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Un missionario della Consolata santo: Mons. Filippo Perlo PDF Stampa E-mail
Scritto da p. Mario Barbero, imc   
Durante il biennio di santita’ il Superiore Generale ci ha invitato a uno « scambio di riflessioni e approfondimento su alcune figure di Missionari della Consolata ‘santi’ ».  Credo che ciascuno di noi ha conosciuto qualche autentico santo tra i nostri missionari e missionarie.  Entrato nell’Istituto nel 1950, ho avuto l’opportunita’ di incontrare molti missionari e missionarie della prima generazione che avevano conosciuto il Fondatiore e ne incarnavano la sua spiritualita’.  Non e’ qui il luogo per presentare una lista di questi testimoni. Voglio invece soffermarmi sulla figura del primo Missionario della Consolata, Mons FILIPPO PERLO. Anche i suoi critici piu’ severi non potranno negare il suo zelo missionario, le sue capacita’ organizzative, le sue qualita’ di leader. Per chi e’ stato in Kenya o studia la storia della Chiesa cattolica in quel paese  e quarda su una carta geografica lo sviluppo della chiesa nei territori dove egli impianto’ le prime missioni non vi sono dubbi sulla sua valentia missionaria.

UOMO ECCEZIONALE E SCONOSCIUTO

Il mio interesse per questa figura di missionario data dagli anni del ginnasio-liceo a Varallo Sesia, quando P. Francesco Grosso, nostro Padre spirituale, ci faceva scuola di religione e ci dettava alcuni punti sulla storia dell’Istituto. Pur senza tanti dettagli egli ci presento’ i vari stadi della vita di Filippo Perlo in Africa, in Italia e poi nel silenzio attivo di Roma, mettendo in risalto non solo il suo dinamismo, ma anche il suo impegno di religioso.  Durante i miei studi a Roma frequentai un corso sull’Azione Cattolica (eravamo alla vigilia del Concilio) e dovetti fare una tesina.  Scelsi come titolo « l’inizio dell’apostolato dei laici nella Diocesi di Nyeri ».  A tale scopo lessi sulla rivista « La Consolata », cominciando dal 1902, tutti i ricchissimi racconti di Filippo Perlo sugli inizi e lo sviluppo del lavoro dei Missionari della Consolata in Kenya, restando impressionato non solo dal contenuto di tali scritti ma dalla forma e dalle bellissime fotografie.  Capii allora perche’ in tre anni la rivista era passata da 10 mila a 40 mila abbonati.  Infine, ricordo che durante il Capitolo Generale del 1975 ci fu una conferenza su Mons Perlo presentando soprattutto i suoi lati negativi come appaiono  nel libro « Nell’occhio del ciclone » di P. C. Bona.  Non dimentichero’ mai la reazione di alcuni missionari che avevano vissuto sotto Mons Perlo dopo tale conferenza : « Ma non era affatto cosi’.  La vita dura e spartana che facevamo non la sentivamo come un peso ma come preparazione alla missione e vivevamo in un clima bellissimo di entusiasmo missionario ».

Le capacita’ organizzative di Mons Perlo, la sua dedizione alla missione, la sua perspicacia nel vedere le potenzialita’ degli Africani e coinvolgerli presto nell’evangelizzazione (i catechisti, le prime suore e i primi sacerdoti del Kenya), la sua intuizione sulla necessita’ della presenza femminile nella missione (« convertiremo i Kikuyu con le suore ») sono aspetti riconosciuti e messi in risalto nel presentare la storia della nascita e sviluppo della chiesa in Kenya.  La richiesta della Mary Immaculate Sisters di avere i resti do Mons Perlo nella loro casa madre del Mathari e’ un commovente riconoscimento della fecondita’ missionaria del loro « Fondatore ».  Il mio desiderio e’ che presto, da qualche storico competente,  venga messa in risalto la figura eccezionale di questo missionario del quale spesso si sottolineano gli aspetti negativi : (certi suoi modi rudi di trattare sia l’Allamano che i missionari, una certa sua litigiosita’), mentre rimane oscura una buona parte della sua vita.  Infatti dal 1929, inizio della visita apostolica, egli visse al di fuori dell’Istituto e solo verso la fine della sua vita vi fu riammesso.  Ci sono troppi buchi neri sui motivi per cui in breve tempo sia passato nel libro nero di Propaganda Fide che fino a poco prima lo portava a modello e poi lo depose da Superiore Generale e lo tenne fuori dell’Istituto condannandolo al silenzio e all’oscurita’.  E’ anche molto nocivo alla figura di Filippo Perlo presentarlo come un oppositore all’Allamano, a motivo di qualche incomprensione che puo’ esserci stata, mentre ne e’ stato un fedele collaboratore e, con la sua esperienza diretta in missione, il suo grande ispiratore.  In attesa che qualche storico possa studiare i documenti (se ce ne sono e sono accessibili) di tale « discesa agli inferi » di quest’uomo eccezionale, vorrei presentare, per quello che posso sapere, la maniera con cui egli visse il periodo del suo « esilio ». 

