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CONSOLAZIONE NELLA BIBBIA PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Francisco Lerma Martínez   

INTRODUZIONE

“Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere” (Beato Giuseppe Allamano) .

Il nome di "Missionari della Consolata” che ci identifica nella Chiesa e nel mondo, indica il nostro carisma specifico ad gentes e la nostra fisionomia mariana vissuta come consolazione . Siamo missionari e missionarie della Consolata che vivono la missione come consolazione di Dio: missione e consolazione intimamente unite. Di che consolazione si tratta? Esiste una consolazione diversa dall’umana? In caso affermativo, quali sono le sue caratteristiche? Ci addentreremo nelle pagine della Sacra Scrittura per trovare una risposta adeguata a questi interrogativi.

Il paradigma della consolazione biblica -tribolazione/consolazione- che parte dall’Antico Testamento e si perde nel Nuovo, è una costante nel testo sacro che forma un blocco trasversale con diverse varianti. Paolo lo riassume così:

“ Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo angosciati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione" (2 Cor 1,3-7).

L’apostolo scrive considerando se stesso come afflitto, consolato e consolatore. Tocca il nucleo del problema che consiste in una sintesi di storia e di teologia della liberazione e salvezza del Dio consolatore che entra nella vita dell’uomo di ieri e di oggi. In primo luogo c’è l’avvenimento, Dio ci consola in ogni tribolazione, in secondo luogo, appare la prima esigenza, affinché consoliamo tutti gli afflitti, in terzo luogo, appare la necessità della solidarietà con Cristo che è consolatore dei tormentati, e solidarietà con i fratelli, perché la consolazione ricevuta è per tutti i fratelli.

Allo stesso tempo, la riflessione teologica su Maria, come Madre del Consolatore e Madre della Consolazione, si deve fare partendo dalla considerazione di Maria come figura del nuovo popolo di Dio, poiché, nel tempio, come la Sion ideale, offre a Dio il Messia consolatore (cfr. Lc 2,22-32); e risalendo fino all’Antico Testamento, dove è prefigurata, vederla come Madre e strumento di consolazione.

1. La consolazione extrabiblica

Tutti i popoli pensano a consolare chi è triste. Nella loro cultura ci sono meccanismi orientati a risolvere le situazioni di dolore e tristezza, provocate da avvenimenti naturali, psicologici o morali. Chi perde una persona cara o si trova in una qualunque privazione, è degno di ricevere consolazione. Parallelamente, ogni persona è chiamata a consolare quelli che soffrono. Tutti in effetti, sentono l’obbligo morale di consolare chi è triste. Ricordiamo, per esempio, le lettere consolatrici dei filosofi dell’antichità, Cicerone, Seneca, Apollonio di Tiana. Tutti gli argomenti e motivi di consolazione possibile ed immaginabile erano messi al servizio del consolatore.

I filosofi ed i poeti, per mestiere consolano con i loro scritti. Boezio, prima di essere giustiziato, scrive De Consolatione philosophiae, cercando consolazione in pensieri neoplatonici, basati sull’aspirazione umana alla felicità di Dio. Il patrimonio culturale di ogni popolo espresso in proverbi, enigmi e miti ed altre forme letterarie, mostra fino a che punto l’uomo cerca con le sue sole forze e la sua conoscenza di consolare gli altri. A questo riguardo, ognuno può ricordare la propria cultura o la propria esperienza missionaria che lo ha avvicinato ad altre culture, permettendogli di conoscere diverse maniere di consolazione umana.

Ma la consolazione biblica è più profonda di una consolazione solamente umana. I profeti annunciarono una consolazione diversa: la pienezza di consolazione, la consolazione di Dio in Cristo.

2. Un cammino di consolazione

L’Antico Testamento presenta la consolazione che ha le sue radici nel proprio Dio. Egli la sparge con l’intensa volontà di congregare tutti i suoi figli. Secondo gli insegnamenti biblici, non si tratta di una consolazione superficiale o esterna all’uomo, ma di qualcosa così profondo al punto di identificarla e personificarla con il proprio Dio: "Io, io sono il tuo consolatore" (Is 52,1). Il popolo, come risposta a questo gesto inaudito di Dio, si sente chiamato ad essere strumento di consolazione.

Il proto-vangelo

La Creazione del mondo, degli animali, dell’uomo e della donna, si presenta come manifestazione del potere e della bontà di Dio in un ambiente di consolazione, nel giardino dell’Eden, come il posto del godimento e della felicità: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male" (Gen 2,8-9).

In questo contesto simbolico, il peccato si considera come il passaggio dal godimento alla terra della sofferenza e del dolore. L’uomo si allontana dal Dio di bontà / consolazione: "Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino” (Gen 3,8). Ma Egli non abbandona l’uomo, anzi gli promette di nuovo la consolazione, indicando già dal primo momento il redentore-consolatore. Parallelamente, si fa riferimento esplicito alla donna, anche ella consolata, intimamente unita a questa opera di salvezza - consolazione dell’umanità.

