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Il Missionario della Consolata Santo PDF Stampa E-mail
Scritto da Segretariato Generale per la Missione   

“La missione esige grande santità”
(Giuseppe Allamano)

“Come missionari poi, dovete essere non solo santi,
ma santi in modo superlativo”
(VS, 111)

 
INTRODUZIONE

Per avviare riflessioni, attività e programmi, in vista della data di chiusura del Biennio di santità, viene offerto ai Confratelli e alle Regioni questo strumento di lavoro, che traccia con semplicità il profilo del Missionario della Consolata santo.

Esso non si propone di essere completo ed esaustivo, ma vuole lasciare alle singole Regioni la possibilità di elaborarlo, di integrarlo, adattandolo alle persone, ai luoghi, alle circostanze e alle culture che incontra.

Inoltre, si suggerisce di leggerlo alla luce di Il nostro stile di vita e missione, documento dell’ XI Capitolo generale, tenutosi a S. Paolo nella primavera del 2005, che aveva la finalità di proporre all’Istituto una sintesi riassuntiva e sicura della vita del Missionario della Consolata.

Tracciare il profilo del Missionario della Consolata santo, significa presentare i principi spirituali, le caratteristiche, gli atteggiamenti, i sentimenti e le attività inerenti la sua identità, la sua vocazione e il suo servizio.

Identità e santità, essere e dover essere, devono però essere sempre lette in unità. Non è propriamente corretto far derivare la santità, il dover essere, dall’identità. La santità si realizza, infatti, quando il missionario vive la sua identità. Quando si è veri missionari della Consolata,  si è santi. In altre parole, la santità si realizza vivendo bene l’identità.

Non sembra difficile individuare le aree fondamentali per tracciare la nostra identità.

Anzitutto, la nostra vita va riletta in Gesù Cristo e nel suo vangelo. La sua vita, la sua parola e il suo agire, il suo mistero pasquale, diventano per noi paradigmi indiscutibili e irrinunciabili per tracciare la nostra identità. Per grazia lo abbiamo incontrato, abbiamo accolto la sua chiamata, siamo diventati discepoli suoi, consacrati nello Spirito Santo per l’annuncio del vangelo alle genti, decisi a praticare il suo stesso stile di vita e avendo in noi gli stessi sentimenti suoi. La nostra relazione con lui va crescendo, sia con la preghiera quotidiana, sia con il servizio che vogliamo rendergli, annunciandolo ai fratelli.

La seconda area che delinea la nostra identità sono le Costituzioni, regola preziosa, da avere costantemente tra le mani. Esse specificano per noi, nell’oggi del nostro quotidiano, come vive e si qualifica un discepolo di Gesù, missionario del vangelo. Proponendoci caratteristiche e atteggiamenti tipici, voluti dallo Spirito tramite la mediazione del Fondatore, hanno il compito di dare al discepolo il nome di Missionario della Consolata. L’essere consacrati in obbedienza, povertà e obbedienza; il vivere in comunità internazionali che visibilizzano l’universalità della salvezza e la realtà del paradiso; l’evangelizzazione fatta con uno stile metodologico che si ispira a Maria Consolata e fa di lei una madre autentica e una compagna sicura nel cammino, diventano per noi elementi irrinunciabili, che ci qualificano nella Chiesa.

Il terzo riferimento è il Fondatore. La sua paternità espressa in parole e scritti, in consigli, in proposte di mezzi concreti per vivere la nostra vocazione, in atteggiamenti e caratteristiche da adottare nel nostro vivere quotidiano, è accolta come eredità preziosa da noi, figli affettuosi e obbedienti. In lui infatti, riconosciamo la sapienza che viene dallo Spirito e la saggezza di un Padre, che vuole di bene dei figli.

Infine, anche il tempo e le culture in cui viviamo colorano e arricchiscono la nostra identità. Esse restano uno stimolo a verificare costantemente se la nostra testimonianza è attiva e efficace. Il confronto con la modernità e la diversità delle culture ha sempre il pregio di mettere in discussione la mediocrità della nostra vita, invitandoci a transitare verso il magis e la speranza.

L’augurio sincero per tutti è che la santità, meditata e vissuta durante questo biennio, possa renderci sempre più conformi a Cristo, missionario del Padre.

Roma, 6 febbraio 2008
Mercoledì delle ceneri

 
 
1 - VIVIAMO LA SANTITA’ COME DISCEPOLI DI CRISTO

1.1 - Ogni missionario è tale, solo se si impegna nella via della santità. La tensione alla santità è insita nella nostra vocazione missionaria, ne è la base, la motivazione e la ragione di tutto il nostro essere.

Questa  intuizione del nostro Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, anche oggi, in epoca di globalizzazione, si deve rendere visibile in un cammino che passa attraverso la personale esperienza di Dio, la centralità di Cristo nella sua prassi e annuncio del Regno di Dio fino al mistero pasquale, e sfocia nella missione, incarnata nelle diverse realtà in cui viviamo e lavoriamo.

Il “prima santi e poi missionari”, deve trasformarsi perciò in un’ “opzione per la santità di vita” che pone Cristo al centro e si nutre di:

  • un alto livello si spiritualità e preghiera
  • un umile e attento ascolto di Dio nella sua Parola e nei fatti della storia
  • una conoscenza della propria realtà personale
  • un PPV che comprende tempi e modi per nutrire lo spirito
  • un’abitudine a pregare e celebrare con la gente, fedeli soprattutto all’ Eucaristia quotidiana
 
Approfondimenti
LA SANTITA’ PONE CRISTO AL CENTRO DELLA VITA

La santità missionaria nasce e si forma nell’incontro con Cristo. L’indebolimento della nostra relazione con Cristo indebolisce la radice stessa della missione. Forse sta qui la ragione di alcune nostre mediocrità. Oggi, lo slancio missionario richiede una forte spiritualità missionaria, sostenuta da una visione teologica adeguata.

 La vivacità missionaria delle prime comunità cristiane – di cui parla il libro degli Atti degli Apostoli – nasceva dall’esperienza di un personale e intimo incontro con Cristo. Oggi ancora, l’urgenza della missione e la convinzione che Cristo è atteso da ogni uomo, è colta a partire dalla propria esperienza di incontro con lui. E’ questa la risposta al “perché” della missione. Non si abbia paura di questa forte accentuazione della centralità di Cristo.