ALCUNE NOTE BIOGRAFICHE

Filippo Perlo nasce a Caramagna Piemonte (Cuneo) nel 1873.  Egli e’ nipote, da parte materna, di Giacomo Camisassa.  E’ ordinato sacerdote nel 1895. E’ tra i primi ad entrare nell’Istituto appena fondato dall’Allamano nel 1901 e parte per il Kenya con la prima spedizione l’8 maggio 1902. Consacrato Vescovo a 36 anni come Vicario Apostolico del Kenya nel 1909, nel Capitolo Generale del 1922 (ove egli era assente) e’ eletto Vice-Superiore Generale con diritto di successione.  Succede all’Allamano il 16 febbraio 1926.  E’ deposto dalla carica di Superiore Generale con il suo Consiglio il 2 gennaio 1929 e invitato a uscire dall’Istituto. Muore a Roma il 4 novembre 1948 dopo un ostracismo di 19 anni.

La mamma di Mons. Perlo, Annamaria, era la sorella di Giacomo Camisassa e fu lei ad aiutare questi finanziariamente perche’ potesse proseguire gli studi.  Come ricompensa, si puo’ dire che il Camisassa contagio’ del virus missionario tutta la famiglia di Annamaria.  Infatti i suoi tre figli maschi, Filippo, Gabriele e Luigi, divennero tutti e tre missionari della Consolata.  Suo marito Antonio appena arrivato alla pensione si trasferisce a Torino con la moglie e diviene l’uomo tuttofare per i missionari.  Le due figlie, Margherita e Agnesina, entrambe maestre, su invito del Camisassa lavoreranno nella gestione del negozio oggetti religiosi e nell’amministrazione della rivista missionaria. Una vera famiglia missionaria.

DAL KENYA A TORINO

Questa non vuol essere una biografia di Filippo Perlo e della sua famiglia ma una rievocazine di questo primo missionario della Consolata evidenziandone elementi di santita’.

La prima parte della sua vita, come missionario e Vicario apostolico del Kenya dal 1902 al 1924 e’ abbastanza conosciuta e quasi tutti lo riconoscono come un missionario eccezionale.

Meno conosciuta, tra di noi, e’ forse la sua fase come vice superiore generale (1924-26) e poi come Superiore Generale (1926-1929) e infine come esule dall’Istituto (1929-1945). Ed e’ soprattutto in questi anni difficili che mi sembra appaia piu’ evidente la sua fibra di missionario totalmente dedito alla sua santificazione e alla missione.  La mia fonte principale sara’ un manoscritto di P. Tubaldo  « Il primo missionario della Consolata Mons Filippo Perlo (1873-1948), Torino 2002.

I suoi ultimi anni in Kenya furono caratterizzati da una grande emorragia di missionari del Kenya verso le nuove missioni che Propaganda affidava all’Istituto : Kaffa, Tanzania, Somalia, Mozambico. Questa emorragia rendeva difficile lo sviluppo del Kenya e Mons Perlo frequentemente si lamentava coll’Allamano.  Avendo sperimentato di persona l’urgenza della missione e la grande necessita’ di missionari generosi in Africa, rientrato (di malavoglia) in Italia perche’ eletto vice Superiore Generale, lavoro’ intensamente ad estendere l’Istituto in ogni parte d’Italia e promuovere vocazioni missionarie. 

