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La parola “spiritualità” si riferisce “alla presenza e all’azione dello Spirito Santo” nella Chiesa e in ciascuno di noi. Per cui, spiritualità indica “camminare secondo lo Spirito (Rm 8,4-9), sotto la sua azione rinnovatrice. La spiritualità è “uno stile di vita”, un vivere come Cristo… permettendo allo Spirito Santo di formarci gradualmente, come Lui, per collaborare all’opera della santificazione, che lo Spirito compirà in noi. La spiritualità si estende a tutta la nostra vita. Non è qualcosa che comincia e finisce con la preghiera, ma è una realtà che abbraccia ed orienta ogni momento della nostra vita. Noi, come religiosi, siamo chiamati ad esternare e ad offrire un programma che propone ideali visibili e santificanti, che nascono dalla ricchezza della nostra spiritualità. Secondo Amedeo Cencini (Vocazioni: dalla nostalgia alla profezia, Bologna, Ed. Dehoniane, 1989, p. 325) noi religiosi oggigiorno siamo chiamati a vivere una spiritualità che è “sapienziale”, “comunitaria” e “apostolica”.
Spiritualità sapienziale
La spiritualità sapienziale, egli dice, guida alla “esperienza di Dio” e alla “scoperta di sé”. Questo è un processo continuato, in cui si fa esperienza della “distanza”, della “differenza” e della “assenza” che intercorrono tra noi e Dio. Questa è un’esperienza molto personale. Nasce dall’iniziativa di Dio o da un’ispirazione, “ricevuta come dono” dal Fondatore o dall’Istituto. È un’esperienza ricca e completa in sé che va oltre la preghiera, la meditazione e la celebrazione dei santi misteri. È un’esperienza che si sente nel proprio essere. Questa esperienza sapienziale trasforma l’amore in servizio e vive tra la gente per proclamare la Parola di Dio. Se la spiritualità è sapienziale, anche l’animazione vocazionale deve essere sapienziale. Questo significa che l’animazione vocazionale deve essere intesa soprattutto come una condivisione dell’esperienza personale. Spesso la nostra animazione/educazione vocazionale è stata ridotta ad un semplice invito esternato agli altri – un invito che difficilmente diventa sfida perché non è il prodotto né una parte integrale della nostra vita. L’animazione vocazionale deve sgorgare dalla condivisione o dalla professione della nostra fede. La nostra spiritualità, come animatrici, deve essere partecipata a coloro con cui veniamo in contatto. È triste notare che noi spesso trattiamo i nostri giovani come se fossero nostri studenti e noi i loro insegnanti. Presentando loro fatti sulla vocazione, sulla vita religiosa, sul nostro carisma, noi insegniamo e non partecipiamo un’esperienza personale. Come animatrici, dobbiamo parlare di noi stesse. Dobbiamo professare la nostra fede, testimoniare la nostra esperienza di Dio. Non essere soddisfatti di parlare del nostro Istituto, del Fondatore, dei nostri successi apostolici e missionari (che fanno sempre impressione). Dobbiamo parlare della nostra vocazione, della nostra continua e giornaliera ricerca per capire meglio la nostra identità nel carisma. Spesso proponiamo, come modelli, le solite personalità bibliche o di altri che hanno corrisposto alla chiamata di Dio. Ma cosa partecipiamo a loro delle nostre vicende personali? Della nostra lotta per rispondere alla chiamata giornaliera di Dio nei piccoli eventi della vita? Questa sarebbe una catechesi vocazionale significativa ed originale, ricca umanamente e piena di vitalità, una catechesi che non può non essere ascoltata, una catechesi appassionata che sgorga da un’esperienza vissuta e concreta. Non è forse vero che oggigiorno non è la partecipazione d’informazione intellettuale che colpisce i giovani, ma la testimonianza di gente reale… gente come loro con le stesse tentazioni, le stesse debolezze, le stesse difficoltà, ecc… che in qualche modo, con la grazia di Dio, hanno raggiunto lo scopo? Questo dà loro speranza che avverrà così anche per loro. L’animatrice vocazionale che ha fatto un cammino di scoperta di se stesso/a, aiuta i giovani a scoprire la propria identità. Dobbiamo aiutare i giovani a capire che ogni persona non è limitata alla sua attuale personalità, ma sconfina anche in una personalità ideale. È anche importante per i giovani capire che la loro vita non è e non può essere totalmente nelle loro mani. Sono chiamati a corrispondere durante la loro vita ad una missione specifica, donata loro dall’Autore stesso della vita.