La consolazione dell’uomo avrà il suo apice, entrando in contatto con la liberazione da ogni schiavitú, con l’arrivo del Cristo redentore. Maria è unita a questa opera come fu annunciato: “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21). "Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35).

Lode dei Padri

La narrazione del Siracide (Sir 44 – 51), è una manifestazione multiforme della consolazione divina attraverso la storia del popolo di Israele. Appare, in primo luogo, Henoch, che "piacque al Signore", di gran importanza nella tradizione giudaica; gli seguono Noè "il consolatore": “Lo chiamò Noè, dicendo: «Costui ci consolerà del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani»” (Gen 5,29); ed Abramo in colui che in Dio benedice tutti i popoli. Il lungo periodo di tribolazioni si chiude, lasciando spazio all’elemento consolazione, con la nascita di Ismaele; dopo si estende con la nascita di Isacco ed ancora di più con la realizzazione dell’alleanza.

La vita di Isacco appare come continuazione della linea vitale di suo padre, cioè, il binomio dolore umano e consolazione divina. In Giacobbe avanza la linea di benedizione/consolazione divina (Sir 44,25-26).

Il piano consolatore di Dio

Davanti allo scoraggiamento, apparentemente, senza soluzione umana, gli ebrei gridano cercando una risposta divina di consolazione e conforto: Il “Dio di ogni consolazione” ascolta il suo popolo ed agisce per liberare e curare le sue ferite. Di fronte allo spaventato Mosè, sorge il “Dio consolatore” dall’epoca patriarcale: "Il Signore disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito; conosco infatti le sue sofferenze»” (Es 3,7). Gli indica la sua volontà: “Sono sceso per liberarlo...” (Es 3,8). E conclude mostrandogli la missione: “Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti"(Es 3,10). È la missione di Mosè.

Giosuè è chiamato a proseguire quest’opera di liberazione e consolazione che Dio aveva raffidato a Mosè.

I Giudici, liberatori e consolatori, appaiono come individui e strumenti di benedizione/consolazione divina, individuale e nazionale. I profeti sono i mediatori e consolatori privilegiati; sono i consolatori del popolo dell’alleanza: Isaia, il consolato/consolatore; Geremia, l’eletto consolato, che intercede e consola; ed Ezechiele, araldo della restaurazione/consolazione.

3. Testo chiave: Is 40,1-11

Il proprio Dio consola il suo popolo: " Hw’mnhmkm" (Io, io sono il tuo consolatore).

Abbiamo davanti un testo teologico e poetico. Il poema tratta del ritorno dall’esilio della Babilonia, il secondo esodo. Raccoglie la memoria storica e l’attualizza. L’autore sacro si serve di simboli ed immagini di gloria per annunciare una realtà superiore alle forze umane, cioè la liberazione definitiva: cuore, grida, voce, deserto, steppa, strade, valli, monti, gloria, erba, fiore, trofeo, braccio. Dall’inizio si considera la gran profezia come parola di Dio: “Così dice il vostro Dio” (Is 40,1).

La struttura del testo

Il poema è diviso in quattro parti:
1ª, i vv 1-2: con struttura di imperativo: "consolate" e la sua causa;
2ª, i vv 3-5: introduce il tema del nuovo esodo;
3ª, i vv 6-8: garantisce la validità della parola di Dio;
4ª, i vv 9-11: la venuta di Dio come pastore.

Il profeta ubbidisce al mandato divino ("consolate, consolate il mio popolo"), e trasmette un oracolo di salvezza efficace. I titoli usati sono la garanzia (il "vostro Dio" ed il "mio popolo"), con lo stesso senso delle formule dell’alleanza “nessuno le reca conforto””; “lontano da me è chi consola”; “Sion protende le mani, nessuno la consola”; “Senti come sospiro, nessuno mi consola” . (Lam 1,2,16,17, 21).

L’oracolo deve arrivare al cuore delle persone che ascoltano (“parla al cuore di Gerusalemme”), ricordando il testo del profeta Osea: “La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16).

L’autore indica la ragione della consolazione: È finito il tempo della schiavitù, considerato specialmente come un servizio militare forzato; è finita la punizione ed è arrivata l’ora del ritorno. Israele ha superato ogni sofferenza e tribolazione e questa sofferenza ha come ricompensa la consolazione: arriva la consolazione di Dio (cfr. Is 49,13-16).

Yahve ha consolato il suo popolo. Dio consola Gerusalemme perché ha avuto misericordia di lei. In effetti misericordia e consolazione vanno insieme. La misericordia si basa sulla memoria dell’alleanza, Gerusalemme sta nelle palme delle mani di Dio, per cui Dio si ricorderà sempre di lei. Così possiamo dire che la nostra speranza riposa nella memoria di Dio, anzi è il proprio Dio è il Dio che consola il suo popolo è il Dio dell’alleanza.

Altre immagini della desolazione sono: l’abbandono della donna che non è amata, la perdita dell’amore ed il figlio abbandonato dalla propria madre.