Mons Perlo arriva a Torino il 5 giugno 1924.  Arriva, nota P. Tubaldo (p. 164), « a modo suo, cogliendo tutti di sorpresa, alla spartana, per evitare accoglienze trionfali.  Infatti sbarca a Genova e a Torino si seppe del suo arrivo solo un quarto d’ora prima dell’arrivo del treno in stazione ». P. Gallea, partito in bicicletta, incontro’ Mons. Perlo che stava uscendo dalla stazione.  Forse durante il viaggio in nave aveva fatto dei piani concreti di sviluppo dell’Istituto per rispondere all’urgenza dei compiti affidatigli.  Il 25 giugno parte per Roma per le visite a Propaganda Fide e l’udienza col Papa avvenuta il 5 luglio.  Subito dopo rientra a Torino e comincia i lavori di ristrutturazione della Casa Madre il che comporta il trasferimento dei noviziati fuori Torino.  Ma la sua azione si estende ben oltre Torino.  Egli pensa di aprire centri vocazionali (« centri di reclutamemnto ») in tutta Italia e in cinque anni una trentina di centri furono aperti dalla Sicilia al Trentino : nel 1925 Mons Perlo acquisto’ sette case, nel 1926 altre quattro, nel 1927 cinque e nel 1928 otto.  Naturalmente questo piano, che avrebbe potuto essere migliorato col tempo, fu interrotto dalla Visita Apostolica nel 1929.  Cosa sarebbe divenuto l’Istituto se queso piano fosse stato portato a termine?  La storia non si fa coi se, tuttavia i risultati di quest’attivita’ si vedranno gia’ nel numero elevato di ordinazioni sacerdotali in Italia negli anni 40’ fin quasi al Vaticano II.  Cio’ avvenne anche per le Suore Missionarie della Consolata come rivela questa statistica : a fine 1924 esse sono in totale 123 : 70 in missione e 53 in Italia ; a fine dicembre 1928 esse saranno in totale 493 : 154 in missione e 339 in Italia  un aumento di quasi cento unita’ per anno.

Come vice Superiore Generale, Mons Perlo assiste il Padre Fondatore nella direzione delle varie attivita’ in Italia e delle missioni in Africa, specialmente negli inizi dell’apertura in Somalia e Mozambico e nella continuazione degli impegni in Kenya, Tanzani e Kaffa.  Questi impegni richiedevano sempre piu’ personale e e mezzi finanziari.  Morto l’Allamano, Mons Perlo diventa automaticamente Superiore Generale ereditando tutti i problemi dell’Istituto in pieno sviluppo.  Una situazione delicata sara’ anzitutto l’esecuzione del testamento dell’Allamano specialmente nella parte riguardante il Santuario della Consolata.  Il clima di « sospetto » che regno’ in quella faccenda non e’ dovuto solo all’intrapprendenza e affarismo di Mons Perlo ma anche alla situazione stessa di « taglio del cordone ombelicale » tra l’Istituto e il santuario ove esso era nato nella persona del suo Rettore e Fondatore.  Si trattava ora di aprire un nuovo cammino di separazione, e  anche  di possibile collaborazione, tra Santuario e Istituto missionario.

Le spese per lo sviluppo dell’Istituto, le difficolta’ finanziarie del Kenya ove con la nascita della Prefettura Apostolica del Meru divenne necessaria una divisione delle risorse tra Nyeri e Meru, visioni diverse sul metodo formativo e amministrativo di Mons Perlo, il ricorso a Roma da parte di qualche missionario sono alcune delle cause che portarono alla decisione di Propaganda Fide di mandare un Visitatore Apostolico all’Istituto (una prima visita fu effettuata in Kenya da Mons. Arthur  Hinsley nel 1928), nella persona del Capuccino Mons. Ermenegildo Pasetto.

ESULE A ROMA

Non e’ qui il caso, ne’ ho la documentazione, per presentare la realta’ della Visita Apostolica durata dal 2 Gennaio 1929 al 28 Giugno 1933 per i missionari, e fino al 15 novembre 1934 per le missionarie.  Mio scopo e’ presentare la reazione di Mons Perlo alla decisione della sua destituzione da Superiore Generale.

Il 9 gennaio 1929 Mons Pasetto telegrafa a Mons Perlo avvisandolo del suo prossimo arrivo senza nulla comunicargli di quanto stava per avvenire.  Giunto a Torino il giorno 11 gennaio, egli comunica il Decreto di Propaganda Fide agli interessati, Mons Perlo e Consiglieri, che accettano senza alcun commento.

