Cominciano a tornare alle proprie abitazioni, abbandonate nei giorni più tesi delle violenze elettorali, le migliaia di sfollati rifugiatisi in alcune delle principali città dell’ovest del paese - Eldoret, Kisumu e Nakuru – teatro di attacchi e scontri che hanno provocato la morte di circa 500 persone e lo sfollamento di oltre 250.000. Il ritorno della calma, anche nella turbolenta Rift Valley, ha portato il governo a chiedere alle famiglie di portare i propri figli nella scuola più vicina lunedì prossimo, quando riprenderà ufficialmente l’anno scolastico dopo le vacanze natalizie ed elettorali. “La gente sta pian piano facendo ritorno alle proprie case – ha detto alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata a Kisumu – e la città ha ripreso le sue attività.
Coloro che sono stati danneggiati dalle violenze, stanno riparando i propri negozi e sostituendo le finestre rotte o le porte bruciate”. Intanto, i tribunali locali hanno emesso le prime sentenze contro persone accusate di vandalismo e saccheggiamenti. Segnali di ripresa giungono anche da Eldoret, dove la Croce Rossa, agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie stanno aiutando la popolazione distribuendo cibo e aiuti. “Circa 7000 persone sono state riunite nello Eldoret Showground, la sede delle fiere cittadine - dice alla MISNA Nixon Oira, della Commissione Giustizia e Pace - ma molte famiglie sono già partite per tornare a casa”. Atmosfera calma si registra anche a Nakuru e Likoni, quest’ultima vicino Mombasa, dove missionari della Consolata gestiscono un centro di accoglienza che ha dato riparo a centinaia di sfollati: “Ormai sono rimaste una cinquantina di persone – racconta padre Michael Njagy – ma l’emergenza sembra passata. Speriamo, dalla prossima settimana, di tornale alla nostra vita di sempre”.
Nuove manifestazioni?
“In città c’è il solito di caos di sempre. La gente lavora normalmente e si prepara, lunedì, alla riapertura delle scuole”: a parlare è padre Luigi Anataloni, missionario della Consolata, contattato dalla MISNA a Nairobi. “C’è una certa attesa per l’arrivo di Kofi Annan” l’ex-segretario generale dell’Onu incaricato ieri dal presidente dell’Unione Africana (UA) di proseguire la mediazione tra i protagonisti della crisi politica. Portavoce ed esponenti di spicco dell’Orange democratic movement (Odm), il partito d’opposizione di Raila Odinga che contesta la vittoria di Mwai Kibaki alle elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso, hanno intanto annunciato una ripresa “immediata delle proteste di massa”. Secondo altre informazioni, una serie di manifestazioni da tenere in tutto il paese sono già state indette da mercoledì a venerdì prossimi.
Vandali e assassini a pagamento
Poco più di 10 euro per ogni abitazione kikuyu distrutta e 20 euro circa per ogni persona uccisa: sarebbe questo il tariffario offerto da un non meglio precisato politico locale al gruppo armato organizzato che tra il 31 dicembre e il 2 gennaio ha creato il caos intorno alla città di Eldoret, ovest del Kenya, prendendo di mira case, fattorie e chiese alla periferia della cittadina. Lo hanno riferito alla MISNA fonti locali, precisando che le voci in circolazione già nei primi giorni delle violenze starebbero raccogliendo continue conferme, al punto che sarebbero stati anche individuati i presunti mandanti degli episodi più violenti dei disordini che in Kenya hanno seguito l’annuncio dei risultati delle presidenziali.
“Si stima che intorno a Eldoret siano entrati in azione circa 2000 giovani. Nella zona in cui vivo, alla periferia est della città, c’era un gruppo di 500 ragazzi, tutti molto ben organizzati e provenienti da altre zone del paese” dice la fonte della MISNA. “Quello che è successo nella Rift Valley è stato dipinto come una primitiva e iraconda sollevazione di una comunità etnica contro l’altra (…) ma dalle nostre indagini sembra che si sia trattato dell’attività di una milizia organizzata. Di una violenza diretta e ben pianificata” ha detto alla stampa locale e internazionale, Muthoni Wanyeki, la presidente della Commissione dei diritti umani keniana (Kenyan Human Rights Commission, Khrc), un’organizzazione non governativa locale. La Wanyeki ha citato l’esempio della chiesa pentecostale data alle fiamme a Kyambaa, una decina di chilometri alla periferia di Eldoret, nella quale hanno trovato la morte una cinquantina di persone delle 200 che si erano rifugiate nel luogo di culto.
“C’era un gruppo che controllava la chiesa e poi un altro che gli ha dato il cambio. Riteniamo che si sia trattato di un attacco organizzato perché gli aggressori lavoravano a gruppi di 10-15 persone che si alternavano” ha aggiunto la presidente della Khrc, anticipando che ulteriori elementi a conferma di questa ipotesi sono stati inseriti in un rapporto consegnato alla commissione governativa, Kenya National Commission on Human Rights (Knchr), e che dovrebbe essere diffuso la prossima settimana. “I campi di addestramento di queste milizie sono stati identificati, così come alcuni dei mandanti delle violenze” ha aggiunto in conclusione Muthoni Wanyeki.
Secondo stime correnti, ancora parziali e sicuramente ‘prudenti’, le violenze della scorsa settimana hanno provocato, nella sola area di Eldoret, la morte di oltre 130 persone, il ferimento di oltre un migliaio e la fuga di quasi 100.000. (Il rogo della chiesa di Eldoret è stato forse l'epidosio che ha maggiormente "scatenato" i mezzi d'informazione internazionali che hanno fatto rimbalzare iperboliche accuse di "genocidio", di "pulizia etnica" e di imminente "guerra civile".) |