La vulnerabilità dell’abbandono nell’amore produce la desolazione. Lo scenario è il popolo sommerso dal dolore. Un popolo esiliato è sommerso dalla desolazione, dove non c’è spazio per la sua storia, cultura e religione. È un popolo disgraziato. Tra questa oscura realtà, il profeta si sente chiamato a gridare l’annuncio della consolazione che viene dalle mani di Dio: "Voi tutti che passate per la via considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta, e con cui il Signore mi ha punito nel giorno della sua ira ardente" (Lam 1,12). “Con che cosa ti metterò a confronto? A che cosa ti paragonerò, figlia di Gerusalemme? Che cosa eguaglierò a te per consolarti, vergine figlia di Sion? Poiché è grande come il mare la tua rovina; chi potrà guarirti? (Lam 2,13). Israele ha vissuto l’esperienza dell’abbandono totale: "Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato»" (Is 49,14). E come Gerusalemme, molta gente e molti popoli sono passati e passano per una simile esperienza.

La tappa del deserto appare come la strada trionfale che prepara i messaggeri: “Nel deserto preparate la via al Signore” (Is 40,3). Il profeta è la bocca di Dio che ha parlato. Il profeta ripete: “Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre” (40,8). È la garanzia della promessa. Tutto succederà come è stato annunciato, poiché la parola di Dio è efficace e realizza quello che dice.

Nell’ultima parte del poema (vv 9-11) invece, il profeta diventa araldo delle buone notizie: “Tu che rechi liete notizie in Sion” (v 9). Viene attraverso il deserto aprendo strade; sale sui monti affinché la sua voce si senta in tutte le città d’Israele: "Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono”(v 10).

L’annuncio profetico di Is 40,1-11, ci dice che il tempo della salvezza è iniziato già. Il proprio Dio consolerà Sion. In un testo parallelo, Isaia dice: "Davvero il Signore ha pietà di Sion, ha pietà di tutte le sue rovine, rende il suo deserto come l’Eden, la sua steppa come il giardino del Signore. Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode!” (Is 51,3). E più avanti aggiunge: "Io, io sono il tuo consolatore. Chi sei tu perché tema uomini che muoiono e un figlio dell’uomo che avrà la sorte dell’erba?" (Is 51,12). Dio rivela un amore appassionato per il suo popolo, per ogni uomo. Dio è passione, compassione e consolazione per l’uomo. L’ultimo versetto chiude il poema con la tonalità della consolazione, usando l’immagine del buon pastore: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri" (Is 40,11).

Il proprio Dio in persona realizza la nuova salvezza: la consolazione del suo paese ed il compimento delle promesse del "consolate, consolate il mio popolo". Così si inquadra il ritmo dei capitoli 40-55 che formano il Libro della consolazione d’Israele. Ciò che bisogna sottolineare è l’intensità del "consolate, consolate il mio popolo" e l’origine divina della consolazione. I profeti possono e devono preparare le strade a Dio, ma è il proprio Dio che traccia le strade nella solitudine del deserto e nella solitudine del cuore dell’uomo.

Una delle situazioni di desolazione è l’esilio, la cattività in terra straniera. La consolazione appare nel testo esaminato come liberazione e ritorno alla patria; per questo, il ministero profetico deve essere inteso come ministero di consolazione. Chi parla al cuore è il proprio Dio; i profeti, noi, dobbiamo solo creare l’ambiente favorevole all’incontro dell’uomo con il “Dio di ogni consolazione”.

4. La pienezza della consolazione

La pienezza della consolazione profetica entra nell’ambito della nuova economia eminentemente consolatrice, avendo come centro Gesù Cristo misericordia/consolazione e lo Spirito paraclito/consolatore

Gesù comincia la sua missione dopo essere stato presentato da Giovanni come redentore/consolatore dei secoli. Egli stesso si presenta nella sinagoga, proclamando il testo di Isaia che manifesta la consolazione divina ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi e agli schiavi: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19).

Il nome di "Menahem" (consolatore), che è attribuito al Messia, fa pensare allo Spirito consolatore: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre "(Gv 14,16).

Gesù percorre la Galilea come il predicatore /consolatore annunciato dai profeti. Con la sua attività evangelizzatrice Egli è la luce/consolazione d’Israele: “Per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte “ (Lc 1, 78-79); e “Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,32). Effettivamente, l’elemento consolazione è la chiave che apre la porta per comprendere in profondità il messaggio delle Beatitudini: una dimensione spirituale, nella versione di Matteo, ma senza escludere la linea sociale (Mt 5,1-12); ed una dimensione direttamente sociale, ma senza allontanarsi dalla visione spirituale dell’Antico Testamento (Lc 6,20-23). La consolazione proclamata da Cristo può considerarsi come sintesi, centro e confluenza delle promesse e minacce delle Beatitudini. Il Gesù delle Beatitudini traccia le linee maestre della consolazione umana e divina del nuovo popolo d’Israele e si trasforma nel consolatore atteso da Israele, Dio fatto uomo per salvare il suo popolo.

Gesù afferma categoricamente la consolazione totale che Egli stesso offre all’umanità, senza esclusione di nessuno: “ Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi, imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero " (Mt 11,28-29).

