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| Missionari - Missionarie: sì, ma santi |
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| Scritto da p. Francesco Pavese, imc | |
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I. LE SUE E LE NOSTRE FONTI DI ISPIRAZIONE In questa prima giornata, rifletteremo su come il Fondatore viveva la sua responsabilità di educatore di missionari e missionarie e su come si presentava a noi quale accompagnatore nel cammino di santità. Inoltre rifletteremo sui modelli ai quali si ispirava per vivere il suo ideale di santità, gli stessi che proponeva a noi. I. HO IL MINISTERO DI SANTIFICARE LE VISTRE ANIME Iniziamo da una convinzione caratteristica del Fondatore e che gli fa onore. L’ha espressa nella conferenza del 12 marzo 1911 sulla “Necessità della santità subito”. Commentava l’epistola di S. Paolo 1Ts 4,1ss. e precisamente il v. 1: «Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio[…]». Ecco il suo commento: «Io faccio mie e dei superiori queste parole di S. Paolo: non credo di fargli ingiuria, ché egli le intendeva non solo di sé, ma anche di tutti quelli che l’avrebbero seguito nel ministero di santificare le anime; ed io ho il ministero di santificare le vostre anime »1. Questa è la vocazione che il Fondatore sente di avere verso i missionari e le missionarie, alla quale è stato fedele in modo superlativo. Per noi essa comporta un impegno.
1. Fedele nel proporre ininterrottamente l’ideale della santità. Il Fondatore è stato fedele a proporre l’ideale della santità dal principio alla fine del suo servizio di educatore. Per essere esatti, dovremmo dire che l’ideale della santità lo ha proposto a tutti e sempre, senza interruzione, anche al di fuori dell’ambito degli Istituti, in particolare ai sacerdoti convittori. Ed è vero. Fin dall’inizio punta in alto. In uno dei suoi primi messaggi, inviato ai giovani alla Consolatina il 28 luglio 1901, dopo essersi scusato di non poterli visitare più spesso e dopo averli incoraggiati, così li assicura: «Riserbandomi a poco a poco di dirvi a voce o per iscritto, tante altre cose, che vi aiutino a perfezionarvi, ed a prepararvi alla grande opera dell’apostolato […]».2 Come si vede, dal primo anno la preparazione alla missione è realizzata a partire dal massimo livello, cioè dalla “perfezione”, che per il Fondatore è sinonimo di “santità”. Per chiudere l’arco, ascoltiamo il Fondatore verso la fine della sua vita. Con un gruppo di missionari che sono andati alla Consolata per fargli gli auguri di buon compleanno, il 21 gennaio 1925, così si è confidato: «Nel mio esame penso non solo a me, ma anche agli altri, alle responsabilità mie, poiché facciamo un “corpo solo”. Voglio vedere in voi la volontà costante di vivere una vita più che si può perfetta, senza paura di esagerare… Questa è sempre stata la mia idea».3 In queste parole notiamo due cose: quel “più che si può perfetta”, che dimostra una grande realismo; inoltre, quel “è sempre stata la mia idea”, che ci fa capire che lui stesso si è reso conto del suo costante incoraggiamento alla santità. Tra queste due affermazioni c’è tutta una gamma di esortazioni alla santità. È possibile vedere come il Fondatore, di qualsiasi virtù parli, faccia proposte sempre al massimo livello. Probabilmente la parola “santità” (o “perfezione”) è la più usata nel suo vocabolario di spiritualità. Si tratta evidentemente di esperienza di vita. Il Fondatore accompagna la crescita spirituale e apostolica dei suoi figli e figlie partendo dalla propria esperienza, prima ancora che dalla dottrina. Ed ha la coscienza di essere stato fedele a questa sua vocazione. Lo confessa ancora nell’incontro alla Consolata del 19 aprile 1925: «Fra non molto dovrò comparire al tribunale di Dio e rendere conto; ma potrò dire che ho fatto il mio dovere».4 2. Coerente nel proporre la sua via. A questo punto non possiamo non ammirare la coerenza del Fondatore nel proporre l’ideale della santità, non in generale, ma secondo il modello ricevuto attraverso l’ispirazione originaria, in vista della Fondazione. L’Allamano, proprio perché era convinto dell’origine soprannaturale dell’Istituto, si è assunto tutta la responsabilità, non solo di fondarlo, ma di formare comunità di missionari e missionarie conforme al progetto che lo Spirito Santo gli aveva suggerito. Qui mi riferisco soprattutto alle sue numerose insistenze sullo “spirito”. Anche se conosciamo molto bene questo aspetto, conviene riflettere un istante sulla necessità di seguire il “suo spirito”. Prima di tutto, deve essere chiaro che cosa il Fondatore intendeva per “suo spirito”. In qualche modo ce lo ha illustrato lui stesso nella conferenza del 1 agosto 1916: «Ebbene che cosa vi ho portato? [dagli esercizi spirituali che aveva fatto a S. Ignazio…]. Vi ho portato dello spirito, un deposito di spirito, e sapete che cos’è? Qualche buon pensiero che a me ha fatto più impressione e lo porto a voi. […] E così, nelle prediche, meditazioni, esami, con tutto insomma, pensava facendomi buono io, pensava anche a voi. Per voi e per me. Perché non voglio essere solo un canale, ma anche conca. […] Così i buoni pensieri, prima per me, e poi anche penso a voi. I buoni pensieri che hanno fatto effetto a me, lo facciano anche a voi»5. Praticamente, quando parla del “suo spirito”, il Fondatore intende la propria esperienza di vita, che ha la coscienza di dover trasmettere a noi. È convinto che sia l’ispirazione originaria sulla forma da dare all’Istituto e sia le posteriori ispirazioni da lui ricevete, non sono solo per il suo vantaggio personale, ma hanno sempre una destinazione “comune”: per lui come “padre” di una famiglia e, perciò, anche per i figli e le figlie. In concreto, aveva le idee chiare come dovevano essere i Missionari e le Missionarie della Consolata e non ammetteva che fossero diversi da come lui, con la luce dello Spirito, li immaginava. Ecco alcuni suoi interventi specifici. Per ragioni contingenti, il Fondatore ha dovuto difendere la genuinità del suo spirito fin dai primi anni della fondazione. È classico il suo intervento del 2 marzo 1902: «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’Istituto si perfezioni e viva di vita perfetta».6 È pure classico l’altro intervento sulla responsabilità dei formatori, fatto nella conferenza del 18 ottobre 1908, dove disse: «lo spirito lo dovete prendere da me».7 Merita pure risentire le parole del Fondatore riferite da sr. Chiara Strapazzon nella deposizione al processo canonico, che mi sembrano tra le più esplicite e complete nel contenuto: «[…] Soprattutto voglio che abbiate il mio spirito. Il Signore dà a me lo spirito da dare a voi…Sì, io lo ricevo dal Signore. Anche quando sarete in Africa avrete