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INTRODUZIONE
L’undicesimo Capitolo Generale ora è storia. Spetterà agli storici, con il loro metodo di ricerca basato principalmente sul confronto delle fonti scritte, farne una più obiettiva valutazione e trarne delle conclusioni. Coloro che invece vi hanno partecipato e, ancor di più, coloro che lo hanno preparato possono incontrare più difficoltà ad essere obiettivi come gli storici nell’esprimere una lettura e un giudizio della nostra assemblea capitolare di San Paolo. D’altra parte non si può negare loro il diritto di manifestare opinioni personali basate non solo sui documenti scritti, ma formulate facendo riferimento alla loro esperienza di piena partecipazione e coinvolgimento nel Capitolo. Se le loro riflessioni e conclusioni corrono il rischio di essere parziali e non sempre spassionate, hanno però anche il vantaggio di servirsi sia delle fonti scritte che dell’esperienza personale, frutto della loro presenza fisica al Capitolo e della partecipazione a tutti i suoi lavori. Si tratta di un elemento in più che le fonti scritte non possono evidenziare.
. Per quanto mi concerne, posso dire che, di tutti i Capitoli generali a cui ho partecipato e di quelli realizzati negli ultimi 57 anni di mia vita nell’Istituto, il presente è stato quello meglio preparato, con la più alta partecipazione da parte dei missionari, con il più intenso contributo da parte loro e con uno stile di conduzione più efficace e all’altezza dei tempi.
Questo articolo presenta, anche se in modo riassuntivo, i motivi di queste affermazioni e cerca di farlo nel modo più obiettivo possibile, facendo ricorso alla mia esperienza, condivisa peraltro con diversi altri capitolari, i cui commenti sono molto vicini ai miei. Però questo articolo è mio e solo mio, presenta il mio personale punto di vista, la mia valutazione globale di tutto l’arco degli avvenimenti che hanno accompagnato il Capitolo. Non pretendo di essere esaustivo, di essere corretto in tutto e, ancor meno, di presentare questa esperienza personale come la migliore, l’unica del Capitolo. La condivido nella speranza che altri possano assumerla, completarla o rigettarla, in modo da mettere insieme un volume più consistente di considerazioni ed esperienze, e offrire la possibilità agli storici di una analisi e una valutazione le più complete possibili.
GLI ATTI DELL’XI CAPITOLO GENERALE
Gli Atti dell’ultimo Capitolo generale sono divisi in tre parti: la prima è quella ripresa dall’Instrumentum Laboris, a suo tempo preparato dalla Commissione precapitolare, approvato dalla passata Direzione generale ed inviato a tutti i confratelli, affinché lo studiassero, apportandovi le loro critiche, suggerimenti o cambiamenti. La seconda parte degli Atti è composta da sedici orientamenti per la missione, suggeriti per la discussione capitolare dai missionari stessi o dai delegati al Capitolo. La terza parte è composta da undici decisioni su alcuni aspetti presentati dalla Direzione generale, dalle circoscrizioni o dai delegati al discernimento capitolare.
1. La prima parte degli Atti, quella che sostituisce l’Instrumentum Laboris, aveva incontrato reazioni negative sia tra i missionari che tra alcuni delegati, dato che si interrogavano se fosse utile per l’Istituto discutere un testo come tema principale del Capitolo. Le ragioni di queste reazioni si possono così riassumere: non c’è nulla di nuovo nell’Instrumentum Laboris, perché è semplicemente una ripetizione delle Costituzioni o del Direttorio generale, per cui non sembra si debba perdere tempo a discuterlo. Queste ragioni erano già state previste e discusse dalla precedente Direzione generale e dai membri della Commissione precapitolare e, finalmente, ripetute nella discussione dell’assemblea capitolare. Molti dei delegati hanno riconosciuto la parziale validità di queste critiche, ma alla fine hanno concluso che, fatte le dovute modifiche, il testo è degno di considerazione e di studio da parte del Capitolo per le seguenti ragioni:
a) Non è del tutto vero che questa prima parte degli Atti non contenga nulla di nuovo. E’ vero che buona parte del suo contenuto è già presente nelle Costituzioni e nel Direttorio generale, ma nuovi elementi sono stati aggiunti, alla luce dei precedenti Capitoli, della maggiore riflessione all’interno dell’Istituto e delle nuove intuizioni da parte dei suoi membri.
b) Questa parte degli Atti sembra essere lo sviluppo logico dei temi dei due ultimi capitoli: “Quale missione, quale missionario, quale spirito” e “La nostra missione ad gentes”. Logicamente il nuovo titolo avrebbe dovuto unire i due precedenti e presentarci un sommario aggiornato dello stile dei Missionari della Consolata nella loro vita e missione. In fondo si tratta di un quadro attualizzato di ciò che è essenziale nella vita e nella missione dei Missionari della Consolata e che li distingue dagli altri evangelizzatori.
c) Si è percepito la necessità di questo compendio degli elementi essenziali dell’IMC per poterlo offrire anche ai nostri studenti, affinché possano riprenderli periodicamente e confrontarsi con essi. Infatti i nostri formandi si dedicano a uno studio intenso e completo delle Costituzioni e del Direttorio generale durante il noviziato. Ma anche durante le altre tappe della loro formazione hanno bisogno di un testo più agile e sintetico a cui fare ricorso per una revisione di vita durante gli esercizi spirituali, le giornate di ritiro mensile, i momenti di preghiera personale, come pure durante i tempi forti della liturgia. Il Capitolo ha creduto che la prima parte degli Atti può rispondere adeguatamente a questa necessità.