A questo riguardo, troviamo due parabole significative: il Buon pastore (Mt 18,12-13) che ci presenta Gesù come pastore sollecito; e il Padre buono che ci presenta un padre angoscioso con cuore di madre (Lc 15,13-24.27-32) per il figlio perduto; essendo consolatore egli stesso è consolato.
La passione è il momento cruciale di tutta la consolazione. Gesù che tanto aveva parlato e dato segni concreti di consolazione, dà la prova massima di amore, di amare fino all’estremo della propria vita. Nella croce, si sottolinea il perdono a favore dei propri assassini: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34); la promessa di salvezza al ladro pentito, compagno di supplizio: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43); e la consegna di sua Madre al discepolo amato: "Ecco la tua madre!. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,27).

Il Vangelo nel suo insieme è un messaggio di consolazione, liberazione e salvezza per i poveri, gli afflitti ed i piccoli. È una chiamata alla speranza. Una testimonianza della misericordia del Padre che ha fatto possibile la consolazione di chi soffre.

La salvezza si realizza nell’incontro personale con Cristo nella fede, cioè nella relazione di fede ed amore con Cristo. Gesù è consolazione di Dio: Dio che viene incontro all’uomo per consolarlo. La consolazione non è qualcosa, è Qualcuno, Lui, Dio col suo viso paterno e materno.
Gesù ed i poveri risuonano nel Vangelo come la consolazione definitiva di Dio per l’umanità. La radice della consolazione infatti si trova nell’amore misericordioso di Gesù verso i poveri, gli afflitti, i ciechi, gli oppressi, nella sua gratuità, compassione e donazione assoluta di se stesso per la salvezza e la liberazione dell’uomo: “Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1-2).

Dio asciuga le lacrime di chi piange: “Beati voi che ora piangete, perché riderete” (Lc 6,21); “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Questo linguaggio delle lacrime racchiude una certa profondità, ci rivela la verità del cuore umano, ci sono in realtà situazioni di sofferenza che non possono esprimersi altrimenti se non attraverso le lacrime. Questa consolazione si offre a quelli che si sentono dominati dalla disperazione.

Non si può capire la consolazione se la separiamo da Cristo. Egli è l’unica risposta alle sofferenze, ai dolori, alla schiavitù e alla cecità degli uomini e delle donne, dei bambini e degli adulti, giovani ed anziani di tutti i tempi. Non si può capire intensamente la consolazione senza partire dalla desolazione della croce di Cristo. Solo i grandi dolori dell’uomo possono essere consolatori/liberatori per chi è stato elevato sulla terra in una croce.

Sarà il Risuscitato che confiderà ai discepoli il messaggio di consolazione affinché sia annunciato a tutti i popoli della terra: Mt 28,8-10 e Gv 20,11-20.

La Chiesa primitiva ha sperimentato sempre la mano consolatrice di Dio. Dio consola, annullando definitivamente ogni dolore, schiavitù e lacrime: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,3-4).

5. Consolato per consolare: 2 Cor 1, 3-11

I vocaboli "consolare" e "consolo" nascono dall’idea di invitare, rinforzare, stimolare, edificare, confortare. Per Paolo, consolare è un ministero di edificazione dei credenti nell’edificio di Dio, basandosi sul fondamento, che è il proprio Cristo. L’apostolo è cosciente di essere chiamato al ministero della consolazione.

Paolo si sente portatore di una consolazione profonda che egli proietta nel suo mistero: "Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione" (2 Cor 7,4). Questa consolazione non deriva dall’essere umano, ma viene da Dio, Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione.

L’apostolo vuole incoraggiare gli afflitti come lui, affinché conoscano la stessa consolazione che egli ha ricevuto: "Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio" (2 Cor 1,3-4).
Per Paolo, la consolazione sorge dalla desolazione: "Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti" (2 Cor 1,8-9).

Paolo sottolinea le fondamenta, la larghezza, la fecondità ed ogni dimensione della consolazione: Cristo risorto. La sofferenza umana può arrivare ai limiti che superano le stesse forze, ma Paolo dirà che l’unica speranza di consolazione-liberazione-salvezza è Dio che risuscita i morti. Anche la desolazione può arrivare fino alla morte, ma nessuno ci può privare della consolazione perché non è in noi come qualcosa di superficiale, bensì è radicata nel Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione. A Lui siamo uniti strettamente grazie al mistero pasquale di Cristo. Qui sta il fondamento, il mistero e la grandezza della nostra esistenza e la garanzia della nostra speranza: "Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui" (1Tes 4,13-14).

Quello che Paolo ha ricevuto da Dio, insieme al "kerigma" (1 Cor 15,3-4), e l’eucaristia (1 Cor 11,23), è la consolazione per mezzo di Gesù Cristo. Questa consolazione la vuole trasmettere ai cristiani, consolandoli nel loro dolore. Le sofferenze di Cristo si trasformano in consolazione per Paolo che è pieno di dolori. Egli è convinto che le sue sofferenze si trasformeranno in consolazione per i corinzi, perché quando siamo afflitti, è per causa della vostra consolazione: "Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo” (2 Cor 1,5-6).

