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| La “Santità” nell’islam |
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Il suo significato nella tradizione e nell'espressione popolare Introduzione Vorrei iniziare questa riflessione, giustificando il motivo o ragione della scelta di questo tema. Ecco la ragione: il XI Capitolo Generale del Istituto Missioni Consolata, stipula: “Il Dialogo Interreligioso è l’atteggiamento fondamentale del missionario che vuole entrare in relazione con i popoli, le grandi religioni, quelle tradizionali e le altre espressioni religiose della modernità, senza rinunciare all’annuncio esplicito. Il Dialogo Interreligioso permette inoltre di approfondire con ogni popolo il senso della vita e il trascendente nell’ambito della teologia delle religioni. Tale dialogo, realizzato ai vari livelli (di vita, opere, esperti, esperienza spirituale), ci fa solidali con l’umanità alla ricerca della verità e qualità della vita, e ci invita a superare atteggiamenti esclusivisti nella concezione della salvezza.”(XICG,77) Ho trovato in queste parole del Capitolo grande ispirazione e suggerimento e ho così pensato che il Biennio del Santità potrà anche essere il tempo per dare un sguardo alle altre grandi religioni, per renderci conto della realtà della santità tra i credenti di queste religioni. Per non divagare molto, presenterò la Santità nell'Islam, partendo dal Corano e dalla devozione popolare, facendo a volte il parallelismo con la Bibbia. Il discepolo di Gesù, in modo speciale il Missionario, è colui che è solidale con l’umanità alla ricerca della verità, della qualità della vita, della salvezza. Egli è solidale nella via della santità, cercando di raggiungere la santità camminando insieme ad altri” perchè l’ invito di Gesù è “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”(Mt 5, 48). Gesù dice “Siate” perfetti e non “sia” perfetto. Da questo brano del sermone della montagna dal vangelo di Matteo, Gesù ci insegna che la santità consiste nell’assumere, nel nostro modo umano, la qualità della santità stessa di Dio che egli ha rivelato all’umanità intera. Chi cerca dunque di santificarsi da solo, senza tenere conto della santificazione degli altri, manca di un elemento essenziale per la realizzazione della sua propria santificazione. Nel rapporto Islamo-Cristiano, il discepolo di Gesù ha il compito di considerare anche la realtà dell'Islam, andando incontro ai Musulmani ed entrando in dialogo con essi, per quanto è possibile. Il missionario di Cristo in tensione verso la santità deve camminare, solidale con i Musulmani, riconoscendo che “Il loro Dio e il nostro, è Uno Solo e lo Stesso, e noi siamo tutti fratelli e sorelle nella fede di Abramo. Così, è naturale che abbiamo molto da condividere con loro a proposito della vera santità, nell’obbedienza e nell’adorazione di Dio. Ma prima di tutto, cerchiamo a conoscere l'Islam, in questo caso preciso, vediamo cosa dice Il Corano sulla santità e cosa credono i Musulmani in riguardo alla santità. La santità nell'Islam Nel Corano la radice araba per “Santo” è ق د س (QDS), ma viene applicata unicamente a Dio. Il Corano chiama Dio القُدّ وس (Al-Quddus) come nel verso: “Egli è Dio, oltre a lui non c’è nessun altro, è il Sovrano, il Santo, la (sorgente della) pace” (Corano 59, 23; 62,1). Non è questo ciò che viene detto da profeta Osea in queste parole : “Sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira” ? (Os 11, 9). Invece la radice ح ر م (HRM), da cui il termine حَرام (haram) (proibito) si applica più al luogo sacro. Cosi per parlare delle città di Meka e Madina come “i due luoghi santi”, è usata la parola الحَرَمانِ (al-haramani) Per poter parlare di “santità” dell'uomo nel Corano dobbiamo andare alla radice و ل ي (WLY), da cui è la parola وَلي (walî) che possiamo tradurre con “amico, benefattore, protettore”: il termine si applica nel Corano tanto agli uomini quanto a Dio e sembra esprimere più una relazione vivente che una virtù. Nel Corano Dio è walî degli uomini: per esempio, Dio presenta Mosè come il suo confidente, lo ha fatto avvicinare di Lui e lo ha mostrato il suo Volto...