chi ve lo comunica. Voi ubbidite a me per mezzo dei Superiori. Il mio spirito lo do a quelli che stanno uniti a me. […]. Voglio spirito…spirito!».8 Così il Fondatore scrisse, il 7 settembre 1921, a sr. Maria degli Angeli in Kenya: «Io desidero, e tale essendo il mio dovere, pretendo, che viviate nello spirito che vi ho infuso: spirito di fede, di carità, e di delicatezza».9: Come sintesi di queste affermazioni risentiamo ancora alcune interessanti parole del Fondatore: «[…] ognuno deve farsi santo secondo le regole che sono in questo istituto. Comunemente si dice che la santità è multiforme, e se voi foste certosini, o passionisti, certamente si farebbero altre cose che si fanno qui. […] dobbiamo farci santi secondo le norme che ci danno i superiori, secondo le regole; secondo lo spirito dell’Istituto. Il Signore ha ispirato e non ci deve essere nessun altro che ci possa decidere; nessun esterno che ci possa venir a dire: “Ma voi pregate troppo, o troppo poco. Perché non fate questo o quello, ecc.”»10 Da questa precisa coscienza deriva il senso di “paternità” che l’Allamano ha espresso nel duplice atto di fondare l’Istituto e di comunicargli il suo spirito. A questa responsabilità di “padre” non intendeva rinunciare, per nessuna ragione11, durante la vita e neppure dopo la morte. A sr. Emerenziana Tealdi che gli chiedeva se, dopo morte, avrebbe fatto conoscere il suo spirito, rispondeva: «Chi lo vorrà, lo avrà”. […]. Dal cielo vi guarderò, e se non farete bene, vi manderò tante umiliazioni finché non rientrerete in voi tessi».12 3. Tenace nel richiedere la nostra risposta. Ho già fatto notare come il Fondatore sia stato tenace, dall’inizio alla fine e senza interruzioni, a proporre l’ideale della santità secondo il suo spirito,. Si può dire che questo è stato il suo vero messaggio riservato a noi. Però, richiedeva una risposta coerente. Non si illudeva e, forte della sua esperienza, metteva i giovani di fronte alla propria responsabilità. Ancora verso la fine della vita confidava: «Fa pena quando si vede che qualcuno non corrisponde: guai se non si corrisponde ad una vocazione, che viene da Dio».13 - Stimiamo lo spirito del Fondatore trasmesso all’Istituto. Lui stesso ci invita ad essere santamente “orgogliosi” di appartenere all’Istituto, che per noi è il migliore.14 - Non ricerchiamo, fuori del nostro spirito, vie “migliori” per tendere alla santità missionaria. Sarebbe un’illusione. Per noi non ci sono vie migliori al di fuori di questa, perché quando il Signore ci ha chiamati, ci ha fatti partecipi del carisma dell’Allamano e non di un altro carisma. - Abituiamoci a “confrontarci” con il Fondatore, non per sentire il rimorso di non seguirlo compiutamente, ma per essere incoraggiati a farlo. Il Fondatore non ci tiene il broncio per le nostre debolezze, ma chiede di superarle. Non dimentichiamo il famoso “nunc coepi” al quale il Fondatore teneva molto, e che traduceva: “adesso incomincio”! II. I MODELLI E IL MODELLO PER ECCELLENZA Nel suo compito di educatore alla missione, l’Allamano seguiva quella che possiamo definire la “pedagogia dei modelli”. Oltre che sui principi e sulla propria esperienza di vita, egli fondava le sue proposte di santità sull’esperienza positiva di grandi personaggi, donne o uomini di Dio, del passato lontano o recente. Da qui si spiega il suo frequente ricorso all’esempio dei “santi” durante le sue conversazioni domenicali con i missionari e le missionarie. 1. I suoi e i nostri modelli. Il Fondatore ha espresso la sostanza del suo pensiero, riguardo all’esemplarità dei santi, nella conferenza del 1 novembre 1914. Essendo la solennità di tutti i santi, invita i giovani ad onorarli, ad invocarli e ad imitarli. Riguardo all’imitazione, scrive: «Essi sono i nostri modelli, dateci da N. S.; modelli di imitazione per tutti, perché varii nella loro vita e nell’eroismo delle virtù. Anch’essi provarono quaggiù tribulazioni e tentazioni: omnes sancti quanta passi sunt [tutti i santi quanto hanno sofferto] … Ebbero molti anche difetti e commisero peccati, come S. Agostino, ma colla grazia di Dio si scossero e si fecero Santi».15 Mi piace notare come sr. Gian Paola Mina, nel suo profilo del Fondatore16, abbia saputo cogliere molto bene questo aspetto della pedagogia del Fondatore. Nel capitolo intitolato “Camminare con i santi”, scrive: «È impressionante sfogliare il volume delle sue conferenze ai missionari.17 […]. Lì, i santi giocano un ruolo non indifferente: figuratevi che in venti pagine (spizzicate a caso, qua e là e su argomenti diversi), egli cita a memoria parole e gesti di trentatrè santi. […]. Naturalmente in questa sfilza di santi, si individuano i suoi preferiti e quelli che ritiene più adatti ai suoi missionari. […]. Soprattutto sorprende l’ammirazione che egli ha per i santi e la convinzione che essi possono dare a tutti, assieme all’esempio, anche una mano per seguire con più impegno il cammino evangelico».18 È utile tenere presente questo aspetto del metodo del Fondatore. Egli arricchisce la propria proposta di santità, cioè quella che aveva ricevuto nell’ispirazione originaria, con l’apporto o la conferma di modelli. I suoi modelli non sono persone mediocri, ma sono i “santi”. Propone il massimo e, come incoraggiamento, indica l’esempio di persone che hanno raggiunto il massimo grado di perfezione cristiana. Sembra quasi che cerchi un supporto alle proprie parole nella forza dei santi. Li propone perché crede nell’attrazione che promana dalla loro vita, ma anche nell’aiuto che essi possono offrire con la loro intercessione. Sottolineo questo aspetto, perché nel vasto campo della spiritualità conserva un suo significato di nobiltà anche la “spiritualità agiografica”, cioè quella che si fonda non soltanto e né principalmente sulla dottrina, ma anche sull’esempio dei santi. Per il Fondatore non era tempo perso quello impiegato a leggere biografie di santi per coglierne il genio. Ovviamente non tutte le biografie. Parlando dei mezzi per coltivare il desiderio della santità, indicava appunto la lettura dei libri che parlano di santi o che sono da essi scritti, e dice: «Leggere questi libri si sente che infondono il fuoco dell’amor di Dio […]. Quando si legge un libro uno si accorge subito se è di un’anima santa o no. Uno è arido e l’altro infonde il fuoco dell’amor di Dio e ci fa santi».19 2. Gesù il modello per eccellenza. Se il discorso si fermasse qui, lo spirito del Fondatore risulterebbe incompleto o anche alterato. Bisogna andare oltre e più in profondità. Il Fondatore ricorreva “spesso” ai santi indicandoli come modelli, ma ricorreva “sempre” e “in primo luogo” e “con maggiore convinzione” al modello “per eccellenza”. E lo faceva ad un livello sostanzialmente differente. Il