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INTRODUZIONE
Scrivendo ai Corinzi l’Apostolo Paolo dice loro: Fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti (2 Cor 13,11). Coraggio: la parola ‘sacramentale’ usata molto dall’Allamano! Ogni incontro, ma specialmente quello degli animatori/animatrici vocazionali, non può non avere questa prima finalità: farsi coraggio a vicenda. Difatti, le difficoltà dell’animazione in Africa – ma non solo – non sono poche.
Il secondo scopo: avere sentimenti comuni. Sentimenti, obiettivi, metodologia… che vengono maturati nella condivisione e nella comunione, attingendo anche alla sapienza dell’esperienza ed esperienze. Tante realtà si diversificano da una nazione all’altra. Ma esiste un sottofondo comune, per cui siamo aiutati dalla creatività e dalle attività degli altri.
Affermo subito che io non ho cose nuove da dire o suggerire e che mi consola il detto: Repetita iuvant. Le nostre famiglie missionarie hanno una lunga storia di animazione vocazionale, guidata da principi, direttive e suggerimenti, contenuti in una ricca letteratura nostra. Io semplicemente mi ispiro a questa in forma antologica: cioè, attingendo ai nostri documenti, specialmente a quelli dei Capitoli Generali. Ci aiutiamo ricordando, ripetendo… Ma perché il passato trovi una incarnazione nell’oggi e domani. Difatti, la geografia vocazionale, il mondo giovanile e le situazioni sono cambiate, per cui è richiesta nuova attenzione e continua riflessione.
I. Spiritualità dell’animatore vocazionale
Nel titolo del tema affidatomi la prima parola è: spiritualità. Un giorno scrissi così: “Spiritualità è più che preghiera e ascetica. Suppone una caratteristica strutturazione della vita intera. È un modo globale di essere e di agire, di porsi davanti Dio e ai fratelli, secondo fini particolari e secondo una personalità propria, individuale e/o comunitaria.” L’Allamano parla di “spirito di.” Cioè, una dimensione che non è passeggera o di moda ma che permane, che è abito. S. Francesco di Sales è attento nel proclamare una spiritualità secondo i vari stati e professioni della vita: vescovo, sacerdote, monaco, persona sposata. Uno non può pretendere di vivere come un altro, come la rosa non ha le caratteristiche del giglio, pur essendo fiori ambedue. A ciascuno – fiori o persone – la sua identità, le sue caratteristiche e le sue conseguenti estrinsecazioni. Per noi, a differenza di altre forme di vita consacrata, una ‘spiritualità missionaria’ che prende ispirazione dall’universalità, dalle persone che serviamo e dalle situazioni storiche in cui operiamo. L’ad gentes ingiunge una formazione, vita e attività che differiscono dalla normale vita pastorale. Inoltre, l’ad gentes nelle zone di conflitto di Roraima e del Caquetá è diverso da quello in altri posti, che siano l’Asia dalle grandi religioni e culture o quelle di assoluta prima evangelizzazione, come la Mongolia. E in questo non c’è staticità. La parola stessa ‘spiritualità’ deriva dalla parola spirito: elemento immutabile in tutti i cambiamenti, ma dinamico. Ciò implica adattamento, inculturazione, incarnazione.
Ovviamente, la spiritualità non è aerea ma si manifesta in espressioni. I nostri documenti, in relazione all’animatore, evidenziano i seguenti:
1. Intensa vita di preghiera. Obbedienza all’invito/comando del Signore di pregare il Padrone della messe perché mandi operai nel suo campo è compito di tutti. Ma l’animatore è l’icona o sacramento di questa ottemperanza, necessità e preghiera. Prega lui, e fa pregare gli altri: sia le nostre comunità che quelle pastorali. Non lo fa per professione, ma perché più sensibile e più sintonizzato alla realtà vocazionale. Prega e fa pregare per il suo lavoro difficile, spesso arido e infecondo; per i giovani con cui è a contatto perché il Signore fecondi il germe di vocazione e lo porti a maturazione. Prega e fa pregare con apertura di cuore per le molteplici realtà del mondo e della chiesa.
