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Missionari - Missionarie: sì, ma santi Stampa E-mail

I. LE SUE E LE NOSTRE FONTI DI ISPIRAZIONE

  In questa prima giornata, rifletteremo su come il Fondatore viveva la sua responsabilità di educatore di missionari e missionarie e su come si presentava a noi quale accompagnatore nel cammino di santità. Inoltre rifletteremo sui modelli ai quali si ispirava per vivere il suo ideale di santità, gli stessi che proponeva a noi. 
 

  I. HO IL MINISTERO DI SANTIFICARE LE VISTRE ANIME 

  Iniziamo da una convinzione caratteristica del Fondatore e che gli fa onore. L’ha espressa nella conferenza del 12 marzo 1911 sulla “Necessità della santità subito”. Commentava l’epistola di S. Paolo 1Ts 4,1ss. e precisamente il v. 1: «Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio[…]». Ecco il suo commento: «Io faccio mie e dei superiori queste parole di S. Paolo: non credo di fargli ingiuria, ché egli le intendeva non solo di sé, ma anche di tutti quelli che l’avrebbero seguito nel ministero di santificare le anime; ed io ho il ministero di santificare le vostre anime »1.  

Questa è la vocazione che il Fondatore sente di avere verso i missionari e le missionarie, alla quale è stato fedele in modo superlativo. Per noi essa comporta un impegno. 

  1. Fedele nel proporre ininterrottamente l’ideale della santità.

  Il Fondatore è stato fedele a proporre l’ideale della santità dal principio alla fine del suo servizio di educatore. Per essere esatti, dovremmo dire che l’ideale della santità lo ha proposto a tutti e sempre, senza interruzione, anche al di fuori dell’ambito degli Istituti, in particolare ai sacerdoti convittori. 

  Ed è vero. Fin dall’inizio punta in alto. In uno dei suoi primi messaggi, inviato ai giovani alla Consolatina il 28 luglio 1901, dopo essersi scusato di non poterli visitare più spesso e dopo averli incoraggiati, così li assicura: «Riserbandomi a poco a poco di dirvi a voce o per iscritto, tante altre cose, che vi aiutino a perfezionarvi, ed a prepararvi alla grande opera dell’apostolato […]».2 Come si vede, dal primo anno la preparazione alla missione è realizzata a partire dal massimo livello, cioè dalla “perfezione”, che per il Fondatore è sinonimo di “santità”. 

  Per chiudere l’arco, ascoltiamo il Fondatore verso la fine della sua vita. Con un gruppo di missionari che sono andati alla Consolata per fargli gli auguri di buon compleanno, il 21 gennaio 1925, così si è confidato: «Nel mio esame penso non solo a me, ma anche agli altri, alle responsabilità mie, poiché facciamo un “corpo solo”. Voglio vedere in voi la volontà costante di vivere una vita più che si può perfetta, senza paura di esagerare… Questa è sempre stata la mia idea».3 In queste parole notiamo due cose: quel “più che si può perfetta”, che dimostra una grande realismo; inoltre, quel “è sempre stata la mia idea”, che ci fa capire che lui stesso si è reso conto del suo costante incoraggiamento alla santità. 

  Tra queste due affermazioni c’è tutta una gamma di esortazioni alla santità. È possibile vedere come il Fondatore, di qualsiasi virtù parli, faccia proposte sempre al massimo livello. Probabilmente la parola “santità” (o “perfezione”) è la più usata nel suo vocabolario di spiritualità. Si tratta evidentemente di esperienza di vita. Il Fondatore accompagna la crescita spirituale e apostolica dei suoi figli e figlie partendo dalla propria esperienza, prima ancora che dalla dottrina. Ed ha la coscienza di essere stato fedele a questa sua vocazione. Lo confessa ancora nell’incontro alla Consolata del 19 aprile 1925: «Fra non molto dovrò comparire al tribunale di Dio e rendere conto; ma potrò dire che ho fatto il mio dovere».4 
 

  2. Coerente nel proporre la sua via.

  A questo punto non possiamo non ammirare la coerenza del Fondatore nel proporre l’ideale della santità, non in generale, ma secondo il modello ricevuto attraverso l’ispirazione originaria, in vista della Fondazione. 

  L’Allamano, proprio perché era convinto dell’origine soprannaturale dell’Istituto, si è assunto tutta la responsabilità, non solo di fondarlo, ma di formare comunità di missionari e missionarie conforme al progetto che lo Spirito Santo gli aveva suggerito. Qui mi riferisco soprattutto alle sue numerose insistenze sullo “spirito”.  

  Anche se conosciamo molto bene questo aspetto, conviene riflettere un istante sulla necessità di seguire il “suo spirito”. Prima di tutto, deve essere chiaro che cosa il Fondatore intendeva per “suo spirito”. In qualche modo ce lo ha illustrato lui stesso nella conferenza del 1 agosto 1916: «Ebbene che cosa vi ho portato? [dagli esercizi spirituali che aveva fatto a S. Ignazio…]. Vi ho portato dello spirito, un deposito di spirito, e sapete che cos’è? Qualche buon pensiero che a me ha fatto più impressione e lo porto a voi. […] E così, nelle prediche, meditazioni, esami, con tutto insomma, pensava facendomi buono io, pensava anche a voi. Per voi e per me. Perché non voglio essere solo un canale, ma anche conca. […] Così i buoni pensieri, prima per me, e poi anche penso a voi. I buoni pensieri che hanno fatto effetto a me, lo facciano anche a voi»5.  

  Praticamente, quando parla del “suo spirito”, il Fondatore intende la propria esperienza di vita, che ha la coscienza di dover trasmettere a noi. È convinto che sia l’ispirazione originaria sulla forma da dare all’Istituto e sia le posteriori ispirazioni da lui ricevete, non sono solo per il suo vantaggio personale, ma hanno sempre una destinazione “comune”: per lui come “padre” di una famiglia e, perciò, anche per i figli e le figlie. In concreto, aveva le idee chiare come dovevano essere i Missionari e le Missionarie della Consolata e non ammetteva che fossero diversi da come lui, con la luce dello Spirito, li immaginava. 

  Ecco alcuni suoi interventi specifici. Per ragioni contingenti, il Fondatore ha dovuto difendere la genuinità del suo spirito fin dai primi anni della fondazione. È classico il suo intervento del 2 marzo 1902: «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’Istituto si perfezioni e viva di vita perfetta».6 È pure classico l’altro intervento sulla responsabilità dei formatori, fatto nella conferenza del 18 ottobre 1908, dove disse: «lo spirito lo dovete prendere da me».7 

  Merita pure risentire le parole del Fondatore riferite da sr. Chiara Strapazzon nella deposizione al processo canonico, che mi sembrano tra le più esplicite e complete nel contenuto: «[…] Soprattutto voglio che abbiate il mio spirito. Il Signore dà a me lo spirito da dare a voi…Sì, io lo ricevo dal Signore. Anche quando sarete in Africa avrete chi ve lo comunica. Voi ubbidite a me per mezzo dei Superiori. Il mio spirito lo do a quelli che stanno uniti a me. […]. Voglio spirito…spirito!».8 Così il Fondatore scrisse, il 7 settembre 1921, a sr. Maria degli Angeli in Kenya: «Io desidero, e tale essendo il mio dovere, pretendo, che viviate nello spirito che vi ho infuso: spirito di fede, di carità, e di delicatezza».9

  Come sintesi di queste affermazioni risentiamo ancora alcune interessanti parole del Fondatore: «[…] ognuno deve farsi santo secondo le regole che sono in questo istituto. Comunemente si dice che la santità è multiforme, e se voi foste certosini, o passionisti, certamente si farebbero altre cose che si fanno qui. […] dobbiamo farci santi secondo le norme che ci danno i superiori, secondo le regole; secondo lo spirito dell’Istituto. Il Signore ha ispirato e non ci deve essere nessun altro che ci possa decidere; nessun esterno che ci possa venir a dire: “Ma voi pregate troppo, o troppo poco. Perché non fate questo o quello, ecc.”»10  

  Da questa precisa coscienza deriva il senso di “paternità” che l’Allamano ha espresso nel duplice atto di fondare l’Istituto e di comunicargli il suo spirito. A questa responsabilità di “padre” non intendeva rinunciare, per nessuna ragione11, durante la vita e neppure dopo la morte. A sr. Emerenziana Tealdi che gli chiedeva se, dopo morte, avrebbe fatto conoscere il suo spirito, rispondeva: «Chi lo vorrà, lo avrà”. […]. Dal cielo vi guarderò, e se non farete bene, vi manderò tante umiliazioni finché non rientrerete in voi tessi».12  
 

  3. Tenace nel richiedere la nostra risposta.

  Ho già fatto notare come il Fondatore sia stato tenace, dall’inizio alla fine e senza interruzioni, a proporre l’ideale della santità secondo il suo spirito,. Si può dire che questo è stato il suo vero messaggio riservato a noi. Però, richiedeva una risposta coerente. Non si illudeva e, forte della sua esperienza, metteva i giovani di fronte alla propria responsabilità. Ancora verso la fine della vita confidava: «Fa pena quando si vede che qualcuno non corrisponde: guai se non si corrisponde ad una vocazione, che viene da Dio».13 

  Alcune conclusioni:

  - Stimiamo lo spirito del Fondatore trasmesso all’Istituto. Lui stesso ci invita ad essere santamente “orgogliosi” di appartenere all’Istituto, che per noi è il migliore.14 

  - Non ricerchiamo, fuori del nostro spirito, vie “migliori” per tendere alla santità missionaria. Sarebbe un’illusione. Per noi non ci sono vie migliori al di fuori di questa, perché quando il Signore ci ha chiamati, ci ha fatti partecipi del carisma dell’Allamano e non di un altro carisma.  

  - Abituiamoci a “confrontarci” con il Fondatore, non per sentire il rimorso di non seguirlo compiutamente, ma per essere incoraggiati a farlo. Il Fondatore non ci tiene il broncio per le nostre debolezze, ma chiede di superarle. Non dimentichiamo il famoso “nunc coepi” al quale il Fondatore teneva molto, e che traduceva: “adesso incomincio”! 
 
 

  II. I MODELLI E IL MODELLO PER ECCELLENZA 

  Nel suo compito di educatore alla missione, l’Allamano seguiva quella che possiamo definire la “pedagogia dei modelli”. Oltre che sui principi e sulla propria esperienza di vita, egli fondava le sue proposte di santità sull’esperienza positiva di grandi personaggi, donne o uomini di Dio, del passato lontano o recente. Da qui si spiega il suo frequente ricorso all’esempio dei “santi” durante le sue conversazioni domenicali con i missionari e le missionarie.  
 

  1. I suoi e i nostri modelli.

  Il Fondatore ha espresso la sostanza del suo pensiero, riguardo all’esemplarità dei santi, nella conferenza del 1 novembre 1914. Essendo la solennità di tutti i santi, invita i giovani ad onorarli, ad invocarli e ad imitarli. Riguardo all’imitazione, scrive: «Essi sono i nostri modelli, dateci da N. S.; modelli di imitazione per tutti, perché varii nella loro vita e nell’eroismo delle virtù. Anch’essi provarono quaggiù tribulazioni e tentazioni: omnes sancti quanta passi sunt [tutti i santi quanto hanno sofferto] … Ebbero molti anche difetti e commisero peccati, come S. Agostino, ma colla grazia di Dio si scossero e si fecero Santi».15 

  Mi piace notare come sr. Gian Paola Mina, nel suo profilo del Fondatore16, abbia saputo cogliere molto bene questo aspetto della pedagogia del Fondatore. Nel capitolo intitolato “Camminare con i santi”, scrive: «È impressionante sfogliare il volume delle sue conferenze ai missionari.17 […]. Lì, i santi giocano un ruolo non indifferente: figuratevi che in venti pagine (spizzicate a caso, qua e là e su argomenti diversi), egli cita a memoria parole e gesti di trentatrè santi. […]. Naturalmente in questa sfilza di santi, si individuano i suoi preferiti e quelli che ritiene più adatti ai suoi missionari. […]. Soprattutto sorprende l’ammirazione che egli ha per i santi e la convinzione che essi possono dare a tutti, assieme all’esempio, anche una mano per seguire con più impegno il cammino evangelico».18 

  È utile tenere presente questo aspetto del metodo del Fondatore. Egli arricchisce la propria proposta di santità, cioè quella che aveva ricevuto nell’ispirazione originaria, con l’apporto o la conferma di modelli. I suoi modelli non sono persone mediocri, ma sono i “santi”. Propone il massimo e, come incoraggiamento, indica l’esempio di persone che hanno raggiunto il massimo grado di perfezione cristiana. Sembra quasi che cerchi un supporto alle proprie parole nella forza dei santi. Li propone perché crede nell’attrazione che promana dalla loro vita, ma anche nell’aiuto che essi possono offrire con la loro intercessione.  

  Sottolineo questo aspetto, perché nel vasto campo della spiritualità conserva un suo significato di nobiltà anche la “spiritualità agiografica”, cioè quella che si fonda non soltanto e né principalmente sulla dottrina, ma anche sull’esempio dei santi. Per il Fondatore non era tempo perso quello impiegato a leggere biografie di santi per coglierne il genio. Ovviamente non tutte le biografie. Parlando dei mezzi per coltivare il desiderio della santità, indicava appunto la lettura dei libri che parlano di santi o che sono da essi scritti, e dice: «Leggere questi libri si sente che infondono il fuoco dell’amor di Dio […]. Quando si legge un libro uno si accorge subito se è di un’anima santa o no. Uno è arido e l’altro infonde il fuoco dell’amor di Dio e ci fa santi».19  
 

  2. Gesù il modello per eccellenza.

  Se il discorso si fermasse qui, lo spirito del Fondatore risulterebbe incompleto o anche alterato. Bisogna andare oltre e più in profondità. Il Fondatore ricorreva “spesso” ai santi indicandoli come modelli, ma ricorreva “sempre” e “in primo luogo” e “con maggiore convinzione” al modello “per eccellenza”. E lo faceva ad un livello sostanzialmente differente. Il suo vero modello era Gesù, che non è possibile inserire nell’elenco dei modelli. Il valore che deriva dall’esempio di Gesù ha un significato a parte, totalmente diverso, superiore e proprio.20 

  Di qualsiasi virtù parlasse, l’Allamano trovava sempre nel vangelo come Gesù l’avesse vissuta e proposta. È chiaro che gli veniva spontaneo ricorrere all’esemplarità del Signore, perché diceva: «Egli è modello di tutte le virtù».21 Era profondamente convinto che Gesù venne su questa terra non solo per redimerci, ma anche per essere nostro modello.22  

  Le sue citazioni della Parola di Dio non erano affatto forzate, benché qualche volta lavorasse più con il cuore che con la ragione, in quanto nel vangelo non è possibile trovare tutti i riscontri che si vorrebbero. L’indirizzo generale della sua pedagogia era quello proposto ai giovani nella conferenza del 6 gennaio 1917: «Non solo dovete avere lo spirito di nostro Signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azioni del Signore».23 Suggeriva di avere una grande devozione al Sacro Cuore «che non consiste solo nei sentimenti di amore verso Gesù, ma nell’imitare le sue virtù».24 E si appoggiava sull’autorità del Cafasso: «Come diceva il Venerabile: Bisogna che facciamo tutte le cose come nostro Signore quando era su questa terra. Diciamoci sovente: farebbe così il Signore?».25  
 

  3. Sintesi del pensiero del Fondatore: Gesù modello in tutto.

  A questo punto lasciamo parlare l’Allamano, che ci invita a seguire Gesù come nostro primo modello. Riporto due testi, scelti tra i tanti possibili. Indicano bene lo spirito del Fondatore, entusiasta di Gesù, a livello sia di principio che di vita pratica. 

  a. Il primo è come un principio generale ed è ripreso dalla conferenza del 21 gennaio 1917, nella quale parlava di Gesù come esempio di povertà. All’inizio, però, ha espresso un principio generale. Ecco il suo manoscritto: «Nostro Signore venne su questa terra per redimerci, ed insieme come mezzo principale farsi nostro modello. L'Eterno Padre: Quos praescivit, praedestinavit conformes fieri imagini Filii sui. Gesù: Exemplum dedi vobis, ut quaemadmodum Ego feci, ita et vos faciatis. E S. Paolo diceva: Imitatores mei estote, sicut et ego Christi. Dunque Gesù è nostro esemplare: Ego sum via, veritas et vita; e noi dobbiamo ricopiarlo in noi. In Lui habemus quem miremur, quem amemus, quem imitemur [abbiamo chi ammirare, chi amare, chi imitare]. Orbene Gesù volle essere modello specialmente di Povertà»26  

  Ecco come ha detto queste idee secondo quanto ripreso da p. Alberatone: «Una cosa che voglio dirvi, ed è che questa virtù dobbiam praticarla non solo come religiosi, come cristiani, ma anche solo come uomini; tanto più poi per noi!... Basterebbe l'esempio di N. Signore. Noi dobbiamo imitarlo; è il nostro esempio. N.S. Gesù Cristo è venuto in terra non solo per salvarci, ma anche per essere nostro esempio; e l'eterno Padre ha stabilito che coloro che dovranno salvarsi si conformino a N.S. “Quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imaginis Filii sui”. Vuole che tutti quelli che devono salvarsi siano conformi al suo Divin Figlio. Egli è il nostro esemplare e noi dobbiamo essere simili a Lui.

  Lui stesso l'ha detto: “Ut quemadmodum ego feci ita et vos faciatis” [che come ho fatto io, così facciate anche voi]. Nostro Signore ci ha dato l'esempio e vuole che facciamo come ha fatto Lui. E S. Paolo dice di sé: “Imitatores mei estote sicut et ego Christi”. Siate miei imitatori come io lo sono di Gesù Cristo. Questo è uno dei principali fini per cui N.S. è venuto su questa terra e si è fermato 33 anni.

  E in che cosa dobbiamo imitarlo? Egli ha praticato tutte le virtù; ma c'è una virtù che Egli ha prediletto sopra tutte le altre, e questa virtù è la povertà».27  

  b. Il secondo testo scende di più alle applicazioni pratiche. Nell’incontro del 3 ottobre 1916, durante gli esercizi spirituali: «In questi giorni, mediterete gli esempi di nostro Signore Gesù Cristo, che è il nostro specchio, il nostro esemplare a cui dobbiamo conformarci. […]. Bisogna fare attenzione alla voce del Signore che ci dice: “Vedi quello che ho fatto io nella mia nascita, nella vita pubblica… e poi nella morte… E quindi esaminiamoci un poco. Lo imito io nostro Signore? Lui era umile ed io sono pieno di superbia, lui era povero ed io sono attaccato alla roba. Egli era tutto caritatevole ed io sono ancora maligno con i miei fratelli. Egli pregava delle notti intere ed io mi annoio subito… E così via».28  

  Alcune conclusioni:

  - Un primo elemento da non sottovalutare è la pedagogia dei modelli. Riguardo all’esempio dei santi il Fondatore non invitava ad essere “fanatici”, ma a valorizzare l’impegno di vita cristiana di tanti nostri fratelli, che ci hanno preceduto. Lui stesso ha suggerito di ripetere con S. Agostino: se questi e quelle, perché non io?29 

  - È importante abituarci alla “pedagogia cristologica”, che diventa necessariamente una “spiritualità cristologica”. È questo uno dei capisaldi della spiritualità del Fondatore. Associando l’esemplarità di Gesù a quella di Maria, si hanno le sue due principali fonti di ispirazione. 
 
