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(Intervento fatto dall’autore nel corso dell’Incontro di GPIC (Torino 2005) Il testo è stato trascritto direttamente dal registratore sulla responsabilità del SGM)
Introduzione
Mi è stato chiesto di illustrare i grandi cambiamenti che stanno avvenendo a livello economico e per certi versi anche politico a livello globale, per cercare di capire le scelte che sta facendo l’Europa. Credo che l’approccio storico sia quello che ci consente meglio di capire perché siamo arrivati a questa situazione odierna.
I. Percorso storico
1500-1990
Una data: 1500-1900, quindi 4 secoli; due situazioni: paesi dominanti e paesi dominati. In questo periodo storico, nei paesi dominanti si sta tentando di rafforzare il capitalismo che è un sistema molto antico che risale all’incirca al 1300 con la nascita dei mercanti. I paesi dominati con le loro materie prime sono visti, fondamentalmente, come una terra di saccheggio dai paesi dominanti per costruire quell’impero industriale che va dal 1700 al 1900. Fondamentalmente, quando parliamo di paesi dominanti parliamo di Europa, parliamo di nord America. Questi paesi avevano bisogno di una quantità enorme di materie prime per sviluppare il loro impero industriale. I paesi dominati sono, principalmente, l’Africa, l’Asia, l’America Latina, paesi visti esclusivamente come terra di saccheggio. Questo era il loro ruolo che dà luogo a due processi: da una parte l’impoverimento nel sud del mondo, e dall’altra lo squilibrio nord-sud. Credo che questo sia, grosso modo, la caratteristica di questo periodo storico, che va tenuta a mente.
1900-1965
Secondo passaggio, periodo storico molto più breve: 1900-1965. Solito schema: paesi dominanti, paesi dominati Che cosa abbiamo di importante in questo nuovo periodo storico? Innanzitutto qualcosa che sta fuori dall’uno e dall’altro, ed è la nascita del socialismo. Questo fatto è da tenere presente, perché ha un’influenza sia sui paesi dominanti che su quelli dominati. Questo è un periodo storico in cui, abbiamo due grossi fenomeni: “Fordismo” e “Socialdemocrazia” influenzati, in qualche maniera, dal socialismo.
Il “Fordismo”
Ford era un industriale che produceva automobili, e voleva dare ai suoi operai la possibilità finanziaria di poter comprare le automobili che produceva. Questa idea era una rivoluzione nell’ottica del momento, perché la logica di ogni impresa era di tentare di ridurre quanto più possibile il costo del lavoro. Però, il tentativo di tenere bassi i salari provocò una serie di crisi continue nel sistema, anche perché c’era una serie di progressi tecnologici che facevano aumentare il rendimento del lavoro. Impedendo ai salari di crescere si impediva a chi produceva di poter assorbire ciò che veniva prodotto; i magazzini si riempivano di beni; il sistema andava incontro ad una crisi per sovrapproduzione. Le imprese non vendevano, non vendendo cominciavano a licenziare… Ci fu quindi per prima la stagnazione e poi la recessione. E di periodi di questo genere, dal suo sorgere fino al 1930 ce ne furono molti.
Ford per ovviare a queste difficoltà e consentirgli un aumento dei salari agli operai inventò la produzione a catena che gli consentiva di avere una serie di risparmi, e così dare la possibilità agli operai di assorbire parte di quanto producevano. Ovviamente questa nuova linea di tendenza si rinforzò per l’influenza dei sindacati. Questo è un passaggio interessante che va tenuto a mente, perché oggi siamo in un periodo di involuzione, si sta inserendo una nuova linea di pensiero.
La socialdemocrazia
Altro elemento importante che va tenuto presente, nasce e si rafforza in questo periodo storico, è la socialdemocrazia. Va intesa come una concezione economica, in cui il mercato continua ad avere tutta la sua sovranità, però si comincia a dire: il mercato va regolamentato, il mercato non può assolutamente essere lasciato allo stato selvaggio perché crea una serie di contraccolpi e di squilibri. Il mercato va regolamentato e nel contempo bisogna riconoscere allo stato, allo stato inteso come comunità organizzata di avere un ruolo importante, perché questo consente di correggere tutta una serie di storture di carattere sociale e consente di poter garantire a tutti una serie di servizi che sono ritenuti servizi fondamentali.
Questi due aspetti sono fortemente influenzati dal socialismo, che era un sistema che si poneva come alternativa al capitalismo e che si fondava su principi totalmente diversi, indipendentemente dalla fine che poi ha fatto. Però, l’impatto sul piano delle idee, è stato notevole, ed ha influenzato anche l’andamento del capitalismo, sapendo che di capitalismi ne possono esistere tanti. Quello che si è cominciato ad affermare in questo periodo storico è stato un capitalismo più dolce, che tentava anche di venire incontro alle esigenze sociali, e di tentare, in qualche maniera, di regolamentare il mercato. Nei paesi dominati che cosa succedeva? Succedeva che, contemporaneamente nel nord, cominciava a maturare la convinzione che il colonialismo non poteva più essere tollerato, e questo è l’epoca delle indipendenze. Gli anni Sessanta, sono stati il decennio della liberazione di molti paesi africani. Arriva l’indipendenza per tanti stati e ciò è un fattore chiave per questo periodo storico. Siamo arrivati al 1965. Come vedete i periodi di riferimento si accorciano sempre di più; prima erano 4 secoli, ora sono 65 anni, ed ora passiamo a un periodo storico molto più breve,
1965-1980
Qui abbiamo ancora: paesi dominanti, paesi dominati; continua il socialismo che si trasforma in alcuni paesi in comunismo, c’è un rafforzamento della social-democrazia tutto sommato, e i cambiamenti più interessanti avvengono nei paesi dominati dove abbiamo una pluralità di situazioni. Anche se era iniziato il processo di indipendenza, se andiamo a vedere i paesi del sud in questo periodo storico, non troviamo una posizione unica, ma troviamo una varietà di situazioni. Ad esempio, in America Latina è stato il periodo delle dittature di destra come in Cile, Brasile ecc. Da una parte abbiamo un regresso: dittature di destra, dall’altra abbiamo avuto dei paesi che si ispirano al modello socialista. Ma abbiamo anche dei paesi che non si configurano né nell’uno e né nell’altro, ma che da un punto di vista economico, puntano ad una propria autonomia; in fin dei conti puntano ad un proprio auto-sviluppo facendo in modo di concentrarsi il più possibile sull’auto-sufficienza. Era l’epoca delle diverse concezioni di sviluppo, e una di queste era la sostituzione delle importazioni. Si diceva: facciamo in modo che l’economia sia sempre più un’economia auto-sufficiente, un’economia al servizio della nostra gente… In questo modo si riusciva a mantenere i rapporti a livello internazionale quanto basta, e mantenerli su un piano di equità. In qualche modo tentiamo di acquistare questa indipendenza. Auto-sviluppo più auto-sufficienza…
Direi che è una situazione composita. Ovviamente potremmo tentare di capire come mai c’è questa situazione così mescolata, e senz’altro si può vedere che ci sono dittature diverse. Sappiamo che in America Latina rispondono al controllo del grande paese, gli Stati Uniti, dell’area socialista risentono gli altri… Teniamo a mente che questo è un periodo di passaggio.