 

1.2 - La santità si manifesta nella consapevolezza di essere consacrati ad gentes, ad vitam, ad extra e ad pauperes, per il servizio della missione nella Chiesa, attraverso la Vita Consacrata. Essa è il nostro specifico modo di essere discepoli di Cristo ed di rendere testimonianza tramite i voti di obbedienza, povertà e castità. 

Essere religiosi indica uno stile e una consapevolezza di radicale sequela, che mostra l’alternativa evangelica alla cultura dominante, ispira scelte profetiche e qualifica la missione. Con la nostra vita quotidiana affermiamo che Gesù Cristo è il nostro unico bene e la norma suprema del nostro agire. A lui cerchiamo  continuamente di conformarci, vivendo e testimoniando tra la gente i valori tipici del Regno di Dio.

La misura della radicalità del nostro amore a Cristo e ai fratelli trova nel martirio il sigillo supremo di donazione, attraverso l’offerta della fatica quotidiana, la sofferenza nella malattia o l’immolazione stessa della vita.

 
Approfondimenti
SANTI PERCHE’ INNAMORATI DI CRISTO

Ognuno di noi conosce i propri limiti, e anche in comunità si vivono delusioni, frustrazioni di progetti non realizzati nei vari ambiti del nostro servizio missionario. Questo può farci perdere di vista, fino a spegnerla la passione per il Regno. Nelle scelte che facciamo, a volte siamo dimissionari e rassegnati ancor prima di tentare strade nuove. Rischiamo di diventare dei funzionari, più che dei testimoni, custodi del passato, più che avanzare, in prima fila, come sentinelle del mattino.

Perché questo succede? Quale rimedio opporre?

Dobbiamo recuperare l’ innamoramento a Gesù Cristo, come l’investimento totale della nostra vita, perché il Signore non può essere ridotto ad una frangia, un’appendice al panneggio della nostra esistenza. L’amore per Cristo se non ha il marchio della totalità, è ambiguo. Il part-time, il servizio a ore con Cristo non è ammissibile.

Innamorarsi di Gesù Cristo vuol dire: conoscenza profonda di lui, dimestichezza con lui, frequenza diuturna nella sua casa, assimilazione del suo pensiero, metterlo al centro della nostra vita. Le pratiche spirituali proposteci dalle nostre Costituzioni, come la recita del breviario, il rosario, la lettura spirituale,l’adorazione del Santissimo Sacramento, non sono vecchia ferraglia da mettere in solaio: sono segni ancora validi di amore vero per il Signore.

Se dovessero mancare, inesorabilmente verrebbero surrogati da altri amori: per una donna, per la propria immagine, per la carriera e per il denaro.

Dobbiamo ripetere con chiarezza che, senza la freschezza dell’amore per Cristo, la centralità dell’Eucaristia, del tempo prolungato davanti al tabernacolo, ci si illude di lavorare per il Regno di Dio.

E’ perciò indispensabile riscoprire la santità come innamoramento, perché mettere Cristo al centro garantirà una rinnovata armonia di vita e di apostolato a tutta la vita consacrata e mostrerà con chiarezza come essa si colloca strettamente nel cuore della vita e della santità della Chiesa.

Ripartire da Cristo, come sacerdoti, significa ancora guardare a Gesù Eucaristia: lui celebrato, lui accolto nel cuore, lui testimoniato nella vita, lui annunciato. La Parola di Dio, la Preghiera e l’Eucaristia ci portano a vivere l’intimità con Gesù, l’immedesimazione con lui, la totale conformazione a lui, per contemplarne il volto sofferente, che si manifesta nelle nuove povertà materiali, morali e spirituali e nei poveri indifesi, crocifissi dalle ingiustizie prodotte dall’idolatria del denaro e del profitto dominante nella nostra società globalizzata.

La nostra vita consacrata ha bisogno di riprendere vigore con un cammino di conversione e di rinnovamento che, come nell’esperienza primigenia degli apostoli, prima e dopo la risurrezione, è stato un ripartire da Cristo. Da Cristo sono partiti i primi discepoli di Galilea, chiamati, mandati  e accompagnati durante il loro lavoro in missione. In ogni età, dalla formazione di base, fino agli ultimi istanti della vita, dobbiamo ritrovare il primo amore, la scintilla ispiratrice da cui è iniziata la sequela con quella intima consapevolezza che faceva dire all’apostolo Paolo “Cristo mi ha amato e ha dato la sua vita per me” (Gal 2:20).

In tempi di omologazione diffusa, di conformismo, di ripetitività, occorre ricordare che anche la nostra vita spirituale corre gli stessi rischi,  un “vivere di rendita” che indulge nell’idolatria del fare sull’essere, dell’attivismo, individualismo ed efficientismo come se la missione fosse opera nostra. Contro queste tentazioni è necessaria la lotta contro il protagonismo missionario ed uno sforzo rinnovato per costruire la cultura dell’interiorità.

 
GESU’ MODELLO DI MISSIONE

La missione è inscritta nell’evento stesso di Gesù. Appartiene all’indicativo della rivelazione, non agli imperativi della risposta. La missione, infatti, non va subito collocata nel capitolo dei doveri, ma nel capitolo che racconta ciò che Dio ha fatto per noi.

Il luogo più luminoso in cui scorgere la figura evangelizzatrice della missione è il volto di Dio rivelato da Gesù. Va ribadito che Gesù non solo ha annunciato il Regno, ma lo ha mostrato nella concretezza della sua esistenza. In lui, l’azione salvifica di Dio (e questo è il Regno!) si è manifestata, con tratti di sorprendente novità, come misericordia e universalità.

