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IL CONTESTO SOCIO-ECONOMICO E POLITICO PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Antonio Bonanomi   

INTRODUZIONE

La Equipe di coordinamento generale di questo Incontro Continentale mi ha chiesto di presentare una breve relazione sulla realtà socio-economica, politica e organizzativa, come cotesto della nostra presenza evangelizzatrice.

Per preparare questa relazione ho letto anzitutto le risposte al questionario dei gruppi IMC/MC che attualmente svolgono il loro servizio missionario in zone indigene dei vari paesi dell’America Latina, e ho poi cercato un po’ di materiale bibliografico. Mi è parso specialmente interessante un articolo dell’antropologo Javier Villán de la Rosa, dal titolo “Indigenas de Latinoamérica: una visión panorámica de la situación actual y la proyección futura des los pueblo indios del continente” in Misiones Extranjeras, No 165, maggio– giugno 1998, pp. 230-257.

Presento ora questa relazione, con la consapevolezza che sarà necessariamente molto generica e limitata, in quanto conosco personalmente solo una piccola porzione della realtà indigena e quindi corro il rischio di generalizzare partendo dalla mia parziale esperienza.

Nella mia esposizione mi limiterò a presentare alcune note generali che possono aiutarci a comprendere meglio la realtà dei Popoli Indigeni d’America.

1. IL PASSATO

Credo che non si possa capire la realtà attuale senza tenere in conto la storia dei popoli indigeni: la conquista e la colonizzazione hanno marcato profondamente il loro cammino.

Al momento della conquista i popoli indigeni vivevano molto frammentati e con livelli molto diversi di sviluppo, con strutture culturali e sociali molto organizzate, che resero possibile la formazione di veri imperi, come gli Aztechi, i Maya, gli Incas…Altri popoli erano coltivatori con un buon livello di vita, e altri, finalmente, erano cacciatori, pescatori e raccoglitori in vasti territori.

La conquista e successivamente la colonizzazione distrussero in molti casi questi popoli (genocidio); in altri casi bloccarono ogni possibilità di sviluppo autogeno e autonomo. Pochi popoli riuscirono a mantenere vive le loro radici con una resistenza a volte attiva e a volte passiva, resistenza che consumò però tutte le loro energie senza dar loro la possibilità di poter immaginare e costruire un vero sviluppo. Non è che prima della conquista vivessero in un paradiso: c’erano situazioni di ingiustizia e conflitti. Però la conquista li gettò nell’inferno.

Purtroppo anche la Chiesa nel suo complesso fu complice di questa tragedia. È vero che ci furono persone che alzarono la voce e attuarono in difesa dei popoli indigeni, però presto queste voci tacquero, la Chiesa accettò e giustificò la conquista e la evangelizzazione si convertì in una conquista spirituale.

Come conseguenza della conquista e della colonizzazione, i popoli indigeni da padroni si convertirono in sudditi. La mano d’opera a buon prezzo, favorì le ambizioni dei nuovi padroni. I popoli indigeni si convertirono in popoli inesistenti o invisibili: L’America India si convertì in America Latina. All’ingiustizia della conquista si aggiunse la menzogna dell’inesistenza.

Questa menzogna marcò anche la storia della Chiesa in America Latina. La Chiesa si situa e si organizza nel mondo latino o meticcio e da qui, d’accordo con governi spagnoli e portoghesi e poi con governi creoli, mandò missionari ai popoli indigeni, non per renderli visibili ed esistenti, difendendo i loro diritti, quanto per cristianizzarli e latinizzarli, cercando la loro integrazione nella cultura e nella società dominante mantenendoli in condizioni di inferiorità.

La Chiesa inoltre, nel proclamare l’America come continente cattolico, consapevolmente o inconsapevolmente rafforzò la menzogna politica con una menzogna religiosa, perché nella pratica non riconobbe come esistente la realtà indigena e la considerò come totalmente insignificante.