1989-2005
Veniamo ora all’ultimo periodo, 1989-2005. Intanto su quei paesi che non abbiamo classificato, avviene un fenomeno storico: la caduta del muro di Berlino. Con questo fenomeno, questi paesi scompaiono, questo modello non esiste più. Crolla il muro di Berlino che consente, al sistema capitalistico di dire: vedete, non esiste altro sistema al di fuori del nostro; è l’unico sistema possibile. L’alternativa che hanno tentato di mettere in piedi è crollata. E questo fatto consente di passare ad una nuova linea di pensiero, conosciuta come: neoliberista.
II. Fenomeni attuali
1. Il neo-liberalismo
Neo-liberismo che ha tutta una serie di nomi; ad esempio, in America questo concetto si definisce “Washington Consensus”, perché era la linea di pensiero che veniva affermata nelle grandi istituzioni: Comunità internazionale, Banca mondiale; oppure veniva anche chiamata: “la concezione della scuola di Chicago” perché queste idee si erano affermate, in particolare, nell’università di Chicago. Qual era il pensiero di fondo del neo-liberismo? E qual è, tutto sommato, ancora l’ideologia dominante oggi?
Prima di tutto la supremazia del mercato che viene lasciato totalmente a se stesso. Io uso il termine: deregolamentato, tutti gli altri usano il termine di libero. Io credo che sia giusto fare attenzione ai termini che usiamo, perché la libertà è un valore, la libertà tiene sempre conto dei diritti degli altri. Mentre invece per la deregolamentazione non esistono regole e in una situazione così vale una sola regola, quella del più forte. Le regole sono spesso scritte per tentare di proteggere il debole nei confronti del forte; quindi, quando si parla di situazione in cui non esistono regole, ammettiamo implicitamente che l’unica che deve esistere è quella del più forte. Credo che in questo caso sia corretto parlare di “mercato deregolamentato”.
Elementi di fondo: riduzione del ruolo dello stato
Contemporaneamente si fa un’altra affermazione forte e cioè: lo stato deve avere un ruolo quanto più possibile di basso proficuo. Lo stato si deve occupare di meno cose possibili, non solo non deve più porre regole al mercato, ma anche per tutto ciò che concerne la sfera delle sue spese, deve tentare di ritirarsi il più possibile. Deve fare lo stretto indispensabile, deve garantire solo ciò che è al servizio di tutti, nel senso che non può essere posto sul mercato. Quindi, riduzione del ruolo dello stato e contemporaneamente privatizzazione. Questa concezione neo-liberista è in totale contrapposizione con quella di carattere social-democratico. Due concezioni di tipo capitalista, però uno che voleva fosse un capitalismo addomesticato che in qualche maniera rispettasse i diritti di tutti, che la stessa competizione nel mercato avvenisse con certe regole, e l’altro che vuole lo stato selvaggio.
Integrazione
Nei paesi dominati succede che abbiamo, da un punto di vista della funzione economica di carattere internazionale, una varietà di funzioni. Innanzitutto notiamo che, tutti i paesi dominati, si integrano sempre di più nell’economia mondiale. Mentre c’erano stati in passato una serie di paesi che avevano tentato non di vivere l’autarchia, ma di concentrarsi sullo sviluppo della propria gente facendo affidamento alle proprie risorse per acquistare anche autonomia politica, notiamo invece che questo è tutto cancellato; la parola d’ordine è: integrarsi sempre di più nell’economia mondiale. Quindi: integrazione. Nel contempo però troviamo che, dal punto di vista della funzione che svolgono nell’economia mondiale, alcuni paesi continuano a svolgere soltanto la funzione di fornitori di materie prime, e direi che fondamentalmente questo ruolo tocca ai paesi dell’Africa, ma ci sono altri paesi, invece, che si specializzano nella fornitura di manodopera a buon mercato.
Un’altro elemento di novità, ci sono dei paesi del sud, che cominciano a presentare un interessante sbocco di mercato. Quindi vedete che rispetto alla partenza, si comincia a diversificare la posizione. Qual è la novità di fondo per cui tutti i paesi si integrano e comincia a cambiare la loro posizione, pur trovando, contemporaneamente una varietà?
2. La globalizzazione
La globalizzazione è il tentativo di trasformare il mondo intero in un unico mercato, un’unica piazza finanziaria, un unico spazio produttivo. Tentiamo di capire qual è la differenza, tra la globalizzazione e la situazione precedente. Nella situazione precedente, le cellule economiche fondamentali erano rappresentate dagli stati. Cioè gli stati con i loro confini geografici e politici, non soltanto rappresentavano dei mercati, che a volte potevano essere dei mercati abbastanza chiusi, ma esercitavano anche un potere politico che, in fin dei conti, regolamentava anche l’ingresso e l’uscita delle merci, regolamentava l’ingresso e l’uscita dei capitali, sapendo che tutto questo aveva delle forti ripercussioni sia di carattere sociale, che di carattere ambientale. Per cui gli stati erano gelosi di questo tipo di funzione, volevano assolutamente continuare a garantirsi la possibilità di poter regolamentare in maniera autonoma tutta questa partita.
Per cui, prima della globalizzazione avevamo una situazione di tanti stati, stati sovrani, stati per certi versi aperti, esistevano delle relazioni commerciali internazionali, esistevano delle relazioni finanziarie internazionali. Ma gli stati pretendevano di regolamentare in maniera forte, quindi non soltanto imponendo dei dazi, ma con tutta una serie di regole che in fin dei conti regolamentavano, in maniera forte, l’entrata e l’uscita di merci, servizi e capitali.
Ad un tratto invece, si fa un’altra affermazione: no, tutti questi steccati devono essere eliminati, bisogna consentire a merci, capitali e servizi di poter fluire senza nessun tipo di ostacolo da un paese all’altro. Per cui eliminiamo, quanto più possibile, gli ostacoli di carattere doganale, se ci sono i dazi cerchiamo di portarli più giù possibile, e soprattutto, tentiamo di impedire che gli stati abbiano la libertà, abbiano il potere di poter mettere tutta una serie di regole che, in qualche maniera, rendono più difficile la libera, tra virgolette, circolazione di merci e capitali e servizi. In economia non succede mai niente a caso.