Il Decretodi Propaganda Fide, che reca la data del 2 gennaio 1929, stabilisce la deposizione di tutti i superiori dell’Istituto da Mons Perlo e il suo Consiglio alla superiora della missionarie Sr. Agnese Gallo. La direzione dell’Istituto passa in mano a Mons Pasetto  « al quale sono state date tutte le facolta’ all’uopo necessarie ed opportune ».  Sempre nel giorno 11 gennaio Mons Pasetto, con una lettera circolare, comunica il Decreto della Santa Sede a tutte le case dell’Istituto in Italia e in Africa. Il 16 egli informa Propaganda che « la lettura del decreto di cotesta S. Congregazione fu ascoltato con piena sottomissione e si spera che ne sara’ accettata bene l’applicazione, che per necessita’ dovra’ riuscire alquanto dolorosa. »

Lo scopo del Decreto e’ cosi’ descritto: « Affinche’ detta Congregazione, da cui Propaganda tanto si attende, possa veramente corrispondere alle generali aspettative, e unicamente nell’interesse e nel bene di detto Istituto della Consolata, la Sacra Congregazione De Propaganda Fide ritiene necessari prendere opportuni provvedimenti, sia per ovviare a qualche difetto che nell’Istituto ancora esiste, sia per dare a detto Istituto sicuro indirizzo e per quanto concerne laformazione religiosa dei suoi membri e la adeguata preparazione dei futuri Missionari ».

Mons Perlo lascio’ la Casa Madre e su ordine di Mons Pasetto si reco’ a Roma nella casa del Casale-Bravetta.  P. Tubaldo commenta (p. 248) « Nei due Istituti lo sgomento fu grande, tanto da poter dire che la storia dell’Istitutto si e’ fermata a quel 11 gennaio 1929, come quando in uno scontro automobilistico le lancette dell’orologio si fermano all’ora dell’impatto.  Si possono anche immaginare i commenti in diocesi, tanto che le ripercussioni di questa decisione di Propaganda Fide, in un certo senso, perdurano ancora al presente in alcuni settori del Clero torinese ».

UNA LETTERA SENZA RISPOSTA

Dopo sei mesi di silenzio, il 20 giugno 1929 Mons Perlo scrive una degnissima lettera a Mons Van Rossum, Prefetto di Propaganda Fide : « Di fronte alle disposizioni di tanta gravita’, prese verso di me, ma piu’ specialmente in riguardo all’Istituto, alla cui reggenza ero proposto – pur non comprendendone i motivi proporzionati- m’ero tacitamente e pienamente sottomesso, e cosi’ intendo conservarmi : persuaso di meglio cooperare in questo modo al bene dell’Istituto stesso e soprattutto di compiere la volonta’ di Dio 

Ma adesso, preoccupato delle dicerie che i provvedimenti culminati « nella mia violenta deposizione dall’ufficio, nell’assegnazione al confino e condanna all’attuale penosa inazione senza che mai alcuna « proporzionata motivazione » per essi fosse addotta », Mons Perlo chiede al Cardinale di poter conoscere le accuse reali e specifiche che determinarono tali provvedimenti a suo riguardo « per potermene  difendere, se non altro, davanti alla storia dell’Istituto, come pure mi sembrerebbe averne diritto ; oppure, in caso contrario, di umilmente e con pentimento piegare il capo dinnanzi all’entita’ e realta’ di colpe, che risultino comunque proporzionate alle punizioni inflittemi .»  Ma il vero motivo del suo ricorso e’ « perche’ non si voglia perpetuare -alla mia eta’ e per la posizione che occupavo e dopo trent’anni di ininterrotto e incensurato lavoro missionario- uno stato di avvilimento e di forzata inazione, contraria ai miei voti e alla mia vocazione ; e mi si conceda quindi di ritornare in missione, in quella qualsiasi occupazione e condizione, alla mia eta’ e posizione non incongruenti ».