d) I missionari stessi che lavorano nella pastorale, nella formazione di base, nell’AMV o in altri campi possono beneficiare di questa “sinossi” non solo per perfezionare la loro vita e il loro metodo di lavoro, ma anche per garantire la necessaria continuità nelle attività realizzate dall’Istituto. C’è una richiesta, sia da parte dei missionari che dei Superiori regionali e dei Vescovi, che il Capitolo ha recepito e confermato (n. 19), di una maggior continuità in tutti i nostri ministeri, in modo che la formazione e le attività che proponiamo ai giovani, ai seminaristi e alle comunità cristiane non siano inconsistenti, incoerenti o scompaginate ogni qual volta un missionario subentra in un nuovo servizio. L’IMC deve avere il suo stile di vita e di ministero, evitando che il singolo missionario agisca da “prima donna”, imponendo il suo stile, la sua spiritualità o quella del movimento o associazione da cui lui stesso dipende. Noi, missionari della Consolata, dovremmo innanzitutto accettare e proporre quello che è essenziale nella vita e nel lavoro dell’IMC, in sintonia con i programmi della Chiesa locale. Subordinato a questi e in secondo luogo, viene ciò che piace all’individuo e le sue peculiarità. Quindi, la revisione frequente alla luce di questa prima parte degli Atti capitolari aiuterà ad evitare quel terremoto che a volte capita nei nostri seminari, nei centri di AMV e negli altri servizi dell’Istituto quando c’è un cambiamento di personale.
Ho menzionato sopra che “certi cambiamenti” erano necessari per lo studio e l’accettazione da parte dei capitolari dei contenuti di questa prima parte. Di cambiamenti ce ne sono stati e sono evidenti se si accosta l’edizione presentata dalla Direzione generale al Capitolo a quella da esso approvata. Mi soffermo brevemente a sottolineare i criteri seguiti per questi cambiamenti:
a) La prima parte degli Atti deve essere solo una “sinossi” dello spirito che anima l’IMC nella sua vita e missione, e non una descrizione dettagliata come lo era originariamente. Tale descrizione può essere letta nelle Costituzioni, nel Direttorio generale e in alcune aggiunte provenienti dagli ultimi Capitoli generali.
b) Se ciò è vero, allora questa parte doveva essere accorciata sia nella sua descrizione e soprattutto nelle sue proposte pratiche.
c) Come conseguenza di ciò, i capitolari l’hanno semplificata, mentre le proposte formulate sono state eliminate o inserite nella seconda parte degli Atti. Le poche rimaste sono di natura generale, valide ovunque, più che proposte concrete e circostanziate.
2. La seconda parte degli Atti, contiene nuovi orientamenti per la missione. E’ molto più diretta e pratica, e descrive dettagliatamente la natura di ogni orientamento, le ragioni della sua importanza per la missione e offre molte proposte pratiche per la sua realizzazione. L’Instrumentum Laboris conteneva alcuni orientamenti, la maggior parte richiesti direttamente o indirettamente dai confratelli stessi, che la Commissione precapitolare sviluppò a suo tempo; discussi poi con i membri del Consiglio generale e approvati, sono stati presentati per il discernimento capitolare. I delegati, a loro volta, ne aggiunsero altri di propria iniziativa e, finalmente, il numero totale degli orientamenti discussi in Capitolo è arrivato a sedici. Uno ad uno furono approfonditi anzitutto nei gruppi di studio. Tutte le osservazioni presentate dai singoli capitolari e accolte dall’assemblea sono state annotate dal Comitato redazionale che, man mano, rinnovava il testo seguendo i cambiamenti richiesti dalla maggioranza. La nuova redazione di ogni orientamento veniva sottomesso una seconda volta all’assemblea e messi ai voti per la loro approvazione. Come si nota, si è seguito un processo molto lungo e minuzioso, che però ha reso possibile una metodologia seria per il discernimento su tutti gli orientamenti, offrendo la possibilità di una discussione profonda ed esauriente e permettendo la redazione di orientamenti per la missione che si spera abbiano dato una risposta chiara a coloro che le avevano sottomesse all’attenzione del Capitolo. Dato che tali orientamenti hanno toccato aspetti ed aree che i missionari sentono con molto interesse, i capitolari li hanno fatti propri e li hanno trattati come delle priorità, dedicandovi tutto il tempo necessario per la loro discussione, revisione, approfondimento e approvazione. I delegati sperano che questi orientamenti per la missione, frutto del loro studio e approvazione, siano di grande aiuto al comune servizio missionario nel sessennio venturo, rendano le nostre attività più in sintonia con le aspettative e il cammino della società e della Chiesa, e producano migliori risultati nel nostro ministero.
LE NOVITÀ DELL’IX CAPITOLO GENERALE
Ogni Capitolo produce qualche cosa di nuovo nella vita e nelle iniziative dell’Istituto. Anche l’undicesimo Capitolo ha dato il suo contributo al riguardo. Vorrei qui ricordare e brevemente illustrare quelle aree che io credo appartengono a questa categoria della novità, risaltando le ragioni per cui le chiamo novità, e quello che il Capitolo spera di ottenere con la loro realizzazione.