Pregando, e pregando così, l’animatore interpreta e continua la vocazione profetica che attraversa la Bibbia. Abramo che intercede perché anche solo 10 giusti siano motivo di salvezza per Sodoma e Gomorra. Mosè che tante volte supplica perché il suo popolo di dura cervice non venga cancellato. Isaia e Geremia sono profeti che nella preghiera hanno a cuore la sorte d’Israele. Né manca l’intercessione di donne. Giuditta pronuncia una preghiera commovente e appassionata quando agli abitanti di Betulia, assediati, viene a mancare cibo e acqua. Ester prega con intensità per i suoi connazionali, quando la loro estinzione già è decretata. In tutti, e sempre, è una preghiera dal cuore, vera, storica. Tale preghiera raggiunge l’apice in Gesù e continua in Paolo. Gesù prega a lungo per i suoi. Paolo ha sempre presente le chiese da lui plasmate con la Parola nella forza dello Spirito. La preghiera è interesse, vicinanza, amore. L’animatore, con la sua preghiera fervorosa, esprime queste caratteristiche.
2. Intensa vita spirituale. Essa non va confusa con la preghiera. Ha orizzonti più vasti. Riguarda tutta la vita, anche nella sua espressione specifica di attività vocazionale. La fede dell’animatore scorge al di là delle apparenze e dei risultati. La sua speranza continua ad aver fiducia in Colui che non delude mai. Con carità è disposto a cooperare con tutti per favorire una risposta che è consona alle inclinazioni e scelte di una persona. Non c’è posto per gelosie e chiusure. C’è posto solo per gioire che i semi germogliano, fioriscono e maturano, anche quando altri raccolgono dove noi abbiamo seminato. Come noi raccogliamo dove altri hanno seminato! Senza miopie c’è posto solo per la dimensione ecclesiale.
Né la vita spirituale si limita alle tre virtù teologali. L’animatore ha bisogno dell’ascetica dell’impegno, di identificarsi totalmente con la sua missione, senza indebite dispersioni. Necessita lo spirito di sacrificio che accompagna i viaggi, la preparazione della dimensione formativa, e l’accoglienza non sempre entusiasta nelle parrocchie, scuole e gruppi. L’animatore deve essere armato di pazienza e ricco di discernimento di fronte a chi tentenna e mai si decide; di fronte ai molti che fanno l’approccio, poi si diradano e scompaiono, adducendo motivi spesso falsi e fantasiosi. Lo sappiamo, e tutti lo affermano: l’area più friabile è quella delle motivazioni. È scoraggiante vedere speranze sfiorire. Questa è forse un’area che, come metodologia, va rivisitata. Cosa è meglio: un largo raggio di attività e molti contatti, o una concentrazione geografica che permette un’azione più intensa e incisiva? La risposta non è facile, anche perché nel contesto dei nostri paesi non è sapiente limitarsi a una tribù, e le scuole - almeno in Tanzania - raccolgono giovani dall’intera nazione. Inoltre, una dimensione non esclude l’altra. Un’azione ridimensionata, ma più intensa, potrà non portare tutti i frutti desiderati, ma è arricchimento psicologico, spirituale e apostolico per i possibili candidati. E non induce ad aspettative sproporzionate.
L’area dello spirito, e quindi di una intensa vita spirituale tipica dell’animatore, è vasta. Siano sufficienti questi brevi accenni. L’animatore non può non cercare sempre nuova energia in Colui che pure si sentì deluso di fronte alla incapacità di comprendere – ma capacità di rinnegare e tradire – da parte dei 12, pur privilegiati della continua comunione con lui, del suo esempio ed insegnamento.
II. Identità dell’animatore vocazionale
Identità è chiarezza nell’essere, che poi è fonte di chiarezza operativa. L’animatore vocazionale non può che essere una persona totalmente identificata con la missione ad gentes e con l’Istituto. Sarebbe una contraddizione un animatore che sfida la missione ad gentes della chiesa, pur nel rispetto e nel dialogo con le religioni e culture. Anche perché il dialogo non è una metodologia o strategia di evangelizzazione, ma è missione stessa.
