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MOTIVAZIONI VOCAZIONALI Stampa E-mail
Scritto da P. Dario Rampin   

Premessa

Premetto che da parte mia ho solo tanti anni di lavoro come animatore missionario in Italia, in una realtà quindi totalmente diversa da quell’africana. L’argomento che mi è stato dato, però, va di là di un luogo geografico e man mano che riflettevo l’ho visto fondamentale per ogni persona.
Per questa riflessione ho chiesto consiglio a Don Sovernigo, sacerdote psicologo della Diocesi di Treviso che ha lavorato tanti anni nel campo vocazionale, e mi ha subito consigliato il libro di Manenti, Vocazione, Psicologia e Grazia, che si rifà a sua volta ad un libro di Rulla-Imoda-Ridick, Struttura psicologica e vocazione, Ed. Marietti, in cui analizza motivazioni d’entrata e d’abbandono.
Anche se lo studio si rifà a qualche anno fa, la struttura psicologica della persona resta e la ricerca di questi psicologi può essere sempre valida; anzi posso dire che, dopo aver letto e riletto questi testi, la ritengo fondamentale per tutti coloro che operano in questo campo.

Qualche data

Il periodo dopo il Concilio Vaticano II ha vissuto un fenomeno particolare d’abbandono di tanti seminaristi, sacerdoti, religiosi. In un anno (nel 1971) ben 7000 religiosi d’ambo i sessi avevano lasciato. Propri questi fatti hanno portato alcuni ad approfondire maggiormente le motivazioni d’entrata e d’uscita di persone consacrate.
Si sa che dopo tanto tempo gli abbandoni sono diminuiti, tuttavia, sappiamo che il problema non è scomparso né risolto.
La crisi non è passata ma trasformata e non solo nei confronti di coloro che se ne vanno ma anche a riguardo di quelli che restano, come si ricava dai seguenti esempi:
a) Formazione del "proprio nido". S’interpretano in maniera soggettiva i valori vocazionali riducendo a propria misura la vita consacrata; invece di uscire da se stessi per essere “immagine della gloria del Padre”, si cerca una sistemazione vantaggiosa.
b) Ricerca di un ruolo socialmente riconosciuto: un lavoro retribuito, una professione laica, un impegno pubblico, una laurea a tutti i costi, e questo non per esprimere i valori vocazionali ma come fine a se stessi.
È l’efficientismo a scapito dell’efficacia: costruirsi la vita su conquiste misurabili sulla capacità professionale, che sui valori religiosi. Nella preghiera si può cercare non tanto il volto di Dio, quanto esperienze emotive e sensibili. Questi esempi mostrano come sia possibile rimanere nella vocazione senza approfondirne i valori.
In tale uso egoistico delle energie non entra la cattiva volontà o malizia, però il risultato è deludente: la ricerca di se stessi come fine ultimo non porta alla felicità ma al vuoto esistenziale.

Senso di solitudine

Molti studi dicono: l’individuo abbandona la vocazione a causa di una insoddisfazione personale, che si esprime in un sentimento di solitudine e isolamento, che proviene da una mancanza di soddisfazione personale nel lavoro pastorale o di tensione conflittuale tra valori e istituzioni.

Il sentimento di solitudine e isolamento si può manifestare nei seguenti modi:

a) Paura di un sacerdozio incerto e oscuro; scoraggiamenti e depressioni; ritorno al privato; ricerca della propria sistemazione; desiderio d’amicizie esclusive e spesso settarie.
b) Sentimento d’impotenza di fronte alle istituzioni; prevale il concetto: "Chi fa per sé fa per tre”. Allergia ad emergere per portare avanti valori impopolari.
c) Coscienza di non esercitare più nessun controllo sul proprio destino. Il concetto rinnovato di persona sembra non più conciliabile con i valori evangelici.

L’uomo destinato alla propria affermazione, consapevole dei suoi diritti e della sua libertà come può rinunciare a sé per diventare povero, ubbidiente e casto? La vita religiosa è vista come negazione della vita umana.
Si capisce quindi che, alla radice, la "malattia" religiosa è l’indebolimento delle motivazioni, causato dal fatto che le situazioni concrete sono affrontate più nella chiave del fare che in quella dell’essere. In questo modo ci si dimentica, come religiosi, chi realmente si è.
A questo punto è giusto interrogarci sul perché e sui rimedi da prendere.