a) La continentalità
Penso che la novità consiste nell’avere usato la parola per la prima volta e con tanta frequenza da far avanzare il processo della sua concretizzazione nel quadro dell’organizzazione dell’Istituto, avvicinandoci un po’ di più a un suo riconoscimento giuridico. Attualmente riconosciamo nell’IMC un livello locale, quello di circoscrizione e quello generale. Ad ognuno di questi livelli corrisponde un’autorità, un potere decisionale e di pianificazione. Ci sono pure i Consiglieri continentali che, con l’autorizzazione dei Superiori di circoscrizione e l’avvallo della Direzione generale, possono organizzare raduni di settore, sottoporre per l’approvazione piani di attività e programmazioni continentali, ma non molto di più. Questo Capitolo non solo ha confermato l’esistenza di questi Consiglieri e degli incontri continentali, ma soprattutto ha accentuato l’idea della continentalità e la necessità di promuovere assemblee continentali con lo scopo di formulare una vera pianificazione che coinvolga le circoscrizioni interessate. Per questo Capitolo la continentalità è “una realtà importante della nostra organizzazione” (n. 100), che dovrebbe “favorire una visione e prassi continentali” (ibid). Per questo il Capitolo si è focalizzato molto sulla dimensione continentale, per pianificare un tragitto assieme nello stesso continente. Come conseguenza, il Capitolo “richiede che il Consigliere continentale, in accordo con la Direzione generale, organizzi un incontro con i Superiori di circoscrizione, e due tra i membri responsabili dei settori …. per una programmazione comune in base alle conclusioni del Capitolo e i bisogni del continente”(n. 100.1)). Questo è da farsi “entro un anno dalla fine del Capitolo e prima delle Conferenze regionali” (ibid). Ma il Capitolo va oltre e chiede che ci sia, a livello continentale, un piano per la promozione dell’AMV (n. 73.1), per la GPIC (n. 76.1), per il dialogo interreligioso (n. 79.1), e che si propongano delle risposte alle sfide dei nuovi areopaghi (n. 82.1). E’ un sogno pensare che il prossimo Capitolo stabilisca un quarto livello nella nostra organizzazione, quello continentale, con un sua legittima autonomia di decisione, mantenendo fermi l’unione con la Direzione generale e il suo assenso, per la pianificazione, per lo scambio di personale, per la responsabilità della formazione di base e permanente?
b) L’interculturalità
L’interculturalità è il livello successivo dell’internazionalità. Quest’ultima è una realtà più statica, si riferisce a persone provenienti da nazioni diverse che vivono nella stessa comunità, ma che non sanno come o non vogliono assumere positivamente le ricchezze e le differenze culturali. E’ una co-esistenza senza o con poca interazione.
L’interculturalità invece evidenzia le dinamiche che intercorrono fra queste persone di diversa nazionalità, accentuando gli aspetti culturali più che i Paesi di provenienza. Il Capitolo suggerisce che “al presente si avverte la necessità di andare oltre l’internazionalità, per affrontare le sfide dell’interculturalità” (n. 56). E per arrivare a questo dovremmo essere sempre più “comunità aperte ed accoglienti” (n. 57.2), capaci di “relativizzare la propria cultura” (n. 57.4), “di vedere gli aspetti negativi della medesima” (n. 57.11), “identificarsi con la propria cultura, ma con spirito critico” (n. 58.4) ed usare mezzi appropriati per praticare l’interculturalità (n. 17, 56-58).
c) Le lingue
Siamo, e in futuro lo saremo ancor di più, una comunità internazionale e interculturale. Sempre più frequentemente parteciperemo a raduni a livello internazionale, continentale e generale dell’Istituto, e ogni sei anni è previsto un Capitolo generale. Come comunicheremo tra di noi in questi incontri? Affitteremo l’attrezzatura e il personale per la traduzione simultanea, con i loro costi proibitivi e le difficoltà inerenti a questo modo di procedere? Continueremo l’attuale prassi di usare l’italiano ed accettare che alcuni partecipanti non comprendano quasi nulla o pochissimo di quanto si sta parlando? Cercheremo altre soluzioni? Un’alternativa è necessaria. Quale? Il Capitolo ha discusso a lungo questo punto. Ha rivisto l’esperienza di altri Istituti internazionali, ha considerato i pro e i contro di ogni soluzione e alla fine si è espresso in questi termini: “Oltre ad apprendere la lingua del luogo e l’italiano, nell’Istituto si conosca l’inglese”(58.5).
Se la memoria non mi tradisce, la discussione era giunta a proporre un’altra decisione: Le lingue ufficiali dell’Istituto sono l’italiano e l’inglese. Tutti i missionari debbono comprendere e parlare bene una delle due e comprendere bene l’altra. Una affermazione come questa avrebbe dato una chiara risposta al quesito posto sopra. Ma in ogni Capitolo l’arte del compromesso a volte richiede una soluzione di mezzo, che può essere accettata dalla maggioranza. Tuttavia non c’è dubbio che la scelta fondamentale del Capitolo è che l’Istituto, poco a poco ma in modo deciso, implementi la risoluzione presa, in modo che, in un periodo ragionevole di tempo, queste saranno le due lingue usate nei raduni internazionali, continentali e generali. Anche le pubblicazioni IMC verrebbero redatte nelle due lingue e non in quattro o cinque come al presente. Questo è il cammino già percorso da molti altri Istituti e che sembra dare una risposta adeguata al problema della comunicazione interna delle congregazioni internazionali.
d) Un anno di servizio prima della professione perpetua
Anche questo è stato un tema molto dibattuto durante il Capitolo e al quale, penso, è stata data una soluzione giusta e positiva. Perché un tema molto caldo? Da un lato i capitolari hanno preso coscienza del lungo curricolo che i nostri studenti devono percorrere: un anno di propedeutico per tutti; due o tre anni di filosofia per i chierici (o di studi professionali per i Fratelli); un anno di noviziato per tutti; quattro o cinque anni di teologia per chierici (o almeno tre anni di studi religiosi per i Fratelli). Durante tutto questo arco di tempo c’è pochissima esperienza missionaria: qualche ora durante i fine settimana, un po’ di più durante le vacanze, ma mai un tempo prolungato e consistente di lavoro missionario, durante il quale il giovane ha la possibilità di immergersi nella missione e di esporsi alle sue esigenze, interrogandosi circa le proprie motivazioni vocazionali e verificando il suo stile di vita e il suo modo di comportarsi in comunità e tra la gente.