 
 

II. LE SUE PROPOSTE PER PROGREDIRE VERSO LA SANTITÀ 

  Nelle prossime giornate, prenderemo in esame le sue proposte concrete per progredire verso l’ideale della santità missionaria, cioè quali convinzioni e sentimenti avere, quali atti compiere, come concretamente impegnarci. 
 

  III. PRIMA SANTI, POI MISSIONARI 

  Indubbiamente questa è la prima proposta del Fondatore. Anche se, nei nostri ambienti, qualcuno ha avanzato dubbi sulla genuinità, o almeno sull’importanza, di questo slogan, dal complesso degli insegnamenti del Fondatore risulta chiaro che egli prima di insegnare un “metodo operativo missionario”, ha insegnato uno “stile di vita missionaria”. In questo, trovo che il Fondatore ha veramente trasmesso se stesso. Se guardiamo la sua vita, fin dal regolamento personale fatto in seminario, notiamo che lui si è preoccupato di imparare più a vivere bene che a lavorare bene. Il “prima essere e poi operare” lo ha realizzato forse senza neppure conoscerne la problematica. Il suo “operare bene” è stato la conseguenza necessaria della sua “santità di vita”. Ed è proprio questa sua personale esperienza che ha cercato di trasmettere a noi. Vediamo per ordine. 
 

  1. Quasi un binomio: “santità” e “missione”.

  Il Fondatore aveva una convinzione fondamentale: solo chi è santo può essere vero missionario. Univa i due termini “santità” e “missione” quasi fossero un binomio. Ascoltiamolo da alcune sue lettere inviate ai missionari e alle missionarie. 

  Nella lunga lettera circolare del 6 gennaio 1905 ai missionari in Kenya, nella quale approva le conclusioni della Conferenza di Murang’a, assicura di avere raccomandato ciascuno in particolare alla Consolata «chiedendole non tanto l’incremento dell’Istituto, quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione di questa gente».30 Così inizia la lettera del 24 dicembre 1907:«Fra poco vi radunerete per i Santi Sp[irituali] Esercizi, ed io a voi presente in spirito, v’invito a studiare i mezzi più idonei alla vostra santificazione ed alla conversione di cotesto popolo».31 Scrivendo a p. T. Gays, l’8 dicembre 1909, par raccomandargli di preparare una degna accoglienza a Mons F. Perlo, appena consacrato vescovo, dice: «La maggior consolazione per lui [Mons. F. Perlo] sarà di rivedere tutti a loro posto, intenti alla propria santificazione e all’evangelizzazione di cotesto popolo».32  

  Anche alle suore il Fondatore propone lo stesso binomio. Per esempio, nella famosa lettera alle prime partenti del 1 novembre 1913, tra l’altro scrive: «Anzitutto tenete sempre in cima ai vostri pensieri il fine per cui vi siete fatte Suore-Missionarie, ch’è unicamente di farvi sante e di salvare con voi tante anime».33 E a sr. Margherita De Maria, superiora del gruppo, il 14 dicembre 1916, scrive: «Coraggio a tutte nel Signore; colla mente ed il cuore intenti all’unico scopo di farvi sante e salvare il maggior numero di anime».34  
 

  2. Una graduatoria esplicita e importante.

  L’Allamano ha espresso in modo chiaro il suo pensiero, dicendo esplicitamente che la santità precede per importanza l’azione missionaria. C’è un “prima” e un “poi” logici: prima santi, poi missionari. Come abbiamo già notato, prima l’essere, poi l’operare. Preciso che questi due avverbi “prima” e “poi” non li abbiamo inventati noi, ma sono del Fondatore! 

  Soprattutto nelle conferenze c’è abbondanza di questa graduatoria. Qualche esempio a caso, tra i tantissimi, e senza commenti: «Primo: Siamo per farci santi in questa Casa: non per farci Missionari, ma per farci santi e poi Missionari»;35 «Prima cosa farci santi, seconda cosa salvare i neri»;36 «E’ questo il fine primario del nostro Istituto. Non siete qui venuti per…; ma per farvi santi; allora e solamente allora adempirete bene il secondo fine di…»;37 «Siete qui per farvi sante: Non dite: “Io sono qui per farmi missionaria”, no, prima santa e poi missionaria»38 

  Anche nelle lettere si nota questa graduatoria. Per esempio, scrivendo a p. A. Dal Canton, il 29 giugno 1913, così si esprime: «Io prego ogni giorno il Signore perché tutti vivano costantemente quali degni missionarii, e lavorino prima alla propria santificazione, e poi alla conversione di cotesti cari neri».39 Così pure a p. G. Chiomio, il 26 dicembre 1920: «Sempre coraggio in Domino, conservando e propagando il buon spirito fra i confratelli. Prima santi voi, poi bene ai neri: in tutto N S Gesù Cristo…».40 
 

  3. Santità premessa indispensabile per l’apostolato.

  Perché il Fondatore ha insistito su questa graduatoria? Il motivo è evidente: perché, sulla base della propria esperienza, era convinto che la santità è una premessa necessaria, anzi, indispensabile, per un fruttuoso apostolato. Anche su questo aspetto si è espresso con abbondanza. La difficoltà sta nella scelta delle espressioni più significative. 

  Portiamo qualche esempio seguendo la cronologia per evidenziare la costanza nelle convinzioni. - Aprile 1902, primo corso di esercizi spirituali: «[…] prima dobbiamo santificare noi… e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti e con gran frutto»;41 - 3 dicembre 1908: «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»; 42 - 20 settembre 1914: «E perché siete venuti? Tutti rispondete: per farmi Missionario: e se qualcuno avesse altro scopo, sbaglierebbe: l’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi Missionari […]. Ma perciò bisogna farsi santi. Se no il Signore non si serve di regola per convertire che di quelli che sono santi: prima cosa adunque santificare noi stessi, se no andremo là e invece di convertire pervertiremo. Dunque farci santi»;43 - 10 ottobre 1915: «[…] lo scopo particolare del nostro Istituto, che è la nostra santificazione; e questo non è mica nelle regole per mettere una parola!…No! prima di tutto la nostra santificazione e poi le missioni: La prima cosa che dobbiamo fare adunque è questa e se non facciamo questo…niente. Se uno vuol fare del bene agli altri senza essere santo egli stesso è impossibile. Nemo dat quod non habet»;44 - 26 gennaio 1919: «Teniamo a mente che il primo scopo è quello di farci santi noi. E’ inutile voler convertire gli altri, se non siamo santi noi»;45 - 5 dicembre 1922: «Tutti dicono che siete venuti a farvi missionari; invece no: prima di tutto voi dovete dire: son venuto a farmi santo. Questo deve essere la cura principale vostra […] perché se non sarete santi, invece di convertire gli altri in missione vi pervertirete perfin voi».46:  
 

  4. Varianti curiose e coerenti.

  Talvolta il Fondatore si esprime con delle varianti, che confermano la sua convinzione di fondo, adattata però alle situazioni del momento. Ne riporto solo poche dalle lettere e dalle conferenze, facendo notare che ce ne sono moltissime. 

  A don Borio, il 18 agosto 1907, mentre si trova a S. Ignazio con gli allievi: «Tante cose belle a Lei ed ai cari missionarii, dai quali null’altro bramo che santità e scienza».47 A sr. Margherita De Maria in Kenya, il 13 giugno 1914: «Ripeti a tutte che Dio aiuta chi si fa coraggio: che la poca salute non è causa di mancanza di virtù; che bisogna cercare prima la santità che la sanità».48 In chiesa, durante la funzione per la partenza, il 25 ottobre 1918: «Qual è lo scopo del Missionario? Scopo unico: salvarsi e salvare»;49nella conferenza del 26 marzo 1921: «[…] prima di tutto bisogna essere santi, e poi dopo anche dotti e attivi: ma prima santi. E guai a chi non pensa così…».50 
 

  5. Conferma della qualità in rapporto alla quantità.

  È interessante la spiegazione dell’Allamano circa il rapporto tra “numero” e “qualità”, con la quale conferma la sua convinzione di fondo: vuole missionari e missionarie “santi”, nonostante che lo sviluppo delle opere esiga un aumento del loro numero. Ecco una curiosa conferma nella conferenza alle suore il 23 dicembre 1921: «E poi l’Iringa è nostra… Voi dovreste essere 500 almeno. Voi mi avete detto che non guardo il numero ma la santità; ma più grosso è il numero dei santi e meglio è…».51:  
 

  Alcune conclusioni:

  - Il Capitolo Generale del 1939 ci indica una conclusione fondamentale. Parlando della “Formazione religiosa del personale”, tra l’altro ha deciso: «[…] che nella formazione si desse un’importanza somma a far comprendere che il fine dell’Istituto non è duplice, e cioè uno principale e uno secondario, ma che il fine chiamato primo nelle nostre Costituzioni si conseguisce [sic] esercitando verso Dio i doveri propri di ogni religioso e verso il prossimo l’opera dell’evangelizzazione degli infedeli».52 

  - P. I. Tubaldo, riportando il testo, fa questo commento: «E ciò si può considerare un’interpretazione autentica del detto dell’Allamano: Prima santi e poi missionari, che si può tradurre come fece l’Allamano stesso, Santi per essere buoni missionari.53 
 
 

  IV. PRIMA RELIGIOSI, POI MISSIONARI 

  Collegata alla prima proposta “prima santi, poi missionari” vi è questa che possiamo considerare come la seconda o, meglio, la continuazione: “prima religiosi, poi missionari”. I due avverbi vanno presi nello stesso senso spiegato nella meditazione precedente. Anche qui desidero far notare che l’espressione non è nostra, ma del Fondatore. È necessario renderci conto perché il Fondatore ha accostato le due proposte, quasi confondendole, e perché abbia insistito tanto sul valore missionario della consacrazione religiosa. 
 

  1. Rapporto inscindibile tra consacrazione religiosa e santità missionaria.

  Per il Fondatore il binomio “missionario-religioso” è sinonimo di “missionario-santo”. Parlando della “varietà degli stati religiosi”, il 19 ottobre 1919, così conclude la lunga conferenza: «Se volete essere poi missionari in regola, bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi».54  

  Il ragionamento dell’Allamano è questo: come la santità è “prima” dell’attività missionaria, così l’essere consacrato è “prima” (in senso logico) dell’essere missionario. Lo ha affermato più volte sotto diversi aspetti, spiegando le Costituzioni. Una delle migliori spiegazioni si ha nel suo manoscritto per la conferenza del 27 giugno 1920: «Siete nell’istituto per attendere a due formazioni: religiosa e missionaria. Sono tutte due per voi necessaire, ma è prima la religiosa, come dicono le Costituzioni parlando dei fini dell’istituto: fine primario la propria santificazione; e secondario, l’evangelizzazione degli infedeli. Prima bisogna formarsi buoni e santi religiosi; poscia missionari».55  

  Queste sono le parole che il Fondatore si era preparato nel suo manoscritto. Nella conferenza ai missionari, ripresa dal ch. V. Merlo Pich, non ci sono tracce di tale ragionamento, mentre in quella alle suore è addirittura più esplicito: «Voglio dirvi una cosa riguardo ai S. Voti. Ditemi un po’: noi siamo prima missionari o religiosi? Prima religiosi. Va bene. Il primo fine del nostro Istituto è la propria santificazione. Ora, la nostra santificazione si ottiene per mezzo delle virtù religiose e dei santi voti. Se qualcuna di voi morisse senza andare in Africa, non fa niente, purché sia stata una vera, una buona religiosa, purché abbia osservato bene i voti. Ecco il principale per voi. Dopo viene la salute degli infedeli, perché voi siete prima religiose e poi missionarie».56 

  Come si vede, il Fondatore ha trovato che il rapporto inscindibile tra vocazione religiosa e vocazione missionaria, quindi tra consacrazione e missione, sta nell’impegno di santità insito in entrambe le vocazioni. Chi è chiamato alla consacrazione è chiamato alla santità allo stesso modo di chi è chiamato alla missione. 
 

  2. Non disgiungere le due realtà, che in noi sono “una”.

  Continuando la stessa riflessione si deve giungere a questa conseguenza necessaria, che il Fondatore applica a noi: l’essere consacrati e l’essere missionari pur essendo due realtà distinte, di fatto sono congiunte nella stessa identità del Missionario e Missionaria della Consolata. Pur giungendo gradatamente alla convinzione che era meglio che l’Istituto dei missionari fosse religioso (per quello delle missionarie non ci fu mai dubbio, essendo sorto dopo), il Fondatore ha parlato di “consacrazione religiosa” fin dai primi anni, e ciò sempre in relazione alla vita missionaria. È interessante notare come il Fondatore parlasse tranquillamente di voti religiosi, anche quando la situazione giuridica dell’Istituto era ancora quella di “società di vita comune”. Non badava tanto alla struttura giuridica, quanto alla sostanza dell’impegno di vita. Per lui i suoi missionari erano consacrati, come se fossero religiosi, anche quando religiosi non erano affatto. Ciò assume un grande significato dal punto di vista spirituale e di identità.57 

  Con le suore è sempre stato più preciso, anche dal punto di vista delle norme giuridiche, perché esse sono state religiose fin dall’inizio. Parlando loro della “vocazione apostolica”, il 21 dicembre 1919, così si spiega: «Dunque in voi si distingue la vocazione missionaria da quella religiosa in questo senso, che voi siete religiose, ma di vita attiva, cioè che lavorate per fare del bene alle anime; siete di vita attiva, e attiva riguardo le missioni».58 Nella conferenza della prima domenica di Quaresima, il 13 febbraio 1921, ad un certo punto così si esprime: «Voi non avete solo ricevuto la grazia della fede, non solo la grazia di questo tempo quaresimale, ma avete la grazia della vocazione, e che grazia è questa! Vocazione religiosa all’apostolato».59 
 

  3. L’identità missionaria insita nella prima ispirazione qualifica anche l’identità religiosa.

  Voglio sottolineare un aspetto che per il Fondatore era importante. Egli non ha mai dimenticato che, in forza dell’ispirazione originaria, i suoi erano due “istituti missionari”. Se ha radunato dei giovani e delle giovani era fondamentalmente per un fine missionario. Il fatto che fossero anche religiosi era comunque sempre collegato alla loro identità missionaria. Lo ha anche detto espressamente. Ecco le sue parole in una breve omelia, in occasione del rinnovo dei voti di una suora, il12 marzo 1920: «Sono voti di missionarie, perciò ci vogliono grazie adatte alle missionarie. Quando fate o rinnovate i voti bisogna anche pensare alle anime».60  

  Così, già nella conferenza del 24 settembre 1916, parlando della Madonna delle Mercede, ad un certo punto aveva detto: «Dovremmo avere per voto di servire alle Missioni anche a pena della morte. Dovremmo essere contente di morire sulla breccia… Quando farete i voti (si rivolge alle quattro novizie che stanno in questi giorni preparandosi per pronunciare i S. Voti) ricordatevi che in mezzo ai tre voti c’è pure questo quarto voto…».61 
 

  4. La consacrazione “religiosa” è «più confacente alla vita di missione».

  Nella lettera circolare del 31 maggio 1925 ai missionari, che ha per oggetto la sanazione di irregolarità connesse con l’evoluzione giuridica dell’Istituto, il Fondatore spiega il contesto storico dal quale è sorto e si è evoluto l’Istituto e le ragioni che hanno portato alla forma definitiva di congregazione religiosa. Tra queste ragioni merita di essere sottolineata la seguente: «[…] infine dal desiderio di formare un corpo morale più perfetto per la santificazione nostra, maggiormente idoneo all’evangelizzazione e più confacente alla vita di missione».62 Ci possiamo domandare perché per il Fondatore la consacrazione religiosa, con i suoi voti, è più confacente all’identità missionaria?  

  Per l’Allamano i voti religiosi sono caratterizzati dalla “totalità” del dono che si fa a Dio. Il modo con cui esprime questo concetto dipende dagli autori di spiritualità cui attinge, ma il contenuto è veramente profondo. Sentiamo le sue parole: «Chi è religioso non dà a Dio soltanto l’opera, ma gli dà l’albero, la radice di tutte le opere»;63 «Chi fa il voto si obbliga a star fermo […], offre ancora la libertà di far diverso; dà a Dio non solo il frutto, ma anche la pianta».64  

  Ora questo valore di “totalità” della consacrazione corrisponde esattamente all’“ad vitam”, che il Concilio sottolinea per la vocazione missionaria speciale.65 Pur senza teorizzare, il Fondatore ha più volte espressamente evidenziato che l’identità “religiosa” è un’agevolazione per l’identità “missionaria”. Volendo sintetizzare, si può dire quanto segue: oltre al vantaggio organizzativo di avere un superiore proprio, di avere un’istituzione che si prende cura degli individui, ecc., il punto decisivo «è che lo stato religioso è di maggior perfezione». Questo significa che l’essere “religiosi” è il miglior modo per essere missionari e per attuare la missione, perché comporta un impegno di perfezione evangelica e la missione vuole santità. Questa idea è stata decisiva per l’Allamano.66 Ciò non significa che il Fondatore fosse esclusivista su questo punto. Basta pensare alla stima che aveva per i Padri Bianchi, ecc., che pure non erano religiosi. 
 

  Alcune conclusioni:

  - Si tratta di entrare volentieri nello spirito del Fondatore e vedere l’unità sostanziale tra il nostro essere religiosi e missionari.  

  - Tra questa nostra doppia identità non solo non c’è contraddizione, ma non conviene neppure porre un “prima” e un “poi”. Questi due avverbi del Fondatore, nella sua mente, hanno il significato ampiamente spiegato, che cioè la consacrazione garantisce la santità della vita indispensabile alla missione. Tuttavia, sarebbe contro il suo pensiero dire che noi siamo religiosi e “anche” missionari. Noi siamo tutto. È somma saggezza sapere combinare bene questa doppia grazia nella nostra vita. 
 
 
 
 

  V. SANTITÀ PER LA MISSIONE 

  1. Chi è santo è idoneo alla missione.

  Per l’Allamano la santità proposta ai suoi, come pure l’impegno nella vita consacrata, sono in vista della missione. Bisogna tenere presente questo dato di fatto: il Fondatore educava dei missionari e delle missionarie ad una vita di santità, quindi i suoi suggerimenti non erano per una santità “generale”, ma “missionaria” e “specifica”, cioè secondo il suo spirito. Quei famosi “prima” e “poi” non affievoliscono questa spinta originaria, se mai la rafforzano e qualificano.  