Trascendenza di sé

Ci chiediamo: perché l’ideale di un impegno irrevocabile non è, di fatto, sempre realizzato?
Le risposte possono essere molte: stile di vita, costituzioni, norme, ambiente storico e socioculturale, ma si esamineranno soprattutto le forze motivazionali che operano all’interno della persona. Le caratteristiche personali dispongono gli individui stessi a rispondere in modo diverso.

Premesse fondamentali

Anzitutto diciamo che la santità della vita consacrata non dipende dalla psicologia, ma dall’azione gratuita di Dio, senza dimenticare che gli elementi psichici possono disporre la persona a ricevere più o meno favorevolmente l’azione di Dio.
A condizioni uguali, è più fattivo il religioso senza blocchi psichici.
P. Rulla parla della struttura psicologica come fattore predisponente e non come causante l’azione della grazia. Egli stesso, parlando della Teoria della trascendenza, respinge ogni impostazione della vocazione come affermazione personale. La vocazione è trascendenza di se stessi; la scelta vocazionale non si basa su ciò che la persona è o a come vede se stessa, ma su ciò che vorrebbe idealmente essere con l’aiuto di Dio.
L’affermazione di sé è vista come un effetto e non come qualcosa da realizzare direttamente. La vocazione è vista come superamento dell’Io poiché essa invita a perseguire dei valori trascendenti che non mirano se non indirettamente all’affermazione dell’Io. Il religioso cerca prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e trova se stesso in "sovrappiù”. Avere un ideale libero significa vivere i valori scelti non per gratificare i propri bisogni ma come fini a se stessi.
Educare alla vocazione significa avere una continua apertura ai valori e non cercare un mero potenziamento di sé, che è una conseguenza della tensione d’apertura.
In questo cammino esistono all’interno d’ogni persona delle resistenze, che P. Rulla chiama "inconsistenze", le quali impediscono la piena attuazione degli ideali vocazionali. Le inconsistenze sono spesso subconscie, e quando si parla di queste, si esclude in partenza una prospettiva di giudizio morale o di condanna sulla rettitudine dell’individuo.

Vediamo ora i presupposti della psicologia religiosa

a) Lo scopo della vita umana è la trascendenza di se stessi.

L’uomo non è fatto per appagarsi e cercare l’affermarsi di sé. S’è vero che l’appagamento e l’affermarsi di se stessi hanno un posto importante nella vita umana, non sono però lo scopo ultimo. Essere persona significa orientarsi verso qualcosa che sta al di là e sopra di noi stessi, “Qualcosa o Qualcuno", un significato da realizzare o un altro essere da incontrare o da amare: “Esistere vuol dire perdersi".

b) L’orientamento è verso i valori, e le mete terminali sono due:

- Imitazione di Cristo
- Unione con Dio
Nel documento Perfectae Caritatis del Vaticano II è scritto che i mezzi per raggiungere questi valori terminali sono:
- Castità = segno di libertà del cuore
- Obbedienza = espressione dell’imitazione di Cristo
- Povertà = mezzo di comunicazione con i poveri
Abbiamo quindi due valori terminali e tre valori strumentali.
Tutti insiemi costituiscono l’orientamento religioso e la concezione trascendente dell’uomo.

c) L’affermazione di se stessi come effetto collaterale. La volontà di “perdere se stessi” per il Regno non propone la distruzione di se stessi.

Un’autentica attuazione dei valori vocazionali porta l’uomo a realizzare anche tutte le sue potenzialità. Più uno si trascende e più ritrova se stesso come creatura nuova. (Il giovane ricco del Vangelo non è riuscito ed è partito tristissimo; non si è realizzato nemmeno come persona per la sua incapacità di trascendersi). Più uno “perde la sua vita per il Regno più la ritrova”. Più uno si perde e più si ritrova. L’affermazione di sé è un effetto della trascendenza.

d) Quest’affermazione di sé è una conseguenza dell’efficacia apostolica; più il religioso vive i valori della propria vocazione, più si sentirà realizzato.

Importante non confondere efficacia con efficienza:

Efficacia = capacità di realizzare e testimoniare i valori terminali e strutturali.
Efficienza = buon uso dei mezzi a disposizione.