I capitolari, inoltre, hanno potuto rendersi conto anche del fatto che, rispetto ad altri Istituti religiosi e missionari e a moltissime diocesi, noi eravamo gli unici a non richiedere un prolungato periodo di servizio missionario nell’Istituto durante la formazione di base. C’era da chiedersi se eravamo veramente unici ed eccezionali nel possedere il miglior iter formativo o se, al contrario, eravamo rimasti indietro rispetto agli altri. Il Capitolo ha compreso bene la situazione, l’ha analizzata con onestà e giustizia, specie nei confronti degli studenti, ed ha deciso quanto segue: “Vi sia un anno obbligatorio per tutti i professi temporanei, come parte del curriculum formativo, da impiegare nei servizi dell’Istituto e da attuare al termine della teologia di base Sia trascorso nella circoscrizione del seminario teologico e seguito dal proprio formatore. Le circoscrizioni con seminari teologici provvedano ad identificare e preparare le comunità locali, che saranno coinvolte in questo anno di servizio missionario dei professi temporanei” (91.1) Con questa decisione i Capitolari hanno cercato di evitare il più possibile gli inconvenienti che tale anno di servizio missionario può comportare, sfruttandone al massimo gli aspetti positivi e le potenzialità. Lo studente non cambia Regione, non deve imparare un’altra lingua, non cambia il formatore e la responsabilità ultima della sua ammissione alla professione perpetua ricade sugli stessi Superiori ed educatori, che lo hanno seguito nella sua formazione dopo il noviziato. Il giovane avrà la possibilità di vivere in una comunità apostolica, con un compito specifico da realizzare, inserito nella vita religiosa e missionaria reale, accompagnato da confratelli interessati a lui e al suo futuro. In questo modo la sua formazione di base sarà completa, perché include anche questo anno di servizio che gli farà comprendere meglio se questa sia la sua vocazione oppure no.
e) La dichiarazione di responsabilità
Durante l’ultima Consulta (2002), i Superiori di circoscrizione discussero una proposta suggerita e formulata da esperti di altre Congregazioni religiose e missionarie. Questa proposta, una dichiarazione scritta e firmata, definiva anzitutto chiaramente la responsabilità personale dei membri nei casi di comportamento morale scorretto e di mancanza di prudenza in situazioni di pericolo; nella stessa dichiarazione si definiva, in caso di morte del missionario, il luogo della sua sepoltura e a chi sarebbero andati i suoi beni mobili. Il testo di questa dichiarazione doveva essere distribuito e fatto conoscere nelle circoscrizioni dai Superiori; una volta presentato e adeguatamente spiegato, i missionari erano lasciati liberi di sottoscriverlo o meno. In alcuni casi ciò è stato fatto ed alcuni missionari hanno firmato il documento. I delegati hanno portato al Capitolo alcune esitazioni da parte dei membri delle rispettive circoscrizioni e, soprattutto, una scottante domanda: “L’Istituto, con questa dichiarazione, vuole forse abbandonare i suoi membri quando si trovano in difficoltà?”. La discussione su queste esitazioni è stata lunga e, alle volte, abbastanza calda. Finalmente molti dei capitolari hanno compreso la vera ragione della dichiarazione, che non è di abbandonare i membri, ma di proteggere loro ed anche l’Istituto, chiarendo alcune situazioni o incertezze che creavano insoddisfazione. L’assise capitolare ha allora deciso di costituire una commissione ad hoc, per studiare tutti gli aspetti inerenti la dichiarazione e riformulare delle proposte da sottoporre all’attenzione di tutti per un’ulteriore discussione. La commissione ha distinto e separato chiaramente le vere situazioni di responsabilità personale (comportamento morale scorretto e mancanza di prudenza in situazioni pericolose) da quelle che dovevano essere trattate altrimenti (luogo della sepoltura del missionario e la questione della destinazione dei suoi beni mobili). A questo punto ai capitolari è stato chiesto tempo per pensare, capire e poi legiferare. Le deliberazioni sono le seguenti. Riguardo alle questioni della sepoltura e dei beni mobili: “I beni mobili e il denaro, comunque pervenuto o investito, a disposizione del missionario del missionario al momento della morte, appartiene esclusivamente all’Istituto”(n. 108.1), e “La sepoltura del missionario avverrà nel paese dove è deceduto” (n. 108.2). Queste due decisioni approvate dal Capitolo saranno incluse nel Direttorio generale ai numeri 49.1, e 49.2. Esse sono parte del Direttorio e quindi valide e obbligatorie per tutti, senza nessun bisogno di firmare dichiarazioni particolari.
La decisione ufficiale dell’Istituto riguardante i casi di comportamento morale scorretto e di situazioni di pericolo per la vita dei confratelli e della gente, che il missionario, nonostante i richiami del Superiore, decide di affrontare, (n. 94.9) è stata approvata con la seguente clausola: verrà redatta “una nuova dichiarazione, che dovrà essere perfezionata, dopo la consultazione di esperti. La Direzione generale presenterà il testo definitivo ai Superiori di circoscrizione, affinché lo traducano e adattino alla legislazione vigente nel loro Paese, sentendo il parere di esperti. La traduzione del testo sia fatta da un competente del tribunale ecclesiastico locale” (n. 107). In questo momento la dichiarazione ufficiale tradotta nelle diverse lingue non è ancora disponibile per la sua pubblicazione. Comunque, il desiderio di proteggere e di aiutare il missionario è sempre stato tenuto presente e si è rivelato di somma importanza nel formulare le decisioni capitolari concernenti la dichiarazione di assunzione di responsabilità, come lo si può dedurre dagli Atti là dove recitano: “Il missionario chieda l’aiuto professionale e lo accetti quando gli viene proposto dai Superiori per fare luce in se stesso o se qualche aspetto della sua vita lo richiede. Le circoscrizioni individuino centri che svolgono questa attività con professionalità. In casi di particolare difficoltà si consulti la Direzione generale per l’individuazione di centri qualificati e per una opportuna residenza” (n. 94.9).