È emblematico il cammino fatto dalla maggioranza degli Istituti missionari che sono arrivati in America: al principio si ubicarono fra i latini e i meticci o appoggiarono la colonizzazione mentre, in un secondo momento, partendo dal mondo latino e meticcio si aprirono agli indigeni con l’intenzione di integrarli nella Chiesa e nella civilizzazione. Solamente in un terzo momento alcuni missionari assunsero la causa dei popoli indigeni in nome del Vangelo liberatore di Gesù e posero come punto fondamentale dell’evangelizzazione la difesa dei diritti dei popoli indigeni e la loro visibilità nella Chiesa e nella società americana e mondiale. Solamente negli ultimi anni, i popoli indigeni hanno acquistato visibilità nella società nazionale e continentale, nonché riconoscimento giuridico nelle costituzioni dei vari paesi americani.

Questa nuova realtà è però il frutto più del risvegliarsi o “levantamiento” (insurrezione) dei popoli indigeni e di pressioni internazionali che di una maturazione della coscienza delle società dominanti.

In questo senso la globalizzazione ha favorito i popoli indigeni: l’attenzione mondiale e l’indebolimento degli Stati Uniti ha dato spazio a realtà invisibili come popoli indigeni. D’altro canto, siccome questo spazio non è frutto della maturazione della coscienza della società dominante, quest’ultima nega nella pratica quanto garantito nella legge. Difatti continua in tutto il continente la lotta dei popoli indigeni per il territorio, l’educazione, l’amministrazione della giustizia… L’unica differenza è che mentre prima questa lotta era illegale, ora si combatte in ambito legale e costituzionale.

Continua così la tragedia d’America: nonostante si tratti di un continente pluri-etnico e multi-culturale, in pratica è dominato da una minoranza che si identifica con una sola cultura e nega l’esistenza delle altre.

Più o meno la stessa cosa si verifica all’interno delle Chiese: a volte mi sembra che le nuove parole sugli indigeni o sull’inculturazione nella pratica non cambino niente e non si traducano in un impegno per la liberazione dei popoli indigeni. Perché se non si cambia la coscienza non cambia la pratica.

2. LA REALTÀ PRESENTE

a) la omogeneità nella eterogeneità

Quando uno si avvicina al mondo indigeno, e l’ho notato anche leggendo le risposte al questionario, quello che più colpisce e la diversità, o eterogeneità, delle situazioni. Con ragione, l’antropologo Javier Villán de la Rosa presenta la realtà indigena come un caleidoscopio o un "rompecabezas" (puzzle). La popolazione indigena d’America non appare come un’unica categoria socioculturale monolitica. La realtà dei popoli indigeni si presenta, per via delle sue dimensioni continentali, come una realtà frammentata, un infinito caleidoscopio di divisioni linguistiche, etniche, culturali, ecologiche, tecnologiche, economiche, sociologiche, demografiche, storiche, politiche, religiose... che si combinano fra loro e danno come risultato un’infinità di situazioni differenti.

 I popoli indigeni dell’Ibero-America parlano più di mille lingue differenti la maggior parte incomprensibili fra loro e si raggruppano attorno a più di un migliaio di identità etniche differenziate; appartengono a gruppi che non sono ancora entrati in contatto con le società occidentali (zero acculturazione) o a gruppi di maggiore o minore grado di acculturazione alla civilizzazione occidentale e/o inserimento nei processi di globalizzazione contemporanei.

 Vivono in deserti all’interno o sulle coste, su altipiani, su montagne fredde, temperate o calde, in selve lussureggianti, in savane erbose, in isole tropicali, in tundre patagoniche, nel campo o nelle città.

 Sono cacciatori-raccoglitori, orticultori di "tala y quema" (abbatte e bruci), agricoltori di cereali, pescatori, allevatori, minatori, operai industriali, soldati, guerriglieri, commercianti, artigiani, guide turistiche, maestri, impiegati pubblici, accattoni nelle grandi città...

 Formano un sotto-proletariato marginale, sono proletari con coscienza di classe sociale, piccolo o medio borghesi o, in alcuni casi, parte dell’alta classe dirigente.

 Sono parte di gruppi etnici che contano con milioni di membri vere nazioni indigene con un peso importante nella vita sociale e politica degli Stati, di gruppi etnici di grandezza media o di piccoli gruppi etnici che possono ridursi a poche centinaia o decine di membri.