Di conseguenza uno può essere efficiente in tante cose, senza però essere efficace nel testimoniare i valori terminali e strutturali.
La stessa cosa può essere detta di un istituto religioso.
Da qui una conclusione utilissima: la capacità di vivere in modo interiorizzato i valori religiosi preparano all’affermazione di sé e all’efficacia apostolica.
Le statistiche, infatti, ci dicono che tanti abbandoni e la non perseveranza nella vocazione sono frutto della mancata piena attuazione dei valori religiosi. Questi possono essere presenti, ma restano lettera morta e non sono sorgente d’energia.
Si può conoscere sempre di più ma non per questo i valori sono vissuti di più. Esistono all’interno della persona degli ostacoli che la rendono congelata e impenetrabile ai valori che a voce si proclamano. Questo non per mancanza di generosità ma per la presenza d’elementi che ostacolano la desiderata apertura al Signore.

Nel cuore del problema

Ora entriamo un po’ nel cuore del problema che ci porta ad una seconda serie di presupposti.

a) Capacità di una maggiore interiorità

La vocazione religiosa si fonda sul superamento di se stessi e sull’invito a perseguire valori trascendenti. Nella misura in cui la persona realizza i valori terminali e strumentali trascendendo così se stessa, si troverà nella pienezza.
Il fattore centrale per la perseveranza nella vocazione - dice la ricerca - è la capacità di interiorizzazione i valori.
È questo un punto fondamentale.
Interiorizzare i valori significa: non solo conoscerli intellettualmente, non solo accettarli emotivamente, ma vivere secondo questi valori, perché essi stanno alla base del proprio modo di pensare e di agire.
Interiorizzare i valori, non è un problema facile e naturale. I valori costituiscono la motivazione d’ogni comportamento, ma questo accade raramente. Si può vivere l’obbedienza per dei valori, ma anche per paura della propria responsabilità o per paura della punizione.
Si può rimanere all’interno della famiglia religiosa per fedeltà a Dio e per imitare Cristo, ma anche per paura d’affrontare la vita di tutti.
Si può entrare per amore d’annunciare la Parola di Dio ma anche, nel caso nostro, per desiderio di viaggiare o per sentirsi più importanti perché culturalmente ci si trova a un livello superiore.
Si può curare la vita liturgica per incontrare Dio ma anche per gratificare i propri bisogni di dipendenza da un gruppo di riferimento.
Si può vivere la confessione sacramentale come mezzo di conversione, ma anche come mezzo per scaricare i propri sensi di colpa.
Si può vivere in comunità per il desiderio di condividere i valori, ma anche per il bisogno di ritornare al "seno materno" dove tutto è sicuro.
Si può stare con la gente per testimoniare Cristo ma anche per sentirsi ammirati ed accettati.
Si può entrare in seminario per il desiderio di servire, e poi, magari, appena fatto il primo gradino verso il sacerdozio farsi servire, anche con pretesa, in tutto.
Ci si può impegnare a riformare la vita ecclesiale per amore della Chiesa, ma anche per scaricare la propria aggressività e per desiderio d’esibizione e dominazione.
Tutto questo ci aiuta ad avere una visione più realistica su noi stessi per primi e poi sopra di chi chiede di entrare.
Purtroppo, nonostante la proclamazione dei valori vocazionali, ciò che spesso ci guida sono i nostri bisogni e le nostre paure. Spesso i valori non sono amati per ciò che sono in se stessi ma per ciò che possono procurare e per ciò che possono nascondere.

b) La capacità di interiorizzare i valori vocazionali è ostacolata dalle resistenze psicologiche

Per resistenze, non si parla di persone che hanno disturbi di psicopatologia, nevrosi o allucinazioni, ma di persone normali che pur volendo realizzare i valori si sentono concretamente trascinate da forze contrarie ai valori proclamati.
L’inconsistenza si esperimenta nello stato di tensione, quando si consta che si vorrebbe fare ciò che più giova mentre, di fatto, si fa ciò che più piace.
Si desidera vivere secondo i valori ma, di fatto, non si vivono e ci comportiamo secondo i bisogni psicologici. Già S. Paolo, in Rm 7,15 dice: "Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto".
Importante sapere che questo contrasto interiore non nasce da conoscenze intellettuali, perciò il contrasto non si risolve offrendo altre conoscenze intellettuali.