suo vero modello era Gesù, che non è possibile inserire nell’elenco dei modelli. Il valore che deriva dall’esempio di Gesù ha un significato a parte, totalmente diverso, superiore e proprio.20 Di qualsiasi virtù parlasse, l’Allamano trovava sempre nel vangelo come Gesù l’avesse vissuta e proposta. È chiaro che gli veniva spontaneo ricorrere all’esemplarità del Signore, perché diceva: «Egli è modello di tutte le virtù».21 Era profondamente convinto che Gesù venne su questa terra non solo per redimerci, ma anche per essere nostro modello.22 Le sue citazioni della Parola di Dio non erano affatto forzate, benché qualche volta lavorasse più con il cuore che con la ragione, in quanto nel vangelo non è possibile trovare tutti i riscontri che si vorrebbero. L’indirizzo generale della sua pedagogia era quello proposto ai giovani nella conferenza del 6 gennaio 1917: «Non solo dovete avere lo spirito di nostro Signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azioni del Signore».23 Suggeriva di avere una grande devozione al Sacro Cuore «che non consiste solo nei sentimenti di amore verso Gesù, ma nell’imitare le sue virtù».24 E si appoggiava sull’autorità del Cafasso: «Come diceva il Venerabile: Bisogna che facciamo tutte le cose come nostro Signore quando era su questa terra. Diciamoci sovente: farebbe così il Signore?».25 3. Sintesi del pensiero del Fondatore: Gesù modello in tutto. A questo punto lasciamo parlare l’Allamano, che ci invita a seguire Gesù come nostro primo modello. Riporto due testi, scelti tra i tanti possibili. Indicano bene lo spirito del Fondatore, entusiasta di Gesù, a livello sia di principio che di vita pratica. a. Il primo è come un principio generale ed è ripreso dalla conferenza del 21 gennaio 1917, nella quale parlava di Gesù come esempio di povertà. All’inizio, però, ha espresso un principio generale. Ecco il suo manoscritto: «Nostro Signore venne su questa terra per redimerci, ed insieme come mezzo principale farsi nostro modello. L'Eterno Padre: Quos praescivit, praedestinavit conformes fieri imagini Filii sui. Gesù: Exemplum dedi vobis, ut quaemadmodum Ego feci, ita et vos faciatis. E S. Paolo diceva: Imitatores mei estote, sicut et ego Christi. Dunque Gesù è nostro esemplare: Ego sum via, veritas et vita; e noi dobbiamo ricopiarlo in noi. In Lui habemus quem miremur, quem amemus, quem imitemur [abbiamo chi ammirare, chi amare, chi imitare]. Orbene Gesù volle essere modello specialmente di Povertà»26 Ecco come ha detto queste idee secondo quanto ripreso da p. Alberatone: «Una cosa che voglio dirvi, ed è che questa virtù dobbiam praticarla non solo come religiosi, come cristiani, ma anche solo come uomini; tanto più poi per noi!... Basterebbe l'esempio di N. Signore. Noi dobbiamo imitarlo; è il nostro esempio. N.S. Gesù Cristo è venuto in terra non solo per salvarci, ma anche per essere nostro esempio; e l'eterno Padre ha stabilito che coloro che dovranno salvarsi si conformino a N.S. “Quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imaginis Filii sui”. Vuole che tutti quelli che devono salvarsi siano conformi al suo Divin Figlio. Egli è il nostro esemplare e noi dobbiamo essere simili a Lui. Lui stesso l'ha detto: “Ut quemadmodum ego feci ita et vos faciatis” [che come ho fatto io, così facciate anche voi]. Nostro Signore ci ha dato l'esempio e vuole che facciamo come ha fatto Lui. E S. Paolo dice di sé: “Imitatores mei estote sicut et ego Christi”. Siate miei imitatori come io lo sono di Gesù Cristo. Questo è uno dei principali fini per cui N.S. è venuto su questa terra e si è fermato 33 anni. E in che cosa dobbiamo imitarlo? Egli ha praticato tutte le virtù; ma c'è una virtù che Egli ha prediletto sopra tutte le altre, e questa virtù è la povertà».27 b. Il secondo testo scende di più alle applicazioni pratiche. Nell’incontro del 3 ottobre 1916, durante gli esercizi spirituali: «In questi giorni, mediterete gli esempi di nostro Signore Gesù Cristo, che è il nostro specchio, il nostro esemplare a cui dobbiamo conformarci. […]. Bisogna fare attenzione alla voce del Signore che ci dice: “Vedi quello che ho fatto io nella mia nascita, nella vita pubblica… e poi nella morte… E quindi esaminiamoci un poco. Lo imito io nostro Signore? Lui era umile ed io sono pieno di superbia, lui era povero ed io sono attaccato alla roba. Egli era tutto caritatevole ed io sono ancora maligno con i miei fratelli. Egli pregava delle notti intere ed io mi annoio subito… E così via».28 - Un primo elemento da non sottovalutare è la pedagogia dei modelli. Riguardo all’esempio dei santi il Fondatore non invitava ad essere “fanatici”, ma a valorizzare l’impegno di vita cristiana di tanti nostri fratelli, che ci hanno preceduto. Lui stesso ha suggerito di ripetere con S. Agostino: se questi e quelle, perché non io?29 - È importante abituarci alla “pedagogia cristologica”, che diventa necessariamente una “spiritualità cristologica”. È questo uno dei capisaldi della spiritualità del Fondatore. Associando l’esemplarità di Gesù a quella di Maria, si hanno le sue due principali fonti di ispirazione. II. LE SUE PROPOSTE PER PROGREDIRE VERSO LA SANTITÀ Nelle prossime giornate, prenderemo in esame le sue proposte concrete per progredire verso l’ideale della santità missionaria, cioè quali convinzioni e sentimenti avere, quali atti compiere, come concretamente impegnarci. III. PRIMA SANTI, POI MISSIONARI Indubbiamente questa è la prima proposta del Fondatore. Anche se, nei nostri ambienti, qualcuno ha avanzato dubbi sulla genuinità, o almeno sull’importanza, di questo slogan, dal complesso degli insegnamenti del Fondatore risulta chiaro che egli prima di insegnare un “metodo operativo missionario”, ha insegnato uno “stile di vita missionaria”. In questo, trovo che il Fondatore ha veramente trasmesso se stesso. Se guardiamo la sua vita, fin dal regolamento personale fatto in seminario, notiamo che lui si è preoccupato di imparare più a vivere bene che a lavorare bene. Il “prima essere e poi operare” lo ha realizzato forse senza neppure conoscerne la problematica. Il suo “operare bene” è stato la conseguenza necessaria della sua “santità di vita”. Ed è proprio questa sua personale esperienza che ha cercato di trasmettere a noi. Vediamo per ordine. 