Il ministero di consolazione si basa sulla partecipazione nella passione di Cristo; è un ministero profetico, perché "chi profetizza parla agli uomini, edifica, esorta e consola" (cfr.1 Cor 14,1-3). È, in effetti un ministero di edificazione della Chiesa, di stimolo, di parlare al cuore dell’uomo in qualunque situazione di schiavitú o dolore si trovi, affinché, attraverso questa parola profetica, ascolti e trovi il Dio di ogni consolazione . L’efficienza è assicurata perché si basa sul proprio Dio. Questo ministero di consolazione Paolo lo realizza come collaboratore di Dio. Paolo sa che egli è solo strumento. È Dio che arriva con la sua consolazione all’intimità più profonda della persona, al suo cuore, luogo dei sentimenti e delle decisioni.

La missione nostra, come quella di Paolo, è di aiutare nella ricerca di Dio che libera, consola e salva. Si tenta di favorire l’incontro tra Dio e gli uomini; noi non siamo i protagonisti della missione: "Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio" (1Cor 3,9). Dio si avvale di persone e di avvenimenti concreti per portare la consolazione a chi soffre.

Paolo ci indica anche la strada che dobbiamo seguire. Egli consola come un padre: “Sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi “(1 Tes 2,11); come una madre: "Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi” (Gal 4,19); come un fratello: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1); e con sentimenti di mansuetudine, bontà ed amore di Cristo: "Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo" (2 Cor 10,1).

6. Analisi linguistica

a) Radici ebraiche del termine "NHM" (consolare e consolazione)

Nella lingua ebraica dell’Antico Testamento, la forma radicale NHM ha il significato di "consolare". Si possono aggiungere le idee di vicinanza umana e di assistenza. Il termine lo troviamo nell’Antico Testamento con il senso di “consolare”, “essere consolato”, “trovare consolazione”, “lasciarsi consolare”, “avere pena”. Appare più di 60 volte.
Il radicale verbale NMH si trova anche in nomi propri: “Menahem”, “il consolatore”, “chi presta aiuto”.

Tenendo conto della sua etimologia, possiamo sottolineare alcune caratteristiche del termine "consolare":

• Il soggetto
Il soggetto di consolare è sempre una persona: i figli di Giacobbe (Gen 37,35); i consolatori inviati da Davide al re Canùn (2 Sam 10,2-3); il Signore (Is 49,13; 51.3.12; 52,9).

• L’oggetto
L’oggetto è la persona afflitta: è Sion e le rovine (Sal 10,2-3; Is 61,2; Lam 2,13; Gb 42,11; Is 40,1-2; 51,3; Zc 1,17. Una causa di afflizione si converte in occasione di consolazione: Gen 50,21; Is 22,4; Is 61,2; Ger 31,13; Rt 2,13; Gb 42,11.

• I simboli e i riti
La consolazione va accompagnata da alcuni simboli e riti: "la tazza della consolazione” ed il "mangiare il pane"(Ger 16,7); il "letto della consolazione” (Gb 7,13); “il bastone” (Sal 23,4); e le "parole gentili” (Gb 15,11).

• La concretezza e l’efficacia
La consolazione ha un carattere concreto ed efficace. La consolazione deve arrivare al cuore,
nell’intimo della persona, è qualcosa di più delle parole e che deve trasformarsi in realtà. Gen 50,21; Is 40,1-2; Gb 42,11: Sal 23,4; Sal 71,21; Sal 86,17. È anche consolatori falsi, fastidiosi, superficiali e funesti che non arrivano al massimo profondo del dolore umano (Gb 21,34).

• L’esigenze
La consolazione autentica esige da chi consola disponibilità a condividere la sofferenza. Si stabilisce tra tutti e due una forma di comunione o vincolo: consolare e compatirsi Rt 2,13; Is 66,13; Is 49,15. Forma di consolazione: ristabilire la comunione, nel senso di com-passione: Rt 2,13; Is 66,13; Is 49,15; Is 12,1..

b) La forma nominale "Tanhum" (consolazione)

Nella forma nominale il termine ebraico "Tanhum" significa "consolazione".

L’espressione “il petto della consolazione” (Is 61,11-13) ci riporta all’ultima cena: Giovanni inclinò la testa sul petto di Gesù, luogo di incontro con Dio per saziarsi di consolazione e comunicarla ai fratelli: “Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?»” (Gv 13,25). Mentre quella del “calice della consolazione” (Ger16,7) ci fa ricordare “il vino della consolazione” delle nozze di Cana (Gv 2,1-11). Maria c’invita ad essere attenti alle necessità dei fratelli per offrire loro il vino della consolazione.

L’autore della consolazione è sempre Yahve: “E all’angelo che parlava con me il Signore rivolse parole buone, piene di conforto” (Zc 1,13); “Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66, 13).
Il concetto della consolazione è strettamente unito alla misericordia di Dio: “Mi consoli la tua grazia, secondo la tua promessa al tuo servo” (Sal 119,76).

Uso del termine

La consolazione è anzitutto umana: tutte le persone sono consolatori: parenti, amici, estranei, per cui tutti possono e devono consolare gli affitti.