(19,51-52) Ma la “santità” comune a tutti i musulmani è quella che consiste nel sottomettersi interamente alla volontà di Dio, rivelata nel Corano. Comunque, il termine “santo”, applicato ad una persona, risulta per l’islam una nozione importata da altre tradizioni religiose. Considerando queste osservazioni, possiamo accettare la presenza di alcune nozioni relative alla “santità” nel Corano. Essa potrebbe essere vista nel termine derivato wilâya, divenuto progressivamente il vocabolo privilegiato per designare il santo e la santità, specialmente per ciò che si riferisce al “culto dei santi” nelle sue diverse forme. Non dimentichiamo che la teologia islamica difende l’assoluta trascendenza di Dio ed una particolare visione dell’uomo, per cui potremmo parlare di “santità” solo nell’ambito di un comportamento morale retto, ma senza nessuna connotazione di progresso nella “comunione” divina, nonostante il fatto che i musulmani credano che Dio prediliga chiunque piace a Lui(2,105. 243.251). Le vie o le attitudini che portano l'uomo alla perfezione di vita. Il Corano chiama alla rettitudine (“al-salah”), alla devozione coscienziosa التَقوى (“al-taqwa”), alla bontà الحسن (al-husn) e alla virtù البرّ| (al-birr), che sono così descritte: credere in Dio, dare le proprie ricchezze ai bisognosi, liberare i prigionieri, essere costanti nella preghiera, mantenere la parola data, ed essere pazienti nel tempo della sofferenza, dell’avversità, della violenza (Corano 2, 177). Similmente, San Paolo sottolinea l’amore che dobbiamo mostrare a tutti e il dovere di condurre una vita irreprensibile sotto lo sguardo di Dio: “Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1 Ts 3, 12-13). Il teologo al-Hakîm al-Tirmidhî (m. tra 908-912) sviluppò l'idea degli amici e dell'amicizia con Dio. Nel testo fondamentale da lui scritto Sîrat al-awliyâ’ (Vita dei santi) divide in due classi gli amici di Dio: walî haqq Allâh e walî Allâh. I primi si avvicinano a Dio attraverso l'osservanza degli obblighi legali di origine divina ( haqq), mentre i secondi vi giungono per mezzo della grazia divina. Una comprensione esoterica della rivelazione coranica portò gli sciiti, seguaci di علي(‘Alî, cugino e genero di Muhammad.), ad affermare che solo l’imam può comprendere e trasmettere pienamente il contenuto della rivelazione, mentre l’idea dell’uomo, percepito in uno stato di abbandono, apre alla considerazione dell’aiuto divino che giunge attraverso i profeti e, dopo di loro, i “santi”. Ecco che la figura dell’imam risulta centrale e fonda la comprensione sciita della santità: l’imam si unisce a Dio rivelandolo così ai credenti; allo stesso tempo i credenti diventano “santi” per mezzo della loro imitazione (taqlîd) dell’imam. Religiosità popolare L’evoluzione della teologia a livello pragmatico e soprattutto il continuo adattamento dell’islam alle diverse culture incontrate nel corso dell’espansione geografica, porta a poco a poco, verso una concezione di santità che possiamo chiamare popolare. I caratteri di questa santità possono essere definiti a partire dal vocabolario popolarmente utilizzato per riferirsi ai “santi” e distinguibile in due gruppi: quello che fa riferimento ad una santità ottenuta con il comportamento personale e quello che denota una santità attribuita e riconosciuta (tale quella legata ad un ruolo nella comunità). Di fatto l’islam non ha un riconoscimento ufficiale dei suoi “santi”, in forza delle osservazioni già proposte. La santità individuale non viene accettata come categoria propria della tradizione islamica, nella quale, tra le altre cose, non vi sarebbe un’autorità riconosciuta e comune in grado di farlo, così come non esiste nei sufi nemmeno un’ortodossia alla quale aderire. Comunque, il termine “santo”, applicato ad una persona, risulta per l’islam una nozione importata da altre tradizioni religiose, ha un carattere ereditario, legato a tre fattori: al riconoscimento di una linea di ascendenza a partire da Muhammad o da uno dei suoi collaboratori (soprattutto in senso politico); al clan o tribù di un “santo” di rinomanza (e alla relativa “benedizione”); da ultimo, al riconoscimento della “stirpe spirituale” di un maestro notevole, che lascia l’eredità della santità ai suoi discepoli. Appare evidente come la santità non rivesta nemmeno in questo caso un carattere individuale. Quest’ultimo fattore ha permesso che lungo la storia la venerazione di santi e la creazione di santuari si estendesse notevolmente nel mondo islamico, in maniera elastica e localmente precisa, malgrado la storia dimostri che sono esistiti dei movimenti (anche moderni) che volevano eliminare tale devozione in nome della rigorosa ortodossia. Un santo è tale per volontà popolare. Talvolta la popolarità si estende a tutti i territori musulmani, come nel caso dei fondatori delle confraternite. Un “ walî (santo) “ può essere