Come pure sarebbe un controsenso un animatore che continuamente muove rimproveri all’Istituto e che non l’ama, anche nei suoi ritardi e debolezze. L’Istituto è una famiglia, proclamava l’Allamano, ed è così che lo voleva. E la famiglia, pur nelle sue difficoltà, è l’emblema della comunione dell’amore. Non si tratta di idolatrare l’Istituto a scapito di dimensioni ecclesiali. Ma è chiaro che dimestichezza con l’Allamano, con la sua vita e insegnamento, e con la storia dell’Istituto, fanno parlare e testimoniare in modo convinto e convincente. Tiepidezza e mancanza di convinzione sarebbero deleterie. Sale insipido non sala!
L’identificazione totale e affettiva con il carisma è sorgente di forza nella parola e nella vita. L’animatore, quindi, prospetta ai giovani la bellezza e il privilegio – così lo considerava l’apostolo Paolo – di essere inviato a tutte le nazioni e di proclamare la buona novella di liberazione da ogni schiavitù nelle zone più difficili e meno umane. Con l’ispirazione e la forza del carisma, l’animatore sfida i giovani. O i giovani africani non amano ideali alti e grandi? Ideali di universalità, donazione totale, intensità in tutto, secondo l’insegnamento e il cuore del Beato Fondatore.
Ovviamente c’è una pedagogia nella presentazione della vocazione missionaria, all’interno della nostra famiglia. La pianta matura – il missionario ricco di esperienza e di anni – non è il seme. Ma nel seme è potenzialmente presente l’intera pianta. Fin dall’inizio estrema chiarezza di ciò che siamo, dove e come operiamo sarà sempre di somma importanza. Qui si affaccia la difficoltà delle motivazioni vocazionali, specialmente di chi è capace di fingere e sopportare tutto pur di raggiungere secondi fini, che in Africa sono soprattutto gli studi e forse il miraggio di andare all’estero. Ma, almeno oggettivamente, siamo chiari e sinceri: rispetto alla vocazione missionaria e a tutto ciò che essa comporta, in termini di distacco e di faticoso inserimento nel nuovo di nazioni e popoli.
Fin dall’inizio inculchiamo amore per la nostra famiglia. Lo si fa rifacendosi al Fondatore come l’uomo dal cuore grande e tenero, l’uomo sapiente e veggente, il maestro che indica cammini sicuri di vita spirituale e metodologia missionaria. Lo si fa facendo emergere, con discrezione e umiltà, tutto il bene compiuto con l’aiuto del Signore. Anche la nostra storia è sacra!
III. Attitudini dell’animatore vocazionale
Non so neppure io se in italiano la parola più corretta sia ‘attitudini’ o ‘atteggiamenti.’ Secondo il vocabolario le due parole in parte hanno lo stesso significato e in parte si diversificano. In altre parole: intendiamo le qualità e le caratteristiche dell’animatore vocazionale, neppure così facilmente separabili dall’identità. Mi soffermo su alcune, non necessariamente in ordine di importanza o priorità.
I giovani - e non solo – certamente si trovano a loro agio con una persona serena, gioiosa, entusiasta, comunicativa. Non è di tutti, e non tutti nella stessa misura. Ma è ovvio che queste doti di personalità e di qualità umane sono l’abc per l’attività vocazionale, o l’animatore stesso si troverebbe continuamente a disagio nell’affrontare persone e situazioni nuove. L’Allamano richiama in Italia dal Kenya P. Lorenzo Sales, perché gli riconosce queste doti. E in realtà, viaggiando di città in città, infuocherà parrocchie, scuole e seminari. Di lui fu scritta una breve biografia dal titolo: “Un missionario di fuoco.” Il titolo afferma qualcosa rispetto all’uomo e al missionario che egli era. Rimane un modello di animazione. “Ci vuole fuoco per essere missionari”, diceva l’Allamano. Quanto più vero è questo per gli animatori! Il fuoco illumina, riscalda, attira.