Dall’economie nazionali ad un’economia globale
Ci chiediamo: perché ad un certo momento della storia del capitalismo si sente questo bisogno di passare, tutto sommato, da economie di carattere nazionale, ad un’economia globale, dove lo spazio di riferimento è il mondo intero? La ragione la possiamo capire soltanto se studiamo la dimensione delle imprese. Lo studio della dimensione delle imprese ci consente di capire, non solo la globalizzazione, ma anche di capire altri passaggi, infatti nel 1956 nasce il primo abbozzo di Comunità Europea. Ricordiamoci che la Comunità Europea era, prima di tutto, un progetto di integrazione commerciale. Nella storia delle imprese notiamo che c’è uno sviluppo. Le imprese nascono piccole: quando sono piccole, come tutti i piccoli, hanno un bisogno di protezione, chiedono al babbo e alla mamma di proteggerli durante la loro crescita.
Atteggiamenti di carattere protezionista
Nella prima fase del capitalismo c’è stato un momento in cui il pensiero e l’atteggiamento dominanti, al di là delle dichiarazioni di principio, erano atteggiamenti di carattere protezionistico. Cioè gli stati alzavano grandi steccati per proteggere le proprie imprese, che erano di dimensioni così piccole, che gli bastava il mercato nazionale, ed avevano un solo problema: impedire che quelle di fuori potessero invadere la loro riserva di caccia. Per lungo tempo gli stati hanno avuto un atteggiamento protezionistico che si è rafforzato negli anni Trenta quando c’è stata la recessione. C’è stata tutta una fase in cui le imprese sono cresciute, cominciavano a sentire che i mercati nazionali non bastavano più. Quindi si trova la formula intermedia che è quella delle unioni doganali di carattere ridotto. Quindi nasce la Comunità Economica Europea che poi diventa Unione Europea, che tenta anche di diventare un’Unione Politica, ma siamo ancora lontani dalla realizzazione.
Nel frattempo le imprese crescono ancora, per cui, ciò che prima sembrava una necessità, oggi è una necessità urgente, non basta più il mercato europeo, sentiamo che siamo abbastanza grossi per poter tentare di invadere anche il mercato americano, giapponese, e di tanti altri paesi. Quindi, se noi vogliamo capire perché alla fine del 1900 si passa a questa nuova dimensione globale, dobbiamo capire che nel frattempo sono sorti dei colossi, che possiamo definire multinazionali che, hanno la necessità di avere uno spazio di mercato che va ben oltre agli spazi nazionali ma che va anche oltre gli spazi delle unioni doganali ed è, appunto, il mondo intero.
Le multinazionali
Le Nazioni Unite definiscono multinazionale, qualsiasi impresa che abbia la proprietà di imprese che stanno all’estero, cioè qualsiasi impresa che abbia una o più filiali all’estero. Questa è la definizione di multinazionale da un punto di vista dell’assetto proprietario. Da questo punto di vista, le Nazioni Unite hanno censito circa 60 mila multinazionali, che hanno sotto il loro controllo un altro mezzo milione di altre società che stanno nel resto del mondo. Poi si può andare a vedere qual è la bandiera di partenza della capogruppo, perché la maggior parte stanno negli Stati Uniti, Inghilterra, Giappone, Svizzera…
Questa è la definizione di multinazionale. Ricordandovi che, come tutte le definizioni, dentro ci stanno specie molto diverse. Alcune hanno dimensioni piccolissime, altre mastodontiche. E’ stato calcolato che le grandi multinazionali non arrivano a 500 e che queste, hanno il controllo di una fetta notevole dell’economia mondiale. La concentrazione di potere economico è sempre più ristretto. Abbiamo dato questa definizione di multinazionale, ma per capire la globalizzazione dobbiamo dare un’altra dimensione della multinazionale, che è, come dicevo prima, che le multinazionali hanno raggiunto una capacità produttiva, una capacità di vendita, per cui nessuna nazione contiene un numero di consumatori sufficienti per poter assorbire i loro prodotti. Direi che è questa necessità di cominciare ad espandersi, di avere dei mercati più ampi di quelli nazionali, che alla fine porta alla necessità della globalizzazione, con tutto quello che ci sta dietro.
Conseguenze della globalizzazione
La globalizzazione porta con sé due grandi conseguenze. Da una parte riscrive la geografia della divisione internazionale del lavoro; geografia-divisione-lavoro. Dall’altra induce a rivedere l’assetto delle istituzioni internazionali; tentiamo di vedere brevemente, l’uno e l’altro.
Per quanto riguarda la nuova geografia della divisione internazionale del lavoro, cosa succede quando le grandi imprese cominciano a manifestare questo bisogno di proiettarsi in una dimensione mondiale? Succede che si rendono subito conto che, c’è il bisogno di far cambiare l’assetto delle regole internazionali, bisogna fare in modo di indurre gli stati ad aprirsi, tentare di rimetterli in riga, di tentare di comprimere la capacità sovrana degli stati, quindi fanno un grande sforzo per riscrivere l’assetto delle regole internazionali. Il loro sforzo va a buon fine, e sfocia in quella che è nella creazione dell’istituzione che è l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Le multinazionali, quando hanno raggiunto un buon punto di liberalizzazione del commercio scoprono che il mondo è grande da un punto di vista geografico, il mondo è grande da un punto di vista della popolazione, ma ahimé, il numero di consumatori in grado di accedere ai miei prodotti che importano molta tecnologia è piuttosto basso. Perché? Perché 5 secoli di colonialismo hanno gettato metà della popolazione mondiale in una condizione di povertà assoluta, o quasi, che li mette fuori mercato. Per cui il mercato globale che le multinazionali immaginavano come una grande fiera, dove si sarebbe potuto vendere di tutto e di più, in realtà si rivela un piccolo mercato mondiale che non include più del 30% della popolazione del mondo. Questo è un nuovo scenario per le imprese, dove tante multinazionali tentano di contendersi un piccolo mercato mondiale che non ha nemmeno una grande possibilità di espansione immediata. Per ottenere un cambiamento di tenore di vita di un paese, bisogna creare infrastrutture, creare strade, mettere su imprese, processi lunghi che richiedono decenni. L’impresa invece vuole vendere subito. I processi di sviluppo sono processi che competono agli stati, non competono alle imprese. Le imprese hanno il fiato corto, non guardano oltre la punta del naso, hanno bisogno di dimostrare ai loro azionisti, a chi opera in borsa, affinché il titolo si rivaluti, che le capacità d’acquisto sono cresciute nell’immediato.