Se la prima coordinata della vita di Gesù è stata la missione, la seconda è stata la comunità. Gesù ha raccolto intorno a sé un gruppo di discepoli perché “stessero con lui”, a loro da dedicato tempo e cure, ma la sua preoccupazione non ha mai cessato di essere sempre per tutti. Ha pensato al gruppo dei discepoli in funzione della missione, non viceversa. Così Gesù ha superato d’un balzo, la vecchia logica – dura a morire – del prima la formazione del gruppo, poi il suo invio in missione. Gesù fin dall’inizio va ai lontani con il gruppo dei vicini. Non si tratta di una tecnica pedagogica, ma di una questione di identità: se la comunità non va in missione, se non sta sempre davanti alla folla, mostra di non avere capito e accolto l’evento di Gesù e non si fa più segno di quell’evento nel mondo. Il sale non è più sale! Nel vangelo di Marco (cf 3:14-15) si legge che Gesù “ne costituì dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare”.  Lo “stare” non è la premessa dell’ “invio”, ma molto di più. Il rapporto fra i due momenti è contemporaneo e costantemente circolare. E’ stando  con Gesù che si comprende la necessità dell’andare. Ma è andando, che si sta veramente in compagnia di Gesù: la sua vita infatti è itinerante e missionaria. Lo stare non è la premessa dell’invio, ma indica piuttosto il modo di andare, non da soli, ma in compagnia del Maestro, alla sua sequela.

Se la santità è “ripartire da Cristo”, se è “stare” con lui che è il segno e figura del Regno, allora rimane indispensabile verificare la qualità della nostra familiarità e conoscenza di Gesù per assumere uno stile missionario conforme a quello di Gesù. Se è vero che il cristianesimo non è la religione del libro ma della Parola, è altrettanto vero che solo il Vangelo consente la conoscenza di Gesù Cristo, centro e cuore del cristianesimo. “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”, affermava san Girolamo. Quale figura di missionario, può emergere senza una conoscenza diretta di Gesù Cristo? Quale annuncio, quali scelte potremo fare senza la conoscenza della sua umanità esemplare e dei tratti di novità del Regno di Dio come quella che può venire dalla lettura e dalla familiarità con i vangeli?

E’ sempre auspicabile un percorso di serio approfondimento dei singoli e nelle comunità che tenga conto di due esigenze. La prima è quella di porre l’accento sullo studio, lettura e meditazione della Parola di Dio, certamente contestualizzata, in comunità e insieme alla gente. La seconda è l’ascolto dell’umanità di oggi, uomini e donne, che geme e soffre, abbandonata e senza speranza.

 
 
2 – CON LO STILE DEI MISSIONARI DELLA CONSOLATA

2.1 - Quando il discepolo vive la santità con lo stile e secondo il carisma dell’Istituto, diventa Missionario della Consolata.

Ecco le sue caratteristiche specifiche:

  • zelo apostolico e desiderio di fare conoscere il Signore a tutte le genti
  • amore particolare per Maria Consolata
  • devozione eucaristica
  • fedeltà alla Chiesa e ai suoi pastori
  • amore per la liturgia
  • vita fraterna vissuta come in famiglia
  • pratica del lavoro manuale
 
Approfondimenti
EUCARISTIA E MISSIONE

E’ noto a tutti come l’Evangelista Giovanni, invece dell’Istituzione dell’Eucaristia, come i sinottici fanno, narra l’episodio della lavanda dei piedi nel contesto dell’ultima cena.

Questo gesto significa che se non ci alziamo da “quella” tavola, ogni nostro servizio è superfluo, inutile, non serve a niente. Qui arriviamo al punto nodale di tutta la revisione della nostra vita spirituale, e del nostro cammino verso la santità. Diciamo la verità: forse noi rendiamo un gran servizio alla gente,con molta diaconia, ma spesso è una diaconia che non parte da “quella” tavola.

Solo se partiamo dall’Eucaristia, da “quella” tavola, ciò che faremo avrà la firma d’autore del Signore. Se non partiamo dall’Eucaristia la nostra è soltanto un’attività faccendiera, saremo sempre super-oberati da mille cose, faremo si le opere della carità, ma senza la carità delle opere.

Le opere di carità non bastano, se ci manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandole di cose.

“Si alzò da tavola” significa la necessità della preghiera, dell’abbandono in Dio, di una fiducia straordinaria, di coltivare l’amicizia del Signore, di potrei dare del “tu” a Gesù Cristo, di poter essere suoi intimi. Se siamo staccati da Cristo, diamo l’impressione di essere soltanto dei rappresentanti della sua merce, che piazzano le sue cose senza molta convinzione, solo per motivi di sopravvivenza. A volte ci manca questo annodamento profondo con il Signore. Qualche volta a Dio noi ci aggrappiamo, ma non ci abbandoniamo. Un abbraccio di paura è differente da uno di amore. Abbandonarsi vuol dire lasciarsi cullare a Lui, lasciarsi portare da Lui semplicemente dicendo: “Mio Signore ti voglio bene!”

 

2.2 – Dal Fondatore abbiamo ereditato l’amore filiale a Maria Consolata, nostra “Madre e Fondatrice”, modello e guida. Con il suo stile materno ella orienta il vissuto quotidiano del nostro carisma ad gentes, pervade e plasma il nostro essere e fare missione. Con l’ispirazione del suo nome, la consolazione diventa Buona Novella ai poveri, mirando alla promozione umana, al benessere e alla felicità delle persone, liberandole da ogni schiavitù e sofferenza, dalla paura e dall’oppressione.

 
 
Approfondimenti
MARIA CONSOLATA

“Crederei di mancare al mio dovere e al mio speciale affetto alla SS. Vergine, se non prendessi tutte le occasioni propizie per parlarvi di Lei. È una grazia il poter parlare della Madonna; si concorre in qualche modo a realizzare ciò ch'Ella aveva di Sé predetto: Tutte le generazioni mi chiameranno beata (954).

Il desiderio proprio della Madonna è di salvar anime, cooperare perché il Sangue del suo Divin Figlio non sia sparso invano. Ella ha voluto dare il suo nome al nostro Istituto, perché si salvino più anime che è possibile. Tutte le anime che salverete, sarà per mezzo di Maria. Se uno vuol salvarsi senza passare per la Madonna, sbaglia.

La divozione alla Madonna non è solo pegno di predestinazione, ma anche di santificazione. Chi non ha vera divozione alla Madonna, non sarà mai un santo Religioso, un santo Sacerdote, un santo Missionario. Chi vuol giungere alla santità senza la Madonna, vuol volare senz'ali. Senza di Lei si fa nulla. E che fa Ella per la nostra santificazione? Ci sostiene nelle tentazioni e in tutte le miserie di cui è piena la nostra vita; ci difende dal demonio; ci dà la forza di superare tutte le difficoltà” (GIUSEPPE aLLAMANO, Vita spirituale).