In questa lettera Mons Perlo non per vantasi ma per suffragare la sua richiesta di tornare in missione, fa anche un bilancio dei suoi 22 anni di lavoro in Africa e per la crescita dell’Istituto, osservando en passant che « al momento in cui le su accennate disposizioni a mio riguardo venivano prese, non solo nel nostro Istituto alcun debito gravava ; ma si possedevano le disponibilita’ attuali o virtuali da poterlo, in tali sicure condizioni, menare avanti sine die ».  Infine assicura Sua Eminenza « davanti a Dio » che nel « mio agire mai abbia avuto secondi fini o men rette intenzioni : teso soltanto e sempre al bene –quale io credevo tale-  del mio Istituto e sue missioni : di provvedere cioe’ d’abbondante personale e fornirlo dei corrispondenti mezzi materiali .  Per cui, se posso aver errato nel metodo e il mio operato  piu’ non venne giudicato approvabile, ci tengo pero’ a dichiarare non risultarmi che, nei miei rapporti con la S. Congregazione di Propaganda Fide, alcun ordine ricevuto non sia stato scrupolosamente eseguito ; oppure consiglio datomi, o semplice desiderio manifestatomi io non abbia, nei limiti del possibile, procurato d’assecondare ; come d’altronde varrebbero a confermarlo la serie ininterrotta di approvazioni  e di incoraggiamenti, che per l’opera nostra, in tutto il passato,benignamente ci furono rivolti ».

Per quanto si sa, nessuna risposta venne dal destinatario a questa bellissima lettera. E allora Mons. Perlo accetto’ che questa sua umiliazione e forzata inazione fosse il meglio per « cooperare al bene dell’Istituto e soprattutto di compiere la volonta’ di Dio ».

ATTIVITA’ NELL’ESILIO ROMANO

Mons Perlo aveva allora 56 anni, nel pieno della sua capacita’ produttiva come Vescovo e Superiore dell’Istituto, dopo 22 anni di vita missionaria in Kenya ove aveva organizzato, coi suoi missionari e missionarie, la struttura di quella Chiesa.  Da meno di cinque anni era in Italia ove aveva messo le basi della presenza dell’Istituto in tutta la penisola, in modo da aver maggior numero di personale in Africa. Era conosciuto da un gran numero di persone e autorita’ sia religiose che civili, apprezzato per la sua dedizione missionaria e capacita’ organizzativa.  Nel pieno di questo dinamismo, da un giorno all’altro viene deposto dal suo ruolo, e incoraggiato a lasciare quell’Istituto missionario che era il centro della  sua vita e del suo lavoro.  Ed egli accetta questa decisione.  Per 19 anni sara’ esule dalla sua famiglia missionaria, condannato, lui sempre come un ciclone in movimento, all’inattivita’.  Ma secondo le sue possibilita’ egli continuera’ a lavorare per l’Istituto.

A Roma risiedette dapprima a Bravetta (che egli aveva acquistato per l’Istituto nel 1928), poi al Viale delle Mura Aurelie (che egli aveva acquistato con l’eredita’ di un suo cugino e poi lasciera’ all’Istituto) e piu’ tardi, dal 1934, nella casa di Monteverde (chiamata Casa Betania che lasciera’ pure all’Istituto e che sara’ poi data alle Suore della Consolata) ove egli vivra’ coi suoi fratelli missionari, Mons Gabriele e Padre Luigi, pure « esuli » dall’Istituto, e la sorella Agnesina che da sempre aveva lavorato per l’Istituto.  Della sua pensione di 1,500 lire mensili mettera’ scrupolosamentre da parte 500 lire ogni mese per costituire un piccolo capitale da mandare all’economo generale di quell’Istituto dal quale era stato cacciato.  Quando sara’ distrutta la Casa Madre durante la guerra, una delle prime offerte per la sua ricostruzione sara’ una somma ragguardevole di Mons Perlo, frutto anche del suo ministero pastorale di vescovo itinerante nelle varie parrocchie romane.  Venuto in contatto con la baronessa Caterina Scheyns Carpegna, proprietaria della Villa Carpegna sulla via Aurelia, accetto’ da questa la donazione della villa Carpegna che sarebbe stata dell’Istituto se tale atto di donazione fosse stato approvato dalle autorita’ vaticane.

Ricevute in eredita’ da un suo ricco cugino due proprieta’ a Fiuggi, esse pure furono lasciate all’Istituto. Anche i critici piu’ spietati di Mons Perlo non possono accusarlo di attaccamento personale al denatro.  Le somme ragguardevoli che egli ha maneggiato, sia in Africa che in Italia, sono sempre state in vista delle missioni e del loro sviluppo. Nel suo testamente egli lascera’ tutti i suoi beni all’Istituto.