  Queste affermazioni sono legittimate da tutta la pedagogia del Fondatore, ma, in modo espresso, da un particolare che non sarebbe giusto trascurare. L’art. 1 del Direttorio del 1901, nella prima redazione, recitava: «Gli alunni dell’Istituto della Consolata per le Missioni Estere abbiano sempre di mira non solamente di salvarsi, ma di farsi santi, e di rendersi idonei a salvare molte anime». Questa redazione è stata specificata di pugno dal Fondatore in questo modo: «[…] ma di farsi santi e così rendersi idonei […]».67 Questo “e così” dice bene il pensiero del Fondatore, perché stabilisce una correlazione indissolubile tra l’impegno di santità e la vocazione missionaria. Questa era appunto la sua profonda convinzione. 
 

  2. Tanto più i missionari e le missionarie.

  L’Allamano ha pronunciato spesse volte un’espressione caratteristica che può impressionare per la sua forza intrinseca. L’espressione, che viene pronunciata anche con formulazioni differenti, in genere suona così: “tanto più come missionari o missionarie”. Significa che per l’Allamano la santità dei suoi deve essere al massimo livello proprio perché sono missionari e missionarie. 

  Come ambientazione su questo aspetto leggiamo due suoi interventi, anche se suonano un po’ modificati, rispetto alla frase citata. A tre ordinandi suddiaconi, il 15 luglio 1907: «Quello che leggete (nelle Istruzioni del Ven. Cafasso) riguardo al Sacerdote, triplicatelo riguardo al Missionario»68 Nella conferenza sulla formazione missionaria del 6 gennaio 1917: «Se un cristiano non deve cercare tutte le comodità, tanto più non deve cercarle un missionario»69.  

  Queste espressioni vanno inserite nella “scaletta” progressiva che il Fondatore usava per spiegare il suo pensiero riguardo al missionario: «Eppure è vita di sacrifici la nostra, come uomini, come cristiani, come religiosi, come sacerdoti e più come missionari»70. Ci domandiamo: che cosa significa, nella mente del Fondatore, questo “tanto più”?71 

  a. Convinzione di fondo. Pare indubbio che la motivazione di questo crescendo vada cercata nell’alta considerazione che l’Allamano aveva della missione e, quindi, della vocazione missionaria. Ecco le due ragioni che il Fondatore portava: la prima è che l’identità del missionario e della missionaria realizza la stessa identità di Gesù. Il 15 ottobre 1915, parlando di S. Teresa d’Avila, ebbe a dire: «La condizione di missionarie è la condizione di maggior perfezione. Il Signore è Lui che l’ha scelta e se ci fosse stata una vita di maggior perfezione, una vita più scelta, avrebbe cercato quella là. Invece non si è fatto Trappista, e poteva ben redimere il mondo anche così»72. A P. L. Sales, il 6 settembre 1919, per confortarlo: «”Permane in vocazione, qua vocatus es” [rimani fermo nella vocazione alla quale sei chiamato]; la quale supera ogni altra, perché battuta da N.S.G.C.»73.  

  La seconda ragione è di carattere più teologico e si fonda sull’effetto del mandato. L’Allamano la esprime rifacendosi a 1Cor 3,9: “Dei agiutores sumus” [siamo collaboratori di Dio], nel senso indicato da S.Paolo: “né chi pianta, né che irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”74.  

  b. Il “tanto più” lo esige l’identità missionaria. Alle suore, nella conferenza del 19 agosto 1917, parlando della perfezione della carità, esclamava: «Amare il prossimo più di noi medesimi. Per un missionario ci deve essere il di più»75. E nella conferenza dell’8 settembre 1918, parlando della perfezione: «Se si tratta di una religiosa comune basta tendere alla perfezione. Ma se si tratta di una missionaria ci vuole qualche cosa di più»76  

  Partendo da questa convinzione, il Fondatore applica il “tanto più” a tutti gli ambiti della vita e dell’attività del missionario. Riporto alcuni esempi: 

  - La preparazione del missionario deve essere curata in modo speciale. Parlando del postulato e del non aver fretta di partire, il Fondatore diceva: «Se la Chiesa vuole si lunga prova in laici [si riferiva ai fratelli laici cappuccini], che staranno chiusi in un Monastero, quanto più per missionarii, sacerdoti e coadiutori che…Via quindi la smania di partire…»77

  - La santità del missionario deve essere “speciale”. Spiegando il “fine primario” dell’Istituto, il 16 novembre 1916, si domanda: «E quale dev’essere questa santità? Maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionarii dev’essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli. Continuatori della missione degli Apostoli devono loro potersi applicare le parole di N. S. Gesù Cristo e le gesta operate nella loro vita. Così fecero i successori degli Apostoli sino a S. Francesco Zaverio ed al Ven. De Jacobis»78

  - La pietà mariana, nel missionario deve eccellere: «siamo figli di Maria Consolata (…). Se devono essere divoti di Maria tutti, tanto più i Sacerdoti, tanto più i Missionari»79 La sottolineatura è del Fondatore stesso. 

  - La fede e l’amore verso Dio e il prossimo devono giungere al grado sommo. Parlando delle virtù “apostoliche”, il 6 febbraio 1920, il Fondatore prende lo spunto dalla memoria di S. Tito, nel cui “oremus” si legge: «Virtutibus apostolicis decorasti» [lo dotasti di virtù apostoliche], e si domanda: «Quali sono le virtù apostoliche? Le principali sono: 1) Una fede vivissima, vita di fede, affinché possiamo poi trasfonderla negli altri; 2) Amore ardentissimo a N. Signore; 3) Grande amore alle anime. Fede e amore fino al sacrificio, fino a essere pronti a dar la vita se è necessario»80.- Eccetera.  

  c. Il “tanto più” proposto ai partenti. Limitiamoci alle tre virtù ”importanti” che il Fondatore indicava ai e alle partenti. Dai ricordi che il Cafasso lasciava ai sacerdoti, al termine degli esercizi, l’Allamano prendeva lo spunto per dare l’ultimo messaggio ai missionari/e partenti: «Orbene N.S.G.C. nella sua Vita Apostolica esercitò a nostro esempio tre virtù principali, che sono come i caratteri dell’uomo apostolico. Lo dice il nostro Venerabile Cafasso, che lo predicò da questo altare [a S. Ignazio]. N.S.G.C. ebbe: lo spirito di preghiera, lo spirito di mansuetudine e lo spirito di distacco [il Cafasso dice: “disinteresse”] (V. Pred. Ven. Cafasso – Med. Vita pubblica)»81  

  - Spirito di preghiera. L’Allamano immaginava i suoi missionari e missionarie persone capaci di pregare. Ispirandosi al Cafasso, diceva: «Specialmente è necessaria l’orazione ai sacerdoti ed ai missionari. Essi devono essere uomini di preghiera, direi del mestiere, per sé e per le anime loro commesse (V. Ven. Cafasso, Istr. Sull’Oraz.)»82 Il primo ricordo che lasciava ai partenti era proprio questo: «Siate uomini di orazione […]. Altrimenti, se non sarete uomini di orazione, sarete strumenti inetti della grazia di Dio…Intanto faremo del bene in quanto saremo uniti con N.S.»83. Ecco la conclusione: «Abbiamo bisogno di pregare molto, anche ed appunto perché siamo missionari»84

  - Spirito di mansuetudine. Per l’Allamano: «L’esperienza prova che i nostri missionari in tanto fanno del bene in quanto sono mansueti; e qualche fatto d’ira accaduto ha allontanato gli indigeni, dicendo il missionario padre cattivo”»85. Il secondo ricordo che il Fondatore lasciava ai e alle partenti era: «lo spirito di mansuetudine, di carità, di pazienza» e commentava: «Ah, quanto è necessaria […]. Non se ne ha mai abbastanza. E quando dovremo avere questa mansuetudine? Sempre e con tutti […]. Allora il Signore benedirà le vostre fatiche!»86. Alla mansuetudine si può ricollegare anche la “delicatezza” e la “pazienza”: «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati»87; «Le missionarie devono essere più delicate che le signorine»88.  

  - Spirito di distacco, sacrificio, rinunzia. Il distacco è indicato come terzo ricordo importante ai e alle partenti89. «Un missionario che non abbia l’abitudine, lo spirito di mortificazione, non può niente»90. Il Fondatore mette in guardia contro il pericolo di trovare, anche senza volerlo, motivi per attaccarsi a piccole cose, pure in missione91. È convinto che il missionario deve essere “libero”: «Terzo ricordo: spirito di distacco…”Ma! Mi direte, che ci siamo distaccati dai parenti, da questa casa […] da tutti!…”, lo so! Ma fate ancora di più!…Distaccatevi anche da voi stessi, da tutte le comodità, e da tutte queste piccole miserie. Il Signore penserà sempre a voi, come ha pensato allora agli Apostoli, quando li ha mandati a predicare “sine pera” e senza niente… e poi li ha interrogati se era mancato loro qualche cosa, e risposero che era mai mancato niente. Così sarà di voi»92. Lo “spirito di sacrificio” entra in questo contesto. Esso è più necessario per un missionario, a motivo che la santità si ottiene con “grandi sacrifici”: «Ora se è tanto necessaria la vita di sacrificio per i semplici sacerdoti, che diremo dei missionari?»93. Infine, in questo contesto si possono annoverare gli insegnamenti del Fondatore sulla “disponibilità” e sull’”adattamento”:« [Il missionario] non deve dire: “voglio fare questo, voglio fare quello”, ma deve essere pronto a fare qualunque cosa, quello che Iddio vuole da noi […], per ubbidienza, qualunque cosa»94
 

  Alcune conclusioni:

  - Deve rimanere ben impresso in noi che la nostra identità missionaria è “esigente”. Ciò significa che non possiamo accontentarci della mediocrità. Quindi il nostro esame è sulla “qualità”. 

  - Il “tanto più” ci induce ad un confronto. Perché il Fondatore ha posto nel gradino più alto la vocazione missionaria, superiore anche a quella sacerdotale, a quella contemplativa? Anche se ciò è teologicamente discutibile, non si è sbagliato dal suo punto di vista in relazione a noi.  
 
 

  VI. LA “SUA” VIA ALLA SANTITÀ: IL BENE FATTO BENE 

  Il Fondatore non si limita ad incoraggiarci ad essere santi, ma ci insegna anche “come” divenirlo, cioè come essere, come agire e quali opere compiere in concreto. Siamo sul piano del famoso “bene fatto bene”. Diciamo subito che il suo modello fondamentale, su questo punto, è il Cafasso.95 Mi sento addirittura di fare un’affermazione che, più rifletto, più mi sembra rispondere alla verità: il nostro Fondatore ha insistito così tanto sulla necessità di “fare bene il bene” soprattutto perché si è immedesimato nella spiritualità dello zio. Non so se, senza l’influsso del Cafasso, l’Allamano avrebbe maturato questo tipo di spiritualità allo stesso modo. Questo è uno dei punti in cui il Cafasso ha influito maggiormente sul nipote. Ecco perché ritengo utile vedere congiuntamente, quasi in parallelo, il pensiero sia del Cafasso che dell’Allamano. 
 

  1. Santità nelle “cose ordinarie” della vita

  a. G. Cafasso. Effettivamente, come costante dell’insegnamento del Cafasso c’è la convinzione che la santità consiste nel vivere “bene la realtà ordinaria” di ogni giorno e non nel “fare cose straordinarie”. Basta leggere le meditazioni e le istruzioni che teneva durante gli esercizi spirituali per rendersi conto che egli proponeva questo tipo di cammino verso la santità, perché lo riteneva “concreto”, “facile” e “completo”. Non è fuori posto ritenere che il Cafasso, a sua volta, su questo punto fosse in sintonia e come in derivazione dalla spiritualità di S. Francesco di Sales. 

  C’è una meditazione del Cafasso, riservata all’ultimo giorno degli esercizi ai sacerdoti, intitolata “Sopra le occupazioni giornaliere”, che sostanzialmente tratta di questo tema. Merita rileggerne qualche brano, perché probabilmente essa è stata la principale fonte di ispirazione per il Fondatore: «Nemmeno poi è necessario che il sacerdote faccia nel suo stato opere grandi e strepitose per essere un vero e santo Ministro Evangelico: le opere grandi sono poche, e pochi sono chiamati a farle, ed è alle volte una grande e funesta illusione voler tendere a cose grandi e frattanto si trascurano le comuni, le ordinarie. […] Opere adunque di zelo, di gloria di Dio, e della salute delle anime, ma opere comuni, ordinarie; dico comuni non già che sien tali per loro natura, giacché la minima cosa divien massima quando sia diretta a quel fine, ma le chiamo comuni, per intendere quelle che giornalmente sono alla mano».96 

  b. G. Allamano. Il Fondatore è sulla stessa linea, richiamandosi esplicitamente al Cafasso. Già il 2 marzo 1902, parlando dell’obbedienza, ebbe a dire (è il suo manoscritto): «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’istituto si perfezioni e viva vita perfetta. Son d’avviso che il bene bisogna farlo bene; altrimenti fra tante mie occupazioni non mi sarei sobbarcato ancora questa gravissima della fond. di sì importante istituto».97  

  È significativo il fatto che il Fondatore, fin dall’inizio dell’Istituto, abbia avuto le idee chiare sul modo di vivere e di operare, avendo assimilato in pieno lo spirito del Cafasso, spiegandosi addirittura con gli stessi termini. Poi ha continuato a proporre il criterio del “bene fatto bene” in tutti gli impegni, come cammino di santità. È pressoché impossibile annotare quante volte il Fondatore, nella sua attività di formatore, sia ricorso a questo principio del Cafasso.  

  Come ambientazione siano sufficienti tre passaggi. Uno è del 21 ottobre 1906 su “La Pietà” fatta agli allievi: «I miei anni sono più pochi, ma fossero pur molti, voglio spenderli in fare il bene e farlo bene; io ho l’idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente».98 Il secondo passaggio è del manoscritto della conferenza del 3 settembre 1916: «Del nostro Venerabile è detto che fu straordinario nell’ordinario, cioè fece tante cose ordinarie in modo perfetto, ed operò tutte le cose in modo perfetto. Lo stesso Venerabile ci suggerisce alcuni pensieri che ci aiuteranno a fare tutte le cose bene».99  

  Il terzo testo è ancora del 3 settembre 1916 alle suore: «Si dice: Stamattina ho fatto la Comunione; ma l’hai fatta bene? Mi sono confessata; ma ti sei confessata bene? Quel che si cerca non è il fare, ma il fare bene. Il nostro Venerabile ha fatto pochi miracoli, e ancora non strepitosi, ma ha fatto tutte le cose bene e nello stesso tempo tanta di quella roba che sembra impossibile che un uomo possa far tanto. Il suo detto era questo: Il bene bisogna farlo bene. Una volta a S. Ignazio il Ven. Don Bosco disse a me che parlando egli con Don Cafasso circa l’istruzione della gioventù, diceva: Oh! Basta che in mezzo a quei giovani si possa fare un po’ di bene; e il nostro Venerabile: Non basta fare un po’ di bene, ma bisogna fare tutto bene. Don Bosco poi contava a me che in quel momento avevano disputato un poco, si vede che avevano tutti due un po’ di prurito per disputare…».100 
 

  2. Gesù primo modello del “bene fatto bene”.

  a. G. Cafasso. Gesù è la vera fonte d’ispirazione per il Cafasso, come lo sarà anche per l’Allamano. Nella meditazione citata il Cafasso afferma: «Con ciò però non crediamo che basti per essere un vero sacerdote passare i nostri giorni in azioni tali, io direi che sarebbe il meno: il meglio anzi il tutto sta nel farle bene, di modo che di un sacerdote si possa dire a proporzione quello che dicevasi del figliuol di Dio. Marc. Cap. 7 che ha fatto bene tutte le cose».101  

  b. G. Allamano. Sappiamo che anche il Fondatore si ispirava al modello per eccellenza che è Gesù («Ha fatto bene ogni cosa»: Mc 7,37). Nella citata conferenza del 3 settembre 1916, tutta sul commento a Mc 7,37: «Nel S. Vangelo della Domenica passata, si racconta il miracolo di N. S.G.C, della guarigione di un sordo-muto. A questo fatto le turbe meravigliate..., esclamarono: bene omnia fecit - fece tutte le cose bene. Pare che come conseguenza dell'accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose... No, ma: bene omnia fecit. Con queste tre parole fecero molto miglior elogio, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. Vediamo come veramente N.S. in tutta la sua vita fece bene ogni cosa; per poi vedere se noi pure, imitandolo facciamo tutto bene».102  

  Ricordiamo che anche la Madonna era un modello molto caro e importante per l’Allamano, soprattutto nel mistero della Visitazione. Durante il ritiro mensile del 2 luglio 1916, festa della “Visitazione di Maria SS.”, disse: «Lo scopo di S. Francesco di Sales era che [le sue suore] conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, […], accompagnare S. Giuseppe, quando tornava guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie».103  

  Alcune conclusioni:

  - È importante “convincerci” (farci una mentalità) che il Fondatore ci indica una via ordinaria di santità. Compiere il proprio “dovere” meglio che si può, ecco la nostra santità. Inutile fare altre cose, anche belle, se poi si trascura ciò che compone la nostra vita ordinaria quotidiana. 

  - Nelle nostre azioni ciò che conta è la qualità. Il Fondatore, seguendo ancora una volta lo zio, ci insegna “come” garantire questa qualità. 
 
 

  VII. CHE COSA SIGNIFICA FARE BENE LE COSE ORDINARIE 

  1. Atteggiamenti per fare le cose bene.

  Anche su questo punto il Fondatore ha seguito lo zio come modello. Quindi, per comprendere bene il suo spirito, è utile proporre prima il pensiero del Cafasso. 

  a. G. Cafasso. Il Cafasso si pone la domanda: «Che cosa dunque si ricerca per farle bene [le cose ordinarie]? Io le riduco a due: 1. farle unicamente e puramente per Dio. 2. farle esternamente in un modo che sia degno di quel Dio, per cui le facciamo».104 E poi prosegue spiegando questi due modi di agire. 