I mezzi di consolazione sono le visite: “Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato” (Gen 37,35); “Tutti i suoi fratelli, le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo e mangiarono pane in casa sua e lo commiserarono e lo consolarono di tutto il male che il Signore aveva mandato su di lui e gli regalarono ognuno una piastra e un anello d’oro” (Gb 42,11); le parole di condoglianze: “Poiché così dice il Signore: «Non entrare in una casa dove si fa un banchetto funebre, non piangere con loro né commiserarli, perché io ho ritirato da questo popolo la mia pace - dice il Signore - la mia benevolenza e la mia compassione»” (Ger 16,5); il pane e il vino: “Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo” (Gen 14,18).

Ma la vera consolazione può venire solo da Dio: consolare è opera propria di Dio.

Egli è un Dio che consola sempre il suo popolo, con un messaggio speciale: “Coraggio, Gerusalemme! Colui che ti ha dato un nome ti consolerà” (Bar 4,30).
Sal 22,4: “Se dovessi camminare in una valle oscura,non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.
Sal 70,21-22: “Mi hai fatto provare molte angosce e sventure: mi darai ancora vita,mi farai risalire dagli abissi della terra, accrescerai la mia grandezza e tornerai a consolarmi”.
Sal 85,17: “Dammi un segno di benevolenza; vedano e siano confusi i miei nemici, perché tu, Signore, mi hai soccorso e consolato”.
Sal 943,18-19: “Quando dicevo: «Il mio piede vacilla»,la tua grazia, Signore, mi ha sostenuto. Quand’ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato”.

Siamo consolati per portare la consolazione agli uomini.

Gerusalemme consolata si trasforma in consolatrice: “Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno. Poiché così dice il Signore: «Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò, in Gerusalemme sarete consolati»” (Is 66,11-13; cfr. 2 Cor 1,4). In effetti, la caratteristica del nuovo popolo è di essere consolato/consolatore.

Le mediazioni sono la parola:
Sal 119,50: “Questo mi consola nella miseria: la tua parola mi fa vivere”.
Sal 119,52: “Ricordo i tuoi giudizi di un tempo, Signore,e ne sono consolato”.
Sal 119,76: “Mi consoli la tua grazia, secondo la tua promessa al tuo servo”.
Sal 119,82: “Si consumano i miei occhi dietro la tua promessa, mentre dico: «Quando mi darai conforto?»”.
Sap 8,9: “Ho dunque deciso di prenderla a compagna della mia vita,sapendo che mi sarà consigliera di bene e conforto nelle preoccupazioni e nel dolore”.

c). Il senso del termine greco "Paraklein" (consolare)

Dall’insieme di vari impieghi linguistici di “PARAKLEIN” (con il significato di “richiamare qualcuno a sé”, “farlo venire a sé”), si sottolinea soprattutto l’idea di una persona che si dirige verso un’altra, pregare, esortare, ammonire, confortare”, a seconda che sia l’individuo a chiedere o ad offrire la consolazione.

Il termine "Paraklein" ha il significato di consolare quando qualcuno si trova in momenti di sofferenza. Questo termine greco è la traduzione della radice ebraica NHM che si traduce in “confortare” e “consolare”. La forma sostantiva si traduce in “consolazione” e “consolo”: Gen 24,67; 37,35; 38,12; 2 Sam 12,24; Gb 29,25; Qo 38, 1.23; Gb 42,11. Gdt 6,20; Gb 2,11; 7,13; 24,2.

Il verbo "Paraklein" si usa soprattutto per promettere la consolazione divina di cui hanno bisogno il popolo ed ogni persona che vive nel dolore. La traduzione dei LXX è molto ricca di significati: esortare, stimolare, sollecitare, assicurarsi, invitare, fortificare, rinforzare, proporre, tranquillizzare. Si tratta sempre di una parola di stimolo. Il concetto consolazione presuppone sempre una relazione di mutua fiducia tra due persone.

Il coraggio, sorto dalla consolazione, fa superare la paura e si basa sulla considerazione delle promesse divine: “Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi»” (Es 14,13). “Mosè disse al popolo: «Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate»” (Es 20,20). “Elia disse: «Non temere… poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra»” (1 Re 17,13-14). “Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,16-17). “|Coraggio, popolo tutto del paese|…secondo la parola dell’alleanza che ho stipulato con voi quando siete usciti dall’Egitto; il mio spirito sarà con voi, non temete” (Ag 2,5). “Così quando vi avrò salvati, diverrete una benedizione. Non temete dunque: riprendano forza le vostre mani” (Zc 8,13). “Mi darò premura in questi giorni di fare del bene a Gerusalemme e alla casa di giuda; non temete” (Zc 8,15).

La parola di Dio ha forza vivificante, poiché consola nella miseria: “Questo mi consola nella miseria: la tua parola mi fa vivere” (Sal 119,50).

Nel giudaismo l’espressione "consolazione d’Israele" esprime sinteticamente il compimento della speranza messianica.