c) Le fragilità psicologiche favoriscono il perseguimento di valori non oggettivi né liberi

Ogni persona ha sempre la forza intrinseca, l’aiuto di Dio, per cambiare e crescere ma, di fatto, molto spesso non cambia.
Una persona inconsistente non è priva di valori, ma facilmente l’interpreta in modo soggettivo, ed invece di cambiare il comportamento, adatta inconsciamente i valori al suo modo di vivere distorcendo così i valori.
Una ricerca fatta su un gruppo di seminaristi sul significato del sacerdozio, evidenziò il fatto che ognuno aveva adattato quello che era stato presentato, secondo il suo modo di vedere. Alcuni valori addirittura distorti per adattarli al loro modo di vivere.
Avviene spesso quello che disse un seminarista: "La Chiesa ci trasmette il Vangelo secondo Gesù e noi lo trasmettiamo "secondo me", frase diventata ai nostri tempi di proprietà comune.
Vi è quindi una differenza fra interpretazione privata della vita e della vocazione: nel primo caso si adatta la Parola di Dio alla propria mentalità; nel secondo caso si fanno propri i valori e si agisce e si pensa secondo l’agire ed il pensare della Parola di Dio. In questo caso abbiamo la conversione del cuore.

d) L’incapacità di interiorizzare i valori vocazionali ha conseguenze nel comportamento.

Abbiamo già affermato che la situazione psicologica non tocca la santità, ma l’efficacia apostolica nel manifestare agli altri i propri valori e questo per almeno tre motivi:

1. Si spende molto tempo per alleviare la tensione interiore anziché trascendersi.
2. Si è nell’incapacità di ascoltare i messaggi provenienti da persone e avvenimenti, e questo fenomeno è applicabile anche alla Parola di Dio.
3. Infine vivendo in continua tensione con se stesso, si è portati a reagire in modo difensivo, anziché creativo di fronte a tutte le situazioni.

Debolezze psicologiche e capacità di interiorizzare i valori

A volte la persona è inefficace nell’apostolato, non per la cattiva volontà, ma nonostante la buona volontà e per la difficoltà di trasformare i valori in atteggiamenti concreti di vita e apostolato.
Il sapere questo, ci mette in un atteggiamento di non giudizio, e nello stesso tempo ci aiuta a capire che il religioso ha la capacità di rispondere alla chiamata trascendente di Dio.
La sua vita è una continua apertura verso l’alto e un’evoluzione creatrice verso quei valori, proposti da Cristo, che superano le sue stesse capacità.
Il chiamato può essere tutto questo, tuttavia questa potenzialità può rimanere bloccata o compromessa a causa delle fragilità psicologiche, con la conseguenza di vivere in un contrasto interiore tra due strutture psicologiche: da una parte i valori e dall’altra i bisogni, senza riuscire mai ad integrarli. I valori religiosi e sacerdotali, in questo caso, generano frustrazione anziché aumentare l’umanità della persona. Sono vissuti a scapito della maturità psicologica; ci si sente preti e suore ma non uomini e donne; ministri del culto, ma emarginati nella vita.
L’affettività diventa una tentazione, il desiderio d’autonomia, un pericolo per l’obbedienza, l’esigenza di conquista, una minaccia alla povertà.
Gli esempi possono essere tantissimi; ci si può dedicare in piena buona fede al servizio degli altri, ma anziché stare con gli altri per testimoniare Cristo ci si sta per sentirsi gratificati e ammirati.
Ci si può credere dediti al servizio della Chiesa mentre in realtà cerchiamo la gratificazione attraverso l’esibizionismo e il desiderio di dominio.
Ogni valore in questo modo può essere vissuto come falso valore: l’obbedienza per paura di responsabilità, il celibato per paura di dipendere e adattarsi agli altri, nonostante la buona volontà dell’individuo. I valori sono presenti, ma non interiorizzati. Il cuore non è freddo, ma sottosviluppato.