 La storia li ha convertiti in cittadini, almeno de iure, di più di venti stati nazionali, unità politiche esterne che condizionano in modo distinto la loro esistenza come popoli, e le cui frontiere dividono molte etnie fra due o tre paesi differenti.

 Alcuni popoli mantengono le loro religioni tradizionali, altri vivono un sincretismo religioso, altri sono cattolici o protestanti delle varie denominazioni, o sono passati a ingrossare le fila delle nuove religioni o sette che sorgono ogni anno nel continente.

La eterogeneità di questo quadro di situazioni diverse non è contraddetta dall’esistenza di una certa omogeneità sociologica a scala continentale che permette di parlare degli "indigeni latino americani", con tutte le differenze ricordate, come di un’unica realtà sociale con caratteristiche strutturali comuni. Anche se appaiono come pezzi isolati di un "rompecabezas" (puzzle), la realtà della problematica che affrontano i differenti popoli indigeni permette di vederli come una sola grande realtà.

Il termine "indios" non solo designa il variopinto insieme dei popoli precolombiani che abitavano in America prima dell’arrivo degli europei e i loro discendenti contemporanei, ma assume anche caratteristiche generalizzanti di tipo sociologico, servendo come etichetta a un insieme di popoli che, nonostante la loro diversità culturale, si incontrano uniti per una serie di problemi derivati dalla struttura sociale latino americana: la stessa storia di conquista e colonizzazione, la stessa negazione della diversità etnica e culturale, la stessa situazione di emarginazione sociale, di sfruttamento economico e di dominazione culturale... così, il mondo indigeno che si presenta come una realtà frammentata e diversa a tutti i livelli (politico-organizzativi, economici, sociali...) si converte in un’unità sociologica per i problemi che vive.

Progressivamente, i popoli indigeni hanno preso coscienza dei loro problemi comuni e, approfittando dei mezzi moderni di comunicazione, degli attuali processi di globalizzazione e dell’appoggio a livello mondiale, hanno iniziato a sviluppare una coscienza di classe o di etnia indigena che tiene la parola "indio" come bandiera e che oltrepassa le nazioni, le etnie o le situazioni concrete. In questo modo si rende ogni giorno più possibile parlare degli indigeni d’America come di una realtà sociale con esistenza propria e autonoma.

Se tante realtà dividono i popoli indigeni dell’America Latina, i problemi comuni che vivono li uniscono ogni giorno di più, non solo come realtà sociologica “omogenea nella sua eterogeneità”, ma anche come realtà politica per l’unità nella lotta in difesa dei loro diritti.

Significativo, a questo rispetto, è quanto è successo in Messico (Chapas), Guatemala, Bolivia e l’attenzione e l’appoggio che la OIT, la ONU e altre organizzazioni mondiali hanno dato ai popoli indigeni e alla loro lotta.

In conclusione nonostante la varietà di fattori di differenziazione che li frammentano, i popoli indigeni incontrano un’omogeneità strutturale per il fatto di essere popolazioni sottomesse a processi di emarginazione, sfruttamento, subordinazione, acculturazione e globalizzazione da parte delle società dominanti latino americane e degli agenti socio-economici transnazionali. La intensità e le forme che assume la dominazione ( e le sue relative aggressioni al diritto dei popoli indigeni ad essere protagonisti del loro destino) possono essere molto variate e, disgraziatamente, continuano a moltiplicarsi, come attestano ogni anno gli organismi internazionali di difesa dei diritti umani: invasione dei territori indigeni da parte di compagnie petrolifere, minerarie o che commerciano il legname, "garimpeiros" in cerca di oro; repressione militare; invasione di paramilitari, narcotrafficanti, guerriglia, allevatori di bestiame, “terratenientes” (grandi proprietari terrieri); discriminazione giudiziale, sa1ari più bassi, negazione del diritto al riconoscimento delle loro terre; trasmissioni di malattie a popolazioni senza difese immunologiche, imposizione di un’educazione acculturante...
Tutte queste forme di trattamento ingiusto sono il prodotto della stessa relazione strutturale di disuguaglianza che colloca i popoli indigeni all’ultimo gradino dell’emarginazione e della subordinazione nelle società latinoamericane.
Come risposta a questa situazione di ingiustizia strutturale popoli indigeni stanno prendendo coscienza della loro esistenza come realtà globale, dei loro problemi, dei nemici comuni e della loro necessità di organizzarsi per una lotta comune in difesa dei loro diritti.