1. Quasi un binomio: “santità” e “missione”. Il Fondatore aveva una convinzione fondamentale: solo chi è santo può essere vero missionario. Univa i due termini “santità” e “missione” quasi fossero un binomio. Ascoltiamolo da alcune sue lettere inviate ai missionari e alle missionarie. Nella lunga lettera circolare del 6 gennaio 1905 ai missionari in Kenya, nella quale approva le conclusioni della Conferenza di Murang’a, assicura di avere raccomandato ciascuno in particolare alla Consolata «chiedendole non tanto l’incremento dell’Istituto, quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione di questa gente».30 Così inizia la lettera del 24 dicembre 1907:«Fra poco vi radunerete per i Santi Sp[irituali] Esercizi, ed io a voi presente in spirito, v’invito a studiare i mezzi più idonei alla vostra santificazione ed alla conversione di cotesto popolo».31 Scrivendo a p. T. Gays, l’8 dicembre 1909, par raccomandargli di preparare una degna accoglienza a Mons F. Perlo, appena consacrato vescovo, dice: «La maggior consolazione per lui [Mons. F. Perlo] sarà di rivedere tutti a loro posto, intenti alla propria santificazione e all’evangelizzazione di cotesto popolo».32 Anche alle suore il Fondatore propone lo stesso binomio. Per esempio, nella famosa lettera alle prime partenti del 1 novembre 1913, tra l’altro scrive: «Anzitutto tenete sempre in cima ai vostri pensieri il fine per cui vi siete fatte Suore-Missionarie, ch’è unicamente di farvi sante e di salvare con voi tante anime».33 E a sr. Margherita De Maria, superiora del gruppo, il 14 dicembre 1916, scrive: «Coraggio a tutte nel Signore; colla mente ed il cuore intenti all’unico scopo di farvi sante e salvare il maggior numero di anime».34 2. Una graduatoria esplicita e importante. L’Allamano ha espresso in modo chiaro il suo pensiero, dicendo esplicitamente che la santità precede per importanza l’azione missionaria. C’è un “prima” e un “poi” logici: prima santi, poi missionari. Come abbiamo già notato, prima l’essere, poi l’operare. Preciso che questi due avverbi “prima” e “poi” non li abbiamo inventati noi, ma sono del Fondatore! Soprattutto nelle conferenze c’è abbondanza di questa graduatoria. Qualche esempio a caso, tra i tantissimi, e senza commenti: «Primo: Siamo per farci santi in questa Casa: non per farci Missionari, ma per farci santi e poi Missionari»;35 «Prima cosa farci santi, seconda cosa salvare i neri»;36 «E’ questo il fine primario del nostro Istituto. Non siete qui venuti per…; ma per farvi santi; allora e solamente allora adempirete bene il secondo fine di…»;37 «Siete qui per farvi sante: Non dite: “Io sono qui per farmi missionaria”, no, prima santa e poi missionaria»38 Anche nelle lettere si nota questa graduatoria. Per esempio, scrivendo a p. A. Dal Canton, il 29 giugno 1913, così si esprime: «Io prego ogni giorno il Signore perché tutti vivano costantemente quali degni missionarii, e lavorino prima alla propria santificazione, e poi alla conversione di cotesti cari neri».39 Così pure a p. G. Chiomio, il 26 dicembre 1920: «Sempre coraggio in Domino, conservando e propagando il buon spirito fra i confratelli. Prima santi voi, poi bene ai neri: in tutto N S Gesù Cristo…».40 3. Santità premessa indispensabile per l’apostolato. Perché il Fondatore ha insistito su questa graduatoria? Il motivo è evidente: perché, sulla base della propria esperienza, era convinto che la santità è una premessa necessaria, anzi, indispensabile, per un fruttuoso apostolato. Anche su questo aspetto si è espresso con abbondanza. La difficoltà sta nella scelta delle espressioni più significative. Portiamo qualche esempio seguendo la cronologia per evidenziare la costanza nelle convinzioni. - Aprile 1902, primo corso di esercizi spirituali: «[…] prima dobbiamo santificare noi… e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti e con gran frutto»;41 - 3 dicembre 1908: «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»; 42 - 20 settembre 1914: «E perché siete venuti? Tutti rispondete: per farmi Missionario: e se qualcuno avesse altro scopo, sbaglierebbe: l’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi Missionari […]. Ma perciò bisogna farsi santi. Se no il Signore non si serve di regola per convertire che di quelli che sono santi: prima cosa adunque santificare noi stessi, se no andremo là e invece di convertire pervertiremo. Dunque farci santi»;43 - 10 ottobre 1915: «[…] lo scopo particolare del nostro Istituto, che è la nostra santificazione; e questo non è mica nelle regole per mettere una parola!…No! prima di tutto la nostra santificazione e poi le missioni: La prima cosa che dobbiamo fare adunque è questa e se non facciamo questo…niente. Se uno vuol fare del bene agli altri senza essere santo egli stesso è impossibile. Nemo dat quod non habet»;44 - 26 gennaio 1919: «Teniamo a mente che il primo scopo è quello di farci santi noi. E’ inutile voler convertire gli altri, se non siamo santi noi»;45 - 5 dicembre 1922: «Tutti dicono che siete venuti a farvi missionari; invece no: prima di tutto voi dovete dire: son venuto a farmi santo. Questo deve essere la cura principale vostra […] perché se non sarete santi, invece di convertire gli altri in missione vi pervertirete perfin voi».46: 4. Varianti curiose e coerenti. Talvolta il Fondatore si esprime con delle varianti, che confermano la sua convinzione di fondo, adattata però alle situazioni del momento. Ne riporto solo poche dalle lettere e dalle conferenze, facendo notare che ce ne sono moltissime. A don Borio, il 18 agosto 1907, mentre si trova a S. Ignazio con gli allievi: «Tante cose belle a Lei ed ai cari missionarii, dai quali null’altro bramo che santità e scienza».47 A sr. Margherita De Maria in Kenya, il 13 giugno 1914: «Ripeti a tutte che Dio aiuta chi si fa coraggio: che la poca salute non è causa di mancanza di virtù; che bisogna cercare prima la santità che la sanità».48 In chiesa, durante la funzione per la partenza, il 25 ottobre 1918: «Qual è lo scopo del Missionario? Scopo unico: salvarsi e salvare»;49nella conferenza del 26 marzo 1921: «[…] prima di tutto bisogna essere santi, e poi dopo anche dotti e attivi: ma prima santi. E guai a chi non pensa così…».50 5. Conferma della qualità in rapporto alla quantità. È interessante la spiegazione dell’Allamano circa il rapporto tra “numero” e “qualità”, con la quale conferma la sua convinzione di fondo: vuole missionari e missionarie “santi”, nonostante che lo sviluppo delle opere esiga un aumento del loro numero. Ecco una curiosa conferma nella conferenza alle suore il 23 dicembre 1921: «E poi l’Iringa è nostra… Voi dovreste essere 500 almeno. Voi mi avete detto che non guardo il numero ma la santità; ma più grosso è il numero dei santi e meglio è…».51: - Il Capitolo Generale del 1939 ci indica una conclusione fondamentale. Parlando della “Formazione religiosa del personale”, tra l’altro ha deciso: «[…] che nella formazione si desse un’importanza somma a far comprendere che il fine dell’Istituto non è duplice, e cioè uno principale e uno secondario, ma che il fine chiamato primo nelle nostre Costituzioni si conseguisce [sic] esercitando verso Dio i doveri propri di ogni religioso e verso il prossimo l’opera dell’evangelizzazione degli infedeli».52 - P. I. Tubaldo, riportando il testo, fa questo commento: «E ciò si può considerare un’interpretazione autentica del detto dell’Allamano: Prima santi e poi missionari, che si può tradurre come fece l’Allamano stesso, Santi per essere buoni missionari.53 IV. PRIMA RELIGIOSI, POI MISSIONARI Collegata alla prima proposta “prima santi, poi missionari” vi è questa che possiamo considerare come la seconda o, meglio, la continuazione: “prima religiosi, poi missionari”. I due avverbi vanno presi nello stesso senso spiegato nella meditazione precedente. Anche qui desidero far notare che l’espressione non è nostra, ma del Fondatore. È necessario renderci conto perché il Fondatore ha accostato le due proposte, quasi confondendole, e perché abbia insistito tanto sul valore missionario della consacrazione religiosa. 