 

2.3 - Con l’Allamano come “Padre” e Maria come “Madre”, viviamo nell’l’Istituto come in una “famiglia” in cui ci sentiamo fratelli, interessati gli uni degli altri, in unità di intenti, condividendo gioie, sofferenze e speranze.

La vita comune nella fraternità per noi è un valore primario, fondamentale e irrinunciabile, anima la nostra missione con il metodo della comunione, rende la nostra testimonianza autorevole e la nostra pastorale missionaria autentica.

Il PCV è strumento privilegiato di formazione continua, di inserimento attivo nella comunità, di analisi e di valutazione della realtà, volano attorno a cui le attività ruotano e senza il quale ci sarebbe dispersione, individualismo e frammentazione.

 
Approfondimenti
L’ACCIDIA, IL CONTRARIO DELLO ZELO

Oggi l'accidia - dopo essere stata vittima di una prolungata amnesia per cui non si sapeva neppure più che tipo di malattia spirituale fosse - gode di un rinnovato e vasto interesse: ne parlano i filosofi, i sociologi e anche quanti si interessano alla spiritualità.

Cos'è, dunque, l'accidia o acedia? Akedia nel greco classico indica la mancanza, il venir meno di un interesse, un'attenzione, una sollecitudine: è quindi uno stato di scoraggiamento, di sconforto, un sentimento che rasenta la disperazione perché non si scorge più la possibilità di un senso e, dunque, di "salvezza". Nella tradizione cristiana, il primo a parlare dell'acedia è Origene che la indica come tentazione subita da Gesù nel deserto e la individua come assopimento, intontimento, perdita di vigilanza. Poco più tardi Evagrio identificherà l'acedia e la descriverà tra le otto passioni, le otto tentazioni contro le quali il monaco deve lottare: una dominante, una suggestione efficace, un «demonio» che assale tentando di invadere la persona fino a offuscare lo sguardo del cuore, fino a travolgerla per trascinarla ai bordi della patologia psichica grave, fino alla depressione. Sarà lo stesso Evagrio, riprendendo un'esegesi rabbinica al Salmo 91,6, a definire questa tentazione «demone meridiano» perché è proprio verso mezzogiorno - ora che nel deserto è particolarmente calda, afosa, ora in cui il peso del digiuno si fa sentire - che affiora nel cuore del monaco la do manda ossessiva: «Ma vale la pena? A che serve tanta fatica? Chi me lo fa fare?». Chi conosce bene questa tentazione sa che si manifesta subito come patologia, come cattivo rapporto con lo spazio, e sa anche che ad essa si può aggiungere la tristezza - l'altra tentazione, parente così stretta dell'acedia che l'occidente le ha unificate in un unico «vizio capitale» - che è un cattivo rapporto con il tempo.

L'acedia è veramente il «male oscuro»: si cessa di habitare secum, non si riesce più ad abitare la solitudine, il deserto, il silenzio in una quiete pacificata e si tentano fughe da se stessi accompagnate da uno smarrimento di adesione alla realtà. L'ansia interiore viene percepita con disgusto spirituale, invade l'intera persona e diventa matrice di sensazioni e dominanti che possono condurre verso il vuoto, l'abisso, la «nientità», il cinismo nei confronti della vita e degli altri; a volte invece prevale il sogno di una diversità impossibile, il pensiero di un «altrove» in una situazione irreale in cui non c'è più sforzo spirituale, né esercizio di vigilanza e neppure la presenza di Dio che pur si percepisce a tratti come schiacciante.

È una malattia radicale e cronica del cuore, uno stato d'animo che porta al disorientamento, alla de-costruzione di tutto ciò che si è fatto nella vita, alla de-vocazione di ciò che si è diventati. Evagrio dice che l'acedia ha il terribile potere di spegnere la luce di Dio negli occhi dell'uomo.

Umberto Galimberti chiama l'acedia «noia», «vuoto intellettuale», «malinconia»: espressioni che fanno riferimento non tanto a un vizio o a una nevrosi, ma piuttosto a un sentimento di «esilio sulla terra». C'è del vero in questo, ma non si pensi che questa tentazione sia estranea a chi vive nella tensione verso «un altro cielo e un'altra terra»: l'acedia a volte è seduzione di ateismo.

Atonia del cuore, asfissia dell'intelletto, paresi della volontà riducono l'uomo ad abitare zone infernali, a dimorare agli «inferi», cioè in abissi di nonsenso dove l'uomo ha smarrito la sua dignità. Eppure, anche in questa situazione, la voce di Dio può risuonare e chiedere addirittura, come a Silvano del Monte Athos, di abitare agli inferi senza disperare! I padri del deserto di ieri e di oggi, i solitari capaci di discernimento, non solo conoscono questa tentazione e la sanno diagnosticare fin dai primi sintomi, ma - da autentici «cardiognostici», conoscitori del cuore umano - sanno anche indicare i comportamenti atti a prevenirla e i rimedi adatti a curarla. Essi sanno che questa «passione» nasce innanzitutto in una vita vissuta alla giornata, una vita nutrita di spiritualità vagabonda in cui l'amore non è legato a una storia, a una vicenda ma solo all'istante e all'esperienza di un momento. Chi fa una vita obbediente solo a uno sfrenato attivismo - magari anche assunto «a fin di bene», in favore degli altri - e non sa habitare secum per attingere alla sorgente, chi si sfibra in molteplici rapporti superficiali, chi non si esercita quotidianamente a discernere il proprio desiderio, la propria volontà, il proprio operare, assumendo fallimenti e riuscite, questi finirà per incontrare presto o tardi l'acedia nel suo devastante incedere.

Io credo che il rimedio per eccellenza rimanga l'eucaristia: eucaristia come esercizio di rendimento di grazie, eucaristia come rapporto con le cose dono di Dio, eucaristia come strumento di comunione cristica e cosmica. Ora, l'acedia è l'esatto contrario dell'eucaristia, cioè dello spirito di ringraziamento: incapace di cogliere il rapporto con lo «spazio» e il senso delle cose, chi è preda dell'acedia vive nella a-charistia, nell'incapacità a stupirsi della bellezza, dell'amore e, quindi, nell'incapacità a rendere grazie. Come affermava già Giovanni Climaco: «nella solitudine, privi di consolazione, si è tentati dal demone dell'acedia e della acharistia». Sì, l'acedia è non credere all'amore, mentre il cristiano dice con l'apostolo Giovanni «noi crediamo all'amore»! (Enzo Bianchi).