Sembra che gli indigeni abbiano compreso che la lotta contro la dominazione passa per un cambio di strategia: il loro futuro e la possibilità di sopravvivere come popoli e come culture non stanno più nel vivere isolati o nel resistere ognuno per proprio conto, ma nell’organizzarsi e nel creare relazioni ogni giorno più ampie, nel costruire un progetto storico che sia fondato su un’identità positiva e chiara e che, allo stesso tempo, sia aperto alle nuove sfide.

b) Il risveglio dei popoli indigeni

Per 500 anni, come conseguenza della conquista e successivamente della colonizzazione, la società latina dominante ha cercato con tutti i mezzi di rendere invisibili e quindi inesistenti i popoli indigeni d’America.

Oggi, i popoli indigeni si sono risvegliati, si sono fatti visibili e rivendicano con forza la loro esistenza e la loro diversità. A lato, e molte volte in opposizione, all’America Latina va apparendo l’America India.

In realtà i popoli indigeni non erano mai spariti. Anche se negati, continuavano ad esistere e a mantener viva la loro diversità. Nel silenzio e nell’ombra si preparavano a far sentire la loro voce e a farsi vedere.

È stato un processo lungo, iniziato nella prima parte del secolo scorso con l’apparizione del movimento indigenista, promosso da intellettuali bianchi e meticci, specialmente antropologi, e che si è concretizzato negli anni ’40 in politiche statali paternalistiche di protezione e tutela degli indigeni attraverso organismi ufficiali creati per questo fine.

L’indigenismo, anche se promosso e guidato da occidentali, ha esercitato un’ influenza chiave nel risveglio della coscienza indigena, aprendo spazi sociali agli indigeni e offrendo loro strumenti che hanno fatto sì che la loro voce fosse ascoltata.

L’indigenismo nonostante la sua negativa attitudine paternalistica, con la sua difesa dell’indio, con la sua esigenza che l’indio doveva essere protetto e non sfruttato, con la sua valorizzazione delle culture indigene e con i suoi programmi di sviluppo, si vide offerta dalla stessa società dominante una possibilità di liberazione fino ad allora negata agli indigeni in una società monoliticamente etnocentrica e feudale. L’indigenismo provocò la prima crepa nel muro granitico della dominazione: da lì gli indigeni videro che era possibile sognare e costruire una realtà differente, nella quale potessero vivere come adulti ed essere protagonisti del loro destino.

La realizzazione di questo sogno non è stata e non è facile: è stata ed è una lotta continua, con successi e sconfitte. Molte volte gli stessi intellettuali o politici che appoggiavano e si appoggiavano nell’indigenismo da amici, si convertivano in nemici quando gli indigeni reclamavano il diritto di essere protagonisti ed autonomi nella lotta per i loro diritti.

Il frutto più grande di questo processo è il riconoscimento della loro esistenza e dei loro diritti che i popoli indigeni hanno ottenuto nelle nuove costituzioni politiche dei vari paesi d’America, anche se, normalmente, gli stati negano nella pratica quanto concedono nella legge.

L’indigenismo è il padre dell’indianismo, anche se il figlio non sempre ne riconosce la paternità.

c) Processo di cambio culturale

Il processo di risveglio e organizzazione dei popoli indigeni e le conseguenti relazioni di odio/amore con la società dominante moderna e globalizzata, sta provocando un processo di cambio culturale nei popoli indigeni.

Sta cambiando la cultura economica: la economia agricola di sussistenza non risponde più alle nuove necessità delle comunità e sta cedendo il posto a nuove forme economiche come l’industria agraria, l’artigianato, l’industria e il commercio, con una relazione diretta con il mondo industriale e globalizzato.

Sta cambiando la cultura politica: l’organizzazione tradizionale delle comunità non risponde più alla nuova realtà politica e sta cedendo il posto a nuove forme organizzative; stanno nascendo nuove autorità, e si creano nuove relazioni con le istituzioni dello stato e, in generale, con l’altra società.