f) L’AIDS
L’argomento era stato solamente menzionato negli Atti capitolari del 1999 (XCG, p. 11, 41, 42), mentre per questo Capitolo è diventato uno degli orientamenti più urgenti per la nostra missione, specialmente in Africa.(n. 86-87). La commissione formata per studiare questo tema ha dovuto proporre un testo ex novo, dato che tale orientamento non esisteva nell’Instrumentum Laboris. La prima redazione presentata in assemblea su questo tema ha ricevuto molte critiche: troppo parziale o esclusivamente focalizzata sull’Africa, presentava giudizi molto severi sul modo con cui i governi stanno combattendo questa pandemia, accusandoli in alcuni casi di nascondere la verità o di non mostrare sufficiente impegno; anche la Chiesa era menzionata, ma per la sua scarsa e a volte insignificante azione nel campo della prevenzione. Il testo della proposta è stato allora riformulato dalla commissione, tenendo conto delle osservazioni fatte in assemblea, nuovamente discusso dai delegati e infine approvato a larga maggioranza. Se da una parte la redazione dell’orientamento sull’AIDS è stato quantitativamente ridotto, dall’altra ha acquistato valore in termini di qualità, in particolare riguardo al ruolo assegnato ai missionari e ai mezzi da attivare non solo per combattere la malattia, ma per prevenirla specialmente tra i giovani (n. 88.1-2a-g).
g) Nuova Direzione Generale
Nel Capitolo si è parlato tanto di internazionalità, interculturalità, della necessità di diventare sempre più comunità interculturali. Penso che, quando i Capitolari furono chiamati ad eleggere la nuova Direzione Generale furono ispirati da questi principi e vollero dare una dimostrazione pratica all’Istituto di ciò che tutto ciò comporta. E ci donarono una nuova Direzione Generale i cui membri appartengono a cinque nazionalità diverse (Brasile, Italia, Spagna, Portogallo e Kenya). Per la prima volta è stato eletto un Superiore Generale non Italiano, e un consigliere Africano. E’ un arricchimento che tutti dobbiamo ammirare, a cui dobbiamo prestare la nostra più sincera e fraterna collaborazione e che certamente indica il futuro dell’Istituto.
AREE SU CUI IL CAPITOLO HA INSISTITO MOLTO
Oltre che proporre le nuove vie della missione, il Capitolo ha dato molta enfasi ad altre dimensioni più tradizionali, che vale la pena menzionare.
a) Santità e spiritualità tipicamente missionarie
Leggiamo negli Atti: “Ogni missionario è autenticamente tale se si impegna nella via della santità”(n. 2); “La tensione alla santità, indicataci dal Beato Giuseppe Allamano, resta un impegno , che passa attraverso l’esperienza di Dio, la centralità di Cristo nel suo annuncio del Regno di Dio e nel suo mistero pasquale, che sfocia nella missione vissuta nello spirito di contemplazione incarnata nell’oggi” (ibid.); ed ancora: “Il Capitolo, riconfermando l’intuizione del Fondatore “prima santi, poi missionari”, rinnova con convinzione l’opzione per la santità di vita dei singoli e delle comunità … E’ di grande aiuto ai missionari il vivere una spiritualità trinitaria pasquale del regno di Dio. In cammino, come i discepoli di Emmaus, in ascolto come Maria, in comunione con le chiese locali, in missione come Paolo, il missionario vive con entusiasmo l’evangelizzare e la promozione umana, per la consolazione del mondo” (n. 53). Che mezzi raccomanda il Capitolo per raggiungere tale santità? Invita l’Istituto a dedicare i due anni successivi al Capitolo ad un approfondito studio degli elementi essenziali della nostra spiritualità (n. 55.1a-c). Inoltre l’Istituto deve “programmare nel prossimo sessennio, coinvolgendo i missionari, seminari e incontri prolungati per aiutarli a leggere la propria storia personale, comunitaria e sociale, alla luce del mistero pasquale, ed infondere di nuovo ottimismo, entusiasmo, entusiasmo, fiducia e gioia per la propria vocazione e apostolato”(n. 55.2). Il Capitolo chiede che “ogni circoscrizione indichi una comunità o centro idoneo ad accogliere i confratelli, per momenti di preghiera, direzione spirituale, studio e per approfondimento della nostra spiritualità nelle sue dimensioni e dinamismo di vita. Dove è possibile, tale comunità o centro sia punto di riferimento per la produzione di sussidi”(n. 53.3). Oltre a questi mezzi un po’ straordinari, il Capitolo propone quelli ordinari per la crescita spirituale (n. 55.5a-g), e insiste fortemente sulla necessità del progetto personale di vita (n. 2.7, 55.5e, e 55.6, 94.5). Il richiamo del Capitolo alla santità di vita è veramente forte, il cammino indicato è chiaro e i mezzi proposti sono sia nuovi che tradizionali. Tutto ciò dovrebbe far comprendere al missionario che, senza questa dimensione verticale, la sua vita può diventare vuota, il suo ministero sterile e la sua missione stagnante.