1. Rapporto inscindibile tra consacrazione religiosa e santità missionaria. Per il Fondatore il binomio “missionario-religioso” è sinonimo di “missionario-santo”. Parlando della “varietà degli stati religiosi”, il 19 ottobre 1919, così conclude la lunga conferenza: «Se volete essere poi missionari in regola, bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi».54 Il ragionamento dell’Allamano è questo: come la santità è “prima” dell’attività missionaria, così l’essere consacrato è “prima” (in senso logico) dell’essere missionario. Lo ha affermato più volte sotto diversi aspetti, spiegando le Costituzioni. Una delle migliori spiegazioni si ha nel suo manoscritto per la conferenza del 27 giugno 1920: «Siete nell’istituto per attendere a due formazioni: religiosa e missionaria. Sono tutte due per voi necessaire, ma è prima la religiosa, come dicono le Costituzioni parlando dei fini dell’istituto: fine primario la propria santificazione; e secondario, l’evangelizzazione degli infedeli. Prima bisogna formarsi buoni e santi religiosi; poscia missionari».55 Queste sono le parole che il Fondatore si era preparato nel suo manoscritto. Nella conferenza ai missionari, ripresa dal ch. V. Merlo Pich, non ci sono tracce di tale ragionamento, mentre in quella alle suore è addirittura più esplicito: «Voglio dirvi una cosa riguardo ai S. Voti. Ditemi un po’: noi siamo prima missionari o religiosi? Prima religiosi. Va bene. Il primo fine del nostro Istituto è la propria santificazione. Ora, la nostra santificazione si ottiene per mezzo delle virtù religiose e dei santi voti. Se qualcuna di voi morisse senza andare in Africa, non fa niente, purché sia stata una vera, una buona religiosa, purché abbia osservato bene i voti. Ecco il principale per voi. Dopo viene la salute degli infedeli, perché voi siete prima religiose e poi missionarie».56 Come si vede, il Fondatore ha trovato che il rapporto inscindibile tra vocazione religiosa e vocazione missionaria, quindi tra consacrazione e missione, sta nell’impegno di santità insito in entrambe le vocazioni. Chi è chiamato alla consacrazione è chiamato alla santità allo stesso modo di chi è chiamato alla missione. 2. Non disgiungere le due realtà, che in noi sono “una”. Continuando la stessa riflessione si deve giungere a questa conseguenza necessaria, che il Fondatore applica a noi: l’essere consacrati e l’essere missionari pur essendo due realtà distinte, di fatto sono congiunte nella stessa identità del Missionario e Missionaria della Consolata. Pur giungendo gradatamente alla convinzione che era meglio che l’Istituto dei missionari fosse religioso (per quello delle missionarie non ci fu mai dubbio, essendo sorto dopo), il Fondatore ha parlato di “consacrazione religiosa” fin dai primi anni, e ciò sempre in relazione alla vita missionaria. È interessante notare come il Fondatore parlasse tranquillamente di voti religiosi, anche quando la situazione giuridica dell’Istituto era ancora quella di “società di vita comune”. Non badava tanto alla struttura giuridica, quanto alla sostanza dell’impegno di vita. Per lui i suoi missionari erano consacrati, come se fossero religiosi, anche quando religiosi non erano affatto. Ciò assume un grande significato dal punto di vista spirituale e di identità.57 Con le suore è sempre stato più preciso, anche dal punto di vista delle norme giuridiche, perché esse sono state religiose fin dall’inizio. Parlando loro della “vocazione apostolica”, il 21 dicembre 1919, così si spiega: «Dunque in voi si distingue la vocazione missionaria da quella religiosa in questo senso, che voi siete religiose, ma di vita attiva, cioè che lavorate per fare del bene alle anime; siete di vita attiva, e attiva riguardo le missioni».58 Nella conferenza della prima domenica di Quaresima, il 13 febbraio 1921, ad un certo punto così si esprime: «Voi non avete solo ricevuto la grazia della fede, non solo la grazia di questo tempo quaresimale, ma avete la grazia della vocazione, e che grazia è questa! Vocazione religiosa all’apostolato».59 3. L’identità missionaria insita nella prima ispirazione qualifica anche l’identità religiosa. Voglio sottolineare un aspetto che per il Fondatore era importante. Egli non ha mai dimenticato che, in forza dell’ispirazione originaria, i suoi erano due “istituti missionari”. Se ha radunato dei giovani e delle giovani era fondamentalmente per un fine missionario. Il fatto che fossero anche religiosi era comunque sempre collegato alla loro identità missionaria. Lo ha anche detto espressamente. Ecco le sue parole in una breve omelia, in occasione del rinnovo dei voti di una suora, il12 marzo 1920: «Sono voti di missionarie, perciò ci vogliono grazie adatte alle missionarie. Quando fate o rinnovate i voti bisogna anche pensare alle anime».60 Così, già nella conferenza del 24 settembre 1916, parlando della Madonna delle Mercede, ad un certo punto aveva detto: «Dovremmo avere per voto di servire alle Missioni anche a pena della morte. Dovremmo essere contente di morire sulla breccia… Quando farete i voti (si rivolge alle quattro novizie che stanno in questi giorni preparandosi per pronunciare i S. Voti) ricordatevi che in mezzo ai tre voti c’è pure questo quarto voto…».61 4. La consacrazione “religiosa” è «più confacente alla vita di missione». Nella lettera circolare del 31 maggio 1925 ai missionari, che ha per oggetto la sanazione di irregolarità connesse con l’evoluzione giuridica dell’Istituto, il Fondatore spiega il contesto storico dal quale è sorto e si è evoluto l’Istituto e le ragioni che hanno portato alla forma definitiva di congregazione religiosa. Tra queste ragioni merita di essere sottolineata la seguente: «[…] infine dal desiderio di formare un corpo morale più perfetto per la santificazione nostra, maggiormente idoneo all’evangelizzazione e più confacente alla vita di missione».62 Ci possiamo