Sta cambiando la cultura simbolica: specialmente per l’influsso dei mezzi di comunicazione sociale, per il contatto con altri spazi culturali, e per la stessa educazione scolastica, un nuovo mondo si sta imponendo all’interno delle comunità e specialmente nel contesto giovanile. Appaiono nuovi valori e i valori tradizionali sono vissuti in forme nuove.

Non è facile dire a che livello di profondità si situa questo cambio, quanta capacità di resistenza abbia la cultura tradizionale e specialmente come sarà la nuova cultura. Per ora il cambio si ha in mezzo a molte contraddizioni. Ad ogni modo, è evidente che è necessario arrivare a una nuova sintesi fra tradizione e modernità, fra dinamica propria e dinamica esterna, a una riformulazione teorica e pratica dell’identità.

3. UN PROGETTO PER IL FUTURO

Tutti i popoli indigeni, in una maniera più o meno intensa, vivono il problema dell’acculturazione e l’inserzione nel mondo contemporaneo ogni giorno più globalizzato che cambia a velocità vertiginosa.

La sfida più grande che devono affrontare i popoli indigeni oggi è come affrontare la realtà di un cambio sociale e culturale accelerato, provocato per la loro immersione inarrestabile in una società moderna mondializzata, retta dalla logica del mercato, e la egemonia dei valori culturali occidentali.
L’intensità di questo processo, così come i risultati e le risposte che stanno provocando nelle società indigene, variano a seconda dei vari gruppi, anche se si nota una tendenza all’omogeneità, almeno a medio termine.

Attualmente, per quello che riguarda la loro relazione con i processi di acculturazione, cambio e globalizzazione, si possono dividere i popoli indigeni in tre gruppi:

a) le popolazioni etnicamente indigene però assimilate totalmente o quasi totalmente alla società dominante, e che perciò hanno perso praticamente la totalità delle caratteristiche culturali maggiori (l’identità, la lingua, la struttura collettiva interna), anche se conservano alcune vestigia minori, fondamentalmente fossilizzate in forme folcloristiche.

Il numero degli indigeni che appartengono a questo gruppo è più alto di quello che si potrebbe pensare, anche se non appaiono in nessuna statistica ufficiale perché nei censimenti sono considerati come "popolazione nazionale". In Brasile, tuttavia, si usa il termine caboclos per designare questo gruppo di persone.

b) All’altro estremo si incontrano quelli che si chiamano "gruppi indigeni non contattati", quelli che non tengono nessun tipo d’interazione con il mondo esterno o con forme di vita poco influenzate dalla civilizzazione occidentale. Sono molto pochi e si riducono ad alcune popolazioni che si dedicano alla caccia, alla pesca o all’orticultura della "tala y quema" (abbatte e brucia), ubicate in zone protette o di difficile accesso, specialmente nella selva amazzonica. Il gruppo più numeroso è formato dalle popolazioni indigene dell’Alto Xingù, costituito in "Parco Nazionale Indigeno" dal governo brasiliano, con accesso limitato per gli occidentali.
Probabilmente questi gruppi sono i più vulnerabili di fronte alla minaccia della globalizzazione perché, se questa si producesse, produrrebbe conseguenze traumatiche in queste piccole società, dotate di una tecnologia semplice e senza meccanismi adeguati per difendersi dall’invasione culturale e fisica. È per questa ragione che alcuni stati, appoggiati da antropologi, hanno assunto negli ultimi anni la responsabilità di difenderli, rinchiudendoli in aree protette dal contatto con il mondo esterno, e offrendo loro la possibilità di un adattamento progressivo e orientato alla nuova situazione d’interazione con il mondo della globalizzazione.

c) La maggior parte dei gruppi etnici del continente si incontrano in un processo intermedio fra questi due estremi, in stadi e situazioni più o meno intensi di acculturazione è integrazione nelle società nazionali. Le politiche integrazionistiche che hanno sviluppato gli stati latino americani specialmente con l’imposizione dell’organizzazione politico-amministrativa dello stato e dell’educazione, nonché gli attuali processi della globalizzazione, accelerano ogni giorno di più un processo che si iniziò più di 500 anni fa con la conquista seguita dalla colonizzazione.