Spiritualità comunitaria
Amadeo Cencini chiama spiritualità comunitaria la consapevolezza di aver ricevuto un grande dono con il desiderio di condividerlo e scambiarlo con gli altri, come una comunità. È un dono che non è proprietà privata e che non è segreto. Queste ricchezze spirituali non ci sono state date per nostro uso, nostra perfezione, come nostra ricompensa. Sono dati per gli altri, per quelli a cui siamo mandati. La nostra spiritualità è per se stessa comunitaria perché è essenzialmente basata sul nostro carisma. È la realtà che ci unisce e ci distingue. La spiritualità è l’espressione prima del nostro carisma. Per mezzo di questa nostra spiritualità, capita e vissuta, noi scopriamo gli ideali e le sfide della nostra vita dentro quella particolare esperienza di Dio. Ciascuno di noi è chiamato a far rivivere e far emergere nella nostra spiritualità quella particolare spiritualità vissuta dal fondatore. È un modo specifico di metterci in contatto con Dio, comune a tutti noi membri della stessa famiglia religiosa, che sgorga dalla nostra comune identità. Ogni altra persona che condivide gli stessi doni e vive con me, è il canale normale e prezioso, mezzo costante e privilegiato che Dio ha scelto per manifestarmi la sua volontà e ricolmare la mia vita dei suoi doni. Ma sembra che noi non siamo coscienti di questa verità. Noi facciamo insieme molte cose in comunità, ma non è ancora naturale per noi cercare Dio insieme, cercare insieme il nostro sviluppo totale in Lui. È ancora difficile per noi “partecipare agli altri la nostra esperienza di Dio”. Noi viviamo in stanze vicine, volentieri stiamo insieme, forse abbiamo anche uguali interessi, ma in verità ognuno di noi segue la sua strada e fronteggia i suoi problemi e difficoltà, i suoi successi e i suoi fallimenti, le sue intuizioni e i suoi dubbi, la sua perfezione e il “suo” Dio, … così personalmente “suo”. Quali sono le conseguenze di questo modo di vivere? L’isolamento spirituale rende il nostro vivere insieme insignificante… fino a portare anche la morte della comunità. Senza una spiritualità comunitaria, non c’è comunità; non c’è comunione perché la comunione comincia con il partecipare i doni dello Spirito. Dobbiamo imparare a fare comunione attorno alla Parola e al carisma, secondo ciò che lo Spirito suggerisce ed indica in modo che questi suggerimenti ed indicazioni diventino a loro volta nutrimento di tutti. Più ciascuno di noi fa esperienza e gode nella preghiera la vicinanza e l’intimità con Dio, più scopre che gli altri sono vicini a Dio e quindi anche più vicino a lui. Spiritualità comunitaria significa “lasciare che gli altri entrino nella mia relazione con Dio”. I giovani d’oggi che sono in cerca della loro identità, sono affascinati dalle comunità che sono segni vivi, che è possibile vivere una profonda unità di vita basata in un incontro con Dio. Sono ammirati dal vedere come la Parola di Dio e l’intimità con Lui per mezzo della preghiera ha un profondo influsso sulle persone, fino a plasmarle di una certa quale identità, di una ragione per vivere e partecipare la vita con gruppi di persone così diversi l’una dall’altra. Il nostro carisma è un dono che tutti noi abbiamo ricevuto. Ciascuno ne focalizza ed interpreta un aspetto particolare. È come un mosaico, di cui ognuno è una parte. Solo la testimonianza comunitaria renderà il mosaico completo. Coloro che hanno imparato a vivere insieme in comunità, saranno anche capaci di comunicare, semplicemente e naturalmente, la loro eredità spirituale ai giovani che cercano la loro vocazione. È come se la comunità e il suo stile di condivisione ha istruito e resi capaci i sui membri di offrire questo prezioso servizio. Avendo una spiritualità comunitaria, con facilità i membri della comunità condividono i doni ricevuti, rimpiazzando il silenzio che segrega e divide.