La pubblicità
Ecco che la pubblicità incalza, diventando sempre più invadente nella nostra vita; più subdola ancora è quella delle sponsorizzazioni. Tutti i momenti della vita sociale, ormai sono sponsorizzati dalle imprese, dai momenti sportivi e da quelli ecclesiastici.
Perché l’impresa sa che deve essere presente in qualsiasi tipo di manifestazione pubblica che in qualche maniera crea contatto con la gente. E siccome le imprese sanno che i consumatori, in qualche maniera, stanno diventando sempre più esigenti, stanno acquisendo un certo tipo di sensibilità sociale ed ambientale, ci tengono molto che il loro logo sia associato ad iniziative di carattere culturale, sociale, ambientale. Quindi nelle imprese c’è una corsa a sponsorizzare qualsiasi avvenimento, nonostante il costo da affrontare, per pubblicizzare il loro logo. Le sponsorizzazioni sono delle forme di pubblicità indirette. E siccome sappiamo tutti molto bene che il guadagno è la differenza tra costi e ricavi, si è dovuta fare un’altra mossa per tentare di conquistare clienti. Una mossa che tutti fanno, cioè tentare di ridurre i prezzi. Se da una parte abbiamo un aumento dei prezzi sotto forma di pubblicità, dall’altra abbiamo una diminuzione dei prezzi e può darsi che, il risultato finale sia una contrazione dei guadagni. Per cui se le imprese, in questo nuovo contesto, vogliono in qualche maniera, tentare di riavere dei forti guadagni, devono passare in rassegna tutti i costi di produzione e capire quale possono ridurre.
Elementi dei costi
Il guadagno è la differenza tra costi e ricavi e quanto più riesco a comprimere qualsiasi tipo di costo, tanto più ho la possibilità di guadagnare. Gli elementi dei costi per una azienda sono innumerevoli, vanno dalle materie prime, ai costi energetici, ai costi tecnologici e si arriva poi al costo del lavoro.. Nella storia e nel tempo, le imprese hanno potuto constatare che quello è un costo piuttosto manovrabile. Proprio perché, in fin dei conti, il lavoro lo forniscono le persone che hanno una grande capacità di adattamento che è un elemento sempre preso in considerazione, ogni volta che le imprese hanno l’esigenza di ridurre i costi. Sono state seguite strategie diverse a seconda dei settori. Nei settori dove si poteva puntare, tramite la tecnologia, a buttare fuori persone, si è fatto questo tipo di scelta; potenziamento della tecnologia.
Il processo di delocalizzazione
Ci sono settori dove, tutto sommato, continua ad essere fondamentale una larga fascia di manodopera, come ad esempio il settore tessile, dell’abbigliamento, dell’elettronica… In questo ambito le imprese hanno fatto un’altra scelta. Si sono dette: va bene, noi viviamo in un mondo dove ci sono delle sacche di povertà così estese, che riducono la nostra dimensione di mercato mondiale. Quindi, perché non utilizzare la povertà di questi popoli per indurli a fare lavori di manovalanza, che oggi vengono fatti a costi elevati e farli ad un costo molto più basso visto che si accontentano di salari minimi? Ed è cominciato il processo di delocalizzazione, cioè di trasferimento produttivo. Si è cominciato a smettere di produrre nei paesi industrializzati e si è cominciato invece a trasferire la produzione altrove.
La formula dell’appalto
Qui va fatta un’altra precisazione che ci consente di capirne altre. Quando un’impresa decide di produrre in un altro stato, può anche risolvere il problema produttivo in un altro modo, con la formula dell’appalto, la produzione per conto terzi. Così cominciano gli investimenti produttivi di nuove multinazionali, che potremo chiamare di seconda generazione, specializzate nella produzione per conto terzi. Come nell’epoca della globalizzazione si stanno affermando delle imprese che ormai non hanno più un retroterra produttivo, non hanno più nemmeno un retroterra commerciale e hanno una sola funzione: quella di vendere l’immagine. Io sono proprietario di un logo, lo espongo al pubblico, e questo logo lo applico su tutto ciò che possa essere vendibile nella fascia di consumatori che io ho preso come riferimento. Nasce la produzione per conto terzi a livello mondiale, nascono queste multinazionali di secondo livello che nessuno di noi conosce. Si crea quindi una situazione che spiega perché il sud del mondo è cominciato ad essere visto anche come produttore di prodotti industriali a buon mercato, e ci spiega anche il fatto che ci sono paesi che ormai mettono paura sul piano della capacità produttiva.
3. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC)
L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è nata per coordinare le relazioni internazionali di carattere commerciale. Al suo interno ha una serie di trattati che, per il fatto stesso di essere stati firmati, hanno valore di legge per i singoli stati. Il suo potere è esercitato da un Tribunale interno. La legge è uguale per tutti all’interno dell’OMC? In teoria sì, di fatto no. Dipende da quali sono i membri che hanno il contenzioso fra loro. Quindi, nonostante questo sia il meccanismo messo in piedi, poi di fatto, le possibilità di farli valere dipendono dai rapporti tra gli stati.
L’OMC per primo si occupa dei prodotti industriali che hanno gli stessi principi dell’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio (General Agreement on Tariffs and Trade: GATT). In agricoltura i principi di riferimento sono diversi, direi addirittura di carattere protezionistico, perché la posizione dei singoli stati è diversa. Ma soprattutto diversa è la posizione degli stati forti. Fatto sta che, il trattato sull’agricoltura continua a contenere al suo interno tutti gli interessi e l’impalcatura delle sovvenzioni che già avevano i grandi paesi produttori. I paesi del sud si stanno opponendo, soprattutto i paesi come il Brasile, il Sudafrica, l’India che hanno una certa capacità di esportazione, chiedono che venga rivista tutta l’impostazione. Ma prima di cambiare di tempo ne passa.
Altro argomento che non esisteva nel GATTt: i servizi. Di cosa parliamo quando si nominano i servizi? Parliamo di un ventaglio di produzioni che sta attorno a 160 attività che vanno dai trasporti all’erogazione di acqua, dalla distribuzione all’erogazione di sanità, dal turismo all’educazione. Servizi sono anche quelli delle banche, assicurazioni, finanziari e tutto ciò che ci sta dietro.
La gestione dell’acqua, della sanità, dell’educazione non dovrebbe essere lasciata ai privati. Ma, purtroppo, questo trattato sui servizi, è un tentativo per indurre gli stati a disfarsi quanto più della gestione pubblica di questi servizi e darla ai privati. Questo è un trattato ancora in via di formazione. Si vogliono mettere le mani su tutti i servizi che vengono erogati in tutti i paesi del mondo. E una volta che un paese, disgraziatamente, accetta, non può più tornare indietro. E a quel punto è l’inizio della discesa. Alcuni stati che l’hanno fatto, oggi non sanno come fare.
