Narrow screen resolution Wide screen resolution
Djibouti: Testimonianza di Sr. Celia missionaria della Consolata PDF Stampa E-mail
Scritto da Sr. Celia Cristina Baez   
Sr. Celia Cristina BaezSr. Celia Cristina Baez è una Missionaria della Consolata argentina che, dal 2004 insieme ad altre tre Consorelle e a due Missionari della Consolata, vive la sua esperienza missionaria in Djibouti. Così condivide la sua esperienza missionaria in questa terra.

“Sono trascorsi quasi tre anni da quando sono arrivata a Djibouti come missionaria, insieme ad altre consorelle, una terra “promessa”, tanto sognata ed attesa da tanto tempo…

Ricordo, all’arrivo, il primo impatto con il calore soffocante e il vento caldo e umido che mi colpiva la faccia… non era simile ad una carezza! Mi sono subito chiesto dove ero capitata, come ce l’avrei fatta con quel caldo…


Djibouti é un paese senza alcuna attrattiva, senza il colore verde che caratterizza generalmente l’Africa, qui c’è solo siccità, tanta povertà, tanto deserto, tanto grigio.

Eppure è in mezzo a questa realtà e in questo clima torrido e caldo che ho imparato a scoprire la ricchezza della gente giboutina espressa nei loro volti, nel loro calore umano, nella loro amicizia e nella loro storia.

Storia ascoltata nell’attesa al mercato, nei mezzi di trasporto e nel Centro dove lavoro.

Storia che non ha bisogno di tante parole sofisticate per essere raccontata, ma solo di tempo donato per l’ascolto: ogni incontro una celebrazione.

Originaria dell’Argentina ho imparato nella mia terra che ciò che veramente conta è saper fermarsi per ascoltare e per scoprire l’altro, per condividere la vita, soprattutto per scoprire negli occhi delle donne, delle ragazze e dei bambini la gioia e il dolore che la vita stessa comporta.

Djibouti, da quasi due anni, lavoro al Centro “Madre e Bambino”, ed è qui che ho incontrato Dio l’inseparabile, il compagno di cammino. “In sha Allah” (se Dio vuole) é la frase che qui risuona sovente. Il popolo è credente, crede fortemente nella grandezza e onnipotenza di Dio. Vivendo accanto a loro ho scoperto i valori che maggiormente lo caratterizza: la semplicità, il perdono, l’ospitalità, la condivisione e una grande fiducia in Dio. La chiamata alla preghiera del Muezin, diffusa cinque volte al giorno, é per me un invito e una sfida a crescere nella mia relazione personale con Dio.

È qui che sto imparando a donarmi senza aspettare nulla, neppure “grazie” perché questa parola nella lingua somala non esiste anche se è fra le lingue più parlate, ma esiste il gesto, lo sguardo, il bacio e l’abbraccio e questo forse comunica di più.

Il Centro “Madre e Bambino” é un centro governativo, fondato nel 1978 dopo l’ indipendenza, che accoglie ragazze sole e offre loro un’assistenza sociale ed educativa per arginare la miseria, la delinquenza giovanile e la prostituzione.

Attualmente nel Centro sono presenti 200 ragazze dai 2 a 20 anni; alcune sono orfane, altre perché non hanno mezzi per vivere, la maggioranza sono state abbandonate dalle proprie famiglie. Qui vengono loro offerte diverse opportunità educative: accesso alla scuola, corsi di taglio, cucito, arte culinaria nonché alcune attività artistiche e lavori manuali. Questo Centro, nel quale offro il mio contributo di lavoro con tanto interesse ed entusiasmo, suscita in me una impressione positiva: è un Paese esclusivamente musulmano dove alla giovane é data la possibilità di educazione e formazione più che in altri ambienti islamici.

Al mio primo arrivo il personale e le ragazze mi guardavano con tanta curiosità; si meravigliavano di vedere una suora parlare con tutte loro e giocare con le più piccole; pian, piano con discrezione e rispetto ho guadagnato la loro stima e fiducia. Caduti sospetto e diffidenza oggi esse stesse si rivolgono a me per chiedere consigli e per farmi partecipi delle loro decisioni. Sovente mi dicono:

“Cristina tu sei parte di questo Centro, tu sei parte nostra”.