b) L’animazione missionaria e vocazionale (AMV)
E’ un’altra area che il Capitolo ha segnalato con forza, riproponendola come una priorità per il futuro dell’Istituto. Il Capitolo si sofferma spesso sull’AMV. Inizia con una breve analisi della sua situazione in generale (n. 72.1-5), poi analizza la situazione nei vari continenti: Africa (n. 72.8), Asia (n. 72.13), Europa (n. 72.10, 12, 103), Sud America (n. 72.9), e Nord America (n.72.11). L’AMV rimane la priorità per eccellenza dell’Istituto (n. 71) e tutti i missionari devono essere animatori (n. 26.1, 72.4). L’AMV è diretta alla crescita missionaria delle Chiese locali (n. 20.8, 26, 72.1) e della società civile (n. 36.1-2). Deve essere realizzata con tutte le altre forze che lavorano in questo settore (n. 26.4, 73.8) e soprattutto con le Missionarie e i Laici Missionari della Consolata (n. 73.3, 73.5). I mezzi raccomandati sono vari e alla portata di tutti (n. 73. 1-10). Gli incontri continentali di AMV con le MC sono considerati molto positivi e dovranno essere continuati (n. 72.2-3). Il Capitolo raccomanda fortemente ai Superiori che l’avvicendamento del personale, pur necessario, non deve danneggiare mai il settore dell’AMV (n. 104.6). Queste citazioni sono sufficienti per far comprendere che l’AMV è di importanza vitale per l’Istituto e per la sua missione, ovunque siamo presenti.
c) Comunione e collaborazione con le Missionarie della Consolata (MC)
Il Capitolo del 1999 fece un salto qualitativo quando dichiarò che le relazioni con le MC sono parte della nostra identità (cf. Atti, p.24, n.4). Questo Capitolo ha ripreso l’argomento, ma in modo completamente nuovo: ha elaborato un testo comune, discusso, cambiato ed approvato dai due Capitoli che erano presenti nella stessa città di San Paolo. Il processo è stato lungo. I due Consigli generali formarono una commissione mista precapitolare che preparò una scheda sulle relazioni tra i nostri due Istituti. Il testo fu riesaminato dai due Consigli generali, modificato e finalmente sottomesso al discernimento dei delegati dei due Capitoli. Un sabato mattina tutti i delegati IMC e MC si sono riuniti nella casa delle missionarie e, in gruppi misti, lo hanno discusso. Le osservazioni e i cambiamenti richiesti dai gruppi sono stati vagliati dalla stessa commissione che aveva preparato il testo originale ed inseriti in una nuova redazione che, in sedi separate, è stata approvata con le modifiche ritenute opportune dalle due assemblee capitolari. Il testo inserito negli Atti del nostro Capitolo è certamente lungo, molto dettagliato e realistico (n. 14, 62-64). I nostri delegati hanno voluto tracciarvi una specie di linea di condotta che dovrebbe illuminare le nostre relazioni con le MC. Il Capitolo, confermata la comunione con le MC in quanto parte della nostra identità (n. 14), riporta una comune dichiarazione di intenti fra gli IMC e le MC, in cui descrive lo spirito e le dinamiche fondamentali che dovrebbero animare le nostre mutue relazioni (n.62). Segue poi una lista di elementi positivi, che esistono già fra i due Istituti e che sono segni di speranza per il futuro di questa comunione, ed altri piuttosto negativi che potrebbero minacciarla (n. 63.1-9). L’ultima parte di detta dichiarazione di intenti contiene proposte pratiche per sviluppare una comunione più profonda ed efficace. Sono proposte che toccano aspetti psicologici e culturali (n. 64.1-2), carismatici (n. 64. 3-5) e pastorali (n. 64. 6-9). Il testo approvato dai delegati capitolari rappresenta secondo me un evento storico, che dovrebbe rimanere come la pietra d’angolo per le future relazioni dei due Istituti, basate sulla comunione e collaborazione più fraterna possibile.
d) La comunione e collaborazione con i Laici Missionari della Consolata
Un altro evento storico è stato l’intervento di Silvio Testa, laico missionario, ai lavori capitolari durante una mattinata intera. La sua presentazione ha aiutato in modo considerevole alla redazione e approvazione del testo capitolare, come anche a chiarire certi punti riguardanti la natura e lo sviluppo di questa realtà che chiamiamo “Laici Missionari della Consolata”. La metodologia usata per lo studio di questo tema ha permesso una maggior comprensione e una soluzione equilibrata. Il testo preparato dalla Commissione precapitolare è stato preso in esame dai delegati prima dell’intervento del laico. Era evidente che fra i delegati c’erano pregiudizi, cattiva informazione ed anche qualche esperienza negativa con alcuni laici (n. 66.3). La discussione ha aiutato ad inquadrare bene il tema, eliminare alcune, se non tutte, impressioni o informazioni inesatte, e formulare domande precise da porre al laico missionario. Questi, secondo i tempi stabiliti, ha presentato in modo chiaro e onesto l’esperienza dei LMC, senza nulla nascondere e rispondendo con franchezza e in modo comprensibile ai quesiti dei delegati. I capitolari hanno riconosciuto che il LMC è un laico/a con una vocazione specifica, basata su quella battesimale e sul carisma dell’Allamano, dal quale i laici sono molto attratti e ai cui insegnamenti si ispirano nel vivere il loro cammino di santità missionaria (n. 65). I LMC sono un “segno di vitalità e fecondità del carisma del Fondatore” (n. 66.1) e non una specie di ripiego data la diminuzione dei sacerdoti e dei Fratelli. Hanno una identità e una vocazione proprie e dovrebbero essere presenti nell’Istituto anche qualora ci fossero molti preti e Fratelli. La loro identità, presenza e ruolo nella missione sono ben descritti dallo Statuto preparato dal Segretariato generale per la Missione in collaborazione con molti missionari ei laici stessi. Dato che alcuni elementi della loro organizzazione non sono pienamente condivisi dai laici stessi, il Capitolo chiede che essi siano ulteriormente chiariti (n. 67.1), per completarli più chiaramente nel prossimo sessennio. Inoltre, siccome i due Istituti IMC e MC hanno sviluppato questo movimento laicale indipendentemente l’uno dall’altro, ci dovrebbe essere un dialogo fra i due Istituti e con i laici “sui rispettivi cammini e decisioni” (n. 67.2). Una volta riconosciuta l’importanza dei LMC il Capitolo propone “a quelle Regioni che ancora non hanno comunità di CLM di cercare di stabilirle appena possibile (n. 67.4).