Ultimo tema che ancora non è dentro all’OMC, ma si cerca di farlo entrare, è l’accordo sugli investimenti. Che cos’è questo accordo sugli investimenti che ancora non c’è totalmente? E’ un accordo per riconoscere il diritto a qualsiasi impresa estera di poter entrare ed uscire in un paese a suo piacimento, con libertà di non dover rispettare nessun tipo di vincolo da parte dello stato ospitante, con libertà di poter esportare i profitti a suo piacimento, e con libertà di essere indennizzata in caso di esproprio. Tutti i paesi del mondo tentano di fare ponti d’oro alle imprese straniere, affinché vengano ad investire nel proprio stato. Ma quasi tutti lo fanno perché sperano che l’investimento, gli possa risolvere qualche problema sociale, primo fra tutti l’occupazione.
4. L’Unione Europea
L’Unione Europea è stata una grande colonizzatrice; direi che quasi tutti i paesi colonizzatori appartengono all’Europa: Francia, Belgio, Inghilterra, Olanda, Germania, Portogallo Italia, Spagna. L’Europa ha sempre avuto degli accordi particolari con le sue ex colonie attraverso dei trattati che hanno preso nomi diversi, a seconda delle città in cui venivano realizzati, e comunque, i trattati venivano sempre citati come accordi tra l’Unione Europea o Comunità Europea e paesi dell’Africa, Caribi e Pacifico (ACP).
Fino agli anni 1989-90: accordi di cooperazione e di carattere commerciale. Ci si rendeva conto che, per alcuni stati, l’esportazione di certi prodotti era fondamentale ai fini della stabilità della loro economia; allora nell’accordo si mettevano delle clausole specifiche al riguardo insieme una serie di sistemi che davano stabilità.
Diciamo che questo è stato utile fino alla metà degli anni Novanta, fino a quando non è entrato in funzione l’Organizzazione Mondiale del Commercio, perchè questa organizzazione non conteneva delle clausole che dessero copertura a questo tipo di accordo. Per la verità all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio c’è una clausola che consente ai paesi del sud di avere un trattamento privilegiato. L’OMC pone una serie di problemi. Qual è l’orientamento dell’Unione Europea oggi, qual è la strada che sta invocando oggi? Sta invocando i limiti che gli sta ponendo l’OMC ma molto di più seguendo invece un nuovo filone ideologico. La strada che sta seguendo è quella di sostituire questi tipi di accordi commerciali che avevano questa finalità, con degli accordi di libero scambio regionale.
Cosa vuol dire: accordi di libero scambio regionale?Vuol dire che l’OMC pur dicendo che bisogna adottare la regola della nazione più favorita, dice che è possibile fare delle eccezioni a questa regola, quindi accettare anche dei trattamenti diversificati, nella misura in cui ci sia reciprocità. E’ un accordo che ormai ha già un’esistenza di più di 10 anni e cosa dice? E’ una sorta di unione, è una specie di zona di libero scambio regionale dove si applicano delle regole particolari. All’interno di questo territorio che comprende questi stati si comincia a dire che ci poniamo l’obiettivo di ridurre i dazi doganali per un certo numero di anni, fino ad arrivare alla situazione in cui le merci possono entrare ed uscire liberamente da uno stato all’altro . Qual è il problema quando si fanno degli accordi di libero scambio tra paesi con posizioni così diverse dal punto di vista della capacità industriale e dall’organizzazione dello stato? Il problema è che, se inseguiamo la logica che l’apertura commerciale e la crescita dell’economia, porta sicuramente un vantaggio per tutti; ma, se cominciamo invece ad inseguire le singole situazioni, ci rendiamo conto che un accordo di questo genere avvantaggia i colossi dei paesi ricchi, creando dei danni non indifferenti a tutti i piccoli dei paesi più poveri.
Ogni volta che si fanno degli accordi di libero scambio tra paesi che sono su posizioni così diverse, gli effetti sociali sono notevoli. Quindi i danni che il paese subisce sono molto più forti dei vantaggi. Quindi questa storia che l’Unione Europea sta tentando di sostituire questo tipo di rapporto commerciale con degli accordi di libero scambio è vera. Questo perché l’Unione Europea prevede a partire dal 2008 di fare accordi di libero scambio con sei aree geografiche. Infatti ha in mente di farne uno per i paesi del Sahel, uno per i paesi dell’Africa australe, uno per i paesi caribici, uno per i paesi del Pacifico.
La forte paura è la perdita di posti di lavoro in ambito industriale, ma anche l’agricoltura di questi paesi, se non viene modificata la politica dell’Unione Europea nell’ambito delle sovvenzioni, metta a rischio gli stessi produttori.
Quali sono invece, le alternative che propone la società civile?
Le alternative che in definitiva si pongono sono due: una che sta dentro alla possibilità dell’accordo, ad esempio l’OMC ammette che, nei confronti dei paesi più poveri dove si possono avere dei periodi di transizione in cui non facciamo valere la regola della nazione più favorita, ma si riconosce e si applicano dei dazi vantaggiosi. Estendiamo a tutti i paesi del sud la stessa regola che già ha adottato l’Unione Europea che è quella di: importare tutto meno che le armi ad un dazio doganale molto basso, precisando però che l’Unione Europea ha fatto questo tipo di scelta escludendo tre prodotti: le banane, il riso, lo zucchero, prodotti che per certi paesi sono la maggiore fonte di ingresso. Quindi, eliminiamo questa clausola e facciamo in modo che questa regola possa essere estesa a tutti i paesi del sud. L’altra invece, molto più progressista dice: facciamo un colpo di mano all’interno dell’OMC dove si dica che l’obiettivo non è di espandere assolutamente il commercio, ma quello di fare in modo di mettere in piedi un commercio equo e solidale, che va a beneficio soprattutto dei piccoli produttori e dei protagonisti più deboli della catena.
Per cui esigiamo di rimettere in piedi i meccanismi di protezione dei prezzi e i meccanismi che in qualche maniera davano tutta una serie di contingentamenti rispetto alla produzione, perché questa è l’unica strada che possiamo seguire per dare stabilità nei prezzi per i paesi del sud, oltre a ripotenziare, naturalmente, la cooperazione.