domandare perché per il Fondatore la consacrazione religiosa, con i suoi voti, è più confacente all’identità missionaria? Per l’Allamano i voti religiosi sono caratterizzati dalla “totalità” del dono che si fa a Dio. Il modo con cui esprime questo concetto dipende dagli autori di spiritualità cui attinge, ma il contenuto è veramente profondo. Sentiamo le sue parole: «Chi è religioso non dà a Dio soltanto l’opera, ma gli dà l’albero, la radice di tutte le opere»;63 «Chi fa il voto si obbliga a star fermo […], offre ancora la libertà di far diverso; dà a Dio non solo il frutto, ma anche la pianta».64 Ora questo valore di “totalità” della consacrazione corrisponde esattamente all’“ad vitam”, che il Concilio sottolinea per la vocazione missionaria speciale.65 Pur senza teorizzare, il Fondatore ha più volte espressamente evidenziato che l’identità “religiosa” è un’agevolazione per l’identità “missionaria”. Volendo sintetizzare, si può dire quanto segue: oltre al vantaggio organizzativo di avere un superiore proprio, di avere un’istituzione che si prende cura degli individui, ecc., il punto decisivo «è che lo stato religioso è di maggior perfezione». Questo significa che l’essere “religiosi” è il miglior modo per essere missionari e per attuare la missione, perché comporta un impegno di perfezione evangelica e la missione vuole santità. Questa idea è stata decisiva per l’Allamano.66 Ciò non significa che il Fondatore fosse esclusivista su questo punto. Basta pensare alla stima che aveva per i Padri Bianchi, ecc., che pure non erano religiosi. - Si tratta di entrare volentieri nello spirito del Fondatore e vedere l’unità sostanziale tra il nostro essere religiosi e missionari. - Tra questa nostra doppia identità non solo non c’è contraddizione, ma non conviene neppure porre un “prima” e un “poi”. Questi due avverbi del Fondatore, nella sua mente, hanno il significato ampiamente spiegato, che cioè la consacrazione garantisce la santità della vita indispensabile alla missione. Tuttavia, sarebbe contro il suo pensiero dire che noi siamo religiosi e “anche” missionari. Noi siamo tutto. È somma saggezza sapere combinare bene questa doppia grazia nella nostra vita. V. SANTITÀ PER LA MISSIONE 1. Chi è santo è idoneo alla missione. Per l’Allamano la santità proposta ai suoi, come pure l’impegno nella vita consacrata, sono in vista della missione. Bisogna tenere presente questo dato di fatto: il Fondatore educava dei missionari e delle missionarie ad una vita di santità, quindi i suoi suggerimenti non erano per una santità “generale”, ma “missionaria” e “specifica”, cioè secondo il suo spirito. Quei famosi “prima” e “poi” non affievoliscono questa spinta originaria, se mai la rafforzano e qualificano. Queste affermazioni sono legittimate da tutta la pedagogia del Fondatore, ma, in modo espresso, da un particolare che non sarebbe giusto trascurare. L’art. 1 del Direttorio del 1901, nella prima redazione, recitava: «Gli alunni dell’Istituto della Consolata per le Missioni Estere abbiano sempre di mira non solamente di salvarsi, ma di farsi santi, e di rendersi idonei a salvare molte anime». Questa redazione è stata specificata di pugno dal Fondatore in questo modo: «[…] ma di farsi santi e così rendersi idonei […]».67 Questo “e così” dice bene il pensiero del Fondatore, perché stabilisce una correlazione indissolubile tra l’impegno di santità e la vocazione missionaria. Questa era appunto la sua profonda convinzione. 2. Tanto più i missionari e le missionarie. L’Allamano ha pronunciato spesse volte un’espressione caratteristica che può impressionare per la sua forza intrinseca. L’espressione, che viene pronunciata anche con formulazioni differenti, in genere suona così: “tanto più come missionari o missionarie”. Significa che per l’Allamano la santità dei suoi deve essere al massimo livello proprio perché sono missionari e missionarie. Come ambientazione su questo aspetto leggiamo due suoi interventi, anche se suonano un po’ modificati, rispetto alla frase citata. A tre ordinandi suddiaconi, il 15 luglio 1907: «Quello che leggete (nelle Istruzioni del Ven. Cafasso) riguardo al Sacerdote, triplicatelo riguardo al Missionario»68 Nella conferenza sulla formazione missionaria del 6 gennaio 1917: «Se un cristiano non deve cercare tutte le comodità, tanto più non deve cercarle un missionario»69. Queste espressioni vanno inserite nella “scaletta” progressiva che il Fondatore usava per spiegare il suo pensiero riguardo al missionario: «Eppure è vita di sacrifici la nostra, come uomini, come cristiani, come religiosi, come sacerdoti e più come missionari»70. Ci domandiamo: che cosa significa, nella mente del Fondatore, questo “tanto più”?71 a. Convinzione di fondo. Pare indubbio che la motivazione di questo crescendo vada cercata nell’alta considerazione che l’Allamano aveva della missione e, quindi, della vocazione missionaria. Ecco le due ragioni che il Fondatore portava: la prima è che l’identità del missionario e della missionaria realizza la stessa identità di Gesù. Il 15 ottobre 1915, parlando di S. Teresa d’Avila, ebbe a dire: «La condizione di missionarie è la condizione di maggior perfezione. Il Signore è Lui che l’ha scelta e se ci fosse stata una vita di maggior perfezione, una vita più scelta, avrebbe cercato quella là. Invece non si è fatto Trappista, e poteva ben redimere il mondo anche così»72. A P. L. Sales, il 6 settembre 1919, per confortarlo: «”Permane in vocazione, qua vocatus es” [rimani fermo nella vocazione alla quale sei chiamato]; la quale supera ogni altra, perché battuta da N.S.G.C.»73. La seconda ragione è di carattere più teologico e si fonda sull’effetto del mandato. L’Allamano la esprime rifacendosi a 1Cor 3,9: “Dei agiutores sumus” [siamo collaboratori di Dio], nel senso indicato da S.Paolo: “né chi pianta, né che irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”74. b. Il “tanto più” lo esige l’identità missionaria. Alle suore, nella conferenza del 19 agosto 1917, parlando della perfezione della carità, esclamava: «Amare il prossimo più di noi medesimi. Per un missionario ci deve essere il di più»75. E nella conferenza dell’8 settembre 1918, parlando della perfezione: «Se si tratta di una religiosa comune basta tendere alla perfezione. Ma se si tratta di una missionaria ci vuole qualche cosa di più»76 Partendo da questa convinzione, il Fondatore applica il “tanto più” a tutti gli ambiti della vita e dell’attività del missionario. Riporto alcuni esempi: - La preparazione del missionario deve essere curata in modo speciale. Parlando del postulato e del non aver fretta di partire, il Fondatore diceva: «Se la Chiesa vuole si lunga prova in laici [si riferiva ai fratelli laici cappuccini], che staranno