 

2.4 - L’Istituto negli ultimi anni ha vissuto un cambiamento significativo nella composizione dei suoi membri. Le nostre comunità sono più che mai internazionali e multiculturali, arricchimento e sfida nello stesso tempo. Nel mondo di oggi, globalizzato, spesso tormentato da divisioni, settarismi e fondamentalismi, la missione richiede la profezia della kenosis nei di rapporti interpersonali. Essa è riconoscimento dell’altro per valorizzarne la diversità, superamento di pregiudizi e testimonianza dei valori del Regno, che riunisce insieme persone di ogni razza, lingua popolo e nazione.

 
Approfondimenti
INTERCULTURA

L’Istituto, che è nato in Italia, negli ultimi anni si è arricchito dei tratti della internazionalità. Molte delle nostre comunità già sono multiculturali, cioè composte da membri provenienti da contesti culturali differenti. La missione ci interpella affinché, alla luce del Vangelo, le nostre comunità vivano l’unità nella diversità, e testimonino la possibilità di una comunione di vita che armonizzi le diversità e valorizzi gli elementi culturali di tutti. Per questo giustamente l’intercullturalità ha trovato un posto di rilievo nei documenti ufficiali del nostro Istituto, nelle programmazioni a livello continentale e regionale, e nei corsi di formazione continua come nei programmi educativi della formazione di base.

Nel 2008 inizierà il Biennio sulla interculturalità, un kairos per tutto l’istituto per cambiare mentalità, approfondire le conoscenza delle dinamiche dell’incontro con l’altro e infondere un rinnovato impulso alle numerose iniziative già in atto.

Quali sono allora gli autentici atteggiamenti richiesti a un missionario per assumere, vivere e testimoniare l’ interculturalità?

Presentiamo molto brevemente e superficialmente alcuni atteggiamenti ed indicazioni pratiche su cui iniziare a riflettere insieme e elaborare iniziative e esercitare dei cammini a livello personale, comunitario, regionale e continentale.

Innanzitutto cogliere e affermare la differenza dell’altro: l’altro non è uguale e la sua differenza deve essere rispettata e accolta come tale. Lo straniero, per colore della pelle e tratti somatici, per lingua e cultura, per religione, etica e costume è l’altro radicalmente altro da me: era lontano e ora mi è vicino, era sconosciuto e ora è davanti a me. E sull’esempio di Abramo alle querce di Mamre (cf Gen 18:1-15), è importante ricordare che si sceglie di ospitare l’altro che sopraggiunge, prima ancora di conoscerlo, prima di valutarlo, prima di discernere perché è venuto. L’altro è un dono nella sua differenza e la sua presenza è comunque e sempre un’ “occasione”!

Può nascere la paura dell’altro, sentimento che non va né deriso né minimizzato, ma piuttosto esaminato seriamente. E’ importante affrontare e non rimuovere la paura, altrimenti si rischia o di negarla fino ad abdicare alla propria cultura o di colpevolizzarla. La paura che nasce dalla radicale differenza può diventare la base di un’autentica comunione attraverso il far avvenire in sé la differenza dell’altro. Da “hostis”, (nemico), l’altro diventerà “hospes”, (ospite).

Il passo successivo è quello dell’ascolto, atteggiamento interculturale, che permette di cogliere l’altro per quello che è e si narra, e non per quello che io credo che sia. Ascoltare l’altro è dire sì alla sua esistenza e permettere che le nostre differenze si contaminino e perdano la loro assolutezza. Non si tratta solo di acquisire informazioni sullo straniero, ma di aprirsi al “racconto” che lo straniero in mille modi fa di se stesso e della propria storia: così l’altro non abiterà più tra di noi ma in noi. Non si tratta solo di “ospitarlo”, di vivere sotto lo stesso tetto, ma di accoglierlo nel cuore e nella nostra vita!

Questo ascolto necessita una rinuncia di pregiudizi: essi, come un rumore di fondo, ci frastornano e ci sottraggono alla fatica di pensare e di conoscere realmente l’altro per accoglierlo. Siamo tutti plasmati da stereotipi generalizzanti, da preconcetti e pregiudizi che generano incomprensione, sterili pettegolezzi e talvolta intolleranza. In tal caso dovremmo sospendere il giudizio e lasciare che l’altro si autodefinisca attraverso il linguaggio che gli è proprio, dovremmo imparare la stupenda arte dell’ascolto, dell’accettazione della diversità, dovremmo esercitarci nel accogliere la differenza per sostenerla con tutta la sua complessità.

Dall’ascolto senza pregiudizi nasce lo sguardo sgombro da diffidenza e capace di simpatia verso lo straniero e verso quei caratteri che lo straniero reca con sé: la radicale alterità di cui è portatore diventa una realtà osservata in modo partecipe, con volontà di comprensione, e la pretesa di verità dello straniero ha la stessa legittimità della nostra. Comprendere non significa accettare tutto. Occorre l’esercizio di uno sguardo capace di dialogo, in cui si scambino parole, si doni del tempo all’altro, si faccia esperienza di sé e dell’altro in una logica di gratuito scambio di doni.

La comunicazione che ne deriva, allora diventa autentico dialogo, cammino di conversione, verso ciò che il nostro Fondatore spesso amava definire “unità di intenti”. Non si tratta solamente, come si dice sempre, di cambiare mentalità, ma di acquisire una mentalità di cambiamento, di “homo migrans”, di itineranza, virtù propria di noi missionari.

 

2.5 - L’Istituto e le Regioni, negli ultimi anni hanno vissuto, non senza difficoltà, una significativa apertura alla collaborazione con altre forze missionarie. Oggi si collabora volentieri con le Suore Missionarie della Consolata, alle quali ci unisce un legame speciale, a motivo della medesima origine, vocazione e volontà del Fondatore. E anche con i LMC, che desiderano fare della missione una scelta di vita, condividendo sempre più direttamente il carisma e la spiritualità IMC.  Con la gente e con i popoli che incontriamo nell’evangelizzazione, non solo collaboriamo, ma ne condividiamo l’esistenza,diventando voce di chi voce non ha.