Da questo punto di vista, quello che stiamo notando, è che l’Unione Europea sta adottando in questo ambito dei concetti neo-liberisti, con delle prospettive che finiranno per danneggiare la prospettiva dei paesi del sud. L’alternativa sarebbe quella di azioni più coraggiose che invece riescano ad ottenere dei cambiamenti all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
5. Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) sono delle strutture a servizio del sistema capitalistico. Sono delle strutture messe in piedi alla fine della seconda guerra mondiale, per rilanciare il sistema a livello globale, dopo che si era venuti da una fase di arresto. Il sistema cova, fin dall’inizio, questa aspirazione a riuscire a proiettarsi a livello globale. Questa è un pochino la funzione del FMI sapendo che agisce non pensando ai poveri, ma pensando alle banche private, fondamentalmente. La domanda, quindi di politiche di aggiustamento strutturale, sono tutte pensate per mettere il debitore in condizione di continuare a pagare il debito. La gente non è presa assolutamente in considerazione. Questi sono i consigli e gli obblighi che il FMI impone ai paesi del sud come condizione per riuscire ad ottenere altri crediti, di cui alcune volte non possono fare a meno di pagare
Una politica va giudicata un pochino nel suo insieme. Le politiche di aggiustamento strutturale sono pensate per mettere i paesi del sud nella condizione di ripagare i loro debiti, soprattutto nei confronti delle banche private. Il debito del sud, infatti, l’hanno generato le banche private di carattere internazionale, dimenticando assolutamente quale uso è stato fatto del debito, e sapendo che, oggi, la gente sta pagando a caro prezzo un debito contratto per ragioni inique ed odiose.
6. L’emigrazione
L’emigrazione non è uno sport nazionale. L’emigrazione è una cosa dolorosa che la gente decide di fare perché a casa loro non ci sono più le condizioni per poter vivere diversamente. Sappiamo tutti molto bene, a volte per esperienza vissuta, l’emigrazione delle nostre famiglie che non sono riuscite a condurre qui una vita che fosse degna di questo nome.
Nella misura in cui si costruisce un mondo che genera sempre più povertà nei paesi del sud del mondo, è ovvio che alimentiamo l’emigrazione. Quindi, alla fine, anche il cinismo dei paesi ricchi che, dopo aver messo in piedi una serie di regole, tutto un sistema economico che obbliga la gente ad uscire, ha il diritto di pensare che in quel paese si sta sicuramente bene. Con le televisioni satellitari, arriva ovunque questo tipo di modello consumistico, per cui è ovvio che chi sta in Africa, in America Latina, in Asia pensa che qui si faccia una vita da nababbi. E magari anche senza lavorare… Nella pubblicità non si vede mai nessuno che lavora, gente elegantissima, automobili di lusso, gente che guadagna… Un mondo fantastico, bisogna andarci di corsa. Potrebbe essere il paradiso terrestre, finalmente…
Quando si arriva, purtroppo, c’è la dura realtà se arrivano vivi dopo aver attraversato il Canale di Sicilia. Ogni situazione economica che genera e mantiene la gente in povertà, alla fine alimenta l’emigrazione specie se dall’altra parte noi facciamo vedere un sistema consumistico e benestante che alletta la gente. Siamo attratti da questo sistema, ma ci viviamo anche alla grande in questo sistema. Abbiamo una casa scaldata, abbiamo tutti l’automobile, siamo attratti da questo sistema, ci viviamo dentro alla grande per cui non è il caso di scandalizzarsi, se questo tipo di modello attrae gli altri. La cosa tragica è che purtroppo, qualcuno sta pagando. Quindi la nostra ricchezza, alla fine, si fonda sullo sfruttamento di milioni e milioni di persone e sul fatto che si impedisce loro di avere una vita dignitosa.
Ogni volta che si genera un disoccupato, ogni volta che si genera un senza terra, ogni volta che si genera un povero, è evidente che si alimenta il fenomeno dell’immigrazione. Fenomeno che non riguarda soltanto il sud verso il nord, ma anche il sud sud, ad esempio se andate a Dubat, in Iran, in quelle zone del mondo dove si è avuto un certo sviluppo economico. Pare che il fenomeno dell’immigrazione coinvolga circa 200 milioni di persone…
III. Richiamo alla responsabilità
Sobrietà
L’innalzamento della temperatura terrestre ha delle ripercussioni sulla produzione agricola inimmaginabili, per cui intere zone diventeranno aride, intere popolazioni non avranno più la possibilità di provvedere a se stessi e ci saranno migrazioni di massa. La questione ambientale non dobbiamo mai dimenticarla perché ha tutta una serie di effetti sull’agricoltura e di carattere sociale.
Dobbiamo dire alla gente di consumare di meno, non andare verso la globalizzazione, ma verso un’economia che sia molto più locale possibile. Solo in questo modo io riuscirò a salvaguardare gli aspetti ambientali, riuscirò a consumare meno energia e riuscirò a creare dei posti di lavoro. Sempre in questa ottica: stiamo consumando il 20% in più di quanto la terra sia capace di riciclare. Sicuramente stiamo producendo molta più anidride carbonica di quanto il sistema planetario, sistema forestale e oceanico, riescano ad assorbire. L’Istituto di Guttemberg ha calcolato che il pianeta ha una capacità di digestione che non va oltre i 14 miliardi di tonnellate, e noi ne produciamo 30. Siamo oltre il doppio.
Ecco perché c’è un accumulo di gas che provoca l’effetto serra. Ad esempio, parlando di risorse e di pesci, noi a livello mondiale stiamo pescando il 30% in più della capacità di rigenerazione del pesce. Quindi, di questo passo, tra qualche anno il pesce sarà una risorsa scarsa e ci sono già delle specie in via di esaurimento. Un ritmo che tra pochi anni non ci consentirà più di averne a disposizione. Nel 2012 avremo raggiunto il picco. Ormai sono anni che non si trovano più riserve consistenti di petrolio, non a caso ci sono le guerre per il petrolio. La guerra all’Iraq insegna.
Anche da questo punto di vista ci sono tutti i segnali che dovrebbero metterci in allarme rispetto ad un consumo eccessivo di risorse, e ad una produzione eccessiva di rifiuti. Abbiamo costruito un mondo dove il potere è stato dato sempre di più alle grandi imprese e adesso loro lo gestiscono. In un mondo globale le possibilità per gli stati di poter fare le loro leggi interne, si riduce sempre di più, perché un tempo si facevano le leggi fiscali per cui passavano avanti le imprese che avevano certe dimensioni, un certo livello; oggi ti ricattano, ti ritirano nel giro di un secondo i loro capitali facendo in modo che l’impresa chiuda.
Dovremmo almeno tentare di fermare questo processo di globalizzazione che da’ sempre più potere alle grandi imprese. Dobbiamo riprenderci, in maniera assoluta, la sovranità della politica. Non sappiamo se questo avverrà e quando avverrà.