chiusi in un Monastero, quanto più per missionarii, sacerdoti e coadiutori che…Via quindi la smania di partire…»77. - La santità del missionario deve essere “speciale”. Spiegando il “fine primario” dell’Istituto, il 16 novembre 1916, si domanda: «E quale dev’essere questa santità? Maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionarii dev’essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli. Continuatori della missione degli Apostoli devono loro potersi applicare le parole di N. S. Gesù Cristo e le gesta operate nella loro vita. Così fecero i successori degli Apostoli sino a S. Francesco Zaverio ed al Ven. De Jacobis»78. - La pietà mariana, nel missionario deve eccellere: «siamo figli di Maria Consolata (…). Se devono essere divoti di Maria tutti, tanto più i Sacerdoti, tanto più i Missionari»79 La sottolineatura è del Fondatore stesso. - La fede e l’amore verso Dio e il prossimo devono giungere al grado sommo. Parlando delle virtù “apostoliche”, il 6 febbraio 1920, il Fondatore prende lo spunto dalla memoria di S. Tito, nel cui “oremus” si legge: «Virtutibus apostolicis decorasti» [lo dotasti di virtù apostoliche], e si domanda: «Quali sono le virtù apostoliche? Le principali sono: 1) Una fede vivissima, vita di fede, affinché possiamo poi trasfonderla negli altri; 2) Amore ardentissimo a N. Signore; 3) Grande amore alle anime. Fede e amore fino al sacrificio, fino a essere pronti a dar la vita se è necessario»80.- Eccetera. c. Il “tanto più” proposto ai partenti. Limitiamoci alle tre virtù ”importanti” che il Fondatore indicava ai e alle partenti. Dai ricordi che il Cafasso lasciava ai sacerdoti, al termine degli esercizi, l’Allamano prendeva lo spunto per dare l’ultimo messaggio ai missionari/e partenti: «Orbene N.S.G.C. nella sua Vita Apostolica esercitò a nostro esempio tre virtù principali, che sono come i caratteri dell’uomo apostolico. Lo dice il nostro Venerabile Cafasso, che lo predicò da questo altare [a S. Ignazio]. N.S.G.C. ebbe: lo spirito di preghiera, lo spirito di mansuetudine e lo spirito di distacco [il Cafasso dice: “disinteresse”] (V. Pred. Ven. Cafasso – Med. Vita pubblica)»81 - Spirito di preghiera. L’Allamano immaginava i suoi missionari e missionarie persone capaci di pregare. Ispirandosi al Cafasso, diceva: «Specialmente è necessaria l’orazione ai sacerdoti ed ai missionari. Essi devono essere uomini di preghiera, direi del mestiere, per sé e per le anime loro commesse (V. Ven. Cafasso, Istr. Sull’Oraz.)»82 Il primo ricordo che lasciava ai partenti era proprio questo: «Siate uomini di orazione […]. Altrimenti, se non sarete uomini di orazione, sarete strumenti inetti della grazia di Dio…Intanto faremo del bene in quanto saremo uniti con N.S.»83. Ecco la conclusione: «Abbiamo bisogno di pregare molto, anche ed appunto perché siamo missionari»84. - Spirito di mansuetudine. Per l’Allamano: «L’esperienza prova che i nostri missionari in tanto fanno del bene in quanto sono mansueti; e qualche fatto d’ira accaduto ha allontanato gli indigeni, dicendo il missionario padre cattivo”»85. Il secondo ricordo che il Fondatore lasciava ai e alle partenti era: «lo spirito di mansuetudine, di carità, di pazienza» e commentava: «Ah, quanto è necessaria […]. Non se ne ha mai abbastanza. E quando dovremo avere questa mansuetudine? Sempre e con tutti […]. Allora il Signore benedirà le vostre fatiche!»86. Alla mansuetudine si può ricollegare anche la “delicatezza” e la “pazienza”: «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati»87; «Le missionarie devono essere più delicate che le signorine»88. - Spirito di distacco, sacrificio, rinunzia. Il distacco è indicato come terzo ricordo importante ai e alle partenti89. «Un missionario che non abbia l’abitudine, lo spirito di mortificazione, non può niente»90. Il Fondatore mette in guardia contro il pericolo di trovare, anche senza volerlo, motivi per attaccarsi a piccole cose, pure in missione91. È convinto che il missionario deve essere “libero”: «Terzo ricordo: spirito di distacco…”Ma! Mi direte, che ci siamo distaccati dai parenti, da questa casa […] da tutti!…”, lo so! Ma fate ancora di più!…Distaccatevi anche da voi stessi, da tutte le comodità, e da tutte queste piccole miserie. Il Signore penserà sempre a voi, come ha pensato allora agli Apostoli, quando li ha mandati a predicare “sine pera” e senza niente… e poi li ha interrogati se era mancato loro qualche cosa, e risposero che era mai mancato niente. Così sarà di voi»92. Lo “spirito di sacrificio” entra in questo contesto. Esso è più necessario per un missionario, a motivo che la santità si ottiene con “grandi sacrifici”: «Ora se è tanto necessaria la vita di sacrificio per i semplici sacerdoti, che diremo dei missionari?»93. Infine, in questo contesto si possono annoverare gli insegnamenti del Fondatore sulla “disponibilità” e sull’”adattamento”:« [Il missionario] non deve dire: “voglio fare questo, voglio fare quello”, ma deve essere pronto a fare qualunque cosa, quello che Iddio vuole da noi […], per ubbidienza, qualunque cosa»94. - Deve rimanere ben impresso in noi che la nostra identità missionaria è “esigente”. Ciò significa che non possiamo accontentarci della mediocrità. Quindi il nostro esame è sulla “qualità”. - Il “tanto più” ci induce ad un confronto. Perché il Fondatore ha posto nel gradino più alto la vocazione missionaria, superiore anche a quella sacerdotale, a quella contemplativa? Anche se ciò è teologicamente discutibile, non si è sbagliato dal suo punto di vista in relazione a noi. VI. LA “SUA” VIA ALLA SANTITÀ: IL BENE FATTO BENE Il Fondatore non si limita ad incoraggiarci ad essere santi, ma ci insegna anche “come” divenirlo, cioè come essere, come agire e quali opere compiere in concreto. Siamo sul piano del famoso “bene fatto bene”. Diciamo subito che il suo modello fondamentale, su questo punto, è il Cafasso.95 Mi sento addirittura di fare un’affermazione che, più rifletto, più mi sembra rispondere alla verità: il nostro Fondatore ha insistito così tanto sulla necessità di “fare bene il bene” soprattutto perché si è immedesimato nella spiritualità dello zio. Non so se, senza l’influsso del Cafasso, l’Allamano avrebbe maturato questo tipo di spiritualità allo stesso modo. Questo è uno dei punti in cui il Cafasso ha influito maggiormente sul nipote. Ecco perché ritengo utile vedere congiuntamente, quasi in parallelo, il pensiero sia del Cafasso che dell’Allamano. 