La maggior parte dei popoli indigeni è attualmente, in modo totale o parziale, bilingue; dipendono dai prodotti manufatturieri occidentali e sono integrati nel mondo dell’economia monetaria, anche se in condizione di emarginazione. Hanno incorporato elementi cristiani nella loro vita religiosa, hanno assunto in gran parte un’educazione scolastica di tipo occidentale e forme occidentali per citare solamente alcuni tra gli elementi di attenzione sanitaria... per acculturazione più comuni.
Partendo da questa situazione e guardando al futuro, sembra che per i popoli indigeni si presentino solo due cammini.

 assimilarsi e sparire totalmente, inglobati nelle società nazionali assumendo, più o meno rapidamente, la cultura moderna globalizzata;

 sopravvivere come popolo e come cultura accettando consapevolmente un processo di trasformazione sociale, una modernizzazione che implichi una "riformulazione" della propria identità etnica in termini nuovi, termini che siano compatibili con un’integrazione che veda i popoli indigeni come agenti attivi nella costruzione di nuove società nazionali in una futura società planetaria globalizzata.

In altre parole, i popoli indigeni possono salvarsi se costruiscono un nuovo progetto storico che, a partire da una "riformulazione" della propria identità, accetta di integrarsi nei processi della globalizzazione, giocare con le sue regole, per poterne arrestare i suoi effetti etnocidi.

Di fatto, se guardiamo la pratica dei popoli indigeni più significativi, possiamo constatare come essi abbiano assunto molti elementi della modernità e la dinamica della globalizzazione. Ciò li ha obbligati a iniziare un processo di "riformulazione" della loro identità e, allo stesso tempo, ha loro permesso di assumere protagonismo ed incominciare la gestazione di un’organizzazione su scala continentale.

In definitiva, il nuovo progetto storico dei popoli indigeni per il futuro consiste nell’organizzarsi a livello continentale per difendere l’identità indigena (o le identità indigene) dalla minaccia della globalizzazione usando gli stessi strumenti di quest’ultima.

Questo progetto storico si va costruendo in mezzo a molte contraddizioni. Fra le tante, una è fondamentale e si relaziona con la strategia: alcuni ideologi indigeni, specialmente appartenenti ai popoli Maya, Quechua e Aymara, propongono il cammino del pan-indianismo che mira a riscattare la cultura propria e a ristabilire i propri tipi di società nel presente e nel futuro, con base nel legato ancestrale.
Il pan-indianismo è un’ideologia nazionalista, formulata da ideologi indigeni, che pretende una riconciliazione tra tradizione e modernità a partire dalla rivendicazione del diritto di autodeterminazione dei popoli o nazioni indigene. Il discorso del pan-indianismo come ideologia antiimperialista e aniticapitalista basata su un’identità india super-etnica, pan-india, ha molti tratti di dogmatismo e utopia.

Gli elementi fondamentali di questa ideologia sono:
a. il riconoscimento di una filosofia india comune, basata su una visione olistica del sapere (tutte le vie della conoscenza: religione, arte, scienza... sono ugualmente valide e inseparabili);
b. la necessità di una lingua franca comune a tutti gli indigeni per poter esprimere una filosofia    comune;
c. il collettivismo e il comunitarismo in opposizione all’individualismo capitalista;
d. l’omogeneità india nella pluralità;
e. un supposto ecologismo primitivo e un’armonia spirituale con il cosmo;
f. un’organizzazione orizzontale della società, in opposizione a un’organizzazione verticale e classista;
g. l’armonia e la complementarietà nella relazione uomo-donna.

È abbastanza evidente che questa ideologia presenta un’immagine ideale delle società indigene, un’utopia che bisogna costruire più che una realtà esistente. Però, proprio perché è una ideologia, i pan-indianisti trattano di imporla con autoritarismo e assumono un’attitudine aggressiva sia verso tutti gli elementi esterni alla tradizione come nei confronti di coloro che non la condividono.
Fortunatamente l’ideologia pan-indianista si concretizza in programmi politici più pragmatici e concreti, come il riconoscimento di terre, la formazione o istruzione bilingue, la partecipazione in spazi politici e elettorali e 1’assunzione di cariche pubbliche...
Questa ideologia ha il suo punto di partenza nella "Dichiarazione di Barbados", del gennaio 1971, opera di alcuni antropologi, che ha portato alla creazione del "Consejo Mundial de Pueblos Indios" del 1975, del "Consejo Indio del Sud America" del 1980, come strumenti per dare organizzazione e voce al pan-indianismo.