  Per quanto riguarda il primo, cioè la purezza di intenzione, insiste nell’affermare che le azioni fatte unicamente per Dio «saranno tutte grandi», e poi mette in guardia contro l’eventualità che si insinui qualche altro fine troppo umano, anche se non proprio cattivo, come per esempio: «per genio, per capriccio, per inclinazione, per costume. Voglio fare tal cosa, e perché? Perché mi piace, mi va a genio, non so che cosa far d’altro: sono abituato a fare così. Or io chiamo dov’è lo spirito interno, e l’occhio a Dio che ha da formar la midolla, la sostanza, e tutta la misura del nostro merito dove è io chiamo; è soddisfatto il genio, la nostra inclinazione, ma non Iddio».105  

  Il secondo modo, per fare bene le cose, cioè agire esternamente in modo degno di Dio e che a lui possano piacere, il Cafasso suggerisce tre atteggiamenti: «cioè farle con prontezza, con esattezza e con perseveranza».106 E passa ad illustrare brevemente questi atteggiamenti: «Con prontezza, senza aver bisogno di uno sprone, che ci stimoli a tutto, ad andarvi a quell’azione quasi trascinato. Con esattezza far conto di tutto e d’ogni circostanza che possa accompagnare, e migliorare la nostra azione, […] e non assuefarsi a far le cose a metà, comunque; un po’ più e un po’ meno: questo non è grave, la tal cosa non è prescritta, la tal altra può andare ugualmente, fa lo stesso, non è poi la sostanza, e andiam dicendo. […]. Finalmente farle con perseveranza costante a dispetto di tutte le ripugnanze, e ritrosie interne, a fronte di tutti gli ostacoli, che il demonio, o chi per esso ci può opporre: non solo continuare, ma proseguire con lo stesso impegno, puntualità, ed esattezza di prima, giacché questo è il vero fervore, che si ricerca nel nostro operare.».107  

  Ed ecco la conclusione del Cafasso: «Se si tratta di un’opera grande è facile applicarvisi in questo modo, ma è altrettanto più difficile nelle cose minute, e piccole: eppure bisogna far così: chi agisce per Dio non fa differenza, non sa distinguere da azioni, ad azioni, e quel Dio che merita tutto in un’opera grande lo merita ugualmente in un’altra piccola: dunque lo stesso impegno, la stessa esattezza, gravità, attenzione per parte nostra. […]. Age quod agis [fai (bene) quello che fai] in ogni cosa, sempre e dovunque»».108 
 

  b. G. Allamano. Anche l’Allamano ha spiegato, in diverse situazioni, che cosa intende per fare “bene” le cose ordinarie di ogni giorno. Quando, però, ha parlato espressamente del tema, anche lui si è posto l’interrogativo: «E come fare a fare bene il bene?». Ricollegandosi al Cafasso109 lo spiega in due tempi: indicando tre atteggiamenti o qualità da mantenere costantemente e, poi, indicando “quattro modi” suggeriti dal Cafasso per passare bene la giornata, che presenterò nella prossima meditazione. 

  I tre atteggiamenti o qualità, ovviamente ripresi dal Cafasso, sono così presentati: «Noi verso Dio siamo tutti servi…Il servo deve sempre essere all’ordine del padrone e non obbedire solo in quel che vuole. Deve fare dal mattino alla sera la volontà del padrone e farla con prontezza, con esattezza, e cum bel doit (con bel garbo). Queste sono le tre qualità del servizio di Dio. 1° - Con prontezza; se quando si comanda a qualcuno di far qualcosa e lui sta lì a pensare ecc…fa venire…là là…Bisogna essere come gli Angeli che han sempre le ali aperte per eseguire i comandi di Dio. 2° - Poi con esattezza. Se comanda ad uno di togliere la polvere e la toglie solo a metà, il padrone non può essere contento. 3° - Con bel garbo, che le cose che si fanno facciano piacere, farle gentilmente…».110 

  Come si vede, la tersa qualità suggerita dal Cafasso “la perseveranza”, nel Fondatore è diventata “il bel garbo”. Però anche il Fondatore ha più volte insistito sul valore della costanza. Per esempio: «Non son le cose straordinarie che fanno i santi. Non sono andati a cercare se ha fatto profezie o altro simile il Cafasso, solo hanno guardato le virtù. Vedete come è facile farsi santi?! Solo che ci vuole quella costanza…Non essere di quelli lì che montano e calano. Questo è ciò che è più necessario, perché in Africa guai a chi si lascia andar giù e si lascia vincere dalla malinconia…e piange!...».111 

  Soprattutto possiamo cogliere il pensiero del Fondatore sulla necessità della perseveranza da come ha raccontato alle suore l’impressione che il Cafasso aveva fatto a Roma, nell’ambiente curiale che stava portando avanti la causa di beatificazione: «Il Card. Bisleti era entusiasta del nostro Venerabile e diceva: “Io non ho mai visto un santo così”. Da ragazzo il Venerabile diceva: “Io non voglio farmi un santo da Messa, un santo da Breviario, ma un gran santo”. Ed infatti è stato costante in questo volere per tutta la vita. L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e…avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante…non gli manca niente […], lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene»112
 

  2. Fare il bene senza rumore

  a. G. Cafasso. Tra i suggerimenti per “fare le cose bene”, c’è da aggiungere anche quello di agire “senza fare rumore”. Il Cafasso, insistendo sulla “ordinarietà” delle occupazioni, necessariamente prospetta una vita di santità senza strepito e piuttosto riservata: “senza rumore”. Ascoltiamolo: «Ecco ciò che forma l’occupazione del giorno de’ buoni sacerdoti; niente di straordinario, e di strepitoso; un sacerdote può passare lungo tempo ed anche tutta la vita in sì fatti ministeri senza che il mondo quasi rilevi la sua esistenza, almeno senza che la gente ne faccia encomii e meraviglie; e questo è un pensiero che deve consolare. […]. Vi sono dei Santi assai grandi davanti a Dio, che nulla hanno fatto di grande in ordine a Dio: dei santi, la vita dei quali è stata oscura, e nascosta, le cui azioni nulla hanno avuto di strepitoso e di mirabile, né di essi il mondo ha parlato. Erano grandi per la loro santità, ma tutta la loro santità era ristretta in cose piccole. Erano grandi per la loro umiltà, e la loro umiltà li portava sempre ad eleggere gli ultimi impieghi, e le azioni più basse».113 

  b. G. Allamano. L’Allamano ha colto bene questo aspetto e lo ha trasmesso con tenacia, fino alla fine della vita, applicandolo sia all’organizzazione dell’Istituto che allo stile di vita e di apostolato dei suoi missionari e missionarie. Certamente, tenendo conto del suo carattere e della sua spiritualità, dobbiamo riconoscere che era spontaneo nel Fondatore avere un atteggiamento di riservatezza e di nascondimento.  

  I testimoni al processo lo hanno ampiamente affermato e illustrato con fatti concreti. Ascoltiamo quello del Can. N. Baravalle, che era presente al fatto narrato: «Si era alla vigilia della grande ed attesa festa della Beatificazione del Cafasso. Le sue reliquie erano state racchiuse in una bellissima maschera rivestita di preziosi indumenti sacerdotali, e si stava per farne il solenne trasporto dall’annesso Convitto al Santuario. A questa cerimonia […] la Chiesa dà la massima solennità, concedendo che le reliquie vengano accompagnate col baldacchino e con due incensieri. Presiedeva l’Arcivescovo, cui facevano pure corona parecchi Vescovi. Il Can. Allamano era il parente più prossimo del Beato, il promotore della Causa, il Superiore del Santuario e del Convitto, e si sarebbe atteso di veder procedere il Servo di Dio in tanta gloria rivestito delle divise canonicali, con posto distinto. Invece, il Servo di Dio venne con noi del Santuario dietro le sacre Reliquie, colla sola talare, portando la torcia accesa. Era sofferente, commosso ed esultante, ma nulla traspariva della sua santa esultanza. Si trascinava in modo così penoso, che ad un certo punto dovette appoggiarsi alla torcia che portava, ed io ero in pena che venisse meno. Giunto al Santuario, non ebbe posto distinto: si eclissò, e non ricomparve se non dopo la funzione per ringraziare le personalità intervenute alla funzione. Tale, del resto, era il suo proposito, di nascondersi sempre»114  

  Il Fondatore aveva dichiarato con sincera convinzione di avere la stessa idea del Cafasso, cioè di voler fare il bene, ma non rumorosamente.115 È stato proprio così. Mi domando: tra le persone che hanno fatto quella processione, chi è adesso più in vista? Vale il detto del Vangelo: «chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,12). 

  Anche il suo insegnamento agli allievi e alle suore ha una grande rilevanza. Ascoltiamo alcune espressioni dette in occasioni diverse: «Che pensare, che dire di quei missionari che credono di adempiere all'offizio di apostolo con girare, lavorare e fare molte cose e molto rumore, lasciando perciò o diminuendo gli esercizi di pietà colla scusa del molto lavoro?».116 «Nel nostro piccolo guarderemo di imitare i Salesiani. Se noi non siamo fatti per far rumore (quelli là fanno il bene con un certo rumore) eh, faremo il bene senza rumore. Ciascuna Comunità ha il suo spirito».117 «Dovete farvi sante religiose, se sarete così sarete pure valenti missionarie; se non sarete sante religiose, non sarete niente. Farete come il vento che fa un po' di rumore e niente altro; lavorerete molto forse, ma rimarrete colle mani vuote perché le opere si misurano non nella materialità, ma col cuore, collo spirito con cui si fanno. È lo spirito religioso che deve informare la vostra vita. Pregate il Signore perché possiate formarvi vere religiose di spirito ed intanto preparatevi, studiate, fate tutto quello che è necessario per poter fare del bene».118 «Voi direte: io sono solo postulante, ho tempo a farmi buona. – No, bisogna non aspettare, ma incominciare subito, subito, non avrete mai abbastanza preparazione. E mai dire: Forse ho già fatto troppo. Avete il buon spirito, corrispondete alla vostra vocazione, la quale consiste non nel far rumore ma nell’operare per amor di Dio».119 
 

  Alcune conclusioni:

  - La “retta intenzione”, cioè fare le cose per Dio e per il bene, e non per la nostra gloria, è un atteggiamento di fondo che va curato. Oltre tutto, rende liberi, perché così non siamo condizionati dal giudizio delle persone. 

  - Anche se non favoriscono sempre la “pubblicità” nostra e del nostro Istituto, è indispensabile curare tutti gli atteggiamenti che sono stati a cuore al Fondatore e che ci ha trasmesso: prontezza, esattezza, perseveranza, bel garbo e senza rumore! 
 
 

  VIII. QUATTRO PENSIERI PER PASSARE BENE LA GIORNATA 

  1. Un suggerimento che va al pratico.

  Continuando a riflettere su “come” fare bene il bene , oltre a quanto suggerito nella meditazione precedente, sappiamo che il Fondatore sottolinea quattro pensieri che aveva preso dal Cafasso e proponeva con insistenza agli alunni e alle suore, dandoli scritti dietro un’immagine. Ovviamente anche qui prendiamo il via dal Cafasso. 

  a. G. Cafasso. Secondo una testimonianza di Don Bosco, il Cafasso proponeva quattro pensieri per passare bene la giornata. «Fate, cioè, ogni cosa come la farebbe lo stesso N.S. Gesù Cristo; in quel modo in cui vorremmo averla fatta quando ce ne sarà chiesto conto al tribunale di Dio; come se fosse l’ultima di nostra vita, e non se ne avesse altra da compiere».120 

  b. G. Allamano. Il Fondatore non cita la testimonianza di Don Bosco, ma valorizza i pensieri del Cafasso per passare bene la giornata, nel discorso di “come” fare bene il bene. Alle suore dice: «Qual è il modo, i mezzi per fare tutte le cose bene? Vediamo i pensieri del Ven. Cafasso per passare bene la giornata. E se si passa bene la giornata, si passano bene anche le settimane, i mesi, gli anni…».121 Agli allievi, nella stessa occasione fa un’introduzione simile, ma più vivace: «Per questo basterebbe mettere in pratica i quattro suggerimenti che dà il nostro Ven. Cafasso per passare bene la giornata. Li avete tutti, neh, scritti? Lo avete tutti questo foglietto (presentando l’immagine del Ven. su cui sono stampati; e poi dandola ad uno studente): leggi un po’ il primo numero; se si passa bene la giornata; questa compone il mese; il mese bene passato compone l’anno; l’anno bene passato compone la vita. Guardate lì. Per passare bene ogni giornata e quindi passare bene tutta la vita prima cosa:[…]».122 

  Fatte queste introduzioni, il Fondatore passa a sviluppare, uno per uno i quattro pensieri. Il suo discorso è semplice e ricco nello stesso tempo. Per coglierlo compiutamente, credo utile presentare ogni punto come il Fondatore lo spiegava a viva voce, ma indicando in nota quanto aveva preparato nel suo manoscritto, perché ci sono molti elementi che arricchiscono il discorso, li abbia detti o no a viva voce. 

  Primo pensiero: «Fare ogni cosa come la farebbe N.S. Gesù Cristo. Vi pare che faremmo sempre tutto bene se pensassimo sempre a questo? Vedete, N. S. Gesù Cristo è venuto su questa terra non solo per redimerci, ma anche per essere nostro modello, nostra guida, nostro specchio. Bisogna che noi ci conformiamo a lui. […]. Interrogatevi ogni tanto: Se vi fosse N. S. Gesù Cristo al mio posto come farebbe? […] Bisogna proprio che ognuno pensi: Ecco io qua dentro sono proprio l’immagine di nostro Signore».123 «Ora, se N. Signore lavora, pensa e parla in me, per mezzo mio, bisogna che, per non fargli fare brutta figura, io parli e operi bene. Dunque, per passar bene e giorno e mese e anno e tutta la vita è fare come faceva N. Signore».124 

  Secondo pensiero: «La seconda cosa è: fare le nostre azioni a quel modo che vorremmo averle fatte quando ce ne sarà domandato conto al tribunale di Dio. […]. Quando andate in Chiesa, specialmente nella visita prostriamoci davanti a Gesù Sacramentato e chiediamo che ci giudichi adesso: “[…] Non aspettate allora a giudicarmi; ma giudicatemi adesso che siete Giudice di misericordia”».125 «Dice l’Imitazione: Coloro che in vita si conformano a Gesù Crocifisso, andranno al giudizio con grande fiducia, cioè andranno volentieri al tribunale di Dio. La paura di morire non è mica la morte, ma il timore del giudizio. Quando andiamo alla Comunione […], diciamogli: O Gesù, giudicatemi adesso e non aspettate a giudicarmi allora!».126 

  Terzo pensiero: «Veniamo al terzo: Fare ogni cosa come se fosse l’ultima di nostra vita. È quasi come la precedente, tuttavia un po’ di differenza c’è: qui è fare ogni nostra azione come se fosse l’ultima di nostra vita. E non è vero? […]. Ah se avessimo sempre questo davanti agli occhi! Se potessimo poi dire al punto della nostra morte: Ho fatto tutto quello che ho potuto. […]. Quotidie morior, muoio tutti i giorni, faccio questa cosa come farei l’ultima cosa di mia vita. Questi pensieri fanno bene».127 «S. Bernardo si diceva: Bernardo, se avessi adesso da morire, faresti questa o quell’altra azione? Se facessimo anche noi questa interrogazione…».128 

  Quarto pensiero: «E adesso l’ultimo pensiero: Fare le cose in maniera, come se non ne avesse a far altra. Ecco, questo sì. Quando facciamo una cosa non pensare ad un’altra; disturbiamo solo la cosa che facciamo».129 «Il Ven. Cottolengo che presto sarà beatificato, non ha mica fatto tanti miracoli strepitosi; tutto è andato per trovarne due da poterlo beatificare. Ma è un portento è stata la sua vita, un miracolo tutta la sua vita. […]. Sulla vostra tomba, quando morirete, bisognerebbe poter scrivere: Bene omnia fecit».130 
 

  2. Se non ho fatto bene, lo farò.

  L’impegno di “fare sempre bene le cose ordinarie di ogni giorno” spesso si scontra contro il nostro limite. Al Fondatore, uomo della fiducia illimitata, non è sfuggito questa aspetto ed ha incoraggiato a non perdersi d’animo. Ecco la sintesi del suo pensiero, che può essere la conclusione di queste riflessioni sul “bene fatto bene”. È un passo della conferenza alle suore del 3 settembre 1916 sul “Bene omnia fecit”: «Ora, facciamoci una domanda: Ed io, ho sempre fatto tutto bene? Se non l’ho fatto, lo farò: Bene omnia facio; se per il passato non ho fatto tutto bene, per l’avvenire lo farò».131  

  Simile spirito lo ritroviamo nella conferenza agli allievi: «Dunque facciamo il proponimento di far tutto bene d’ora innanzi ad imitazione di N. S. Gesù Cristo. E se nel passato non l’abbiamo fatto, ricominciamo di nuovo: far tutto bene come ho spiegato: sono gli avvisi del Ven. Cafasso; li avete tutti; rileggeteli ogni tanto; metteteli in pratica in qualunque cosa. […]. È così che si son fatti santi anche senza miracoli. […]. Tanti santi dei miracoli non ne hanno mai fatto nessuno; ma bene omnia fecerunt».132 

  Per completare questo interessante aspetto, teniamo presenti due modi di pensare abituali nel Fondatore, che ci possono aiutare. Sono il suo sano realismo e la capacità di riprendersi sempre senza scoraggiarsi. 

  a. Circa il suo realismo, facciamo attenzione a questi aspetti. Il Fondatore ammetteva bonariamente addirittura di stimare troppo i suoi figli. Ad un gruppo di essi, andati a trovarlo al Santuario della Consolata, dopo aver raccomandato di non credere a tutto quello che, per buon cuore, avevano detto di lui in occasione del 50° di sacerdozio, assicura con semplicità: «Faccio per voi più di quanto voi pensiate…e vi credo più di quello che siete veramente».133  

  Il realismo dell’Allamano, inoltre, risulta dall’equilibrio con cui programma la vita nell’Istituto sia a Torino che nelle missioni, fin dall’inizio, e dalla capacità di comprendere le persone, specialmente nei loro limiti umani, senza pretendere l’impossibile. Ecco qualche testimonianza. Al Teol. F. Perlo consiglia di accontentarsi «di fare il bene che si può».134 Così, mandando l’elenco delle pratiche che si facevano in casa madre, il 12 dicembre 1902, consiglia Don T. Gays di «osservarle costì per quanto è possibile».135 E l’anno seguente, il 6 marzo 1903, incomincia una lettera allo stesso: «Certamente non si è ancora in numero per poter eseguire esattamente quanto prescrive il nostro regolamento; tuttavia si faccia quanto è possibile».136 Il 27 novembre successivo, al Teol. F. Perlo, divenuto responsabile del gruppo al posto del Gays, manda alcune istruzioni, tra la quali: «Prescriva in Domino quanto è possibile in conformità al regolamento ed al direttorio».137 Una saggia direttiva per guidare la comunità la troviamo nella lettera del 5 febbraio 1904 al Perlo: «E’ pure mia l’idea di V.S. di non prendere le cose di fronte, saper pazientare, compatire e scusare, poiché per gente che fecero tanti sacrifizi non è probabile subito tacciarli di cattivo animo e simili».138 

  E’ da leggersi in questo contesto una magnifica e quanto mai pratica affermazione che l’Allamano ha fatto in una conferenza del 15 agosto 1916: «E potessimo anche noi dire come quel santo: Tanto è grande il bene che aspetto che ogni pena mi è diletto - o almeno se non diletto la soffro con pazienza».139 Oppure il consiglio dato per il mese di maggio, nella conferenza del 30 aprile 1916: «Perciò bisogna stare attenti sempre, massime in questo mese. Non dico che non scappi qualche cosetta, anche ai santi, ma stare attenti».140 Spiegando perché si è dovuto cedere parte della casa ai militari, così conclude: «[…] e se non lo sopportiamo con gaudio, almeno con pace».141 Infine, incoraggiando le suore a recitare bene il Rosario, nella conferenza del 6 ottobre 1918, dice: «Non bisogna lasciarsi tirare dal peso. Anche per noi il Breviario alle volte è un peso, specie per esempio, quando uno non sta bene, eppure bisogna dirlo. Deve essere un peso leggero, soave; e così è del Rosario».142 

  b. Circa la sua capacità di riprendersi sempre, pensiamo a quella espressione che è diventata classica nei nostri ambienti: “ Nunc coepi”. Il Fondatore ha valorizzato il salmo 76,11: “Nunc coepi”, che letteralmente traduceva: “Adesso incomincio”143. È un criterio educativo desunto dalla spiritualità carmelitana. Alle suore diceva: «Mai scoraggiarvi, nunc coepi [ora incomincio]; direi che è lo stemma del nostro Istituto: sempre incominciare»144. E in altra occasione: «Sei caduta? Rimettiti a posto; S. Teresa diceva il Nunc coepi quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al Signore, diceva: Roba del mio giardino, del mio orto; Signore un po’ di pioggia perché venga su roba buona»145
 

  Alcune conclusioni:

  - I famosi pensieri per passare bene la giornata sono nobili, saggi e molto pratici; non riteniamoli giochetti da bambini. 