Spiritualità apostolica
Amedeo Cencini, in fine, parla della spiritualità apostolica come la chiave ad una migliore interpretazione di come capire e vivere la spiritualità oggigiorno. La persona consacrata scopre la sua identità e la sua vocazione nell’incontro con il Dio vivente nella preghiera. È la scoperta del Dio che manda e di se stessa che è la mandata. Ogni giorno, nella preghiera e nella meditazione sulla Parola di Dio, ella scopre sempre più la novità della sua missione e come deve compierla. Spinta dalla consapevolezza del dono ricevuto, la persona consacrata diventa consapevole del suo dovere di offrire a tutti ciò che è stato rivelato a lei dallo Spirito Santo, così che altri pure lo scoprano e lo godano. La persona consacrata non può vivere due vite: la vita “spirituale” della sua relazione personale con Dio e la vita “apostolica” di servizio e d’interesse della vita degli altri. Se la nostra spiritualità non influisce sulla nostra missione, allora noi siamo inefficienti Il nostro carisma, la nostra spiritualità, i nostri programmi ascetici cosa hanno dato al nostro mondo? Sembra che neppure i più vicini a noi ne abbiano ricevuto un influsso. Noi serviamo gli altri oppure chiediamo i loro servizi, ma essi non hanno parte nei nostri tesori, come se noi fossimo i soli “a cui è dato di capire”. La spiritualità che non è accessibile all’uomo comune è falsa e forviante; così pure se non può essere espressa in termini facilmente comprensibili che anche il più piccolo e il più ignorante possa comprendere. Questo è il tipo di spiritualità che, dice Amedeo Cencini, noi religiosi siamo chiamati a vivere oggigiorno. Se questo è vero, quale tipo d’animatrice missionaria vocazionale noi siamo chiamate ad essere?
Identità dell’animatrice
È colei che capisce di essere stata chiamata, non perché è migliore delle altre, ma perché è stata scelta per portare avanti una missione nella vita. E come Maria ella risponde: “Sono l’ancella del Signore. Si compia in me ciò che tu hai detto”. Ella è consapevole che non può dare ciò che non ha, per cui è costantemente aperta allo Spirito Santo da cui dipende per la sua continua crescita. Ella è una persona semplice, umile, povera, disponibile, serena, che vive in profondità, illuminata da un’intima luce: una luce che irradia la divina bontà e gentilezza di Dio. Ella è la persona che si china sugli altri per amarli in modo tale, che anch’essi possano aver l’esperienza dell’amore di Dio. Ella è la persona che ascolta “il grido dei poveri”, che sono nelle tenebre e in schiavitù, ed è pronta a dare tutta se stessa per loro, perché le loro vite acquistino ancora un significato. Ella è la persona che vive, perché ha fatto esperienza della vita, e ama, perché ha fatto l’esperienza dell’amore. Ella è colei che è conscia di essere un semplice strumento, usato dal Signore a preparare il terreno, dove il seme della vocazione sarà piantato. Ella non dà importanza ai successi o ai fallimenti. Tutto è nelle mani di Dio. È Lui che chiama. Ella, essendo appassionatamente innamorata del Signore, si sente spinta a dare il meglio di sé a coloro che serve, usando i doni e i talenti che ha ricevuto da Dio. Ella è donna di preghiera, che ha fatto una profonda esperienza dell’amore del Signore e conosce quanto è necessario essere continuamente sostenuti e guidati da quell’Amore. Ella è colei che è, contenta della sua vocazione e spontaneamente, testimonia e partecipa quella sua gioia agli altri. Ella non ha paura di sorridere e ridere, perché la sua sicurezza si basa sul fatto che lei è amata. Ella ha una definita consapevolezza d’appartenenza… appartiene ad una famiglia che l’ama e sostiene, sempre pronta a prenderne le difese e a camminare con lei fino alla piena realizzazione della sua chiamata. Volentieri parla della sua “famiglia” religiosa. Ella è una persona che è capace di andare oltre i confini (geografici o quelli che separano, isolano, discriminano e chiudono). Questi confini sono oltrepassati perché quella è la misura della sua dedizione a Cristo, che lei è chiamata ad imitare. Ella ha scelto Maria come modello di compassione, gentilezza, bontà, disponibilità, coraggio, semplicità e amore materno. Ella è colei che si affida totalmente al Signore in tutte le cose.
Caratteristiche dell’animatrice
L’animatrice missionaria ha l’abilità di capire, apprezzare e accettare la sua propria cultura, per arricchirsene e accettare la diversità di un’altra cultura. Ella desidera crescere nella sua relazione con il Signore, in modo da poter parlare agli altri di questa sua relazione personale con Lui, che lei sta vivendo. Ella partecipa i valori del Regno non tanto i suoi valori personali. Ella crede di vivere in una comunità con altre, che seguono la stessa chiamata a testimoniare l’amore e partecipare i doni elargiti dal Signore a ogni membro per la loro crescita vicendevole. Ella ha la capacità di “abbandonare” i suoi propri piani per essere “usata dal Signore” per il suo Regno. Ella ha l’abilità di partecipare il suo cammino di fede.
Sr. Joe Marie William
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