Nella loro casa di Monteverde, ove piu’ tardi si aggiunse anche P. Gays, questa comunita’ missionaria in esilio, viveva una vita di austerita’ e di preghiera, seguendo l’orario giornaliero di preghiera della Casa Madre, mentre i Vescovi erano disponibili per attivita’ pastorali nelle varie parrocchie romane.  Nel 1934 cadeva il 25mo di episcopato di Mons. Filippo Perlo, ma non vi sono echi di commemorazioni o celebrazioni ne’ in casa loro ne’ altrove nell’Istituto.  Nel 1945 cadeva invece il suo 50mo di sacerdozio. Non vi sono tracce di questo nella rivista Missioni Consolata o in documenti ufficiali dell’Istituto, ma le Suore Vincenzine  e il Superiore della Piccola Casa del Cottolengo gli scrissero per l’occasione.  Rispondendo alle Suore, Mons Perlo scrive che i loro auguri « Mi riuscirono oltremodo accetti e graditissimi : aggiungo, anzi, che intimamente mi commossero, rievocando lontani giorni felici d’intenso apostolato ; quando s’andava seminando tra i sacrifici, le ansie e le difficolta’ della lingua e del clima » e dichiara loro che furono esse « le vere Fondatrici delle Missioni del Kenya .»  Ricordando che furono amministrati oltre 70 mila battesimi , aggiunge « e voi ben sapete quale grande parte abbiate avuto nel formare tale consolante cifra..percio’ lasciate che lo ripeta, Voi siete missionarie in eterno » (Tubaldo, p. 282).

Essere missionario, questa e’ la grande passione di Mons Perlo e per questa passione egli ha sacrificato non solo gli anni di attivita’ in Africa ma anche l’attivismo come Superiore Generale e gli anni di inattivita’ dopo la sua destituzione.  Anche se consigliato a lasciare l’Istituto egli continuo’ a essere e a comportarsi da missionario della Consolata. Tanto piu’ grande quindi la sua gioia quandoil 2 luglio 1945 Propaganda Fide accetto’ la domanda di Mons Gabriele perche’ lui e Mons Filippo fossero riammessi nell’Istituto.  Considero’ questo il piu’ bel regalo ricevuto per le sue nozze d’oro sacerdotali.

Il 26 gennaio 1946 scrive al Superiore Generale Mons Barlassina che lo aveva ringraziato per un sua generosa offerta per la ricostruzione della Casa Madre, osservando che questo era stato « un mio stretto dovere, quale membro del diletto Istituto, a cui ebbi la grazia e la fortuna d’appartenere, e quella poi di essere riammesso, dopo dolorosa separazione di lunghi anni ; durante i quali, impossibilitato a prestargli la mia opera diretta, ho sempre creduto mio inderogabile obbligo fare del mio meglio per procurargli, per quanto, possibile, ogni vantaggio, almeno indiretto. »

Mons Filippo Perlo muore a Roma, nella casa di Monteverde il 4 novembre 1948, aveva 75 anni , la stessa eta’ dell’Allamano. Il 26 settembre era morto suo fratello Mons Gabriele.

IL SUO TESTAMENTO

Nel suo testamento scrisse « Istituisco e nomino mio erede universale l’Istituto Missioni Consolata, lasciando ad esso quanto mi appartiene a qualsiasi titolo. »

Nel testamento spirituale scrisse « Io sottoscritto intendo e dichiaro di voler morire figlio obbedientissimo di Santa Madre Chiesa e membro fedele e riconoscente dell’Istituto Missioni Consolata ; e, conservatomi tale spiritualmente, eziandio quando cessato avevo d’esserne membro attivo, non pero’ per mia elezione, bensi’ in ossequenza alla manifestatasi Volonta’ di Dio ; alla quale Congregazione tanto debbo per aver potuto seguire, durante un trentennio circa, la mia vocazione missionaria ; ed ora che, per sua benigna bonta’ ne venni riammesso, ne rendo umili grazie a Gesu’ Benedetto, e spero rinnovargliele per tutta l’eternita’ ».