  - È pure saggezza sapersi comprendere nei propri limiti, senza scoraggiarsi, e sapersi riprendere come se nulla fosse. Non avere vergogna di Dio a motivo dei nostri sbagli. 
 
 

  IX. RITORNELLI FAMOSI 

  Proponendo la santità di vita, il Fondatore di solito usava espressioni per così dire idiomatiche, che tutti ricordiamo. Alcune di queste le abbiamo viste durante le precedenti meditazioni, come: prima santi, prima religiosi poi missionari. Adesso, per completare il quadro, ne riporto altre, tra quelle da lui spesso usate. 
 

  1. Tutti della terza classe.

  Catalogare le persone in tre classi, o tre categorie, rispetto all’intensità della vita spirituale, non è un’invenzione del Fondatore.146 Però fa parte della sua mentalità, tanto che usa questa distinzione a partire dal corso di esercizi da lui predicati ai primi partenti nell’aprile del 1902.147  

  Le volte in cui il Fondatore usa questa distinzione è pressoché incalcolabile.148 Ci accontentiamo di indicarne tre. Partiamo dal suo manoscritto per la conferenza del 17 febbraio 1907, dove spiega i diversi modi di rispondere alla vocazione: «Vedete, in molte comunità i soggetti possono classificarsi in tre categorie: 1) di coloro che vi stanno senza vocazione allo stato intrapreso e vi rispondono per nulla. Di costoro può dirsi: Ad quid terram occupat [perché occupa la terra]? Essi dovrebbero essere pochi. 2) Altri, e sono i più, hanno vocazione e vi corrispondono, ma con poca generosità: studiano, ma non si rompono le ossa, pregano il necessario e basta ecc., insomma basta loro essere buoni, ma non pretendono di divenire santi; e questi sono il maggior numero. 3) Una terza categoria è quella dei generosi, che entrati con piena purità d'intenzione intendono di corrispondere pienamente alla grazia di Dio con usare tutti i mezzi che il Signore loro concede per farsi santi. Questi son pochi.

  Veniamo a noi, alla nostra comunità. - Vi sono tra noi alcuni della 1 categoria? Io spero di no […]. Non così potrà dirsi della 2 classe. Non voglio offendervi, ma debbo pensare che anche in questa casa vi sono quelli che non rispondono pienamente alla grazia di Dio; non si potrà dire di loro che in vanum gratiam Dei recipiunt, ma non sanno essere generosi con Dio e togliere da loro certi difetti, certa inerzia […]. Mi consolo perché varii di voi sono da collocare nella 3 categoria, e ne ringrazio il Signore. Non perché non abbiano difetti, ed anche ore e giorni di freddezza; ma conservano sempre ferma volontà di emendarsi e di santificarsi, e sono contenti che l'ubbidienza ne fornisca i mezzi.».149 Non si può non ammirare il realismo del Fondatore, assieme a grande speranza. 

  Continuando la riflessione, merita di essere sottolineata un’espressione che indica bene l’intensità del desiderio del Fondatore. È della conferenza del 25 febbraio 1915: «Bisogna che procuriate di essere tutti della terza classe di quelli che ho detto domenica, poiché quello che ho detto domenica scorsa, mi veniva proprio dal cuore, l’avevo meditato prima, ed ho creduto di dire il vero, ed è vero»150.  

  Infine, riportiamo la conclusione manoscritta nella conferenza del 16 settembre 1917, che il Fondatore copia citando l’autore: «Conchiudiamo: I primi sono malati che non vogliono prendere medicine; i secondi accettano solo le medicine dolci e gustose; i terzi nulla rifiutano di amaro per guarire (Bellecio - Pred. Tre classi). Il mio pensiero si porta al vostro avvenire, e dico: apparterrete tutti e sempre alla 3 classe, o passeranno varii alla 2ª classe ed anche alla Iª? È questione di volontà ferma e costante».151 
 

  2. Santi qui e adesso.

  Su due aspetti connessi il Fondatore ha pure insistito: che non si cercasse fuori dell’Istituto la via per giungere alla santità; e che non si rimandasse l’impegno: qui e adesso. 

  a. Santi qui. Per quanto riguarda il “farsi santi qui”, oltre a quanto in precedenza detto sul “suo spirito”, si tenga conto di questo interessante intervento sulla “Santità secondo lo spirito dell’Istituto”, fatto nella conferenza del 28 febbraio 1915: «In particolare, una lezione che dobbiamo prendere [sta commentando 1Tess 4,1-3] è che non ci dobbiamo fare santi a proprio capriccio. Ci dobbiamo fare santi, ma nel modo che il Signore vuole da noi. Dobbiamo farci santi in conformità degli insegnamenti dati. E S. Paolo dice: Qualunque venisse, anche un Angelo dal Cielo, per supposizione che vi insegnasse differente da quello che vi abbiamo insegnato anatema sit. Sia scomunicato. Bisogna che osserviate quelle cose che vi ho detto per farvi santi. E facciamone un'applicazione a noi. Ciascuno di voi vuole farsi santo, ma non bisogna che ciascuno intenda di applicarsi a questo a modo suo. Ma ognuno deve farsi santo secondo le regole che sono in questo istituto. Comunemente si dice che la santità è multiforme, e se voi foste certosini, o passionisti, certamente si farebbero altre cose che non si fanno qui. Si farebbero altri lavori, si farebbero forse più mortificazioni esterne, ecc., digiuni, che noi invece, certo non ci contentiamo delle mortificazioni interne, ma prendiamo le esterne in quanto sono conformi allo spirito dell'Istituto. Non dobbiamo lasciarci pigliare da quell'idea, ma dobbiamo farci santi secondo le norme che ci danno i nostri superiori, secondo le regole; secondo lo spirito dell'istituto».152 

  Altrettanto esplicito il Fondatore è stato con le suore. Parlando della volontà di Dio che ci facciamo santi, il 4 marzo del 1917, spiega: «Che bella cosa! E’ la volontà di Dio che siate sante, ma in che modo? A mio capriccio? Dice S. Paolo: Conforme avete imparato da noi. - Dunque bisogna che la santità sia secondo il precetto che vi ho dato. E S. Paolo parlava ai secolari!... Quelle missionarie che volessero farsi sante secondo le vedute loro, la sbaglierebbero... Ciascuna deve farsi santa, non a suo capriccio, a suo modo... Se volesse farsi santa come Cappuccína, Trappista, per esempio, la sbaglierebbe... Bisogna che si faccia santa come Missionaria e con i mezzi che ci son qui, con le Regole, Costituzioni, preghiere, occupazioni quotidiane ecc. che ci sono qui. Guai a quella creatura che non trova il suo ambiente nella Comunità in cui si trova!... Chi cercasse altro, è segno che non ha vocazione per rimanere qui».153 

  b. Santi adesso. Per quanto riguarda l’incominciare “subito” (spesse volte il Fondatore dice “qui” e intende “adesso”, “subito”), ricordiamo le sue reiterate raccomandazioni, che a volte sembrano esagerate per la loro assolutezza, come: «se non vi farete santi qui, non vi farete in Africa»;154 «se non vi farete santi qui, non vi farete più santi. Al contrario invece, se uno è santo qui, può darsi che torni indietro. […]. Si tende sempre ad andare in decadenza»;155 «se non vi fate santi qui non vi farete più laggiù salvo un miracolo, come l’esperienza insegna».156 Praticamente il Fondatore sottolineava la necessità di decidersi e non rimandare: volontà e non velleità. 

  Nella conferenza del 12 marzo 1911, sulla “necessità della santità subito”, porta tre ragioni per affermare che è necessario incominciare subito. La seconda nel suo manoscritto, suona così: «Perché se non attendete ora alla perfezione, neppure salvo miracolo vi attenderete nelle Missioni, dove tante cose distrarranno da ciò (v. Dubois)».157A viva voce si esprime così: «Se non vi farete santi qui, non vi farete più. Io mi auguro che giunti in Africa, o altrove, rimaniate quali eravate qui, allo stesso livello. Là non vi sarà più quella vita regolare, gli esempi di molti altri che ci stimolino, ecc. L’esperienza mostra come si avverino le parole del Dubois nel Santo prete, che chi era ottimo diviene buono e chi buono diminuisce».158 

  È interessante il consiglio che dà in occasione dell’ordinazione di cinque sacerdoti, il 2 giugno 1912; è il manoscritto: «Ancor un’osservazione: La santità è come una scienza od arte che di regola non si acquista che con un lungo tirocinio. Es. gli Apostoli per 3 anni alla scuola di Gesù, i Seminari ed istituti. Bisogna attendervi qui e subito, come domani dovreste essere ordinati. Non dire: c’è tempo…».159 

  Merita non tralasciare, in questo contesto, il discorso del Fondatore sul “cras”. È un discorso piuttosto severo, ma ha la sua verosimiglianza e, comunque, serve per incoraggiare ad impegnarsi. Sentiamolo dalla conferenza del 17 settembre 1916 sulla corrispondenza. Dopo avere spiegato che è facile farsi santi qui, continua: «La seconda cosa è che se non vi fate santi adesso non vi farete mai più. Non dire: Aspetterò in Africa a farmi santo; ho tempo! No! Chi non comincia subito con impegno non si farà mai più... Certe grazie non tornano mai più: Hodie si vocem ejus audieritis nolite obdurare corda vestra: se quest'oggi il Signore ti fa una grazia, corrispondivi subito, non aspettare domani; a Dio non piace il domani, cras. Quella grazia che il Signore mi fa adesso non me la farà mai più, perché è vero che le grazie di quest'oggi non torneranno mai più, il Signore ne farà altre, ma quella di quest'oggi non me la farà. Dunque bisogna proprio che ci mettiamo sul serio: Ecce dixi, nunc coepi: voglio cominciare a farmi santo, anche da giovane...».160 
 

  3. Santità per tutti.

  Anche questo aspetto può essere inserito nei suoi ritornelli, perché il Fondatore non intendeva “allevare” qualche “ape regina”, ma un gruppo di missionari e missionarie tutti allo stesso livello di idoneità spirituale e apostolica. Questo era il suo ideale, anche se realisticamente si rendeva conto delle differenze. Basti rileggere il suo intervento, molto esplicito, della conferenza del 16 novembre 1913, mentre spiegava il fine primario delle Costituzioni. Dopo avere insistito sul “prima santi e poi missionari”, afferma: «Può anche farsi santi nel mondo, sì, ma venendo qui deve prima di tutto farsi santo "santificazione dei suoi membri" non di qualcuno, ma di tutti; Oh, là ci sono tanti, io andrò un po' più un po' meno dietro" No, tutti e tutto deve essere disposto a fare tutti santi, anche i più difettosi, i più maligni. Se alcuni non tendono non si ottiene il fine primario. Di tutti per non fare un torto, tutti sono membri e devono farsi santi, devono aiutarsi.

  M'è venuta in mano una regola che diceva che per la santificazione di un individuo deve mettersi in aria tutta la Comunità, e mi pareva spinta, ma no, se studiate bene è così, tutta la Comunità deve accorrere, cosi fa il Signore per tutti e per ciascuno: "Tradidit semetipsum pro me", l'avrebbe fatto per un solo, e l'ha fatto, ed è un'idea questa perché tutti i membri essendo obbligati a farsi santi, tutto deve tendere a quello scopo, e se uno non vuole è colpa sua».161 

  In questo contesto si comprendono anche le sue insistenze ad aiutarsi vicendevolmente sul cammino della santità. Nel suo manoscritto del 28 febbraio 1915, dopo avere ricordato il detto «riguardo ai religiosi ed anche ai Canonici: entrano senza conoscersi, vivono senza amarsi e muoiono senza piangersi», fa questo commento: «Voi non così, ma ognuno ama tutti e ciascuno de' suoi compagni; ma io trovo un difetto, ed è che ognuno pensa solo a sé, a santificare se stesso senza pensare ad aiutare i compagni. Si è talora come statue, od anime claustrali, che nel silenzio e separazione non trovano modo di avvicinare i compagni, come i Certosini. Questo non è l'amore di corpo, così utile in una comunità che muove tutti a santificare se stessi ed i compagni. Non si dica quid ad me, ma bene importa anche a me, che non solo io, ma tutti i miei compagni si rendano santi e dotti missionarii».162 

  E questa è stata un’idea fissa fino alla fine. Ecco come si esprimeva il 15 aprile 1923: «Mentre ero ammalato [emicrania], la mia testa che non era ammalata, lavorava e tra gli altri pensieri che vi duravano, questo dominava: «Ma questi giovani che sono entrati sono tutti buoni e corrispondono alla vocazione? […]. Ciascuno deve pensare a corrispondere ed a santificarsi e se tutti facessero questo proponimento, tutti sarebbero santi.[…]. Era il pensiero dominante nella mia malattia e diceva: “Se potessi far penetrare l’intima persuasione che essi non badano agli altri se non per ciò che essi si aiutino a farsi santi il più possibile ed il più presto possibile” Questa è la preghiera che facevo per voi».163 
 

  Alcune conclusioni:

  - Riflettiamo su questo particolare: certamente ammettendo che la santità è un dono di Dio, il Fondatore sottolineava l’importanza della propria volontà. Il ricordo che ci lascia può essere quello della conferenza del 17 ottobre 1915, che non è isolato: «Voglio farmi santo. Se non c’è questo non si farà mai niente. […]. Voglio farmi santo: questo è il punto principale, il pensiero principale dei mezzi da adottarsi per farsi santo. Volontà costante e ferma e stabile a usare i mezzi e superare gli ostacoli che si frappongono alla nostra santità».164«Le mezze volontà riusciranno mai a niente. S. Agostino dice chiaramente che per essere santi “oportet velle».165 

  - Un secondo particolare molto pratico: l’importanza di fare il primo passo, cioè decidersi: «Il Signore da ciascuno di noi farebbe dei santoni, ma vuole che facciamo il primo passo. E noi invece siamo sempre blandi…»;166 «La terza classe è di quelli che non rifiutano alcun mezzo per farsi santi, e non ammettono dilazione. […]. E pensare che ciò non è poi tanto difficile! Basta dare con coraggio il primo passo».167  

  III. L’ALLAMANO MODELLO DI PERSONALITÀ UNIFICATA 

  A questo punto, in tre meditazioni, presento il Fondatore come modello di una persona interiormente ed esteriormente unificata. In lui non troviamo contraddizioni o disarmonie, né nei pensieri e neppure nelle azioni. Questo discorso sarebbe lungo, ma lo circoscrivo in tre punti: il primo è l’armonia che ci deve essere in noi tra vita spirituale e attività apostolica, di modo che la nostra persona goda di una profonda intima unità, senza distorsioni; il secondo è che il nostro apostolato sia sempre ispirato, come priorità, a motivazioni soprannaturali; il terzo è che la santità, in definitiva, più che perfezione è amore, il quale spiega la nostra identità e la nostra azione. 
 

  X. ARMONIA TRA VITA DI FEDE E AZIONE APOSTOLICA 

  1. Una testimonianza di chi gli era vicino. Guardiamo il Fondatore attraverso le lenti del suo domestico, Cesare Scovero, il quale, essendo un laico, ne definisce con parole semplici la spiritualità. Andando al concreto, egli parla dell’abbondanza della preghiera nella vita dell’Allamano, che peraltro era sempre molto occupato. Al termine del processo canonico, gli furono rivolte dal giudice tre domande “ex officio”. La prima: «Se alcuno dicesse che il Servo di Dio più che di spirito di fede e di prudenza soprannaturale, era dotato di abilità e di sagacia puramente umana, che cosa si dovrebbe rispondere?».168 La risposta è stata: «Per quanto a me consta, il Servo di Dio aveva bensì spiccate doti naturali, ma prevalevano in lui le vere virtù sacerdotali. Secondo me, era un vero uomo di Dio che viveva di fede; non era infingardo, e cioè in lui non vi era soltanto apparenza esterna, ma intima convinzione che lo portava a fare tutto per amore di Dio e per il bene delle anime. Era quindi guidato da intendimenti e motivi soprannaturali». La terza domanda suonava: «Se alcuno dicesse che non era assiduo alla preghiera, che cosa si dovrebbe rispondere?». Ecco la risposta: «Ho già riferito come il Servo di Dio fosse dotato di grande spirito di preghiera. Vivendo al suo fianco per tanti anni, ho constatato che pregava e con fervore in camera sua, nel Santuario, nei coretti, ed anche durante i viaggi, e faceva pregare anche me quando lo accompagnavo».169  

  Antecedentemente, sul posto che la preghiera aveva nella vita dell’Allamano, lo Scovero aveva affermato: «Notai sempre nel Servo di Dio un grande spirito di preghiera. Non stava mai in ozio, e tutto il tempo che aveva libero dalle sue occupazioni, lo impiegava nella preghiera, nella quale provava e trovava un vero diletto. Pregava a lungo nei coretti del Santuario anche nelle ore serali; pregava in camera sua, nel Santuario, e anche quando andava in viaggio. Insomma tutta la sua vita si può dire che era una vita di preghiera».170 

  Ancora: «Faceva frequenti e lunghe visite a Gersù Sacramentato dai coretti del Santuario, e durante le medesime, si intratteneva in fervida preghiera. Anche alla sera, prima del riposo, di quando in quando si recava dai coretti a fare la visita. Così che quando io lo cercavo e non lo trovavo in camera sua, o nel suo confessionale, ero certo di trovarlo in preghiera in detti coretti del Santuario, che gli offrivano, data la loro ubicazione, situati a pochi passi dalla sua camera, l’occasione propizia di espandere il suo cuore dinnanzi a Gesù Sacramentato, e trattenersi con Lui in fervido colloquio».171 

  A questo punto ci domandiamo: come è possibile che il Fondatore, così dinamico e impegnato in mille iniziative, abbia potuto dare al suo domestico, cioè alla persona che più lo seguiva da vicino, l’impressione di un uomo di continua preghiera? Certamente troviamo in lui quella proporzione e armonia di vita che qualifica i santi. Da questo punto di vista è per noi un grande modello. 
 