e) La comunione dei beni
Ogni Capitolo ha dovuto interessarsi del voto di povertà e della condivisione dei beni, affinché siano vissuti onestamente e secondo le norme. L’ultimo Capitolo non ha fatto eccezione ed ha sviluppato due lunghi testi su questi argomenti: quello della povertà è contenuto nella prima parte degli Atti (n. 40-43), mentre il secondo è uno degli orientamenti della seconda parte (n. 95-97). Il Capitolo inizia la sua presentazione rimandando all’importanza che il Fondatore dava a questi aspetti della nostra vita: “Dal Fondatore abbiamo tre elementi importanti componenti: l’austerità di vita, stima e amore per il lavoro, anche quello manuale, e condivisione dei beni” (n. 40.4). Tuttora c’è preoccupazione circa l’uso del denaro: “Emerge un’inquietudine riguardo all’uso e abuso del denaro, che non è solamente mancanza contro il voto di povertà, ma ancor più ingiustizia nei confronti dei poveri”(n. 96.4). I delegati hanno pensato che condividere i beni non è solo una tradizione religiosa, ma, nel contesto della società moderna, sta diventando una necessità per la sua sopravvivenza (cf. n. 95). L’Istituto è chiamato ad offrire una chiara testimonianza al riguardo, rispettando certe condizioni: “un’economia di comunione può svilupparsi se nell’Istituto, i suoi membri hanno chiara l’opzione per la santità, la fraternità, l’unità d’intenti, la sensibilità per i poveri e le situazioni d’ingiustizia” (ibid.). Ci sono molti mezzi per raggiungere questa comunione dei beni, che gli Atti capitolari evidenziano: l’austerità di vita (n. 41.1-3, ), l’accettazione pratica che tutti i beni dell’Istituto sono al servizio della missione e non per progetti personali (n. 42.1), lo sviluppo del senso di corresponsabilità in tutto quello che facciamo, superando atteggiamenti individualistici e la tendenza ad aprire conti bancari personali (n. 42.3). Al di sopra di questi mezzi rimane il più importante: la cassa comune. Il Capitolo insiste molto su questo stile di vivere la condivisione di ciò che abbiamo, perché ci può aiutare a praticare la vera povertà e a raggiungere la comunione dei beni.
Il Capitolo si sofferma a delineare lo scopo della cassa comune: “Il fine della cassa comune, oltre alle esigenze dell’Istituto e dei suoi membri, mira anche alla condivisione con chi ha meno di noi, particolarmente quelli che vivono in situazioni di emergenza”(43.3). I capitolari hanno espresso gioia per il fatto che “la prassi della cassa comune è consolidata nell’Istituto”(96.2), anche se non da tutti i suoi membri! Da qui l’insistenza affinché tutti la pratichino: “ogni missionario è invitato a mettere i propri beni nella cassa comune, sull’esempio del Fondatore che usò i suoi a favore l0’Istituto”(n. 97.3). Il Capitolo, con accento forte ed appassionato, conclude: “E’ necessario adottare uno stile sobrio di vita, avere una chiara consapevolezza che il denaro non è proprietà nostra, educarci al valore e all’uso del denaro, al senso del risparmio e all’apprezzamento del lavoro manuale come scuola di solidarietà con i poveri. Perciò è utile sottolineare le seguenti aree che dobbiamo curare maggiormente: viaggi e vacanze, come arredare le nostre case, uso delle automobili, dei mezzi di comunicazione, i telefoni cellulari e satellitari, i computer personali, il vestiario” (n. 97.6).
ALTRE DECISIONI CAPITOLARI
Durante l’ultima fase del Capitolo si sono presi in considerazione altri dieci temi particolari che richiedevano soluzioni e proposte, il più possibile circostanziate, da parte dell’assemblea. Li menziono brevemente in questa parte conclusiva dell’articolo.
1) Nuove aperture (n. 102)
L’Istituto ha preso coscienza che nel mondo ci sono ancora molte Chiese locali con vocazioni alla vita religiosa e missionaria. Per le richieste pervenute da alcuni Vescovi o perché l’Istituto stesso ha preso l’iniziativa, si è constatata la possibilità di nuove aperture da parte dell’IMC, al fine di offrire ed esercitare il nostro apostolato missionario, animando le Chiese alla evangelizzazione dei popoli e suscitando vocazioni missionarie. Il Capitolo, animato da queste opportunità, ha concluso che: a) In Europa: questa apertura sarà realizzata, entro i prossimi tre anni, dalla Direzione generale in accordo con i Superiori delle circoscrizioni del continente e in dialogo con le MC, in una nazione dell’Est Europeo, con due finalità: l’AMV e la cooperazione alla rievangelizzazione (102.1). b) America: la scelta è di andare in Messico; la nuova apertura era stata già studiata dai Superiori di circoscrizione e, possibilmente, vi saranno inviati dei missionari presenti nel continente, nei prossimi due anni; la nuova apertura avrà due finalità: l’AMV e la collaborazione pastorale ad gentes con la Chiesa locale (102.2). c) Asia e Africa: si farà nei prossimi sei ani uno studio per una possibile apertura in entrambi i continenti. In Africa, la scelta potrebbe essere la Guinea Bissau, dove le MC stanno già lavorando. La realizzazione di queste eventuali aperture sarà possibile dopo il prossimo Capitolo generale. (102.3).