8. Breve iconografia

L’invocazione Maria, Madre della Consolazione “racchiude in sé la dimensione della presenza materna di Maria nella Chiesa e nel mondo”. La venerazione di Maria sotto questo titolo è molto antica nella Chiesa ed è estesa dall’oriente all’occidente. In numerosi santuari, chiese, eremi ed oratori nei quattro continenti si invoca e si prega Maria sotto questo affettuoso nome, benché la rappresentazione iconografica presenti espressioni differenti.

Verso il V secolo, appaiono diversi inni bizantini dedicati a Maria sotto l’invocazione di Madre della Consolazione. Durante i secoli seguenti, si sviluppa questa produzione letteraria mariana, ispirandosi nell’Inno Akhatistos, poema bizantino del V secolo. Così si moltiplicano gli inni mariani di salutazione, le litanie della Vergine ed i salteri di salutazione. Si tratta di preghiere chiedendo protezione ed aiuto, invocazioni speciali e strofe per la recita popolare del salterio. I Santi Padri greci e latini invocavano Maria come "Consolatio moestorum", "Consolatio nostra post Deum suprema", "Consolatrix Dei cum hominibus", "Consolatrix viventium". Tra le strofe, ricordiamo a modo di esempio: "Illuminatrix cordium, Consolatrix flentium, Salvatrix penitentium".

Le origini del Santuario della Consolata di Torino risalgono al secolo X; invece il dipinto della Consolata venerato all’altare maggiore, secondo le critica storica e artistica più recente, risale alla seconda metà del Quattrocento ed è una copia dell’icona bizantina presente in Santa Maria del Popolo a Roma.

Nel Medioevo, la devozione alla Vergine della Consolazione si trova in diversi paesi europei. In Guyans-Vennes (Francia), nel 1438, si costruisce un oratorio alla Madonna della Consolazione, dove oggi funziona un centro di spiritualità mariana e si venera un dipinto su legno di “Notre-Dame de Consolation” del XV secolo. La devozione alla Madonna sotto questo stesso titolo la troviamo nel santuario di Kevelaer (Germania) verso il 1640. In Spagna, nel monastero delle Religiose Cappuccine di Murcia, si venera un quadro della "Virgen del Pueblo” (Madonna del Popolo), portato da Zaragoza a quella città dalla fondatrice, Beata Maria Angela di Astorch, verso il 1640. Il quadro, dipinto su tela, rappresenta un’immagine della Vergine molto simile all’icona di Santa Maria del Popolo a Roma e al quadro della Consolata del Santuario di Torino.

La devozione alla Vergine della Consolazione in Tortosa (Spagna) risale all’anno 1694. Si tratta di un’immagine della Vergine che Santa Teresa di Gesù portò nelle fondazioni dei conventi. La Santa di Avila l’ha lasciata in Malagón, nel 1580, in previsione della sua morte. Ma non si tratta della stessa immagine della Consolata che noi conosciamo. La devozione diventò molto popolare nella regione della Catalogna. Nel 1858, in Tortosa, Santa Maria Rosa Molas ha fondato la Congregazione di Nostra Signora della Consolazione.

In diverse chiese della città di Mosca (Russia), ci sono icone molto simili al quadro della Consolata che tanto ci è familiare. Probabilmente si tratta di copie di uno stesso modello originale.

A partire dal secolo XVI si estende in America Latina e nelle Filippine. Dal 1561, si venera la Vergine della Consolazione in Tariba (Venezuela). A Manila, nelle Filippine), dal 1577, si venera Nostra Signora della Consolazione nella Chiesa di S. Agostino

La devozione alla Madonna della Consolazione è unita alla spiritualità delle famiglie religiose agostiniana, carmelitana, francescana e redentorista.

9. Applicazione al nostro carisma

Abbiamo ricevuto un carisma speciale, indicato dal nome che portiamo, per il quale ci diamo alla missione. Il Padre Fondatore, Giuseppe Allamano ci diede il carisma missionario, la Missione ad gentes, sullo stile di Maria Consolata, Madre e modello: “Ci chiamiamo i missionari della Consolata…Sì, nostra Madre tenerissima che ideò il nostro Istituto". L’Allamano l’ha considerata sempre come la Fondatrice dell’Istituto. Questo pensiero si codifica nelle Costituzioni in questo modo: "Nella ferma convinzione del Fondatore, l’Istituto è sorto per volere della Consolata, da noi venerata come Titolare e Madre".

Della visione tanto ampia e ricca sulla consolazione che ci offre la Sacra Scrittura, indichiamo alcuni elementi che riteniamo convenienti per vivere il nostro carisma:

1. La consolazione sorge nel dolore.

La consolazione parte sempre da una situazione di sofferenza, dolore o schiavitú, che può essere fisica, morale, individuale o comunitaria. Davanti a situazioni senza risposte umane nei paesi che evangelizziamo, bisogna cercare un’uscita divina, come lo fece Israele. Questa constatazione ci obbliga a fare una lettura coerente delle molti situazioni dolorose del nostro mondo e dei nostri fratelli e concretamente del mondo dove lavoriamo. Si tratta delle grida della nostra gente, dei nuovi schiavi, delle sofferenze di oggi, dell’odio tra paesi, culture e religioni; si tratta del dominio economico, di sofferenze morali, delle ingiustizie di persone ed istituzioni, del peccato personale e strutturale, in una parola, si tratta dell’allontanamento di Dio.

