aiutare. Bravo! Vieni nella gioia eterna, a godere con me e con i compagni di viaggio con cui hai condiviso gioie, dolori, debolezze. Tu li hai aiutati ed essi hanno aiutato te!”.

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NOTE:
1: Cosa dire di Mt 5,44: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”? Io interpreto la frase, secondo il suo contesto, in due sensi: 1.Superare le barriere, cioè avere un cuore grande che sa andare oltre l’applicazione esterna delle norme, per giungere al cuore di essa, per es. circa la collera (5,21-26), l’adulterio (5,27-30), il divorzio (5,31-32), il giuramento (5,33-37), e la vendetta (5,38-42); 2. aprire il cuore all’amore universale, non solo al proprio gruppetto. In questo modo il Signore ci dà la direzione della nostra vita. Il raggiungimento della meta dipende in gran parte da Lui.
2: Mi sono accorto di questo processo che porta a continua insoddisfazione, nel considerare le mie aspettative come formatore. Focalizzavo la mia attenzione spesso sugli aspetti deboli degli studenti, che volevo migliorassero. Mi condannavo in tal modo ad essere sempre insoddisfatto, perché, una volta che lo studente avesse raggiunto la maturità su quel punto, io avrei puntato ad altri difetti. Tutto in nome della perfezione. E tendo a fare lo stesso con me, cioè ad essere profondamente insoddisfatto, se una delle mie attività non è completamente perfetta. Un giudizio altrui sul mio operato è – generalmente – molto più generoso del mio.
Mi accorgo in questo modo di essere il peggiore nemico di me stesso. 


 P. Ottone Cantore

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Nell’attesa della sua venuta

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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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