Entità del fenomeno

Le fragilità sono presenti in tutte le persone, ma nel 60-80% sono presenti in modo conflittuale. Così pure, secondo la media, il 60-80% dei seminaristi e religiosi, ha interiorizzato poco o nulla i valori, pur accettandoli intellettualmente.
Da ciò si deduce che sono pochi quelli che entrano ben motivati. I più entrano negli istituti con atteggiamenti inconsci, utilitaristici e difensivi.
P. Rulla dice che i candidati decidono su ciò che vorrebbero essere, piuttosto che su capacità personali conosciute, dimostrando quindi che i candidati sono disponibili ad accettare una tensione di crescita per aprirsi sempre più all’influsso della grazia e per superare se stessi nel compimento dei valori. Nello stesso tempo esistono anche fin dall’inizio delle motivazioni inconsapevoli che motivano la decisione di entrare per soddisfare certi bisogni, quali: paura della competizione che la società richiede, sfiducia di sé, ricerca di un rifugio.
Oppure difendersi da conflitti interni (senso d’alienazione per l’ambiente familiare, mancanza d’identità personale...).
Queste debolezze rimangono per tutto il tempo della formazione. Dallo studio fatto si è dedotto che dopo quattro anni di formazione il 68% delle persone non presentava alcun miglioramento e solo il 2% presentava una maturità vocazionale, mentre il 3,5% presentava un peggioramento e una notevole percentuale di persone con alta prevalenza di fragilità, nell’arco di 8-10 anni lascia il cammino intrapreso.
È chiaro quindi che il fenomeno delle fragilità esiste e rimane inalterato con il passare degli anni se non è riconosciuto e trattato.

Questi dati ci manifestano una duplice realtà:

a) Non si può dire che tutti quelli che non sono affetti da traumi psicologici siano automaticamente aperti alla Parola di Dio. Questo è stato dimostrato dal fatto che nonostante i mezzi formativi usati tanti non sono maturati.
b) In secondo non si può attribuire la causa alla formazione perché se così fosse, non ci sarebbe stata alcuna maturazione.
È giusto, però, nella formazione tener conto non solo dei casi patologici, non solo delle attitudini e dei desideri formulati consciamente, ma anche delle motivazioni subconscie che possono influenzare l’assimilazione e la personalizzazione dei valori.

Che cosa ci dicono i dati fin qui menzionati per la formazione di un progetto educativo?
Senza entrare nel prossimo argomento dell’accompagnamento vocazionale, ci dicono che è necessario concentrarsi sulla formazione della persona. Non sono i documenti, i programmi didattici o le tracce di ricerca che formano le persone. Bisogna aiutare il chiamato ad interiorizzare i valori ed a fare una scelta di vita basata sul desiderio di perdersi per il Regno.

La personalità umana si costruisce su tre grossi pilastri: i bisogni, gli atteggiamenti e i valori; ad essi infatti ci riferiamo quando ci chiediamo: "Chi sono? Che cosa ho dentro di me? (Bisogni). Come uso ciò che ho dentro di me? (Atteggiamenti). Per quale fine li uso? " (Valori/Disvalori).
-- I bisogni mi dicono che dentro di me c’è un’energia interiore che spinge ad essere usata (es. l’energia dell’aggressione).
-- Gli atteggiamenti realizzano l’energia interiore (es. comportamento aggressivo).
-- Il fine è di raggiungere un valore (giustizia) o un disvalore (ingiustizia).

Tutte le persone hanno gli stessi bisogni fondamentali: affezione, autonomia, protezione, voglia di possedere, attrazione sessuale, ecc. Tutte energie date in dotazione con la vita umana. Sta poi alla persona decidere se e come farne uso.
Qui sta il rischio e la responsabilità dell’uomo. La vita è energia e può essere usata per far luce o per folgorarsi.

Conclusione

Termino affermando che quando il giovane scopre desideri opposti allo spirito, deve essere aiutato a non scoraggiarsi, a non dire: “Se sono così, sono tutto cattivo”. La persona non è mai tutta buona né tutta cattiva e l’attenzione alle fragilità non devono distoglierci dalla ricerca delle virtù che sono in noi.
Dato che ammettiamo di essere stati chiamati da Dio, dobbiamo credere che Dio ci abbia trovato amabili, degni di fiducia, che ci stima per delle qualità che ci ha donato.
Dio non chiama per pietà ma per amore e noi non possiamo amarci meno di quanto Dio ci ama.
Dovremmo aiutare il giovane a guardarsi con gli stessi occhi con cui Dio ci guarda. 

                                                                                                                                                            
P. Dario Rampin

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I dom Avvento - B
I Domenica Avvento B

Nell’attesa della sua venuta

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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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