 Altri propongono un cammino più realista: partono non da un’ideologia, ma dalla realtà attuale e dalle necessità dei popoli indigeni, proponendo un processo di riformulazione dell’identità in continuo dialogo o intercambio con altri gruppi o culture popolari che condividono le stesse condizioni di vita e lo stesso sogno di un’America e di un mondo differente. Non negano la loro diversità, anzi, la rafforzano, senza però considerarla come un ostacolo, ma piuttosto come una condizione per un dialogo autentico in coordinazione con altre forze popolari. Pur senza negare la dimensione simbolica della cultura sottolineano le dimensioni economica e politica, e più che il potere dei leader e degli ideologi sottolineano l’autorità e la partecipazione della comunità.

Non è facile prevedere quale di questi due cammini prevarrà nel futuro. Quello che è sicuro è che, per un cammino o l’altro, i popoli indigeni avranno un forte protagonismo nel futuro d’America. In futuro non esisterà un continente a una sola dimensione, quella latina, ma a più dimensioni, e questo fattore sarà la base per un nuovo progetto storico a livello continentale.. Che ciò si dia per via pacifica e senza gravi conflitti non dipende solamente dai popoli indigeni, ma anche e specialmente dalla suddetta componente “latina”, attualmente dominante e che, a torto, si considera la società nazionale.

Questo processo non si svolgerà solamente a livello continentale, ma mondiale, perché la globalizzazione conduce inevitabilmente a una società e a una cultura planetarie nelle quali i popoli indigeni dovranno incontrare il loro posto come indigeni, ma, nello stesso tempo, come parte di un mondo globale.

4. LA CHIESA NEL PRESENTE E NEL FUTURO DEI POPOU INDIGENI D’AMERICA

Come conclusione di questa breve riflessione sulla realtà dei popoli indigeni, nel contesto dell’evangelizzazione, vorrei dire una parola sulla presenza della Chiesa nel presente e nel futuro di questi popoli.

a) Il Presente

È innegabile che la Chiesa, per un risveglio interno e per pressioni esterne, negli ultimi trent’anni ha preso coscienza e ha detto una parola nuova sulla realtà dei popoli indigeni, come si evidenzia nei documenti dell’Assemblee Episcopali di Puebla e Santo Domingo, nei discorsi del Papa agli indigeni durante le sue visite in America Latina e nei documenti di alcune Conferenze Episcopali, soprattutto del Messico, Guatemala, Panama... Alla parola nuova è corrisposta in alcuni casi una presenza nuova.

Nello stesso tempo è ugualmente innegabile che esistono nella Chiesa resistenze, ambiguità, contraddizioni ... che probabilmente sono frutto della storia e della relazione privilegiata della Chiesa con la società e la cultura "latina". Ciò è evidenziato dal fatto che le persone impegnate con la causa dei popoli indigeni, come i vescovi Samuel Ruiz, Leonidas Proaño e altri, siano viste con sospetto non solo nella società dominante, ma anche nella Chiesa. C’e un’attitudine aggressiva e risentita da parte di alcuni settori della Chiesa verso il Movimento Indigeno e le sue lotte. Un’attitudine ugualmente aggressiva e risentita, specialmente verso la Chiesa Cattolica, si nota in settori dei popoli indigeni e specialmente negli ideologi pan-indianisti. C’è un clima di reciproca diffidenza. Un fatto che dovrebbe essere studiato a fondo è il perché tante comunità indigene abbandonano la Chiesa Cattolica e passano facilmente alle sette evangeliche, specialmente al pentecostalismo.

b) Il Futuro

Non è facile prevedere quale sarà l’attitudine dei popoli indigeni verso la Chiesa e quale sarà l’attitudine della Chiesa verso i popoli indigeni. Probabilmente in alcuni settori si accentuerà il clima di reciproca diffidenza e le attitudini aggressive e risentite, specialmente da parte di settori pan-indianisti, che rivendicano una religione "propria" in aperta opposizione alla Chiesa Cattolica, nonché da parte di settori della Chiesa, più direttamente legati, consapevolmente o inconsapevolmente, agli interessi della società dominante che falsamente si dice cattolica.
Ad ogni modo mi sembra importante tenere ben chiari alcuni criteri per orientare la presenza e l’azione fra i popoli indigeni:

 Non accettare la dinamica della polemica e la contraddizione religiosa

Sicuramente ci saranno una polemica e una contraddizione religiosa. È importante
non lasciarsi coinvolgere nella spirale di questa dinamica che può assumere toni
aggressivi, risentiti o fanatici.

 Fare continuamente una lettura biblico-teologica del progetto storico indigeno

È necessario fare continuamente una lettura socio-politica del nuovo progetto indigeno. Questo però non è sufficiente. Bisogna fare anche una lettura biblico-teologica per poter discernere la presenza e l’azione di Dio in questo progetto, la presenza della "grazia" e del "peccato", come base imprescindibile per una vera prassi della liberazione

 Fare una sintesi armonica fra teologia e prassi dell’inculturazione e fra teologia e prassi della liberazione

È necessario continuare ad approfondire la teologia e la prassi dell’inculturazione, senza cadere nella facile tentazione di sottolineare le convergenze, specialmente rituali, con il rischio di creare confusione e polemica, ma riconoscendo la diversità come base per un autentico dialogo religioso.
È ugualmente necessario continuare ad approfondire la teologia e la prassi della liberazione, intese nella loro globalità politica, pedagogica, sessuale, materiale e spirituale, dando una "speciale attenzione alla dimensione della solidarietà-consolazione verso i più indifesi, tutti coloro che restano indietro o ai margini del processo comunitario.
È qui che si dà la sintesi armonica fra le due prassi e le due teologie, poiché è nella dimensione della solidarietà-consolazione che si "incultura", si fa visibile il volto di Dio "compassionevole e misericordioso", ricco di compassione e di tenerezza, che difende la causa "della vedova, dell’orfano e dello straniero". Da qui è possibile collaborare per un vero sviluppo integrale, impregnato dei valori fondamentali del Vangelo.

 Promuovere processi comunitari integrali più che progetti

Normalmente nei gruppi dove siamo presenti è necessario promuovere progetti, nello stesso tempo è molto pericoloso promuovere progetti che non siano inseriti in un processo comunitario integrale.
Per questo motivo è fondamentale suscitare processi che tengano alla base la coscientizzazione e la partecipazione comunitaria, affinché i programmi e i progetti nascano dalla coscienza e da una decisione della comunità, e non solamente dalla necessità o, peggio, da una decisione nostra. Solo così la comunità cresce integralmente, rafforza la sua autonomia e protagonismo, si evita il rischio di "materializzare" la comunità o di creare un gruppo di privilegiati che si possono convertire in padroni e sfruttatori della comunità

 Tenere sempre il Regno di Dio, più che la Chiesa come obiettivo. Il Regno di Dio e i suoi valori devono essere l’obbiettivo della nostra presenza e azione.
 Il Regno di Dio annunziato più con la testimonianza che con la dottrina.
 Il Regno di Dio costruito progressivamente e pazientemente, con la stessa pedagogia di Dio, in coerenza con il cammino della gente.
 Il Regno di Dio incarnato nella storia, nelle speranze e le angustie della comunità.

La Chiesa, come sacramento (segno e strumento) del progressivamente dalla stessa comunità. Regno, sarà edificata.

Saremo così veri servitori di Dio e della comunità, evitando il protagonismo, e potremo così fare una vera evangelizzazione, evitando il rischio di fare una falsa cristianizzazione o, peggio, di costruire una "setta" cattolica che cammina contromano rispetto al progetto storico dei popoli indigeni, che crea divisione invece di un’unità cattolica-planetaria nella diversità, fondata sui valori del Regno di Dio, che dobbiamo costruire nella storia e che incontrerà la sua pienezza oltre la storia



 

P. Antonio Bonanomi, IMC

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Domenica Missionaria

XXII Domenica TO
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“Perdere la vita per trovarla
nella via della croce”

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Missione Oggi

"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
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