  2. La sua esperienza spirituale comunicata ai figli e figlie. Il Fondatore, non si è limitato a vivere questa intensità spirituale, ma ha cercato di trasmetterla ai suoi missionari e missionarie. Dai contenuti della sua pedagogia emergono sia le sue convinzioni che il suo stile di vita. Ecco qualche frammento del suo ricco insegnamento. 

  Come abbiamo già visto in antecedenza, diciamo subito che l’Allamano immaginava i suoi figli e figlie “uomini e donne di preghiera”, non “trafficoni”, proprio perché missionari. Merita risentire un testo già in parte riferito. Prendendo lo spunto dal Cafasso, il Fondatore affermava con convinzione: «Il nostro Ven. Cafasso del Sacerdote, e noi diciamo tanto più del Missionario, diceva che doveva essere un uomo di preghiera; le parole sono un po’ materiali, ma come si dice: un uomo è del tal mestiere, così possiamo dire per esprimere la necessità che ha il Sacerdote di pregare. Se amiamo la preghiera non la lasciamo mai. […]. Un sacerdote se non fa molta orazione, non è vero Sacerdote. E un missionario? Che volete che possa fare uno che non conosca nemmeno il mezzo che l’aiuti a tenersi unito a Dio?».172  

  Il problema che deve risolvere ogni apostolo di proporzionare preghiera e azione, con precedenza alla preghiera, era vivo anche al tempo del Fondatore. Ecco come lo presentava ai missionari, nella conferenza del 6 settembre 1908: «Che pensare, che dire di quei missionari che credono di adempiere all’offizio di apostolo con girare, lavorare e fare molte cose e molto rumore, lasciando perciò o diminuendo gli esercizi di pietà colla scusa del molto lavoro? Gesù aveva più a fare che noi…[…], eppure si ritira e prega, e con ciò non teme di perdere tempo o sottrarlo al maggior bene delle anime».173 E alle suore, nella conferenza del 22 giugno 1922, con un tono un po’ polemico nei riguardi di quanti affermavano che, a quei tempi, c’era bisogno di azione, controbatteva: «Lavorare, lavorare; no, c’è più bisogno di pregare che le altre volte. Abbiamo bisogno dello spirito di Dio e i missionari che hanno molto da lavorare, bisogna che preghino di più».174 

  Il Fondatore ha affrontato esplicitamente più di una volta il tema “preghiera-lavoro”. Sentiamolo ancora nella festa del Corpus Domini il 22 giugno 1916: «Fa pena sentire dire: non posso pregare, perché ho tanto da predicare! Predichi! E grida al vento! Se non c’è la pioggia della grazia di Dio è tutto inutile, e che fa? Domandate al Venerabile se ha lasciato qualche volta il breviario, il rosario, la meditazione perché aveva molto da fare!».175 Il Cafasso era un modello per il Fondatore proprio riguardo l’equilibrio tra preghiera e lavoro. Diceva agli allievi il 21 novembre 1915: «Il Ven. Cafasso diceva che aveva paura di chi lavorava troppo nel ministero».176 Parlando alle suore nella stessa occasione, è stato addirittura più esplicito: «Il Ven Cafasso diceva: “Mi fan pena i sacerdoti che han troppo da lavorare…” Se si prega di più si lavora di più. […] quando uno si carica di lavoro, per volontà propria, che alla sera si sente stanco e si lamenta di non aver potuto pregare, allora…Possibile che in questi casi ci sia uno zelo così discreto, così puro?».177 

  Ancora un aspetto. Il Fondatore credeva molto alla preghiera comunitaria. Sentiamo una sua riflessione espressa nella conferenza , già citata, del 21 novembre 1915: «Uno che non abbia potuto fare gli esercizi di pietà in comune, se li lascia, non vale la ragione che chi lavora prega. Chi lavora per ubbidienza, sì, quello è preghiera, perché riferisce tutto a N. Signore; ma in generale, chi li lascia solo così, perché non ha potuto farlo cogli altri, non prega».178 
 

  Alcune conclusioni:

  - L’armonia tra vita interiore e attività è uno degli ideali che ci deve stare più a cuore. Spesso è anche una delle sofferenze interiori. Noi abbiamo la fortuna di lavorare non come apostoli isolati, ma insieme, come corpo apostolico. Questa condizione ci facilita l’ordine nella vita. Non dimentichiamo l’impressione che il Fondatore ha dato al suo domestico. Lavorava sempre, eppure era un uomo di preghiera. Oltre alla abituale comunione con Dio, si tratta anche di imporci tempi di preghiera. 

  - Inoltre, non ci dobbiamo accontentare dell’ordine materiale della nostra preghiera. Fedeltà alle pratiche di preghiera, sì, ma collegate tra di loro da un abituale spirito di unione con Dio, cioè dal raccoglimento, nonostante il susseguirsi delle attività. Non dimentichiamo quanto il Fondatore ci insegna proprio riguardo al rapporto tra raccoglimento e pratiche di pietà. Ecco un brano della conferenza sulla “presenza di Dio” del 9 aprile 1916: «E poi c’è la dissipazione che porta via ogni cosa, porta via tutta la giornata. E perciò bisogna essere raccolti se si vuole fare frutto. Certo che ci vuole tempo per acquistare l’abito del raccoglimento. Ma in missione è ancor più difficile… si ha poi da fare, da girare… Il raccoglimento è assolutamente necessario per poter fare frutto di ciò che si fa, altrimenti ci restano quelle specie di oasi che sono le pratiche spirituali, ma fuori di quello tutto resta arido».179 
 
 

  XI. PRIORITÀ ALLE MOTIVAZIONI SOPRANNATURALI 

  Conosciamo il cumulo di iniziative realizzate in contemporanea dall’Allamano. Alla base di tutte possiamo constatare che esistevano sempre delle motivazioni soprannaturali. Era tutto un clima in cui agiva, che faceva capire con quale spirito e per quali interessi operava. Esaminiamo alcune tra queste iniziative per vedere come emergono gli obiettivi che l’Allamano si proponeva di raggiungere e per quali ragioni. 
 

  1. Per il Santuario della Consolata. Sappiamo che l’Allamano ha accettato l’incarico di Rettore solo per obbedienza al suo Arcivescovo. Ma, una volta entrato in carica, si è assunto tutta la responsabilità. Secondo la deposizione del Baravalle, l’Allamano «appena nominato Rettore, rilevò subito lo stato deplorevole in cui si trovava il Santuario della Consolata, tanto dal lato materiale, quanto dal lato spirituale».180 Sulla base di questa constatazione, si mise al lavoro, prima per il rinnovamento pastorale e poi per il decoro dell’edificio. Sono “prima” e “poi” logici, perché l’Allamano intraprese subito e contemporaneamente entrambi gli impegni. Quanti gli sono stati vicini sono concordi nel testimoniare, con abbondanza di particolari, quanto fece l’Allamano per il rinnovamento della vita del santuario.181 Ad un certo punto il Can. Baravalle afferma: «Le sacre funzioni, anche minime, dovevano essere compiute in modo inappuntabile. “Tutto, diceva il Servo di Dio, in chiesa deve essere perfetto”».182 E più avanti: «Il Servo di Dio si prendeva personalmente cura di tutto quello che riguardava il Santuario, specialmente quanto concerne il culto del Signore e della Madonna».183 Il Can. Cappella, così riassume la sua lunga deposizione sull’attività dell’Allamano al Santuario: «Se così evidente era lo zelo del Servo di Dio per l’abbellimento del Santuario, anche maggiore era quello per lo sviluppo del culto e della devozione alla Vergine SS. Consolatrice».184 

  L’Allamano era convinto di “fare la Volontà di Dio” come Rettore del Santuario. Diceva: «Se non avessi accettato (la nomina) […] non avrei presa la strada sulla quale mi voleva il Signore».185 Ed era riconoscente per questo suo servizio: «Certo ho potuto fare del bene […] alla Consolata, e sono già trentotto anni che ci sono alla Consolata, dal 1880. […] Da parte mia riconoscenza al Signore per i benefizi che mi ha fatto».186 
 

  2. Per il Convitto Ecclesiastico. Sono note le vicende connesse con la riapertura del Convitto alla Consolata. Qui interessa vedere con quale animo l’Allamano intraprese questa avventura, inducendo il suo Arcivescovo a tornare, in certo senso, sui suoi passi. Alla base di tutto si trova una vera preoccupazione dell’Allamano per la formazione dei sacerdoti, che ritiene compromessa da come sono andate le cose, soprattutto per l’insegnamento della morale affidato al Teol. Verlucca, che non pare fosse all’altezza. Ecco come l’Allamano ha concluso la famosa e lunga lettera, indirizzata il 24 giugno 1882 da S. Ignazio a Mons. Gastaldi, con la quale chiedeva che i convittori fossero riportati alla Consolata e che l’insegnamento della morale fosse affidato ad un professore fidato, che seguisse la linea sicura del Cafasso (l’Allamano proponeva il Richelmy): «Ella può indovinare con quale animo siami indotto ad esporre tali cose: mentre un motivo che mi rese men dolorosa la partenza dal Seminario fu il vedermi in quel punto esonerato dalla grave responsabilità dell’educazione del Clero. Ed ora al pensare di andarle nuovamente incontro avrei ben volentieri continuato a tacere se i motivi addottimi e le istanze fattemi non fossero state tali da udirmi dire e credermi veramente obbligato in coscienza a parlare».187 

  Il far tornare i convittori al Santuario, per l’Allamano, era poi anche una ghiotta opportunità dal punto di vista pastorale. Anche questo aspetto appare nella citata lettera: «Nel Santuario cominciano a mancare le Messe; non mi rimangono attorno ormai a condividere il grave peso che pochi giovani i quali mentre godo vedermi affezionatissimi ed animati meco da un solo spirito, m’accorgo pure che si vanno di giorno in giorno scoraggiando per non scorgere un indirizzo certo di questa casa».188 

  Le testimonianze al riguardo sono concordi. Per esempio, il Can. Cappella depone: «Così pure per merito del Servo di Dio, il Convitto venne riaperto presso il Santuario ed i giovani Sacerdoti convittori vennero destinati al suo funzionamento. Con questa schiera di giovani Sacerdoti che preparava per il sacro ministero, il Servo di Dio portò il Santuario ad uno sviluppo veramente eccezionale».189 E più avanti: «Come Superiore del Convitto ecclesiastico lasciò un’orma imperitura; dimostrando ottime qualità di educatore e formatore del Clero. Si può dire che seguiva i Convittori in ogni passo, dal loro ingresso alla loro uscita. Sapeva dare confidenza senza mai diminuire la sua autorità».190 
 

  3. Per la causa di beatificazione del Cafasso. Il lavoro che questa causa ha comportato per l’Allamano è stato molto grande. Qui vediamo soltanto il perché egli si sia avventurato in un impegno di cui non era facile prevedere la conclusione. È certo che l’Allamano, come lui stesso ha più volte spiegato, ha agito non a motivo della parentela, ma per un ideale più elevato: «Ho introdotto questo processo, posso dire, non tanto per affezione o parentela, quanto pel bene che può produrre l’esaltazione di questo uomo, affinché quelli che leggeranno le sue virtù, divengano bravi sacerdoti, bravi cristiani e voi bravi missionari».191 

  Anche il Can. N. Baravalle conferma questo fatto: «Egli non si compiacque mai della parentela del Beato, e sovente durante la discussione della causa diceva: “Io, come parente, dovrei neppure accuparmene, e non è questo lo spirito che mi spinge; io lo faccio come Rettore del Convitto per cui essendo succeduto a Lui nell’insegnamento e nella direzione del Clero, è mio dovere segnalare al Clero le virtù e la santità del Cafasso».192 

  Verso l’Istituto, nella mente del Fondatore, il Cafasso aveva un rapporto speciale. Nella lettera circolare dell’11 maggio 1925, dopo la beatificazione, così scriveva: «Il Beato Giuseppe Cafasso è Patrono del Convitto di cui è il Confondatore, il lustro e il modello delle anime pie specialmente ecclesiastiche; ma è pure nostro speciale Protettore e come dite “vostro Zio”, e come tale lo dovete onorare ed imitarne le virtù. […] Io penso con ciò di avervi procurato un gran mezzo di santificazione, e di avere in parte compiuta la mia Missione a vostro riguardo».193 
 

  4. Per la fondazione dell’Istituto. La fondazione dei due Istituti è stata indubbiamente il capolavoro apostolico dell’Allamano. I testimoni al processo sono concordi nell’incastonare questa fondazione nella virtù della fede dell’Allamano, il quale non solo la viveva, ma desiderava diffonderla in tutto il mondo. Il P. L. Sales, nei suoi appunti, afferma: «A mio parere lo spirito di fede è quello che informò tutta la sua vita, regolò ogni suo passo, sì da caratterizzare la santità dell’Allamano. Sta qui la radice della fondazione».194 

  Sappiamo che la spinta per la fondazione è partita dall’Alto. È stata un’ispirazione, che il Fondatore ha attribuito sia a Dio che alla Consolata. La sua prudenza lo ha indotto ha riflettere a lungo ed a chiedere consiglio. Il clima della fondazione, però, è stato eminentemente soprannaturale. Sentiamo questa curiosa testimonianza dell’Allamano stesso, nella conferenza alle suore del 30 aprile 1920: «Prima d’incominciare l’Istituto io sono andato a pregare sulla sua tomba [del Cottolengo]. Naturalmente ho dovuto pregare e poi consigliarmi e ciò ho fatto non solo coi galantuomini di questo mondo, ma anche coi Santi. Gli ho detto: “Ho da fare questo Istituto o no? Veramente avrei più caro non farlo; la mia pigrizia vorrebbe quello. Anche voi avreste fatto volentieri il Canonico, eppure avete fatto questo. Dunque, devo farlo o non farlo?”. Quel che mi abbia detto non lo dico a voi».195  

  La purezza dell’intenzione del Fondatore è stata un suo ideale irrinunciabile. P. Ferrero, in una testimonianza del 26 novembre 1933, riporta queste parole del Fondatore: «Piuttosto che nutrire un sentimento di superbia o di amor proprio al riguardo [della fondazione] prendo un fiammifero e do fuoco all’Istituto».196 Il Fondatore stesso lo ha detto, in pubblico, nella conferenza del 29 luglio 1917: «[…] qui dentro non voglio che si faccia la mia volontà, la ma sola volontà di Dio; e ho domandato fin da principio la grazia di non fare nessun peccato veniale di superbia. Voglio poter morire senza aver mai avuto un peccato di vanagloria, e quando sento che mi dicono fondatore…e tutte queste storie…mi fa l’effetto contrario…».197 
 

  5. Alcune conclusioni:

  - È importante esaminarci sui “perché” delle nostre attività. Dalla “rettitudine” delle motivazioni consegue l’efficacia apostolica, la durata, come pure la gioia del nostro apostolato.

  - Il Fondatore ci insegna di partire sempre da motivazioni soprannaturali, le uniche che giustificano la nostra vocazione e identità. 
 
 

  XII. SANTITÀ IN DEFINITIVA È AMORE 

  Qui giungiamo al culmine del pensiero del Fondatore sulla santità: in definitiva, la santità è amore! Sull’amore a Dio e al prossimo il Fondatore ha parlato più volte e con vera passione.198 Sentiamo per ordine il suo pensiero. 
 

  1. L’amore si esprime impegnandosi. Il Fondatore trova che praticamente l’esercizio di tutti i nostri impegni si riduce ad amore: più si ama e più ci si impegna. Riporto due esempi al riguardo, ma si potrebbe continuare esaminando anche altri atteggiamenti e virtù. 

  a. La vocazione missionaria consiste in “più amore”. Rifacendosi al volume del p. P. Manna “Operarii autem pauci”, il Fondatore fa propria questa concezione: ogni sacerdote è missionario di natura sua. Ciò che è interessante è vedere la ragione di questa affermazione: «Essa [la vocazione missionaria] non è altro che un più grande amore a N.S.G.C., per cui uno si sente spinto a farlo conoscere ed amare da quanti non lo conoscono e non l’amano ancora».199 

  Anche alle suore, in una lunga conferenza sulla vocazione missionaria del 21 dicembre 1919, ad un certo punto sembra volere tagliare corto, dopo avere parlato dei dubbi che possono venire, e dice: «Bisogna avere un grande amor di Dio, un grande amore alle anime, e qualunque sacrificio si abbia da fare, quando si ama, si fa».200 

  b. Lo zelo è amore. Su questo aspetto il Fondatore, che dipende dai Padri della Chiesa, è molto ricco. Parla, in due conferenze diverse, dello zelo per l’onore di Dio e per la salvezza delle anime. Iniziamo dal suo manoscritto per la conferenza del 15 dicembre 1912, sullo zelo per l’onore di Dio: «Lo zelo è effetto dell'amore; S. Ag.: zelus est effectus amoris. Ma d'un amore vivo, intenso: S.G. Gris.: ex magno amore nascitur zelus. Anzi lo zelo non si distingue dalla carità stessa; zelus charitas est: S. Agostino. Sicché chi non ha zelo è segno che non ha carità: qui non zelat non amat: S. Ag. Come doppio è l'oggetto del nostro amore: Dio e il prossimo, così di due sorta è lo zelo: l'onore e la gloria di Dio, e la salvezza delle anime. Parliamo prima dello zelo dell'onore di Dio».201 

  Il 5 gennaio successivo parla dello zelo per la salvezza delle anime, nel discorso sui Magi, e ridice più o meno le stesse idee: «L’amor del prossimo ci deve spingere a salvarlo. È il nostro carattere. S. Francesco di Sales infiammato d’amore, domandava al Signore: da mihi animas».202 

  Ancora il 19 novembre 1922, parlando dello zelo, si domanda: «Donde viene? Dall’amore di Dio e solo dall’amore di Dio: noi andiamo ad essere Missionarii per amore di Dio, non per capriccio. Questo zelo è effetto dell’amore: vediamo Gesù languire per le anime e vogliamo soddisfarlo».203 
 

  2. La santità è amore.

  Circa la santità, il Fondatore è convinto che, in fondo, si tratta solo di amore. Chi ama davvero il Signore e il prossimo diventa necessariamente santo. Su questo aspetto insiste molto e si richiama ad alcune fonti, che per lui sono garantite. A parte il precetto evangelico dell’amore, al quale si richiama come punto forte da cui sempre partire, il Fondatore ha due autori che gli fanno da maestri. Vediamoli. 

  a. Il pensiero di S. Tommaso. Riporto solo un testo, benché il Fondatore ricorra più volte all’autorità di S. Tommaso, il quale afferma che la perfezione consiste nella carità. È il suo manoscritto per la conferenza del 13 giugno 1919: «La perfezione o santità, secondo S. Tommaso, consiste essenzialmente nella carità: Perfectio vitae christianae per se et essentialiter consistit in charitate. Lo disse N. Signore: Diliges D.D. tuum toto corde... Secundum... proximum tuum. In his duobus praeceptis tota lex pendet et prophetae. Plenitudo legis est dilectio.