 
Approfondimenti
VITA FRATERNA NELLA COMUNITA’

Spesso abbiamo interpretato l’episodio della lavanda dei piedi come un invito di Gesù alla Chiesa, perché lavi i piedi ai poveri, agli emarginati. Abbiamo dimenticati che Gesù ha detto ai suoi apostoli: “Dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Giovanni 13:14). C’è in questa espressione di Gesù tutto il suo desiderio, tutta la sua preoccupazione per una comunione all’interno del gruppo dei suoi apostoli, una comunione profonda, che noi dobbiamo riscoprire e vivere mettendoci al servizio gli uni degli altri.

Ne va di mezzo la salvezza del mondo. Se noi, più a contatto con l’Eucaristia, non viviamo veramente la comunione, la nostra testimonianza sarà vana. Saremmo ipocriti se proclamiamo la Parola, se spezziamo il Pane dell’Eucaristia, e  poi vivessimo per conto proprio, mortificandoci a vicenda, coltivando piccole invidie, piccoli rancori, dissociandoci gli uni gli altri, vivendo all’interno della comunità la disaffezione reciproca, ignorandoci a vicenda.

 
L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE NELLA COMUNITA’

La comunità religiosa è il luogo in cui siamo chiamati diventare fratelli. Troppo spesso ci dimentichiamo che nella comunità non si è già fratelli, ma si diventa fratelli, attraverso un cammino faticoso, che esige come sua arte preliminare, l’apprendimento del comunicare.

Nelle nostre comunità si comunica veramente? Come e che cosa si comunica? Qual è il livello qualitativo dei nostri scambi quotidiani? La comunicazione tra noi “tocca” in qualche modo ciò che è al centro della nostra vita, cioè la fede, la consacrazione, le difficoltà personali e pastorali? Non è questo forse un ostacolo sulla via della santità che invece dovrebbe caratterizzare la testimonianza della nostre comunità?

Il coraggio della verifica potrebbe aprire la strada a un rinnovato slancio per raggiungere e vivere una comunicazione più intensa, più ampia e più profonda.

C’è un rapporto stretto fra comunicazione e vita comunitaria, perché la mancanza e la povertà di comunicazione generano l’indebolimento della fraternità, così come la non conoscenza del vissuto altrui, rende il fratello un estraneo e anonimo il rapporto, oltre che creare vere e proprie situazioni di isolamento e di solitudine. Sarebbe triste se alcuni missionari, per mancanza di autentica comunicazione avessero la drammatica sensazione di “non essere di nessuno”, vivessero una sorta di sottile emarginazione fraterna, rischiosa anticamera di pericolose crisi affettive. Nulla, neanche la debolezza e il peccato di chi mi vive accanto, dovrebbe consentire che l’altro resti solo, senza che alcuno entri in comunione con lui e lo aiuti (cf Qo 4:9-10). La solitudine, spesso vissuta geograficamente da tanti missionari, a volte, è meno pericolosa di quella di chi è costretto a vivere in comunità trasformate in deserti silenziosi, rotti parzialmente da comunicazioni organizzative e superficiali per programmare le attività giornaliere. E’ bene ritornare a riflettere sul vizio diffuso dell’individualismo, di una mentalità di autogestione della missione, di una ferrea distinzione di ruoli senza condivisione e corresponsabilità, l’insensibilità verso l’altro, mentre alcuni lentamente vanno ricercando rapporti significativi, a volte pericolosi, fuori della comunità.

Ancor più grave è l’insufficienza nella comunicazione dei beni spirituali. E’ come se la spiritualità fosse o diventasse affare del singolo, qualcosa di molto privato, di segreto, da gestire nell’intimità assoluta della propria interiorità a porte chiuse. La stessa preghiera comunitaria, occasione privilegiata per lo scambio di esperienze spirituali, di condivisione sulla Parola di Dio, se non diventa comunicativa e attinge alle ricchezze di ognuno si riduce a un “dire”, un “recitare” insieme, che non rende gloria a Dio “con un solo animo e una sola voce” (Rm 14:5).

La comunicazione è parte essenziale del vivere in comunità, e la condivisione è il tipico modo di essere di una comunità di consacrati.

Il mettere in comune i doni dello Spirito è esattamente ciò che qualifica la convivenza di religiosi in comunità, che crescono e si santificano insieme. L’importante non è arrivare immediatamente, ma elaborare delle strategie, indicare dei cammini da percorrere con umiltà e tenacia. La condivisione personale, spirituale e pastorale dovrebbe diventare sempre più il modo normale di comunicare fra di no. Non ci può essere fraternità nelle nostre comunità senza condivisione, così come non ci può essere condivisione senza fraternità.

 
3 – PER L’ EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI

3.1 - L’opzione per la santità di vita, alla sequela di Cristo, con lo specifico stile IMC,  il missionario la realizza nell’evangelizzazione, con la consacrazione a Dio per la missione ad gentes, ad extra, ad vitam e ad pauperes. Si vincola così strettamente alla vocazione della Chiesa “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano" (LG 1).

Oggi l’evangelizzazione percorre strade inedite della storia, entra nella vita dei popoli, raggiunge i cuori delle persone, allarga gli orizzonti su un mondo pervaso dalla paura del futuro, disorientato dai cambiamenti repentini, attraversato da numerosi conflitti e ingiustizie.

3.2 - Il missionario è chiamato ad incarnarsi nella realtà in cui svolge il suo servizio che per questo si esprimerà con diverse modalità per la formazione di comunità cristiane mature, a cui rendere il servizio qualificato dell’AMV.

3.3 - Le diverse forme di povertà manifeste nel mondo, di carattere materiale e spirituale, oggi richiedono la testimonianza della tenerezza di Dio, del farsi vicino alla gente con contatti personali e attenzioni alle necessità concrete, con uno stile di vita semplice e fraterno. E’ indispensabile l’ascolto umile della realtà,  lo stare in mezzo alla gente, imparando la lingua e il loro vissuto, per promuovere la difesa dei diritti dei deboli e denunciare le cause strutturali delle ingiustizie a livello locale e globale.