La corsa delle multinazionali si fermerà? Che speranze possiamo avere? Da sola non si fermerà di sicuro, anzi, loro continuano a spingere affinché si vada in una certa direzione. Nonostante ci siano tutti i segnali che il pianeta non ce la fa più, il sistema tira avanti come se niente fosse, continuando a porsi gli stessi obiettivi e con le stesse politiche. Sicuramente le imprese non si fermano.
L’unica speranza che possiamo avere è che la gente assuma tanta consapevolezza da fermarlo. Dobbiamo essere onesti. Noi dobbiamo essere sufficientemente realisti da guardare la realtà in faccia non per dire: non facciamo niente, ma per chiedersi quale sia la strategia più giusta da adottare, per non farsi illusioni e per non correre il rischio di deludersi e di abbandonare il campo. Noi dobbiamo essere consapevoli che la battaglia sarà dura, estremamente dura che sicuramente moriremo senza aver visto nessun tipo di obiettivo raggiunto, ma che però, questa è l’unica cosa che dobbiamo fare.
La battaglia diventa sempre più difficile; naturalmente sanno che l’unico aspetto che li può mettere in discussione il fatto di non avere più consenso. Questo è l’unico motivo che li può mettere in crisi. Noi stiamo assistendo alla costruzione della deficienza collettiva, la televisione è organizzata così e fare in modo che la gente resti stupida, meno riflessiva, sappia sempre di meno, sia sempre meno allenata a pensare. Nelle case la “macchina” è sempre accesa, domina la situazione, troneggia. Vogliono così, perché solo la gente stupida accetta un potere che va contro ogni idea. Non è facile.
Responsabilità delle comunità missionarie
Che impatto c’è sullo stile di vita, sulla comunità missionaria, sulle persone? Io non so se esiste differenza sugli stili di vita come persone e come comunità missionaria intesa come un insieme di persone che si richiamano a certi valori. Mi viene da dire che le comunità missionarie hanno ancora più responsabilità delle persone singole, non fosse altro perché si rifanno a certi valori e perché tutto sommato hanno più conoscenze delle persone singole vittime della televisione, dell’ignoranza ecc.
Volendo fare un’agenda di ciò che facciamo, penso che sarebbe necessario aver chiaro che, abbiamo di fronte a noi vari centri di potere. Per ognuno dei centri di potere, si adottano bene delle iniziative diversificate, per cui, sicuramente, un centro di potere forte è l’interesse delle imprese con le quali noi abbiamo contatti quotidiani in termini di consumatori e di risparmiatori.
L’arma del consumo critico
Non so a voi quanto capiti di andare al supermercato per la posizione che avete, ma i comuni mortali tutti i giorni varcano questa soglia perché nessuno si produce niente da se. Si lavora in cambio di un salario e poi con questo acquistiamoci quello che ci serve, spesso abusando. Tutti, bene o male varchiamo le soglie delle banche per ritirare lo stipendio o per depositare i nostri risparmi. Questi due elementi, consumo e risparmio, ci mettono in contatto costante con le imprese. E da questo punto di vista, noi capiamo come con le imprese abbiamo anche un momento di complicità. Quando noi compriamo un prodotto ottenuto nella condizione sociale e ambientale inaccettabile, di fatto siamo noi che diamo la possibilità a quell’impresa di poter continuare con quella pratica. In questo modo noi lanciamo un messaggio che dice: ok, mi stai bene, continua pure così, tant’è che io ti scelgo. Il momento del consumo è un momento di complicità, ma nello stesso tempo è un momento di potere perché sappiamo che le imprese puntano al profitto, per avere questo devono vendere e quindi, inevitabilmente, hanno un terribile bisogno dei consumatori. Non a caso hanno tentato di rimbambirci con la pubblicità finché noi orientiamo i nostri acquisti non con il pensiero autonomo, ma con i dettami che la pubblicità ci dà. Ecco che il consumo è un piano di potere enorme mai considerato.
A scuola non ci hanno mai detto che avremmo potuto gestire il potere anche attraverso il consumo. Siamo arrivati tardi a scoprire che il consumo e il risparmio sono momenti di potere che possiamo utilizzare per condizionare le imprese. Circoscriviamo questo piano di potere. È importante avere la chiarezza di quali sono le potenzialità dei singoli strumenti, così li orientiamo nella posizione più corretta.
Nei confronti delle imprese noi abbiamo, al tempo stesso, una relazione di grande complicità e di grande potere. E’ ovvio che il potere riusciamo a gestirlo nella misura in cui ne prendiamo consapevolezza, perché molto spesso non lo supponiamo neanche e non lo utilizziamo. Da questo punto di vista come istituto missionario che si sente investito della responsabilità di dare il suo contributo per la giustizia, bisogna conoscere quali sono i meccanismi attraverso i quali si riesce ad indurre gente di potere a cambiare. Credo che sia importante che lo si faccia notare alla gente, che questo è un ambito di complicità e, nello stesso tempo, di potere per indurre le imprese a comportarsi in maniera corretta.
L’arma della denuncia
Accanto al consumo, si associa poi l’arma della denuncia. Le imprese ci stanno molto attente a tentare di presentarsi con la faccia pulita, molto sensibili ai problemi sociali… Spesso scelgono la scorciatoia che è la beneficenza. Da una parte quando non vedono nessuno continuano a fare man bassa, saccheggiano, sfruttano; e poi quando sono alla luce del sole, il grande obolo, noi diamo…Da una parte sosteniamo il trattato sui brevetti che ci garantisce il guadagno; e dall’altra parte c’è un grande gesto plateale: regaliamo un vagone di farmaci anti-Aids. Queste sono operazioni che vanno smascherate, noi vogliamo giustizia, dobbiamo assolutamente fare cambiare le regole. Chi scrive le regole? Le regole le scrivono i politici, le scrivono le istituzioni.
Una volta a Nairobi, sentii un bell’aneddoto da parte di uno dei presenti che partecipava al seminario che disse: il mio babbo mi ha sempre detto che, il potere è gestito da tre persone, il primo è quello con la corona in testa ed è quello che scrive le regole; il secondo è quello con il fucile, che le fa rispettare; il terzo è quello con i soldi che riesce a comprare quello con la corona e quello con il fucile.
E le cose, purtroppo, funzionano così. Quindi, ben sapendo che, chi gestisce il potere reale è quello con i soldi, però è vero che c’è questo passaggio che è il passaggio attraverso la politica, le istituzioni perché è lì che si scrivono le regole. Come consumatori non limitarci soltanto a chiederci in quali condizioni è stato fatto questo prodotto; non limitarci soltanto a chiedere se sono stati rispettati i diritti dei lavoratori e i diritti ambientali, ma che ruolo stai giocando sulla scena politica per tentare di ottenere dal potere politico delle regole che sono favorevoli a te e contrarie all’interesse collettivo. Perché se io scopro che stai facendo questo tipo di pressione, io devo assolutamente punirti, non devo più collaborare con te, i tuoi prodotti non li compro più, in società con te non ci sto più.