  Le altre virtù teologali sono necessarie perché inseparabilmente congiunte alla carità. Le morali poi servono a rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla infusione della carità, come sono le passioni sregolate l'attacco... (V. La Perf. Crist. p. 3).

  Come nella carità vi sono diversi gradi, così nella perfezione e santità, e quindi nella gloria, dove stella differt a stella».204 Si noti la sottolineatura dei “diversi gradi di amore”, il che significa che si può sempre crescere nell’amore e, quindi, nel grado di santità. 
 

  b. La spiritualità di S. Francesco di Sales. Anche il Sales è una fonte garantita per l’Allamano. Lo aveva già riportato parlando sulla corrispondenza alla vocazione il 17 febbraio 1907: «La vera santità, dice S. Francesco di Sales, consiste nell’amore di Dio; quanto più si ama, tanto più si è santo».205 Un’altra citazione altrettanto efficace e addirittura più completa del Sales l’abbiamo nella conferenza sulla carità del 15 febbraio 1920: «Vi ho già parlato tante volte della carità, ma non se ne parla mai abbastanza: nella carità c'è tutto. S. Francesco di Sales diceva: Molti ripongono la perfezione in questo e in quello: io per me non trovo altro mezzo per ottenere la perfezione che l'amore di Dio e del prossimo». 
 

  c. In sintesi. Come idea sintetica e definitiva, ascoltiamo queste parole del Fondatore alle suore, il 16 marzo 1919: «Quando il Signore voleva affidare la Chiesa a S. Pietro, l'ha interrogato tre volte: Mi ami tu? - Sì, rispose S. Pietro. - E il Signore lo interrogò ancora nonostante la sua affermazione e Pietro in ultimo rispose solo più: Tu lo sai se ti amo. Allora il Signore gli affidò gli agnelli e le pecore, il che vuol dire che lo costituiva capo della Chiesa. Lo interrogò tre volte, perché amare e farsi santi è la stessa cosa: e voleva gli desse prova di amore.

  Questo lo dice anche a noi; per avere la custodia delle pecore dobbiamo amare moltissimo. Vedete, ci vuole il superlativo; un amore di terzo grado. Dunque per santificarsi come fedeli basta il primo grado; come religiosi un grado superiore; ma come missionari ci vuole una qualità di amore in grado superlativo. Non dico che bisogna far miracoli, ma...».206 
 

  Alcune conclusioni:

  - Come crescere nell’amore? Riflettiamo sui mezzi pratici che il Fondatore suggerisce. Nella conferenza alle suore del 23 settembre 1917 si domanda: «Ora, quali sono i mezzi per fomentare e far crescere l'amor di Dio in noi?

  1° - Domandarlo. S. Agostino diceva: O Signore, ch'io vi ami: diligam Te, Domine. S. Ignazio: Amorem tuum solum cum gratia tua mihi dones, et dives sum satis [dammi soltanto il tuo amore con la tua grazia e sono del tutto ricco ]. Il Signore desidera che glielo domandiamo. Domandarlo alla Madonna che è la Madre del bell'Amore. Domandiamolo ai Santi che si sono distinti nell'amore di Dio: S. Teresa, S. Filippo ecc.

  2° - Meditazione. In meditatione mea exardescit ignis; nella meditazione il fuoco avvampa nell'anima, la scalda... E come rimanere freddi pensando alla Passione di Gesù? Il Calvario, diceva un santo, è il teatro degli amanti.

   - Non contentarsi di parole, ma venire alla pratica. Per provare che abbiamo amor di Dio ci vogliono le opere: Probatio dilectionis exíbitio est operis.[…]. Anche ora, nelle azioni comuni di ogni giorno potete salvare anime. Questo lo faccio per imparare e far poi del bene. Domine ut amem Te. [ Signore fa' che Ti ami ]».207 

    - Quindi più che sulla “perfezione” l’accento è sull’amore. La preoccupazione non deve stare nel sapere quanto siamo perfetti, ma quanto davvero amiamo Dio e il prossimo. 


  P. Francesco Pavese, imc


  1 Conf. IMC, I, 385.
  2 Lett., III, 106.

  3 Conf. IMC, III, 719. Questa idea della necessità di essere santi il Fondatore l’ha ripetuta ancora in seguito. Nella conversazione del 19 aprile 1925, poco prima di andare a Roma per la beatificazione del Cafasso, al gruppo incontrato alla Consolata, tra l’altro ha detto: «Non facciamo mica una carità al Signore ad essere buoni, massime se pensiamo all’avvenire ed alla necessità di essere Santi. […]. Viviamo una sola volta e bisogna vivere bene. Per andare in Africa bisogna essere santi, altrimenti “quid proficit” tanto tempo di preparazione? Se non siete santi adesso non lo sarete mai neppure allora… […]. Tutti santi…»: Conf. IMC, III, 720, 722.

  4 Conf. IMC, III, 722.
  5 Conf. IMC, II, 634.

  6 Conf. IMC, I, 15; si noti che queste parole sono del suo manoscritto. Cf. anche 136-137

  7 Conf. IMC, I, 273.

  8 Processus Informativus, II, 817.

  9 Processus Informativus, IV, 220; Lett., IX/1, 140.

  10 Conf. IMC, II, 210 – 211.

  11 P. T. Gays depone al processo che, di fronte alla prospettiva di dover lasciare santuario e convitto per le pretese degli Oblati di Maria Vergine, «non perdette la sua serenità concludendo: “Se ciò dovesse accadere, col Can. Camisassa cercheremo un modesto appartamento nelle vicinanze del Duomo, e continueremo ad aiutarvi come abbiamo fatto per il passato”»: Processus Informativus, I, 366.

  12 Processus Informativus, II, 544.

  13 Conf. IMC, III, 721.

  14 «Bisogna stimare nei pensieri la propria vocazione, il proprio Istituto…, per me è il migliore di tutti»: Conf. IMC, III, 583.

  15 Conf. IMC, II, 107. Di questa conferenza abbiamo solo il manoscritto del Fondatore, per cui siamo certi che le parole riportate rispecchiano il suo vero pensiero.

  16 Cf. GIAN PAOLA MINA, In silenzioso che ha qualcosa da dire, ed. Alle Genti, Torino 1986.

  17 Qui cita “La vita spirituale”. Avrebbe dovuto parlare di conferenze ai missionari e alle missionarie, perché p. L. Sales ha desunto il materiale per il suo volume dalle conferenze sia ai missionari che alle missionarie, riducendo tutto il discorso al maschile.

  18 GIAN PAOLA MINA, o.c., p. 60. Vorrei far notare questo particolare: S. Giuseppe Cafasso è uno dei principali modelli che l’Allamano propone più di frequente. Tuttavia, siccome la liturgia di quel tempo non prevedeva una sua festa propria, in quanto il Cafasso è stato beatificato il 3 maggio 1925, l’Allamano non ne ha fatto mai una trattazione a sé come per altri santi. Lo spirito del Cafasso però emerge continuamente dalle sue parole, come risulta abbondantemente dalle sue conversazioni. Mi pare che, dopo Gesù, Maria e S. Paolo, il Cafasso sia il modello più citato dal Fondatore.

  19 Conf. IMC, II, 386.

  20 Analogamente si può dire della Madonna. Mi dispiace rilegare questa osservazione in una nota, ma il discorso porta così. Se facciamo una percentuale delle citazioni, subito dopo Gesù, il Fondatore cita Maria SS. Anche lei non può essere inserita nell’elenco dei santi, come una di loro, ma è presentata come modello a sé. Su questo aspetto dobbiamo riconoscere che il Fondatore è stato abile. Ha saputo portare Maria come esempio in tantissime virtù, anche in quelle di cui il vangelo non parla, ricorrendo a tutte le fonti a sua disposizione, senza tralasciare quelle tradizionali o devozionali. È evidente che la Madonna esercitava una speciale attrazione sul Fondatore, anche a questo riguardo.

  21 Conf. MC, I, 282.
  22 Cf. Conf. MC, I, 417.

  23 Conf. IMC, III, 16. Queste frase è stata improvvisata dal Fondatore. Nel suo manoscritto si trovano queste parole non meno profonde: «[…] empirsi dello spirito di N.S.G.C., il sensum Christi… E le vostre parole, i vostri discorsi, sono di Dio e di cose che conducono a Dio?»: II, 13.

  24 Conf. MC, III, 77.

  25 Conf. MC, III. 86. A questo punto è importante notare due influssi che hanno inciso sul Fondatore. Li riporto in nota per non ampliare troppo il testo, ma sottolineo la loro importanza. Oltre alla sua personale maturazione, compiuta con l’aiuto della grazia, nella preghiera e nella meditazione della Parola di Dio, non sono da trascurare, in questo contesto, due forti influssi che hanno sicuramente spinto l’Allamano a maturare tale spiritualità del modello per eccellenza. Il primo influsso è quello esercitato da san Paolo, a motivo della sua abitudine di nominare continuamente il Signore nelle sue epistole: «L’amore ardente che Paolo aveva per il Signore! Nelle sue lettere nomina Gesù almeno 300 volte»: Conf. IMC, I, 575.

  Il secondo influsso, subito dopo la S. Scrittura, è stato esercitato dal “De Imitatione Christi”, famoso volumetto del medioevo, che ancora oggi troviamo nelle librerie. Ne conosceva molti brani a memoria, ne aveva fatto un compendio con criteri propri, ne regalava copie in quantità, senza mai cedere la sua, che conserviamo; lo raccomandava vivamente come fonte di fervore, prescrivendone la lettura a tavola. Il motivo di questo speciale interesse va cercato nella natura stessa di questa opera ascetica, che, partendo dall’esempio di Cristo, crea e favorisce una mentalità cristologica: «ah questo libro bisogna leggerlo, rileggerlo in latino, in italiano, e anche in altre lingue; e uno si forma un corredo, non solo per la mente ma anche per il cuore»: Conf. II, 529.

  26 Conf. IMC, III, 31.

  27 Conf. IMC, III, 33-34. Analogo principio generale è detto alle suore, in una conferenza del 14 luglio 1918 sull’imitazione di Gesù Cristo. Il Fondatore si domanda come fare per vivere lo “spirito di Dio” e così risponde: «Col fare ogni cosa ad imitazione, sotto la dipendenza, ed in unione di N.S.G.C. - L'Eterno Padre ha mandato N. Signore in questa terra, non solo per salvarci, ma perché fosse il nostro specchio, la nostra regola, il nostro esemplare. Quindi il Signore non è venuto solo per salvare gli uomini, ma anche per essere loro modello. E’ venuto per unirsi alle sue creature. Tutte le nostre azioni, se vogliamo farle bene, bisogna farle sotto la dipendenza ed in unione di N. Signore»: Conf. MC, II, 303; cfr. anche 304.

  28 Conf. IMC, II, 715-716; cf. anche Conf. MC, II, 257. Anche nella conferenza del 3 settembre 1916, alle suore, il Fondatore era sceso al pratico: «Fare ogni cosa come la farebbe nostro Signore Gesù Cristo. Oh! Se pensassimo così! Quando lavo i bicchieri: come farebbe il Signore? Li laverebbe bene, non romperebbe tutto… Si tratta di scopare? Il Signore guarderebbe ogni ragnatela… tutto faceva bene e per amor di Dio. Facendo le cose bene si è proposto per nostro modello: “Io sono la via, la verità e la vita”; guarda e fa secondo il modello. Se doveva morir sulla croce per salvarci poteva farlo subito, invece doveva essere nostro modello e si fece bambino e passò per tutte le età. Non dovete dire: il Signore è un modello troppo difficile: no! Quando lavorate pensate a nostro Signore.» :Conf. MC, I, 419-420; cfr. anche Conf. MC.II, 706; III, 135, 137, 138; 370; Conf. IMC. III, 375.

  29 Conf. IMC, III, 478: «La solennità dei Santi ci spinge ad imitarli per poterli raggiungere. S. Agostino: Si isti et illae, cur non ego?».

  30 Lett., IV, 277; il Fondatore, usando la terminologia del suo tempo, letteralmente aveva scritto: «la conversione dei poveri infedeli».

  31 Lett., IV, 769.
  32 Lett., V, 298.
  33 Lett., VI, 495.
  34 Lett., VII, 493.
  35 Conf. IMC, I, 619.
  36 Conf. IMC, II, 540.

  37 Conf. IMC, III, 258; trattandosi dei suoi appunti, il Fondatore ha messo dei puntini, ma il suo pensiero è chiaro.

  38 Conf. MC, III, 290; cfr. anche 292.
  39 Lett., VI, 421-422.
  40 Lett., VIII, 731.
  41 Conf. IMC, I, 27.
  42 Conf. IMC, I, 279; cfr. anche 249-250.
  43 Conf. IMC, II, 82; cfr. anche: 127.
  44 Conf. IMC, II, 277.
  45 Conf. IMC, III, 285; cfr. anche 480.
  46 Conf. IMC, III, 659; cfr. anche 676.
  47 Lett. IV, 728.
  48 Lett., VI, 584; cfr. Lett:, VII, 269.
  49 Conf. MC, II, 379.
  50 Conf. IMC, III, 552; cfr. anche 626.
  51 Conf. MC, III, 349.

  52 B.U., N. I, 1039, p. 10; è la relazione di P. G. Barlassina sulle decisioni del Capitolo che lo ha confermato Superiore Generale.

  53 I. TUBALDO, I primi cento anni dell’Istituto Missioni Consolata (1901-2002), vol I, Torino 2995, p. 153. Di questo lavoro, in quattro volumi, p. Tubaldo ha fatto solo cinque copie.

  54 Conf. IMC, III, 342.

  55Conf. IMC, III, 436 e Conf. MC, III, 95.

  56 Conf. MC, III, 98.

  57 Sarebbe troppo lungo giustificare queste affermazioni con prove documentarie, che pure ci sono in abbondanza. Sia sufficiente questo rilievo in relazione al triduo in preparazione alle “promesse” dei componenti la prima spedizione. Il Fondatore parla dei tre fini, uno per giorno: dell’uomo, del religioso, del missionario. Il titolo del secondo giorno è appunto “Fine del religioso”, durante il quale spiega i tre consigli evangelici: povertà, castità, obbedienza; dice inoltre che essi sono «religiosi lato sensu»: cfr. Conf. IMC, I, 41-42.

  58 Conf. MC, II, 702.
  59 Conf. MC, III, 204.
  60 Conf. MC, III, 41.
  61 Conf. MC, I, 434.
  62 Lett., X, 305-306.
  63 Conf. IMC, III, 340.
  64 Conf. MC, III, 91.
  65 Cf. AG, n. 24.

  66 Le ragioni che favorirono la scelta della “congregazione religiosa” sono illustrate dall’Allamano soprattutto nella conferenza del 19 ottobre 1919: Conf. IMC, III, 339 – 340; come pure nella citata lettera circolare ai missionari del 31 maggio 1925: Lett., X, 305 – 307.

  67 Arch. IMC.
  68Conf. IMC, I, 240.
  69 Conf. IMC, III, 18.
  70 Conf. IMC, III, 291

  71 Circa questo tema, è stata fatta una tesina per la Licenza in Teologia Spirituale presso il Pont. Istituto di Spiritualità “Teresianum”; cfr. BERTEA DANIEL IMC, Tanto più come missionari, una spiritualità alla luce di Gesù, il Missionario del Padre, secondo il Beato Giuseppe Allamano (1851-1926), Fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Roma 2004.

  72 Conf. MC, II, 666: cf. anche la già citata Conf. MC, I, 428.

  73 Lett., VIII, 451.
  74 Cf. Conf. IMC, I, 481, 650; III, 660.
  75 Conf. MC, II, 124.
  76 Conf. MC, II, 333.
  77 Conf. IMC, II, 30.

  78 Conf. IMC, I, 616 – 617. Queste sono le parole che potremmo definire “classiche” e sono del suo manoscritto (che poi non ha ripetuto alla lettera). Ed è in questo manoscritto che usa anche un’espressione molto bella: «Non sarà da attribuirsi alla deficienza di questa pingue santità, che dopo tanti secoli ancora tutto il mondo pagano non sia convertito?». La parola “pingue” è sottolineata! L’Allamano ritorna diverse altre volte su questo tema e spiega anche i motivi di questa proposta: cf. per esempio Conf. IMC, I, 651; II, 62; III, 371, 664.

  79 Conf. IMC, I, 178).
  80 Conf. IMC, III, 394.

  81 Conf. IMC, I, 264: parole per la partenza di Don Morino, il 6 sett. 1908, nel Santuario di S. Ignazio. Alle suore, il 9 gennaio 1921, nel suo manoscritto dice: «N.S.G.C. fu il primo missionario ed il vero modello dei misionarii e delle missionarie. Ora nei tre anni di vita apostolica esercitò tutte le virtù, ma specialmente, al dire del nostro Venerabile, tre, che furono come le caratteristiche pel S. Ministero: lo spirito di orazione, lo spirito di carità e mansuetudine e lo spirito di distacco (Ved. Quad. V p.4)»: Conf. MC, III,184; nella conferenza a voce così si esprime: «N.S.G.C. esercitò tutte le virtù su questa terra. Negli anni del suo apostolato, diciamo così: del suo missionariato, tutte le esercitò mirabilmente; ma quali sono state le virtù caratteristiche di quel tempo? […]»: 188; cf. anche 520.

  82 Conf. IMC, II, 415: 21 nov. 1915 sull’orazione.

  83 Conf. IMC, III, 497: fervorino del 12 dic. 1920 per la partenza dei missionari P.C. Re e P. G:Borello.

  84 Conf. IMC, III, 722: 19 aprile 1925.

  85 Conf. IMC, II, 159: sulla mansuetudine, il 10 genn. 1915; cf. anche I, 240.

  86 Conf. IMC, III, 497: per la partenza, il 12 dic. 1920. Le insistenze del Fondatore su questo punto sono innumerevoli: Conf. IMC I, 58, 216, 218, 265, 339; ecc.

  87 Conf. IMC, III, 414: sulla buona educazione, l’11 aprile 1920.

  88 Conf. MC II, 153: 17 ott. 1917 su “fare le cose bene”.

  89 Cf. Conf. IMC, I, 266; III, 496, 498, 520.

  90 Conf. IMC, III, 635: 12 febbr. 1922 sulla “necessità di tendere alla perfezione”.

  91 Cf. Conf. IMC, I, 267; III, 498.

  92 Conf: IMC, III, 498: per i partenti, il 12 dic. 1920; cf. anche I, 267.

  93 Conf. IMC, I, 111-112: del 12 ott. 1906, sulla mortificazione. Il Fondatore invita a «non essere attaccati alle storielle»: conf. IMC, I, 627: sul fine secondario, il 7 dic. 1913.

  94 Conf. IMC, II, 62: del 7 giugno 1914 sulla santità. Sull’adattamento, specialmente ai cibi indigeni, senza rimpiangere i propri lasciati a casa :cf. Conf. IMC, II, 248; III, 498.