È così che è iniziato un cammino di testimonianza e di dialogo. Attraverso i contati personali, l’affetto e la vicinanza ai loro bisogni e difficoltà, testimonio loro l’amore di Dio, la sua tenerezza e la sua consolazione che si manifesta, soprattutto, per i più piccoli ed emarginati,

Camminando con loro e rispettando il loro ritmo sto imparando a conoscere

meglio questa cultura tanto diversa dalle altre culture africane, amalgamata con la cultura araba e la cultura nomade degli afar, tribù autoctona di questa terra.

Le ragazze più grandi mi rivolgono molte domande sulla mia vita personale: che cosa significa essere suora, perché non mi sposo, perché non ho bambini… Tutti i giorni mi sottopongono quesiti di questo genere e mi raccontano la vita del profeta Mohamed, suoi fatti e detti. Attraverso le loro domande mi rendo conto della necessità di dover dare risposte chiare, utilizzando un linguaggio comprensibile, basate su una conoscenza reale sia della mia fede cristiana, e della vita sociale e religiosa di chi ascolta.

Per amare l’altro, per amare un popolo, bisogna conoscerlo, conoscere il suo ambiente vitale, rispettare la sua fede, le sue convinzioni, la sua cultura. Solo cosi è possibile preparare il terreno per un dialogo vero e costruttivo, intessuto di speranza, condividendo sofferenze e lotte per il raggiungimento di un futuro migliore.

La nostra presenza come Religiose Missionarie in terra musulmana ha essenzialmente una missione: assicurare la presenza viva del Vangelo, non solo attraverso le attività per se stesse, ma attraverso gli impegni vissuti nella gioia e realizzati con amore; questo si esprime nell’accoglienza sorridente e serena; nella disponibilità e nella vita vissuta con semplicità.

È questa la condizione perché tutti possano vedere in noi un segno dell’amore di Dio e del Suo Vangelo.

Essere Religiosa Missionaria in questa terra Gibutina, è per me un invito alla riconoscenza e alla gratitudine verso Dio che mi ha scelta, ed è anche una chiamata a tornare costantemente all’essenziale: Cristo e il Suo Vangelo, è credere che l’amore di Dio ci spinge a scoprirlo oltre i confini dei Cristiani: è vederlo negli altri, in coloro che sono diversi per fede e per cultura, e soprattutto nei più poveri.

É accettare di non poter parlare apertamente della mia fede, di vivere fraternamente con la gente anche se il loro credo è diverso dal mio.

È rendere grazie al Signore per questo breve ma intenso tempo vissuto come missionaria in Djibouti, in un mondo cosi diverso, sfidante e differente. La croce di Gesù da loro rifiutata è proprio quella che mi purifica, mi sostiene e mi invita a porre la mia fiducia in Lui e dirgli: Fa o Signore che oggi io guardi ai miei fratelli e alle mie sorelle con gli occhi pieni d’amore, che io li accolga come coloro che tu desideri amare per mezzo mio. Fa soprattutto, Signore, che io sia comprensiva e serena e che tutti quelli che mi incontrano sentano la tua presenza, il tuo amore e la tua consolazione. Riempimi della tua bontà, del tuo amore della tua speranza perché con tutta la mia vita, come Maria possa rivelarti e farti conoscere”.
< Precedente   Prossimo >

Missione Oggi

Mission in the Second Decade of Globalization
The Second Decade of Globalization

It might seem odd to some in this seminar on mission and globalization and what it means for missionary congregations to begin talking about the “second” decade of globalization. I have deliberately chosen to do so for a number of reasons. The first is to remind us how long we have been grappling with this phenomenon. While talk about globalization reaches back into the 1980s, it wasn’t until the collapse of Communism in most countries and the rapid spread of information and communication technologies that globalization began to press itself upon our consciousness as it does today. Secondly, in having had nearly two decades to ponder it, we should be looking at the phenomenon in a more nuanced way.
Leggi tutto...