 
Approfondimenti
L’AMORE PREFERENZIALE PER I POVERI

Dei risultati drammatici di queste moderne forme di idolatria e del suo potere, noi siamo testimoni: il dramma di intere popolazioni che lottano per la sopravvivenza, le sofferenze dei profughi, la pandemia dell’AIDS, la disperazioni degli invisibili delle periferie urbane.

Essi rappresentano il Cristo crocifisso oggi, il Gesù nudo, inerme e impotente sulla croce, che però può sanare il nostro sguardo e liberarlo dalla perenne tentazione dell’idolatria. In questo i poveri ci evangelizzano e ci indicano la via verso la santità: l’alterità assoluta di Dio che è solidale con il suo popolo e che, con la venuta di suo Figlio, lo ha liberato definitivamente.

La croce è l’esito della vita vissuta dal Figlio di Dio sotto il segno dell’amore. Essa non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell’intera vita di Gesù di Nazareth e trae il suo significato da Colui che vi è inchiodato.

Anche oggi siamo chiamati, sull’esempio di Paolo, ad annunciare e vivere in prima persona il messaggio “scandaloso” della croce di Gesù. Davanti a coloro che pretendono una via di potenza, miracoli e segni, a coloro che vorrebbero raggiungere Dio con i propri mezzi e diventare come lui, il missionario è chiamato ad issare lo stendardo della croce (cf 1Cor. 1:23-25).

Ciò che deve accompagnare il nostro cammino verso la santità è la non presunzione, la non arroganza, l’umiltà fino alla debolezza. Tutti i nostri progetti, tutte le nostre mediazioni culturali, tutti i nostri tentativi di presenza tra gli emarginati devono essere portati davanti alla croce di Gesù e devono essere valutati e riconciliati con la Parola di colui che “ha tanto amato il mondo” (Gv. 3:16). La santità è nutrita e vive del memoriale della croce. Perché l’evangelizzazione non batta sentieri aridi e non diventi improvvisazione, guardiamo a Gesù crocifisso, per recuperare il senso umano della vita di fede che esige la gratuità delle relazioni quotidiane con i confratelli e la solidarietà con la gente, l’umiltà di sentirci inutili servi nella vigna del Signore.

La lotta contro questa forma di idolatria ha una sola strada: la sequela, l’imitazione del Servo alla quale siamo chiamati a configurarci. Si tratta di declinare la nostra vita nella logica del Servo che dà la vita per gli altri, che si fa schiavo per lavare i piedi ai fratelli, che avvolge il peccatore con la misericordia di Dio, che opera la pace con mitezza, che prega e vuole che tutti gli uomini siano salvi. Si tratta della santità! “Siate santi, perché io sono santo” (Lv. 19:2 e 1Pt 1:16), nella logica della croce. I santi, infatti,  sono l’autentica “sequentia sancti evangelii” nella storia,l’esegesi di Gesù tra gli uomini.

 

3.4 - Nella riflessione degli ultimi Capitoli Generali, il nostro Istituto ha identificato alcuni ambiti specifici in cui investire l’impegno di evangelizzazione: essi ci interpellano e richiedono un cambiamento di mentalità.

  • L’annuncio ai non cristiani, senza trascurare l’ Europa e i Paesi del Nord del Mondo, dove il cristianesimo è diventato fenomeno irrilevante.
  • Le povertà urbane, enormi sacche di disagio ed emarginazione, agglomerati di persone in condizioni di vita disumane. Oggi più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, soprattutto in periferie. Fa parte del nostro carisma l’opzione preferenziale dei poveri nella loro realtà di sofferenza, anelito di giustizia e cammino di fede e speranza.
  • Le minoranze etniche, vittime di discriminazione, oppressione ed emarginazione, a motivo della loro cultura e religione. Oppure perché pietra di inciampo per l’avanzare delle nuove forme di colonialismo, saccheggio delle materie prime e risorse strategiche di cui le loro terre sono custodi ancestrali.
  • Servizi qualificati alle chiese locali: l’AMV come parte integrante e irrinunciabile della missione ad gentes e della comunione fra le Chiese, la qualificazione missionaria della nostra pastorale parrocchiale.
  • Fa parte della nostra missione evangelizzatrice anche il dialogo interreligioso, che assume oggi un ruolo fondamentale nell’aiutare la conoscenza della verità, incentivare atteggiamenti di apertura, sviluppare fiducia reciproca e promuovere la ricerca di valori e ideali comuni di pace, giustizia, riconciliazione e perdono.
  • L’ impegno per GPIC è parte costitutiva della predicazione del vangelo e del nostro carisma. Esso ci invita ad ascoltare il gemito del creato e di intere popolazioni che subiscono violenze, corruzioni, oppressioni, guerre e ingiustizie.
 

3.5 – Nell’evangelizzazione, ci viene richiesta una presenza particolare nei “nuovi areopaghi”, che sono i mezzi di comunicazione sociale, la realtà giovanile, le migrazioni umane e la partecipazione alla vita della società civile. Da essi ci sentiamo interpellati e ci obbligano, sempre più, a qualificare i nostri servizi di evangelizzazione, ad ascoltarne i nuovi aneliti, a comprendere il vissuto di nuove povertà e anche vivere nuove esperienze di mondialità e solidarietà.

 
Approfondimenti
SANTITA’: LOTTA CONTRO GLI IDOLI

Il discernimento degli idoli e la lotta contro di essi sono un compito essenziale per tutti i cristiani, e ancor di più per tutti noi missionari. Ascoltando la Parola di Dio nelle Scritture, leggendo la storia contemporanea e scrutando le profondità del proprio cuore, il missionario è chiamato a dare un nome agli idoli, a smascherali e a lottare contro di essi.  Minano, infatti, la santità di Dio, si pongono in sua vece e calpestano la legge morale posta da Dio nel cuore di ogni uomo.

L’idolatria è un falso teologico, perché tende ad antromorfizzare dio, rendendolo innocuo o alleato del male. E’ anche un falso antropologico, perché opera la disumanizzazione dell’uomo, lo abbruttisce, sottomettendolo alle barbarie dei suoi comportamenti. Quando si deturpa il volto dell’uomo, unica vera immagine di Dio (cf Gen 1:26-27),irrimediabilmente si decade nell’idolatria.

L’ opzione per la santità dovrebbe qualificare la nostra evangelizzazione, la nostra pastorale, il nostro impegno di GPIC come la lotta contro le variegate moderne forme, personali e strutturali di idolatria.