riconosciuto tale già in vita, e la santità può anche essere collettiva, come nel caso di una tribù. Può essere trasmessa di padre in figlio, e la famiglia per eccellenza in cui viene trasmessa è quella di Muhammad come ne abbiamo già segnalato. Per esempio, per gli sciiti gli awliyâ’-( i santi ), più venerati sono علي(‘Alî), i suoi due figli Husayn e Hasan e l'ottavo imam ‘Alî al-Ridâ. Anche se la šarî‘a(sharia) lo considera un atto riprovevole, in tutto il mondo musulmano sul luogo di sepoltura degli awliyâ’ (i santi) si sono costruiti mausolei, presso i quali la gente compie pellegrinaggi. Un esempio in Africa è il Senegal, nella città di Touba, dove se trova la tomba di Ahmad Bamba(1852-1927), Fondatore nella confraternita Moloudismo, e dove tantissimi dei suoi seguaci si recano in pellegrinaggio. La tomba di ‘Abd al-Qâdiral-Jîlânî (1077-1166), a Bagdad, rimane uno dei santuari più frequentati, considerato dai compilatori di monografie uno dei più grandi walî. In vita fu un asceta, predicatore e teologo hanbalita (una delle quattro grande scuole giuridicamente riconosciute dai sunniti). La leggenda l'ha trasformato nel più grande santo dell'Islam che avrebbe detto “Il mio piede è sulla nuca di ogni santo di Dio”, gli si attribuiscono numerosi miracoli, e soprattutto in Magreb si tende a considerarlo come un dei più grandi profeti. Nonostante la diversità delle espressioni di devozione sottolineate da diverse scuole e confraternite islamiche, possiamo dire in conclusione che i Musulmani sono unanimemente d’ accordo che la “santità” comune a tutti i musulmani è quella che consiste nel sottomettersi interamente alla volontà di Dio, rivelata nel Corano. L'Islam proclama un Dio trascendente, nessuno può vederlo in questa vita. Nel Corano leggiamo: «E quando Mosè venne al Nostro luogo di convegno, e il suo Signore gli ebbe parlato, disse: O Signor mio, mostrati a me, affinché io Ti guardi». Rispose: « No, tu non Mi vedrai, ma guarda il Monte; se rimane al suo posto, tu Mi vedrai». Non appena il suo Signore si manifestò sul Monte esso divenne polvere e Mosè cadde folgorato. Quando ritornò in sé, disse:« Gloria a Te! Io mi pento e sono il primo dei credenti».(Corano 7,143) Però la dottrina islamica invita i credenti a cercare di vivere secondo la via perfetta, per potere contemplare il Signore nel Giorno della Resurrezione, “Lo giuro per il Giorno della Resurrezione, In quel Giorno ci saranno dei volti splendenti, che guarderanno il loro Signore;”(Corano 75,1. 22-23) e in quel Giorno ci saranno volti rabbuiati, al pensiero di subire un castigo terribile.( Corano 75,24-25) Dio offrirà Il Paradiso a tutti i suoi fedeli credenti. E poi, per la prima volta, Dio si manifesterà pienamente e perfettamente a qualche volto umano. Cioè, a chi ha camminato perfettamente verso Dio, e questo sarà il premio e la corona riservati aldilà del dono del Paradiso. Non sono queste parole simili a quelle della prima lettera di san Giovanni che ci assicurano nel nostro cammino verso la santità, cammino che ci porterà alla visione perfetta del nostro Dio? “Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.” (1Gn3, 2-3). Riferimenti per la lettura Il Sacro Corano,Traduzione interpretativa in italiano a cura di Hamza Piccardo, revisione e controllo dottrinale, Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia - UCOII V. Vacca,Vita e detti di santi musulmani, a cura di Editori Associati, Milano 1988 al-Tirmidhî (m. tra 908-912), Sîrat al-awliyâ’ (Vita dei santi) Essai d'interprétation du Coran Inimitable - (par Masson ) LE CORAN (une oeuvre de BLACHERE REGIS paru le 08/03/2003 aux éditions MAISONNEUVE ET LAROSE E. DE VITRAY-MEYEROVITCH, Mystique et poesie en Islam: Djalâl-Ud-Dîn Rûmî et l'Ordre des Derviches tourneurs, Desclée De Brouwer, Paris 1973. Richard Yann, L'intercession des saints dans le Chi'isme iranien contemporain, in Se Comprendre, n°94/04 Echghl, Leili, Un temps entre les temps: L'Iman, le Chi'isme et l'Iran, cerf, Paris, 1992 176p. Momen, Moojan. An Introduction to Shi'i Islam: The History and Doctrines of Twelver Shi'ism. New haven: Yale University Press, 1985. Nasr, Seyyed Hosein, Hamid Dabashi and Seyyed Vali Reza Nasr (eds.) Shi'ism: Doctrines, Thought, and Spirituality. Albany: State University of New York Press, 1988. Richard, Yann. Shi'ite Islam. Trans. Antonia Nevill. Oxford, Blackwell, 1991 Richard, Yann, L'Islam chi'ite: croyances et idéologies, Fayard, Paris, 1991, 302 pages |
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