  95 Questa affermazione non è assoluta, perché il Fondatore ha pure attinto importanti ispirazioni da S. Francesco di Sales e da S. Vincenzo de’ Paoli, come risulterà da quanto dirò.

  96LUCIO CASTO (a cura), GIUSEPPE CAFASSO, Esercizi spirituali al clero, Meditazioni, Effeta Editrice, Cantalupa (TO) 2003, 686. Il Cafasso aveva preparato alcuni pensieri molto più sviluppati, che poi ha sbarrato e, quindi, non avrà detto. Tuttavia esprimono bene il suo pensiero. Sentiamone un solo brano: «[…] pochi di noi sono chiamati ad azioni straordinarie, e poi anche chiamati queste cose straordinarie, e rare non possono dare il carattere e formare la tessitura della nostra vita; e che gioverebbe finalmente far bene e perfettamente un’opera in sé eroica, se passata quella si facessero poi mediocremente le altre; supponiamo che uno sia chiamato da Dio lasci la patria, i parenti, la roba, gli impieghi, i comodi per ritirarsi in un chiostro, o portarsi nelle Missioni straniere; sacrificio grande, straordinario, eroico, è vero; non si può negare; e lo [fa] allegramente, prontamente con tutta la virtù possibile, ma se dopo ciò nelle azioni comuni della sua carriera non le facesse che mediocremente, si potrà dire, e sarà veramente un sacerdote santo, e perfetto? No certamente. […]. Chi aspira ad essere un sacerdote santo, e perfetto non pensi a fare cose grandi, e straordinarie, ma o grandi o piccole che esse siano pensi solo a farle bene, e con ciò solo sarà perfetto. E qui notiamo di passaggio quanto ci possa costar poco l’essere perfetti; poiché con l’istessa cosa che facciamo, senza giunta di altre opere possiamo essere tali»: ID. o.c., 684-685.

  97 Conf. IMC, I, 15.

  98 Conf. IMC, I, 116. Nella lettera del 28 febbraio 1907 a P. G.B. Rolfo, il Fondatore scriverà: «So che il P. Cagliero se la fa buona con lei, e come fratelli procedete a santificarvi ed a fare il bene, bene»: Lett., IV, 565.

  99 Conf. IMC, II, 669; Conf. MC, I, 416. Così il Fondatore conclude la lunga lettera del 3 novembre 1915 a Mons. G. Barlassina: «Uno solo è lo scopo comune, fare il bene , il maggior bene a sola gloria di Dio»: Lett., VII, 238.

  100 Conf. MC, I, 419.

  101 L. CASTO (a cura), o.c., 687. Più avanti, il Cafasso riprende l’idea e la applica alla pratica: «Nel nostro Ministero rappresentiamo la persona di nostro Sign. Gesù Cristo; operiamo per lui, ed in vece sua, di modo che dobbiamo procurare dal canto nostro di far quelle azioni in quel modo che le farebbe lo stesso Gesù Cristo: può parere a primo principio questa cosa una pura, e sottile immaginazione, eppure io penso che questo dovrebbe [essere] un vero e reale nostro impegno giornaliero: noi siamo suoi vicegerenti, lo sappiamo, siamo suoi rappresentanti, di modo che al veder un sacerdote si può dire: ecco un altro salvatore, un altro Redentor del mondo, ecco un altro Gesù Cristo, perché destinato, mandato a far quello , che fece Gesù»: ID. o.c., 693.

  102 Conf. IMC, II, 668. Commento di p. Wanyonyi Josaphat Justine IMC a Mc 7,37: «L’espressione “bene omnia fecit” in graco è “kalõs panta pepoíeken”. Quando si dice che una cosa o un’azione è “kalõs”, vuol dire che corrisponde al massimo livello di eccellenza. Così l’enfasi non è tanto sul modo come una cosa è stata fatta o come un’azione è stata compiuta, ma sulla qualità. Così, “kalõs” esprime il senso di “massima qualità”. Questa è la parola che si usa nel racconto della creazione: «Dio vide che tutto ciò che aveva fatto era “kalõs”». Questa frase, in Mc 7,37, può essere tradotta in inglese con «He has done everything very well indeed». Questo significa che ciò che è stato compiuto da Gesù è di “massima qualità” e che non ha nessun paragone. Nella Bibbia, si usa questa parola “kalõs” ogni volta che si parla di ciò che è fatto o realizzato da Dio (Gesù)».

  Sul “bene fatto bene”, il Fondatore è tornato diverse volte, fino all’ultimo. C’è una bella conversazione fatta al santuario della Consolata nell’aprile del 1925, nella quale ritorna su questo tema, facendo notare che ripete sempre le stesse cose. Merita di essere tenuta in conto: cfr. Conf. IMC, III, 721.

  103 Conf. IMC, II, 626.
  104 L. CASTO (a cura), o.c., 688.
  105 ID. o.c., 689.
  106 ID., o.c., 690.
  107 ID. o.c., 690 – 691.
  108 ID. o.c., 691.

  109 Cf. Conf. IMC, II, 669; Conf. MC, I, 416.

  110 Conf. MC, I, 419.
  111 Conf. MC, III, 223.
  112 Conf. MC, III, 216.
  113 L. CASTO, o.c., 686 – 697.

  114 Processus Informativus, IV, 113 – 114.

  115 Cf. Conf. IMC, I, 116.
  116 Conf. IMC, I, 265.
  117 Conf. MC, II, 282.
  118 Conf. MC, III, 101.
  119 Conf. MC, III, 501.

  120 LUIGI NICOLIS DI ROBILANT, S. Giuseppe Cafasso, ed. Santuario della Consolata, Torino 1960, p. 787.

  121 Conf. MC, I, 419.
  122 Conf. IMC, II, 674.

  123 Conf. IMC, II, 674 – 675. Dal suo manoscritto: «al 1° pensiero: Gesù venne sulla terra per essere nostro modello. Inspice et fac saecundum exemplar. Ego sum via, veritas et vita. - Quos prescivit, et praedestinavit conformes fieri imqagini Filii sui (Neupveu, Sp. Del Crist.): S. Basilio: Omnis actio Salvatoris regula est. – Quindi S. Paolo: Vivo ego, jam non ego; vivit vero in me Christus. Prendiamolo a nostro modello nel fare bene le cose»: Conf. IMC, II, 669; Conf. MC, I, 417.

  124 Conf. MC, I, 420.

  125 Conf. IMC, II, 676. Dal manoscritto: «Al 2° pensiero. L’Imit.: Qui se Crucifixo conformaverunt in vita, accedent ad Chistum Judicem cum magna fiducia. Sovente esaminiamoci davanti a Gesù Sacramentato e facciamoci ora giudicare da Lui in tutti i nostri pensieri, affetti ed opere: Juste Judex ultionis, donum…»: Conf. IMC, II, 669 – 670; Conf. MC, I, 417.

  126 Conf. MC, I, 420.

  127 Conf. IMC, II, 677. Dal manoscritto: «Al 3° pensiero. S. Bernardo: Si modo mortuus esses, faceres istud?... Imit.: Sic te in omni factu et cogitatu deberes tenere, quasi hodie esse moriturus. Se sul serio pensassimo di dover morire subito dopo quella confessione, quella comunione, come le faremmo con impegno (Rodrig.). Es. di S. Luigi interrogato mentre faceva la ricreazione. Quitodie morior. Beatus ille servus…sic facientem»: Conf. IMC, II, 670; Conf. MC, I, 417.

  128 Conf. MC, I, 421.

  129 Conf. IMC, II, 677. Dal manoscritto: «Al 4° pensiero. Age quod agis. Mentre attendiamo ad una cosa, poniamo in essa tutto l’impegno, senza pensare al fatto prima o dopo. Così i confessori circondati da turba di penitenti. Specialmente in Chiesa, mandiamo via i pensieri estranei, anche in sé buoni, come di studio. Il demonio talora in mentre della preghiera ci fa ricordare ciò che prima cercavamo, anche lo scioglimento di difficoltà…; sono tentazioni del demonio, non lasciamoci ingannare con interrompere l’orazione e prender nota, fare un groppo al fazzoletto, o tenere metà dell’attenzione alla preghiera e metà a tener viva in mente la cosa. S. Bonaventura: scientia, quae pro virtute despicitur, per virtutem postmodum melius invenitur (Rodriguez). Cari miei, abbiamo bisogno di queste sante industrie per avanzare nella perfezione. Così facevano i Santi; così facciamo anche noi…»: Conf. IMC, II, 670; Conf. MC, I, 417.

  130 Conf. MC, I, 421 – 422.
  131 Conf. MC, I, 418 – 419.
  132 Conf. IMC, II, 679.
  133 Conf. IMC, III, 691.
  134 Lett., IV, 67.
  135 Lett., III, 486.
  136 Lett., III, 543.
  137 Lett., III, 679.
  138 Lett., IV, 32; cf. anche 41.

  139 Conf. IMC, II, 651. Alle suore, riportando lo stesso detto, conclude: «[…] Se la pena non è ancora diletto, che almeno sia sopportata»: Conf. MC, I, 103.

  140 Conf. IMC, II, 555-556; cf. anche 101.

  141 Conf. IMC, III, 63.
  142 Conf. MC, II, 357.

  143 L’edizione della Bibbia della CEI traduce: «Questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo».

  144 Conf. MC, I, 360.

  145 Conf. MC, III, 83. Questo versetto del salmo 76 lo possiamo definire uno dei cavalli di battaglia del Fondatore per incoraggiare. Nel volume a cura di Sr. Rachelia Dreoni: La Sacra Scrittura nelle conferenze del Fondatore alle Suore, a p. 21 sono annotate ben 30 citazioni di questo salmo. Non credo che siano di meno nelle nostre conferenze.

  146 Per esempio, nel suo manoscritto per la conferenza intitolata “Tre classi di coloro che tendono alla perfezione”, del 16 settembre 1917, in una sintesi finale sulle caratteristiche degli appartenenti alle tre classi, tra parentesi cita: (Bellecio – Pred. Tre classi). P. Luigi Bellecio (1704-1757), gesuita, scrisse Medulla asceseos sive Exercitia S.P. Ignatii de Loyola; edizione italiana del 1848, ristampata da Marietti nel 1915.

  147 Ecco il suo manoscritto, nella meditazione in cui parla dell’imitazione di Gesù: «Tre classi d'uomini seguono Gesù: 1) Un po' Dio, ed un po' il mondo. Questi sono i più nel mondo; non contentano ne l'uno ne l'altro. .. 2) Altri seguono Gesù ma senza slancio e generosità. Es. il giovane del Vangelo, e tanti sacerdoti e religiosi... non han pace, e quanto purgatorio... 3) Altri senza restrizioni, assolutamente. Es. S. Giov. Gualberto, S. Antonio ab., S. Ignavo (storia). In qual classe siamo noi seguaci ed imit. di Gesù? Procuriamo di essere dei terzi»: Conf. IMC, I, 26.

  148 Per le Conferenze IMC, per esempio cfr.: I,26; 146-147; 570-573; II, 96; 195-202; 204; 375-376; 378; III, 153-158; 307-308; 429; 532-535; 708.

  149 Conf. IMC, I, 146-147.

  150 Conf. IMC, II, 204. Il Fondatore si riferiva alla conferenza della domenica precedente sulla corrispondenza alla vocazione: Conf. IMC, II, 195-202.

  151 Conf. IMC, III, 154; il manoscritto di questa conferenza è tra i più completi sul tema delle tre classi. Per ognuna di esse il Fondatore fa una lunga spiegazione: 153-154.

  152 Conf. IMC, II, 210-211.
  153 Conf. MC, II, 33.
  154 Conf. IMC, I, 237.
  155 Conf. IMC, II, 201; cfr. III, 481.
  156 Conf. IMC, III, 294.

  157 Conf. IMC, I, 384. H. Dubois è autore di La guida dei Seminaristi, dei giovani preti; l’edizione francese è del 1856, quella italiana è senza data; cfr. anche III, 480, 483, 659.

  158 Conf. IMC, I, 385. Nella conferenza del 10 ottobre 1915, il Fondatore ritorna sulle stesse idee e cita ancora il Dubois. È il suo manoscritto: «Dovete attendere alla perfezione subito qui. 1) perché se non lo fate qui, salvo miracolo, non lo farete più in missione. Dice il Dubois, che dei Chierici del Seminario, uscendo sacerdoti, i soli che vanno perfezionandosi coll'età, sono quelli che già da seminaristi erano in via di perfezione; non è raro il vedere cattivi seminaristi essere preti peggiori; tiepidi farsi cattivi; buoni diventar tiepidi, e fervorosi ancora scendere basso, e restarsene al grado di buoni (la Guida del Sem. p. 15 e 429)»: Conf. IMC, II, 375-376; cfr. 378.

  159 Conf. IMC, I, 430.

  160 Conf. IMC, II, 694. È pure interessante il commento che al riguardo fa 17 settembre 1917; parlando di coloro che compongono la prima classe dice: «Altro è conoscere, avere desideri, altro è fare: questa è gente di desideri… ma poi: cras, cras! Sapete quell’uccellaccio che grida! Non mai hodie! Invece dobbiamo metterci subito: Hodie si vocem eius audieritis…»: Conf. IMC, III, 155.

  161 Conf. IMC, I, 619; nel manoscritto avere annotato: «Persuasi i nostri giovani di questa verità [della necessità della santità per la missione] s’impegnino a divenire santi, ma tutti»: 617.

  162 Conf. IMC, II, 208; si cfr. anche come le parole sono state riprese da p. Alberatone in modo molto efficace: 212.

  163 Conf. IMC, III, 675-676.
  164 Conf. IMC, II, 384-385.
  165 Conf. IMC, I, 450.
  166 Conf. IMC, II, 191; cfr. anche 216.
  167 Conf. IMC, III, 154.

  168 Processus Informativus, II, 695.

  169 Processus Informativus, II, 695-696.

  170 Processus Informativus, II, 686.

  171 Processus Informativus, II, 680-681.
  172 Conf. IMC, II, 417 – 418.
  173 Conf. IMC, I, 265.
  174 Conf. MC, I, 383.
  175 Conf. IMC, II, 607-608.
  176 Conf. IMC, II, 418.
  177 Conf. MC, I, 231.
  178 Conf. IMC, II, 417-418.
  179 Conf. IMC, II, 541.

  180 Processus Informativus, IV, 41.

  181 Per la deposizione del Can. Cappella cf. Processus Informativus, I, 168ss.; per la deposizione del Can. Baravalle, cf. Processus Informativus, IV, 38ss.

  182 Processus Informativus, IV, 47.

  183 Processus Informativus, IV, 50.

  184 Processus Informativus, I, 181.

  185 Conf. IMC, I, 492.
  186 Conf. IMC, III, 233.
  187 Lett., I, 143.
  188 Lett., I, 142.

  189 Processus Informativus, I, 170.

  190 Processus Informativus, I, 193. Il Cappella, che è stato convittore sotto l’Allamano, fa una deposizione magnifica sul suo metodo educativo: 192-199.

  191 Conf. IMC, I, 192.

  192 Testimonianza extra-giudiziale: Arch. IMC; TUBALDO I, o.c., I, 543. Che poi valorizzasse il Cafasso come modello è largamente testimoniato: «Il Servo di Dio nella direzione del Convitto e nella formazione del Clero cercava di tener vivo in ogni modo lo spirito del Beato Cafasso, che verso il Convitto aveva tante benemerenze. […] si richiamava sempre agli esempi del suo Beato Zio; ne ricordava le massime, da cui ne traeva le dovute applicazioni per la formazione dello spirito sacerdotale»: deposizione del Can. Cappella, Processus Informativus, I, 198.

  193 Lett., X, 284-285.

  194 SALES L., Appunti Datt., fasc. XI-XVIII: Arch. IMC; TUBALDO I., o.c., II, 154.

  195 Conf. MC, III, 67-68. Questo racconto è riportato anche nella deposizione di Sr. Francesca G. Tempo: Processus Informativus, I, 451; come pure in quella di Sr. Chiara Strapazzon: Processus Informativus, II, 805. La ragione soprannaturale della fondazione dei due Istituti emerge anche dalla sua reazione alle critiche riguardanti la fondazione, come attesta Sr. Francesca G. Tempo: Processus Informativus, I, 424. Sr. Margherita Demaria così ha deposto: «Ripeteva sovente a noi, che il pensiero di fondare lui l’Istituto Missionario l’aveva sgomentato ma che sicuro poi della volontà di Dio si era messo all’opera. E soggiungeva: “Solo la sicurtà di compiere la volontà di Dio mi spinse a questo”»: Processus Informativus, IV, 285.

  196 Arch. IMC, Testimonianze, F.; TUBALDO I., o.c., II, 155.

  197 Conf. IMC, III, 128.

  198 Cfr. i suoi appunti molto completi e belli per una conferenza alle suore del 23 settembre 1917 sull’amore di Dio: Conf. MC, II, 138-140; riportato anche in Conf. IMC, III, 159.

  199 Conf. IMC, I, 650; Conf. MC, II, 700. Queste parole sono del suo manoscritto. Cfr. anche Conf. IMC, III, 370, dove ridice più o meno le stesse idee, rifacendosi al precedente manoscritto.

  200 Conf. MC, II, 703.

  201 Conf. IMC, I, 474. Nella conferenza ripresa da p. Alberatone: «Se l’amore è intenso, allora si ha zelo»: 476.

  202 Conf. IMC, I, 481

  203 Conf. IMC, III, 660; anche qui il Fondatore cita i testi di S. Agostino, S. Giovanni Crisostomo, che abbiamo visto in precedenza.

  204 Conf. IMC, III, 429. Nella conferenza ripresa dal ch. Merlo Pich le parole sono più o meno le stesse. Vorrei che si notasse che il Fondatore cita “La perfezione cristiana”, opera del p. Alfonso Maria di Gesù, carmelitano. L’edizione posseduta dall’Allamano è del 1887. La prima volta che questo autore viene citato in questo contesto della carità è nella conferenza del 17 settembre 1904 ai professi di un anno, dove dice che essere religiosi non significa essere già perfetti e che nel seguire i consigli evangelici «vi è più carità di Dio e del prossimo, nel che consiste la perf. (V. P. Alfonso M. di Gesù)»: Conf. IMC, I, 67, 69.

  205 Conf. IMC, I, 148.
  206 Conf. MC, II, 520.
  207 Conf. MC, II, 142.
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Domenica Missionaria

DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO


Arricchire davanti a Dio


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Missione Oggi

«Tous les citoyens devraient être des défenseurs des Droits de l’Homme pour une société plus juste

Richard Mugaruka

professeur à l’Université Catholique du Congo.

 
Merci de m’avoir associé à cette journée.
Floribert Chebeya est tombé à cause de la haine de ceux qui ne veulent pas l’avènement d’un Etat de droit.
Nous tous, nous devons être défenseurs des Droits de l’Homme pour une société plus juste et plus fraternelle.

 

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