Innanzitutto l’ego-latria, a volte velata e giustifica dall’amore per la gente, di chi mette se stesso al centro della missione con una forma di narcisismo missionario, fatta a propria immagine e somiglianza. Al di fuori di ogni progetto comunitaria o regionale, la missione diviene realizzazione personale, dei propri progetti e aspettative. Non si pone in ascolto né tiene conto dei reali bisogni della gente.

E poi, le forme di idolatria presenti nella società odierna, identificabili in atteggiamenti, tendenze e mode tendenti a disumanizzare l’uomo, rendendo gretta e vile la sua esistenza, chiamata invece  ad essere all’altezza della figliolanza divina. Pensiamo al potere come affermazione di sé, al di fuori di ogni logica di servizio, al possesso e l’accumulo sfrenato, slegati dall’istanza della condivisione e solidarietà. Sono forme di idolatria che abitano il mondo oggi, si manifestano nel mondo della politica e dell’economia in alcuni Paesi dove lavoriamo, o in strutture economiche sullo scenario internazionale.

 
4 - CONCLUSIONI

4.1 - Il Biennio sulla Santità, è stata un occasione per risentire le parole del nostro Fondatore “vi voglio santi in modo superlativo” e “prima santi e poi missionari”. Queste considerazioni ci hanno orientato a individuare gli ambiti importanti per la riflessione, sollevare delle inquietudini, stimolare il nostro cammino personale e quello delle nostre comunità.

4.2 - Al momento della programmazione è cruciale considerare un fenomeno inedito e significativo: dobbiamo rinunciare al nostro futuro per aprirci all’avvenire di Dio.

Futuro e avvenire suppongono due prospettive che devono essere chiarite e debitamente distinte, se vogliamo aprire nuovi scenari per il nostro Istituto. Infatti il futuro spesso è compreso, interpretato e progettato come semplice prolungamento (e magari: miglioramento) del presente. Si riduce al domani ricalcato sull’immagine dell’oggi. Al limite, ci proiettiamo alcuni dettagli e i nostri desideri irrealizzati, le nostre esigenze frustrate.

Invece l’avvenire, contemplato dalla fede (e che nel linguaggio del credente prende il nome di Regno di Dio), non è una semplice proiezione del presente, ma si configura come dimensione nuova, grazie all’irruzione di elementi sorprendenti, inattesi, che determinano un sostanziale mutamento qualitativo.

E’ verso questo “avvento” di Dio nella nostra vita che dobbiamo tendere, che si manifesta sotto il segno della pienezza, dell’impossibile divenuto possibile, e non semplicemente della quantità, della ripetitività, delle previsioni rispettate.

4.3 - La bibbia ama applicare al profeta l’immagine della sentinella (cfr. Ez 3:16-21; 33:1-9), per la quale risuona costantemente la domanda:”Sentinella, a che punto è la notte” (Isaia 21:11). La risposta è enigmatica e forse anche deludente: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!” (Isaia 21:12). Forse il profeta non sa neppure oggi indicare quando verrà il mattino, ma ne attesta la sicura venuta: il profeta apre le porte all’avvento di Dio, della sua Parola e intervento, e per questo suscita speranza. Chiede che, nel frattempo, si continui a domandare, interrogarsi sul giorno e sulla notte, dunque sul senso, del tempo, della storia e della vita. Questa immagine, applicata al cammino di conclusione del biennio sulla Santità, ci proietta in avanti invitando ogni missionario a vivere bene i mesi a venire, e si allarga anche al futuro per non demordere mai, affinché la tensione verso la santità rimanga sempre la priorità in tutti i campi di servizio del nostro Istituto, dalla formazione di base, all’Animazione Missionaria, dal lavoro pastorale, alla cura degli ammalati.

Siamo coscienti che il luogo privilegiato per formarci alla santità è la vita quotidiana della nostra missione, fatta di gioie e speranze, di limiti e debolezze, nelle sue varie forme ed espressioni. Si tratta di viverla a imitazione del Signore che “fece bene ogni cosa” (Mc. 7:37) con la convinzione che il “bene bisogna farlo bene e senza rumore” (VS 128 – 129). La Santità del nostro Istituto dipende dall’impegno di ogni missionario, sempre e ovunque.

4.4 - Come il Beato Giuseppe Allamano ciascuno missionario è chiamato a diventare una sentinella di santità che scruta i segni del passaggio di Dio nella storia, li anticipa nella sua testimonianza, solidale con le attese e le preoccupazioni della gente. Come lui, il missionario abita lo spazio della speranza nell’ umiltà e nella marginalità tra i poveri, dove la certezza dell’aurora è più trasparente.

4.5 - Affidiamo il nostro impegno e iniziative a Maria, nostra Madre, la Consolata, modello di Santità alla sequela di suo Figlio Gesù, affinché la consolazione diventi annuncio della Buona Novella ai poveri, mirando alla promozione umana, al benessere e alla felicità delle persone, liberandole da ogni schiavitù e sofferenza, dalla paura e dall’oppressione.

4.6 -  “Bisogna annunciare e vivere una speranza credibile. Non si tratta di “sperare stando seduti”. Né accetteremo una dare speranza cinicamente. La speranza non può fondarsi su volatili promesse elettorali né può tradursi in passiva rassegnazione religiosa….Speriamo camminando… Di speranza in speranza, camminiamo, dandoci speranza, dando speranza. E’ degna di credito solo la speranza che si dà, la speranza che rischia, quella che lotta contro ogni ingiustizia e contro ogni menzogna e contro ogni conformismo. E’ speranza cristiana quella che si allea ai Poveri della Terra e “condivide” la loro “sorte”.

(Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di Sao Felix de Araguaia)

 
 
 
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Missione Oggi

Globalization: Points of Fracture in Our Human Society
New Social Sufferings, New Social Fractures
- New Presences for Mission -

Introduction

It is a privilege to be in front of this august body to speak as an African woman, who is passionate about mission, on this important issue which touches on human existence today. Globalization, the subject of our reflection, affects every dimension of the human person. It is not a faceless myth; rather, globalization is an overwhelming reality which affects every sphere of human life – the socio-political, economical, psychological, cultural, religious and spiritual realities.
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