1. Santità nelle “cose ordinarie” della vita a. G. Cafasso. Effettivamente, come costante dell’insegnamento del Cafasso c’è la convinzione che la santità consiste nel vivere “bene la realtà ordinaria” di ogni giorno e non nel “fare cose straordinarie”. Basta leggere le meditazioni e le istruzioni che teneva durante gli esercizi spirituali per rendersi conto che egli proponeva questo tipo di cammino verso la santità, perché lo riteneva “concreto”, “facile” e “completo”. Non è fuori posto ritenere che il Cafasso, a sua volta, su questo punto fosse in sintonia e come in derivazione dalla spiritualità di S. Francesco di Sales. C’è una meditazione del Cafasso, riservata all’ultimo giorno degli esercizi ai sacerdoti, intitolata “Sopra le occupazioni giornaliere”, che sostanzialmente tratta di questo tema. Merita rileggerne qualche brano, perché probabilmente essa è stata la principale fonte di ispirazione per il Fondatore: «Nemmeno poi è necessario che il sacerdote faccia nel suo stato opere grandi e strepitose per essere un vero e santo Ministro Evangelico: le opere grandi sono poche, e pochi sono chiamati a farle, ed è alle volte una grande e funesta illusione voler tendere a cose grandi e frattanto si trascurano le comuni, le ordinarie. […] Opere adunque di zelo, di gloria di Dio, e della salute delle anime, ma opere comuni, ordinarie; dico comuni non già che sien tali per loro natura, giacché la minima cosa divien massima quando sia diretta a quel fine, ma le chiamo comuni, per intendere quelle che giornalmente sono alla mano».96 b. G. Allamano. Il Fondatore è sulla stessa linea, richiamandosi esplicitamente al Cafasso. Già il 2 marzo 1902, parlando dell’obbedienza, ebbe a dire (è il suo manoscritto): «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’istituto si perfezioni e viva vita perfetta. Son d’avviso che il bene bisogna farlo bene; altrimenti fra tante mie occupazioni non mi sarei sobbarcato ancora questa gravissima della fond. di sì importante istituto».97 È significativo il fatto che il Fondatore, fin dall’inizio dell’Istituto, abbia avuto le idee chiare sul modo di vivere e di operare, avendo assimilato in pieno lo spirito del Cafasso, spiegandosi addirittura con gli stessi termini. Poi ha continuato a proporre il criterio del “bene fatto bene” in tutti gli impegni, come cammino di santità. È pressoché impossibile annotare quante volte il Fondatore, nella sua attività di formatore, sia ricorso a questo principio del Cafasso. Come ambientazione siano sufficienti tre passaggi. Uno è del 21 ottobre 1906 su “La Pietà” fatta agli allievi: «I miei anni sono più pochi, ma fossero pur molti, voglio spenderli in fare il bene e farlo bene; io ho l’idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente».98 Il secondo passaggio è del manoscritto della conferenza del 3 settembre 1916: «Del nostro Venerabile è detto che fu straordinario nell’ordinario, cioè fece tante cose ordinarie in modo perfetto, ed operò tutte le cose in modo perfetto. Lo stesso Venerabile ci suggerisce alcuni pensieri che ci aiuteranno a fare tutte le cose bene».99 Il terzo testo è ancora del 3 settembre 1916 alle suore: «Si dice: Stamattina ho fatto la Comunione; ma l’hai fatta bene? Mi sono confessata; ma ti sei confessata bene? Quel che si cerca non è il fare, ma il fare bene. Il nostro Venerabile ha fatto pochi miracoli, e ancora non strepitosi, ma ha fatto tutte le cose bene e nello stesso tempo tanta di quella roba che sembra impossibile che un uomo possa far tanto. Il suo detto era questo: Il bene bisogna farlo bene. Una volta a S. Ignazio il Ven. Don Bosco disse a me che parlando egli con Don Cafasso circa l’istruzione della gioventù, diceva: Oh! Basta che in mezzo a quei giovani si possa fare un po’ di bene; e il nostro Venerabile: Non basta fare un po’ di bene, ma bisogna fare tutto bene. Don Bosco poi contava a me che in quel momento avevano disputato un poco, si vede che avevano tutti due un po’ di prurito per disputare…».100 2. Gesù primo modello del “bene fatto bene”. a. G. Cafasso. Gesù è la vera fonte d’ispirazione per il Cafasso, come lo sarà anche per l’Allamano. Nella meditazione citata il Cafasso afferma: «Con ciò però non crediamo che basti per essere un vero sacerdote passare i nostri giorni in azioni tali, io direi che sarebbe il meno: il meglio anzi il tutto sta nel farle bene, di modo che di un sacerdote si possa dire a proporzione quello che dicevasi del figliuol di Dio. Marc. Cap. 7 che ha fatto bene tutte le cose».101 b. G. Allamano. Sappiamo che anche il Fondatore si ispirava al modello per eccellenza che è Gesù («Ha fatto bene ogni cosa»: Mc 7,37). Nella citata conferenza del 3 settembre 1916, tutta sul commento a Mc 7,37: «Nel S. Vangelo della Domenica passata, si racconta il miracolo di N. S.G.C, della guarigione di un sordo-muto. A questo fatto le turbe meravigliate..., esclamarono: bene omnia fecit - fece tutte le cose bene. Pare che come conseguenza dell'accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose... No, ma: bene omnia fecit. Con queste tre parole fecero molto miglior elogio, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. Vediamo come veramente N.S. in tutta la sua vita fece bene ogni cosa; per poi vedere se noi pure, imitandolo facciamo tutto bene».102 Ricordiamo che anche la Madonna era un modello molto caro e importante per l’Allamano, soprattutto nel mistero della Visitazione. Durante il ritiro mensile del 2 luglio 1916, festa della “Visitazione di Maria SS.”, disse: «Lo scopo di S. Francesco di Sales era che [le sue suore] conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, […], accompagnare S. Giuseppe, quando tornava guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie».103 - È importante “convincerci” (farci una mentalità) che il Fondatore ci indica una via ordinaria di santità. Compiere il proprio “dovere” meglio che si può, ecco la nostra santità. Inutile fare altre cose, anche belle, se poi si trascura ciò che compone la nostra vita ordinaria quotidiana. - Nelle nostre azioni ciò che conta è la qualità. Il Fondatore, seguendo ancora una volta lo zio, ci insegna “come” garantire questa qualità. VII. CHE COSA SIGNIFICA FARE BENE LE COSE ORDINARIE 1. Atteggiamenti per fare le cose bene. Anche su questo punto il Fondatore ha seguito lo zio come modello. Quindi, per comprendere bene il suo spirito, è utile proporre prima il pensiero del Cafasso. a. G. Cafasso. Il Cafasso si pone la domanda: «Che cosa dunque si ricerca per farle bene [le cose ordinarie]? Io le riduco a due: 1. farle unicamente e puramente per Dio. 2. farle esternamente in un modo che sia degno di quel Dio, per cui le facciamo».104 E poi prosegue spiegando questi due modi di agire. Per quanto riguarda il primo, cioè la purezza di intenzione, insiste nell’affermare che le azioni fatte unicamente per Dio «saranno tutte grandi», e poi mette in guardia contro l’eventualità che si insinui qualche altro fine troppo umano, anche se non proprio cattivo, come per esempio: «per genio, per capriccio, |