Questo testo e’stupendo per l’evidente amore e attaccamento alla Chiesa e alla sua vocazione missionaria nell’Istituto, nel riconoscimento della Volonta’ di Dio nel trattamento (cosi’ ingiusto, direi io) che gli fu riservato. Nella sua coscienza anche quando giuridicamente non era piu’ membro attivo egli continuo’ a sentirsi attaccato all’Istituto e alla sua missione ed ora e’ cosi’ riconoscente di esservi stato riammesso. In questa stagione ove si assiste a cosi’ frequenti uscite dall’Istituto subito dopo la prima professione o anche dopo vari anni, come se la professione religiosa non avesse alcun significato (come le promesse matrimoniali per i cosi’ frequenti divorzi) l’esempio di Mons Perlo e’ veramente impressionante.

Ancora nel suo testamento vi e’ un testo singolare. Mentre dichiara di affidarsi all’infinita misericordia di Dio « e di voler accettare volenterosamente quella morte che piu’ piacera’ alla Sua Santa ed amabile Volonta » aggiunge : « Le preghiere che la carita’ dei Confrateli, dei parenti e degli amici vorrebbero destinare ad alleviare o sminuire il mio dovuto Purgatorio io li scongiuro a voler destinare allo scopo di otternere dalla Divina Misericordia dei battesimi ai poveri pagani…Il Purgatorio che mi aspetta io voglio subirlo integro e completo: poiche’ in esso io potro’ desiderare Dio con quella intensita’ e ardore di cui non ero capace durante la mia divagata vita mortale. Un ritardo ad entrare in possesso dell’eternita’, di fronte ad essa, ben poco conta…Sono convinto di non aver nemici, ma se per caso ne avessi, loro perdono di tutto cuore, assumendomi davanti al Signore quelle parte di Purgatorio che ad essi  spetterebbe di fare. E se da parte mia offesi qualcuno, ne chieggo lor perdono, davanti a Dio, pregandoli a rimeritarmeli. ..La sepoltura sia fatta more religiosorum pauperum  in osservanza al mio voto di poverta’…E arrivederci, per gratiam Dei, nel Paradiso. Sia lodato in eterno N. S. Gesu’ Cristo. Amen. »

 Ancora e sempre il pensiero dell’evangelizzazione, il desiderio che ogni persona diventi, attraverso il battesimo, membro del Corpo di Gesu’.  Non e’ questo l’incarnazione del fine del nostro Istituto come espresso in Cost 5 « il fine che ci caratterizza e’ l’evangelizzazione.  Questo fine deve impregnare la nostra spirritualita’, orientare le nostre opzioni e attivita’ apostoliche e orientare tutta la nostra vita ».

I santi non sono perfetti in ogni loro aspetto. Mons Perlo non fu senza difetti.  In una lettera del 21 novembre 1921 l’Allamano  gli scrisse: « Si dice da piu’ di uno  che V.E. non e’ un padre, ma un generale e che non s’interessa abbastanza del loro stato spirituale, ed ancora che non si provvede in tempo e luogo ai loro bisogni particolari, facendo troppo sospirare cose di vera necessita’, anche dopo che hanno fatto piu’ volte domanda ». Nel rispondere a questa lettera dell’Allamano, Mons Perlo lo ringrazio’ per queste « ammonizioni e istruzioni » rinnovando la sua « obbedienza e inalterabile devozione » (26 novembre 1921).

In conclusione faccio mie alcune espressioni di P. Tubaldo (pp. 5-7) « Filippo Perlo e’ un missionario di prim’ordine nel senso piu’puro del termine.  E’ il primo missionario della Consolata.  Uomo di ferro, al quale gli ostacoli anziche’ bloccarlo, davano maggior slancio e inventiva.  Non solo e’ il primo missionario della Consolata, ma lo e’ con onore per attaccamento all’Istituto e alle missioni fino alla fine della sua vita, anche quando avrebbe potuto disinteressarsene.  La base materiale dell’Istituto e delle Missioni affidate all’Istituto la diede lui ed e’ opera sua » (pp.5-7).

Con l’augurio che questa figura eccezionale di missionario della Consolata sia piu’ studiata e conosciuta nella nostra famiglia missionaria. Se non possiamo imitarlo nella sua creativita’ e genio organizzativo, possiamo imitarlo nell’attaccamento all’Istituto e alla sua missione.

 
Mario Barbero
 
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