2) Europa (n. 103)
Le Regioni dell’Europa, pur non avendo molte vocazioni, continuano una intensa attività di AMV. I missionari più giovani impegnati in tale settore sono soprattutto non europei. Gli Atti richiedono l’intervento della Direzione generale, affinché siano destinati alle tre Regioni altri missionari europei per l’AMV. All’origine di tale proposta c’è anche l’esigenza espressa dagli animatori stessi che, trovandosi spesso soli in contesti nuovi e poco conosciuti, vorrebbero poter cooperare con missionari europei nel campo dell’AMV. Le Regioni d’Europa - impegnate anche in settori ad gentes come la pastorale degli immigrati o in ambienti socialmente difficili - continuano a prestare molti servizi alle missioni e per la vita dell’Istituto: tali prestazioni e responsabilità dovrebbero essere riconosciute ed sostenute con personale il personale adeguato.
3) Ridimensionamento (n. 104)
Questo tema è stato molto dibattuto e proposto all’Istituto anche dal Capitolo del 1999. Purtroppo, nei sei anni passati, non c’è stato un effettivo ridimensionamento, dato che il numero delle nostre comunità non solo non è diminuito,ma è aumentato di una unità. L’undicesimo Capitolo ha preso in considerazione le cause di questo fenomeno: difficoltà a lasciare le nostre antiche presenze, mancanza di convenzioni con i Vescovi, difficoltà a costituire comunità con almeno tre membri. Tenendo conto di questi ostacoli e confermando quanto il precedente Capitolo aveva già deciso, gli Atti capitolari indicano alcuni criteri da seguire: il ridimensionamento sia frutto di una programmazione concertata tra le Direzioni generale e di circoscrizioni e le assemblee continentali; sia richiesto prima di qualsiasi nuova apertura, incluse quelle continentali; sia reso possibile da precise convenzioni con le diocesi, anche da convenzioni “unilaterali”, qualora i vescovi si rifiutassero di firmarle. Il ridimensionamento coinvolge specialmente le Regioni con un “numero significativo di comunità”, ma non a scapito della formazione di base e dell’AMV. Potrà questa raccomandazione così forte portare qualche risultato? Le circoscrizioni continueranno con il vecchio stile di ridimensionamento, vale a dire, chiuderanno una comunità solo se possono aprirne un’altra?. Se così fosse, sarebbe una presa in giro, non un lavoro serio!
4) I beni culturali dell’Istituto (n. 111)
Il Capitolo riconosce che l’IMC possiede una ricchezza inestimabile di beni culturali. Ringrazia di cuore tutti i missionari che hanno raccolto con dovizia questo patrimonio, conservandolo ed esponendolo in musei, specialmente a Torino. L’invito, rivolto a tutti i missionari, è quello di continuare tale raccolta di materiale e di inviarlo ai musei. La preservazione, catalogazione ed esposizione di queste ricchezze culturali in luoghi e modi adeguati, richiedono un lavoro tecnico e professionale: per questo motivo il Capitolo sollecita la costituzione di commissioni locali di esperti, affinché i nostri musei si sviluppino secondo criteri scientifici e diventino sempre più un mezzo di animazione missionaria.
5) Da Casa Madre (112)
Anche nel Capitolo del 1999 se ne era discusso. Tutti convengono nel riconoscere che questa pubblicazione è molto migliorata sia graficamente sia nel suo contenuto. Molti missionari e capitolari convergono nell’affermare che questa pubblicazione è la più popolare fra i nostri confratelli anziani e quelli che comprendono l’italiano. Il bollettino viene inviato anche a parenti ed amici italiani, che contribuiscono finanziariamente alle nostre missioni. Eppure ci sono delle obiezioni e delle domande che mettono in discussione il “Da Casa Madre”. Il numero di missionari che parlano l’italiano sta rapidamente diminuendo, mentre aumentano quelli che non lo capiscono. Questi ultimi si lamentano che non sono informati sulla vita dell’Istituto, dei suoi membri e delle sue attività. Il costo per l’invio postale del bollettino è molto alto e tenderà a crescere in futuro. Altri Istituti hanno da tempo iniziato ad inviare via internet notiziari, bollettini ed informazioni inerenti la congregazione. Alla luce di questi elementi, il Capitolo chiede alla Direzione generale valutare l’opportunità di: “mantenere un’edizione simile all’attuale o leggermente ridotta, destinata soprattutto a parenti, amici, benefattori italiani, e inviarne una copia ad ogni comunità dell’Istituto; affidarne la redazione alla Regione Italia;creare un nuovo notiziario da inviare a tutti i missionari via internet, in due o più lingue, con una periodicità superiore dell’attuale, con notizie aggiornate e in formato agile, a cura della Direzione generale”.
CONCLUSIONE
Il Capitolo è terminato: la sua implementazione inizia. Il suo processo contempla un inizio con la possibilità della contribuzione di tutti; raggiunge la sua espressione più piena e giuridica nei lavori capitolari; ed acquista la sua vitalità nella vita di tutti. I Delegati hanno eseguito il loro mandato in una maniera encomiabile nella seconda fase; spetta ora a tutti noi seguire il loro esempio in questa terza fase dell’implementazione. Si può discutere sull’opportunità o meno di certe deliberazioni, ma non ci si può sottrarre dalla responsabilità della loro esecuzione. Gli Atti Capitolari rimarranno lettera morta per ognuno di noi, finché non saranno calati nella vita come una nuova forza direttiva e costruttiva; rimarranno un documento più o meno apprezzabile per l’Istituto, finché le Conferenze di Circoscrizioni non saranno ispirate da essi, e le loro decisioni non saranno allineate ad essi. Con cuore docile, con la mente illuminata dagli Atti, con la volontà ferrea richiesta dall’Allamano dai suoi missionari, iniziamo questo periodo di implementazione degli Atti Capitolari, nella certezza che l’Istituto ha nuovamente ripreso coscienza del suo carisma perenne e storico, delle sue strutture da mantenersi ed anche da rinnovarsi, del suo stile di vita e missione da purificarsi, per presentarlo all’altare delle nostre celebrazioni come il dono più prezioso perla salute del mondo
P. Antonio Bellagamba, IMC
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