Influire sui centri di potere
Quindi bisogna ampliare questo tipo di ventaglio, agire contemporaneamente nei confronti delle imprese e influire sui centri di potere politico affinché non vengano fatte certe scelte, ma ne vengano fatte altre. Certo tutto questo lavoro non è facile, perché riusciamo ad influire nella misura in cui abbiamo numeri. Se la denuncia la fa uno, non vale niente; se la fanno due, non vale ancora niente; solo se la fa un certo numero di persone, si riesce, alla fine, ad avere il suo effetto. Abbiamo quindi questo problema dei numeri che ci rende le cose difficili tanto più che oggi viviamo in un’epoca globalizzata e organizzare il consumatore a livello mondiale non è facile. Poi magari posso anche capire che non ce la farò a superarla, ma comunque tento di dare lo stesso il mio contributo nella maniera più intelligente possibile, affinché il piccolo granello che riesco a dare, riesca ad avere il massimo dell’effetto.
Passaggio educativo ed informativo
Un passaggio interessante è quello educativo ed informativo. Nella misura in cui la gente conosce le cose e i propri spazi di potere e soprattutto nella misura in cui si abitua a gestirlo, in definitiva è la responsabilità quella che si deve gestire. E’ il miglior investimento che possiamo fare. Perché le imprese investono nel denaro non nella gente, e invece è il contrario. Informare, educare, saperci assumere le nostre responsabilità, educare a far valere i valori più delle piccole convenienze del momento, questa è una lotta che ciascuno di noi fa anche nel proprio intimo. Sappiamo molto bene che questa è la nostra sfida personale, per cui è un qualcosa che comincia da noi e tentiamo di diffondere nella comunità che sta intorno a noi.
Cominciare a sperimentare
Un altro passaggio importante è la sperimentazione, abbiamo capito quello che va fatto e tentiamo di metterlo in atto, indipendentemente da ciò che fanno gli altri, dall’efficacia che può farci raggiungere, nella consapevolezza che, se tutti si assumessero le proprie responsabilità, le cose comincerebbero a cambiare. Non possiamo farci scudo del fatto che gli altri non si assumono le loro, per rinunciare alle nostre. Credo che questo sia importante. Cominciare a sperimentare non soltanto per dimostrare a noi stessi che è possibile vivere e agire in maniera diversa, ma anche perché diventiamo più credibili, e perché non si sa mai che tipo di effetto può avere una certa reazione. A volte credi di essere troppo piccolo e di non farcela e poi invece l’avversario è ancora più debole di te, e soccombe molto prima di quanto tu non ti aspettassi. di quanto noi non crediamo.
Tentiamo di sperimentare ciò che sia giusto e sia vero, mettendolo in pratica non soltanto nell’opposizione ma anche nel positivo. Credo sia importante fare la denuncia, gridare ad alta voce ciò che non va, non collaborare con il potere che sta agendo in maniera negativa; ma nello stesso tempo, se individuiamo l’alternativa, tentiamo di viverla, non importa se tentiamo di viverla a piccola scala. L’intuizione di come va organizzato il commercio per essere equo, cominciamo subito ad adottarla anche se solo con tre contadini del Brasile ed una piccola relazione. In pochi anni, il movimento dei contadini è diventato grande, riesce a condizionare il comportamento delle grandi imprese, multinazionali.
Non esiste un’unica ricetta di cambiamento, sono tanti i rivoli che possono portare a questo fine. Denuncia, opposizione, non collaborazione, ma anche sperimentazione in positivo e credo che questo sia importante in tutti gli ambiti possibili e immaginabili. Nella sperimentazione la gente vede, la gente si convince, la gente dice che non è più utopia, che la cosa è realizzabile. E’ fondamentale sperimentare…
Conclusione
“Dallo spreco per pochi ai diritti per tutti”
Gandhi diceva: “La terra non ha risorse sufficienti per l’avarizia e l’avidità di ciascuno, ma ne ha abbastanza per i bisogni di tutti”. Ecco che noi dobbiamo riscoprire questo. Come paesi opulenti, dobbiamo metterci in testa che la terra non ha la possibilità di estendere a tutti il nostro tenore di vita e non è esportabile. E purtroppo questo nostro stile di vita riservato a pochi, sta compromettendo i diritti altrui. Da una parte c’è questa esigenza di cominciare a ridurre per riconoscere ai lontani la possibilità di poter recuperare i loro diritti, e dall’altra, l’altro aspetto, riportiamo la sobrietà in casa nostra, ma riportiamola salvaguardando i diritti di tutti. La necessità di ricreare una situazione sostenibile dal punto di vista ambientale anche all’interno delle nostre società. Creiamo una società che riscopre, che rifà pace con l’ambiente, ma nello stesso tempo tenta di rifarla garantendo a tutti i bisogni fondamentali, quindi si pone il problema della giusta distribuzione delle risorse che si sono fatte scarse anche all’interno delle nostre nazioni. Il problema è importante, perché ti rendi conto che, passando da una società della crescita, da un’economia della crescita, da un’economia della sobrietà non valgono più le regole di oggi. Diventeremmo credibili solo se riusciremo a far vedere quali sono le strade alternative. Quindi un doppio piano, il pubblico è l’unica strada che ti garantisce la salvaguardia dei diritti. Bisogna rivedere questa dimensione, rivedendo anche il significato di pubblico. I bisogni sociali hanno così tante sfaccettature che solo se ricostituiscono le comunità organizzate degli uomini, avremmo la possibilità di risolverli. Dobbiamo immaginare una nuova comunità, un nuovo rapporto con la comunità e un nuovo modo di interagire con la comunità. Queste sono le piccole rivoluzioni che dovremmo essere capaci di fare e che, secondo me, dovremmo anche essere capaci di sperimentare. Noi come movimenti alternativi, abbiamo cercato di sperimentare in ambito economico, sul piano del consumo, della produzione di beni, di servizi, restando sempre nell’ambito del mercato. Dobbiamo sempre porre questo obiettivo. Non abbiamo mai invece fatto sufficiente sperimentazione nell’ambito collettivo. Tentare di ricreare, di ricostituire i tessuti sociali, le comunità, di tentare di chiedere agli enti locali, le nostre istituzioni territoriali più vicine, di cominciare ad adottare delle politiche diverse che rifacciano rinascere il senso collettivo e di comunità.
P. Francesco Gesualdi
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