2. C’è una consolazione umana.

Tutti i membri di un paese, di una comunità o famiglia, parenti, amici ed estranei sentono l’obbligo morale di consolare quelli che soffrono tra di loro. Tutte le culture / religioni, scuole di pensiero movimenti umanitari, dell’antichità e dei nostri giorni, hanno avuto ed hanno insegnamenti e pratiche proprie per consolare gli afflitti, per curare i malati, per aiutare tutti quelli che soffrono.

3. Il Dio di ogni consolazione

La Sacra Scrittura va oltre una consolazione umana. Senza negare la consolazione umana, la Bibbia offre una consolazione che va in una dimensione più profonda. È di un altro livello. I profeti annunciano una consolazione divina che ha come protagonista il proprio Dio, il Dio di ogni consolazione che parla al cuore dell’uomo. Questa consolazione non è qualcosa di materiale, non è una persona, non resta ai margini, nella superficie dell’individuo ma entra dentro la persona, parla al cuore, centro dei sentimenti e delle decisioni.

4. Tutta la storia della salvezza è vista come una grande opera di consolazione

Tutta l’azione di Dio, dalla creazione fino alla salvezza in Cristo, si presenta sotto l’ottica della consolazione: la creazione come atto primordiale di consolazione in pienezza, la fedeltà di amore quando l’uomo rompe la consolazione. Questo raggiunge il suo compimento nella consolazione definitiva del Messia inviato dal Padre, fonte di ogni consolazione e nel suo Spirito Consolatore che conduce la Chiesa fino alla parusia, dove non ci saranno più lacrime.

5. Il Dio della consolazione si avvale di collaboratori

I profeti sono inviati a consolare: consolate, consolate il mio paese. Paolo è, collaboratore di Dio nel ministero della consolazione. Oggi, il Padre di tutta la consolazione, continua a chiamare altre persone, altri profeti, altri apostoli, per manifestare e comunicare la sua consolazione.

6. I collaboratori chiamati, sono anche consolati

I collaboratori di ieri e di oggi, devono sperimentare su loro stessi l’azione consolatrice di Dio nel loro dolore. Trasmettiamo quello che abbiamo sperimentato, quello che abbiamo vissuto nella consolazione di Dio e non è uno strumento materiale. Solamente così potremo essere consolatori, come lo fu Paolo, come lo furono i profeti di ieri e di oggi.

7. C’è una metodologia propria della consolazione

Il consolatore "parla" al cuore, cioè, va alla radice, in profondità, all’intimo della persona. Non rimane in superficie, perché quella che offre non è una consolazione esterna ma, si tratta di qualcosa di profondo e radicale. Paolo consola come un padre e come una madre, come un fratello ed un amico, e ci porta ad adottare atteggiamenti di vicinanza, di prossimità, di condivisione, di abbandono e di donazione. Tutto questo è possibile usando come mezzi, la visita, la parola, la presenza, il pane ed il vino della consolazione, ricostruendo la comunione. Allo stesso tempo, purché sia necessario, dovremmo usare anche il metodo della denuncia profetica, come Mosè, come i profeti, come Giovanni Battista, come Gesù, come i profeti del nostro tempo, come i martiri di oggi che tutti conoscono.

8. La consolazione deve essere concreta ed integrale.

La consolazione deve raggiungere tutte le dimensioni e gli aspetti della persona e deve essere reale, molto concreta. Il Regno di Dio sta già tra voi..., venite e vedete... i ciechi vedono... i prigionieri sono liberati... i poveri sono evangelizzati., dice Gesù agli inviati di Giovanni Battista che gli domandano se Egli è il Messia o devono sperare ad un altro. È il mondo senza mali che incomincia già qui, perché Cristo l’ha inaugurato.

9. Consolazione aperta al futuro

L’opera di consolazione deve essere aperta alla pienezza escatologica, verso quel mondo definitivo, i nuovi cieli e la nuova terra, dove non ci saranno più lacrime: "E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). Quel mondo nuovo e senza mali sarà definitivo: "Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli" (Ap 22,5).

10. In questo ministero Maria è madre e modello

Ella ascolta ed accoglie la parola nell’annunciazione; è diligente nel servizio nella visita Elisabetta; è attenta alle necessità altrui alle nozze di Cana; partecipa alla sofferenza del Figlio al calvario; ed accompagna i discepoli verso la Chiesa nascente con la preghiera alla Pentecoste. Maria ha vissuto in cammino progressivo di fede, nell’ascolto della parola, nella contemplazione, nell’azione assidua e nella donazione totale di sé..

Conclusione

Ora dobbiamo seguire questi insegnamenti, nella santità di vita, nella formazione, nelle opzioni e nelle attività pastorali, in tutto il nostro essere ed agire, con un’evangelizzazione concreta, liberatrice ed inculturata.


P. Francisco Lerma Martínez

 

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"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
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Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
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