L’animatore deve avere spirito d’iniziativa. Spirito d’iniziativa… secondo un programma chiaro e ben definito negli obiettivi e mezzi. Non deve far molto per dare l’impressione che fa molto. Deve operare intelligentemente, considerando le attività più atte, i posti e le persone più promettenti. E questo non per disprezzo o discriminazione, ma perché le vocazioni hanno un loro humus naturale – famiglia, scuola, ambiente – che nessuno sottovaluta. Una periodica valutazione rispetto a tutto è necessaria: per correggere, migliorare, potenziare.
All’animatore serve una buona dose di creatività: nel preparare i contenuti e nel presentarli in modo partecipativo. Creatività nella preghiera. Di qui l’importanza dello studio e aggiornamento, e di alcune tecniche e mezzi nella comunicazione. La ‘povertà’ dell’Africa a riguardo dei mezzi – in moltissimi posti manca l’elettricità – può non permettere molto. Ma ci sono alternative, magari di carattere culturale, che la creatività può inventare?
L’animatore è chiamato a discernere, consigliare e orientare. Non è facile, poiché i giovani non bussano alle nostre porte con chiarezza di carisma e di ideali. Non so chi sappia distinguere tra vita attiva e vita contemplativa, tra l’essere missionario e sacerdote diocesano, tra l’essere della Consolata ed essere Agostiniano. Spesso i giovani vengono a noi perché dopo aver visto una lista di congregazioni, e dopo aver scritto a molte, ne scelgono una. La colpa non è loro, perché la pluralità di istituti e carismi è relativamente nuova in Africa. Di qui la necessità di chiarezza e discernimento. Questo anche per quanto riguarda la personalità del giovane. Come metodologia, sono opportune prolungate convivenze, dove il giovane più facilmente rivela se stesso. Lo so, in Africa questo è difficile: per le distanze e per le spese inerenti. In tali incontri, comunque, l’animatore sarà attento alle persone, cercherà di capirle, avendo con loro dialoghi personali. Attività per tutti possono risultare anonime e infeconde. Il tocco personale spesso è stato per molti la miccia della propria vocazione.
La cooperazione tra noi e con le altre forze ecclesiali è indispensabile e irrinunciabile. La cooperazione travasa esperienze, evita ghetto, non offende possibili sensibilità, specialmente per quanto concerne le diocesi. L’apertura e la generosità hanno una loro fecondità e benedizione.
La capacità di convivere con la frustrazione non può mancare all’animatore - ma non solo. Nonostante le difficoltà e forse inconsistenti risultati, l’animatore ricorderà sempre l’insegnamento e la prassi dell’Allamano: non il numero ma la qualità.
Sorgente di frustrazione può essere anche la seguente. Un giovane che sembra ottimo durante l’iter vocazionale, appena entra in seminario, o poco dopo, lascia. La vicendevole accusa dell’animatore ai formatori, e dei formatori all’animatore, è cosa da lungo tempo. In realtà sono due dimensioni diverse: un conto un cammino da solo, senza confronti di nessun genere, un conto la vita comune in tutte le sue espressioni. La comprensione di questa realtà eviterà inutili e ingiuste recriminazioni.
Conclusione
Sono stato invitato a svolgere questo tema, e ho osato accettare… io che non ho nessuna esperienza di animazione missionaria. Ho semplicemente cercato di riflettere su alcuni principi, realtà e spunti offerti dall’Istituto più che crearne dei miei.
Termino con una considerazione. La missione ha più frontiere: quella del primo annuncio, del dialogo, delle minoranze etniche, delle situazioni urbane disumane, ecc. Ma, a mio parere, se per frontiera s’intende il luogo del nuovo e il luogo delle difficoltà… quella dell’animazione missionaria è la frontiera delle frontiere. Cosa di più nuovo che scoprire un cammino per la vita? Cosa di più difficile che aiutare a discernere e decidere per la vita? La frontiera dello spirito e della vita, e quindi anche quella dell’animazione vocazionale, è vera frontiera.
P. Giuseppe Inverardi
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